Stralci di un romanzo inedito (1)

resistenza

di Augusto Vegezzi

Oggi che è il 25 aprile viene festeggiata una liberazione lontanissima nel tempo (69 anni fa) mentre avremmo un gran bisogno di liberarci oggi (e forse proprio dai “liberatori” d’allora).  Gli stralci del romanzo di Augusto Vegezzi, che pubblicherò in varie puntate, permettano almeno di evitare il teatrino delle marionette e di ripensare la materia umana e storica incandescente di quegli anni. [E.A.]

 [Questa è la storia di formazione di un ragazzo di 14 anni e di uno di 17 che diventano uomini nel periodo che va dall’occupazione tedesca alla Liberazione e alla conclusione del governo Parri. Nello scenario dello Stato in decomposizione, della guerra civile e della società italiana divisa, dove stanno tramontando la classe borghese agraria e il mondo contadino mentre alla fine emergono virulenti la borghesia avventuriera e le classi lavoratrici organizzate, si completa la formazioni di due amici. René appartiene a una famiglia borghese e vive una drastica ribellione contro il proprio ambiente sociale, del quale rifiuta l’ipocrisia morale e religiosa. Egli si lega fortemente a Orlando, ancor più ribelle e determinato a trovare un’alternativa. Nella tragica guerra civile i due giovani maturano l’emancipazione dalla religione e dalla borghesia, la scoperta dell’amore e del sesso, l’esperienza della lotta armata, infine si contrappongono con scelte opposte, vissute nello strazio dell’abbandono reciproco. In René prevale una ricerca etica della responsabilità, in Orlando uno spirito di auto-affermazione comunque, tutta e subito, che lo porta a spericolate collaborazioni prima con i nazi-fascisti, poi con gli Alleati, in frenetiche e azzardate peripezie verso l’oltre, che forse lo proiettano a Washington, Mosca, Milano e ancora Washington. René vive con entusiasmo la Liberazione politica e l’emancipazione morale e sessuale che, attraverso un periodo di Bohéme, lo porta ad un appassionato e contrastato amore. Egli scopre il tramonto della borghesia, l’emergere di una classe compradora, l’irruzione delle masse operaie e contadine, s’impegna nella Ricostruzione materiale e politica e condivide il rinnovamento culminato nel governo Parri e naufragato nei contrasti e nelle contraddizioni del sistema Italia. Di qui la scelta faustiana di una professione costruttiva, quella di architetto, nella consapevolezza del male di vivere, del senso di responsabilità, dell’ottimismo della volontà e di una prospettiva di impegno per migliorare la vita e il mondo e per realizzare il suo amore. In un drammatico scontro finale, al limite quasi mortale, ma forse immaginario, René , constatano la profondità l’irreversibilità di un contrasto radicale con Orlando, si libera di questo legame e decide di realizzare il proprio destino unendosi con amata Lili. (A.V.]

Appena potevo, inforcavo la bicicletta e gironzolavo qua e là per raccogliere notizie e capire cosa succedeva. Il 28 aprile con l’amico Giulio mi avviai verso la Via Emilia per vedere i brasiliani. Dopo alcuni chilometri incontrammo lunghe file di partigiani in marcia per la liberazione della città. Sembrava un carnevale: uniformi diverse, variopinte, arlecchinesche, capelli lunghi, visi barbuti, armi le più diverse, perfino fucili da caccia e archibugi. Nomi pazzeschi: Selvaggio, Sandokan, Yanez, Sfigato, Vendetta, Mandrake.
Noi eravamo incerti se proseguire, quando un giovane con un Brem accasciato a terra ci chiamò. «Sòno il partigiano Jòhnny,» disse, «e hò una distòrsiòne al piède. Datèmi un passaggio vèrso la città, please. Vòglio esserci anch’io e spazzare via i nazi e i fasci».
Uno strano. Alto, viso lungo, angoloso. Occhi neri, intensi. Un forestiero. Sbagliava tutte le vocali acute. Noi esultammo; a turno uno portava il partigiano, l’altro il Brem e le munizioni. E viceversa. L’entusiasmo che infiammava i ribelli ci contagiò e pedalavamo furiosamente. Ogni tanto qualcuno intonava un canto e ci univamo al coro: Bandiera rossa, Su compagni, su fratelli, E’ il lutto partigiano, Fratelli d’Italia. Perfino Lilì Marleen, la canzone tedesca della nostalgia, popolarissima tra i soldati di ogni nazione..
La fila faceva sosta presso una cascina per bere. Delle ragazze festanti offrivano acqua freschissima di pozzo e i partigiani scherzavano con loro sorseggiandola, felici. Sembrava una scampagnata, una festa. Johnny lamentava dolorosi formicolii ma non si arrendeva: «Vòglio esserci anch’io e far fuòri nazi e fasci».
Riposammo una decina di minuti. Poi riprendemmo la strada, mentre altri partigiani arrivavano, anch’essi allegri, entusiasti. E via con canti, risate, scherzi. Johnny attirava lazzi spiritosi: «Comodo, veh, farsi portare alla guerra». «Furbacchione, hai trovato due schiavetti». «Ecco l’eroe bici-trasportato».

Ad un tratto mi sentii chiamare: «Ehi René, hai visto mio figlio?» Accanto ad una jeep stava il conte X, padre di Pippotto, un amico di Orlando e mio. Mentre gli rispondevo di no, eccolo con uno Sten a tracolla: «Papà, cosa fai qui? Vieni con noi?»
«No. Tu devi venire via con me. Ti porto a casa».
«Come? No. Noo. Io vado con i miei compagni a liberare Piacenza».
«No, questo è l’ordine scritto del comandante Salami, come può confermare qui l’autista».
«Papà, non puoi farmi questo. Io vado avanti».
Ne nacque una discussione. Intervennero il capo e i compagni di Pippotto. Non ci fu nulla da fare. L’ordine era chiaro, timbrato e firmato. Il ragazzo in lacrime fu portato via. Commentai: «Il paternalismo infetta anche i ribelli. La nuova Italia nasce vecchia».

D’improvviso si udirono automezzi in arrivo. La strada faceva un grande curva e potemmo vedere da lontano due jeep cariche di uomini seguite da un’Isotta Fraschini decappottabile. Come le auto passavano, la lunga e caotica fila di partigiani sembrava smorzare i canti e assumere un più ordinato ritmo di marcia. Ci fu un attimo di smarrimento vedendo, assiepati sulle jeep otto tedeschi, armati di machine pistole. Jòhnny ci tranquillizzò: «Sòno le guardie del nuòvo còmandante, che è quello là sulla decapòtt, il còmpagno Salami, circòndato dai suòi mòngoli».
Evidentemente Salami non doveva essere molto popolare se al suo passaggio l’atmosfera di festa svaniva, sostituita da un senso di gelo, quasi di paura. Ogni potere, secondo Machiavelli e Foscolo, gronda di lacrime e sangue.
Subito dopo tornò l’atmosfera festosa e alla fine arrivammo in vista delle mura antiche della città.
Con meraviglia ed entusiasmo incontrammo i primi Alleati. Due bianchi e un negro bruttissimo, con divise verdoline, dietro a una mitragliatrice pesante, seduti in una postazione difesa da sacchi di sabbia. Ci fermammo a salutarli e abbracciarli. Io sfoderai il mio inglese: «Hello, boys. Welcome. Thank you, americans».
Quelli ridevano, divertiti. Poi, in uno stento italiano: «Grazie. Siamo sì americani ma non yankies. Siamo brasileros».
Trasecolai: «Allora era vero. Brasiliani. E i soloni del paese, i politicanti che cianciavano tra loro di Badoglio, CLN, Churchill e Truman, nemmeno sapevano che c’erano anche i brasileros».

Vicino a Porta Genova ci spaventarono raffiche di mitra, poi altre di Sten. Tutti correvamo verso il luogo dello scontro. A terra senza vita giaceva Giorgio, un mio amico del Liceo. Sit tibi terra levis.

 Johnny, brandito il Brem, ci salutò: «Grazie, còmpàgni. Adèsso qui nòn è pòsto per vòi. Còmunque vi nòmino staffètte partigiane. Chièdète di mè al Còmando. Vi prèsèntèrò io. Ragazzi, tòrnate dritti a casa. Straight! Non è giunta per vòi l’òra di varcare la shadow line della maturità. Su, boys, go straight».
Zoppicando si avviò verso il centro, da dove echeggiavano sparatorie. Erano cominciati gli scontri finali per liberare la città, il feroce duello con i cecchini, fascisti che, nascosti sui tetti, sparavano a tradimento, ammazzando partigiani e civili entusiasti e festanti nelle strade.

La liberazione di Piacenza

                                Non dobbiamo chiedere cosa fa l’Italia per noi ma cosa facciamo noi per l’Italia.” A.V.

 Impauriti e felici, decidemmo di tornare in paese per raccontare a tutti quei fifoni la nostra avventura. Mentre arrancavamo in salita, mi lasciai sfuggire un pensiero che turbinava nella mia testa: «Anch’io sono da tempo un partigiano. Come Jòhnny».
«Sempre bluffatore e baro, veh, René?» ghignò Giulio, ironico.
«Io ho partecipato a una lotta mortale con un tedesco e a un blitz contro la Banda Carità».
«Sicuro. E io ho giustiziato Hitler».
«Stupido. Ebbene, l’ho fatto con Alfa».
«Bluff smascherato. Alfa è stato ucciso ieri in combattimento».
La notizia mi sconvolse. Mi venne da piangere. La festa non era ancora iniziata ma il costo si rivelava tremendo. Alfa morto. A che prezzo si vive, a che prezzo si vince. Il senso di entusiasmo svanì di colpo. Dopoun chilometro ci fermammo. Il sole primaverile brillava nel cielo azzurro. Ci sentivamo eccitati, partecipi di un’esaltazione che era nell’aria, insieme atterriti e attratti dal crepitare di armi da fuoco che riecheggiava dalla città. Andare a casa? Neanche per sogno. Bisognava tornare indietro, esserci, partecipare alla Liberazione, alla fine della guerra, alla vittoria.

Con un sorriso spavaldo sul volto e brividi di paura lungo il corpo ci lanciammo in un’ennesima gara a chi arrivava primo alle mura cinquecentesche. Poi ci inoltrammo nelle strade affollate di gente che applaudiva i partigiani; alle finestre si affacciavano altri curiosi che sventolavano bandiere tricolori ancora con lo stemma dei Savoia. Bandiere anche sui camion di partigiani che cantavano canzoni note e nuove, soprattutto: Fischia il vento, infuria la bufera,/scarpe rotte eppur bisogna andar,/a conquistare la rossa primavera / dove sorge il sol dell’avvenir./ Ogni contrada è patria del ribelle /ogni donna a lui dona un sospir,/ nella notte lo guidano le stelle/forte il cuore e il braccio nel colpir./ Se ci coglie la crudele morte/ dura vendetta verrà dal partigian;/ormai sicura è gia’ la dura sorte/ contro il vile che noi ricerchiam./ Cessa il vento, calma è la bufera,/torna a casa fiero il partigian,/ sventolando la rossa sua bandiera;/ vittoriosi e alfin liberi siam.

Ambulanze sfrecciavano a massima velocità, diffondendo il loro lugubre ululato. Da più direzioni riecheggiavano raffiche di mitra, boati di bombe, colpi di fucile. La guerra civile, la più incivile e disumana delle guerre, perché penetra nell’animo degli uomini, contamina di odio i rapporti delle comunità, trasforma i fratelli in nemici, si spegneva con suoi strascichi di dolore, sangue e morte.

In un angolo della piazza Duomo erano raccolti un centinaio di prigionieri tedeschi, soldati e ufficiali insieme, ora uguali nella sconfitta, custoditi da partigiani. Seduti a terra, stracciati, pallidi, vinti, disperatamente vinti. Attorno a loro, una piccola folla urlava insulti e tentava di aggredirli, respinti dai sorveglianti.

Il ruggito di un motore al massimo dei giri annunciò l’avvicinarsi di una Mercedes carica di fascisti, che passarono urlando insulti e sventagliando raffiche di mitra, mentre i passanti terrorizzati si rifugiavano nei portoni o si appiattivano a terra. Poi la marcia della folla verso il centro riprese tra canti, evviva, sventolio di bandiere tricolori o rosse. In largo Battisti bruciava la Mercedes schiantata in una vetrina, mentre alcuni partigiani difendevano dalla folla inferocita i quattro fascisti agonizzanti. Di fronte, altra gente infieriva con sputi e insulti un cecchino appena giustiziato.
«Quello là che li comanda è Follini, un amico di Alfa.» dissi a Giulio. Intanto la folla correva incontro a un gruppo di prigionieri fascisti, donne e uomini malconci e impauriti, in marcia verso il carcere, sorvegliati da partigiani armati. Le donne erano state rasate. Nel gruppo delle poverette, smarrite e in lacrime, se ne distingueva una bella ed elegante. Forse la più malconcia, graffiata, sanguinante, con gli abiti strappati, camminava altera e a muso duro, le labbra serrate, guardando avanti, impassibile. Quasi irriconoscibile, era Estella! La giustizia popolare ne vendicava con severità le nefandezze. Soprattutto su lei piovevano urla, insulti, sputi. Per sua fortuna alcuni esagitati richiamarono l’attenzione su un noto torturatore e la folla prese a malmenarlo. Intervenne il comandante Lupo, che cacciò i picchiatori puntando il mitra.

La piazza dei Cavalli era gremita. La gente esultava, felice, entusiasta. Echeggiavano grida ripetute: Viva la libertà, la democrazia, Piacenza, l’Italia. Abbasso la guerra. Viva la pace. Gloria ai partigiani. Morte ai fascisti. Al muro i capitalisti. La terra ai contadini. Viva Stalin. Viva gli Alleati. Ogni grido veniva ripreso, rilanciato e poi smoriva oppure si riprendeva e riecheggiava ancora in tutta la piazza. Tutti i piacentini uniti, finalmente? No. Un po’ uniti, un po’ divisi. Ognidòi ognivòi, ognuno con un’idea diversa, sussurrai, scuotendo il capo.
Il campanone del Palazzo Gotico suonò a festa tra gli evviva e gli applausi del popolo, mentre con ruggiti di motori e cigolii di cingoli si affacciarono sulla piazza due enormi carri armati Sherman, carichi di ragazzi e ragazze che festeggiavano con gli americani. La folla in delirio si aprì applaudendo. I campanili delle chiese, via via, si unirono in un coro festoso che riecheggiava in tutta la città e veniva ripreso dalle chiese della campagna dilagando fino agli Appennini. Vittoria. Viva la pace.

Sul balcone nella piazza dei Cavalli apparvero vari partigiani esultanti, che lasciarono poi il posto ai capi del CLN: Liberatore, Muro, Canzi, Cerri, Cossu, Berilli e altri. La folla urlò e applaudì in delirio quando comparve un vecchio, smilzo e canuto: «Tansini, Tansini. Discorso, discorso».
Spiegai a Giulio che quello era stato l’ultimo sindaco eletto prima della dittatura fascista. Un socialista stimato e irreprensibile. Tansini si avvicinò al megafono. Il brusio della folla lentamente si spense. Con voce esitante e intensa l’ex sindaco fece un discorso appassionato, fitto di ricordi e di proposte, un’esaltazione della giustizia, della libertà e dell’eguaglianza.

Ero raggiante. Mi sentivo partecipe ed eccitato anche perché intravedevo una novità straordinaria. Tra l’oratore e la folla si era stabilita d’acchito un’empatia spontanea e un dialogo libero. Una magnifica novità rispetto ai rituali di massa del regime: il retore fascista era come una controfigura del duce, generoso di adulazioni e maledizioni, maestro dell’urlo e del comando, orchestratore della folla che, docile e compatta come un solo uomo, doveva applaudire secondo gli ordini: «Vivaa iil duuucceee!» E la plebaglia sull’attenti, il braccio alzato: «Viva! Eia eia eia. Alalà!» O rispondeva a domande retoriche: «La guerra… a volete voi?» «Sììì. Viva. Eia».
Ora il clima era dialogico: l’oratore argomentava con tono colloquiale e con logica chiara, alzando la voce solo sui punti salienti. La folla reagiva con applausi, evviva, fischi, mormorii e silenzi a macchia di leopardo, rivelando consensi, indifferenza e anche dissensi. Sì, nella piazza centrale della città il primo giorno di libertà consacrava la democrazia, la fine dei sudditi massificati dai ras fascisti, la rinascita dei cittadini che dialogavano alla pari con altri come loro investiti di autorità. “Cittadini sovrani.” riflettevo. “Sovranità popolare. Questo sì che è un balzo della tigre. Dalle galere al potere. Santa democrazia, creata da Pericle nell’agorà di Atene, culla della cultura, della filosofia e della scienza.”
Capi partigiani, esponenti politici, semplici cittadini si succedevano, esprimendo ringraziamenti, testimonianze, analisi, progetti. E nella piazza-agorà la folla si rinnovava, altri ascoltatori si univano al dialogo con gli oratori, mentre ai margini si formavano capannelli dove divampavano accese discussioni.
Tutti volevano parlare, dire la loro, raccontare le proprie esperienze, far valere le proprie idee. Ecco il popolo democratico, pensavo affascinato. Non sono bastati i vent’anni fascisti di violenza, corruzione e demagogia per spegnere le coscienze personali e libere, non domate e ora infine risorte. Il consenso appariva generale perché il dissenso era represso e spento. Ora esplodeva con gioia in quella gente che portava sul volto, sul corpo e nei vestiti i segni della fame, della miseria, della guerra.
Mi gettai con passione nella mischia delle discussioni con le mie idee e critiche, confrontandomi con adulti, attaccando l’inerzia e la codardia dei ceti di potere ed esaltando il rinnovamento. Tanti erano i temi discussi, dalla ferocia del nazifascismo alle speranze di miglioramento, alle libertà civili, all’eguaglianza sociale, al diritto di ribellarsi, ai doveri verso gli altri e lo stato. Ci si confrontava con tutti monarchici, repubblicani, liberali, cattolici, comunisti. Non mancarono dissidi netti, consensi parziali, parole forti ma anche scuse e lealtà. Qualcuno ricordò che avevo criticato il Mattatore e che mi aveva applaudito. Le mie idee e la passione irritavano molti che non esitavo a definire estremisti o ipocriti o benpensanti. Altri mi accusarono di essere un falso radicale, perché figlio di un ricco, un borghese. Mi ribellai: «Io ho diritti come tutti e dovete giudicarmi solo per ciò che dico. Sono un cittadino come tutti. In democrazia i meriti e le colpe dei genitori non possono ricadere sui figli. Ciascuno risponde delle sue azioni e delle sue idee».
Pur concentrato nei dialoghi e dibattiti, osservavo e registravo carattere e umori dei miei interlocutori e della gente che ascoltava, commentava o contestava, perché progettavo una ricerca approfondita sulla trasformazione epocale in corso.
Il giorno della Liberazione rappresentò per me la nascita di una nuova Italia ma anche segnò il passaggio dalla vita privata nella famiglia e nella scuola all’esperienza e al confronto pubblico con i concittadini, con il popolo, con tutti. Il senso di felicità, di generosità, di magnanimità che mi esaltava, mi induceva ad ascoltare con attenzione contestazioni, critiche e insulti, sempre rispondendo con serrate argomentazioni.
L’amico Giulio mi seguiva docile, un po’ sorpreso da quanto accadeva. Parlai per ore con tanta gente, incontrai compagni, professori, conoscenti. Nessuno degli amici di famiglia e in genere della buona società. Sandrino sarebbe stato presente e attivo, certamente un protagonista. Ma gli altri dov’erano? Infine alcuni borghesi si affacciarono nella piazza, tenendosi appartati o parlando ma con prudenza. Con stupore intravidi il notaio A. Forse la buona società non capiva che era giunta l’ora di abbandonare le amate finestre, metafora di un’inerzia colpevole, e unirsi alla cittadinanza in festa, esultare per la libertà, impegnarsi per ricostruire il paese. Ancora méi fè gninta. Come avrebbero parlato alla piazza-agorà Alfa, Alfredo e Sandrino? A questo pensiero dovetti trattenere le lacrime.

*Augusto Vegezzi
Ho insegnato Italiano e Storia, poi Storia e Filosofia infine sono stato preside di un Liceo Scientifico
Ho collaborato con note e articoli ai Quaderni Piacentini, Altro Impegno e ho fatto parte dei gruppi dei Quaderni rossi e Classe operaia. Nel 1969 ho co-fondato il centro MILANESE LOTTA PER LA RIFORMA DELLA SCUOLA. Ho progettato, scritto e pubblicato vari manuali per le scuole superiori:
Gli Argomenti umani, con F. Fortini, Morano Editore. Un manuale di storia per il Biennio, con G. Toffoli, Sansoni. Un manuale di storia per il triennio, con M. Legnani e R. Parenti, Zanichelli Editore
Una Storia e Antologia della letteratura italiana, con R. Parenti e I. Viola, Zanichelli Editore
Ho diretto due collane della Morano Editore. Ho pubblicato note e articoli su Micromega, La Libertà, Piacentini. Sto scrivendo racconti e riesplorazioni della Grande Arte, cominciando da Raffaello.

Un pensiero su “Stralci di un romanzo inedito (1)

  1. …un periodo storico che ha avuto anche la connotazione drammatica della guerra civile; “la piu’ micidiale e drammatica delle guerre, perchè penetra nell’animo degli uomini…trasforma i fratelli in nemici,,”. Anche chi, come me, è nato subito dopo questi fatti, li ha ben presenti perchè stampati sulla pelle di tante persone vicine…Ricordo mia mamma piangere per i suoi quattro fratelli, due comunisti partigiani e due fascisti: uno di questi ultimi, mentre viaggiava su un treno-merci come succedeva in tempo di guerra, fu gettato sotto alle rotaie e raccolto a pezzettini in un sacco per essere consegnato a moglie e figli.
    In questo racconto molto veritiero perchè senza retorica, il protagonista René con gli amici viaggia per raggiungere, in un clima di esaltazione e di festa, la città di Piacenza, dove erano inziati gli scontri per cacciare gli ultimi nazi-fascisti…Man mano pero’ che procede verso il cuore della città, la Piazza dei Cavalli, il suo viaggio diventa “cuore di tenebra”, dove è testimone della violenza dei “buoni” contro i vinti “stracciati, pallidi, disperatamente vinti…”, contro donne umiliate e ferite…Ma poi la stessa piazza degli orrori si trasforma quasi in una Agora dell’antica Atene quando Tansini, l’ultimo sindaco democratico prima del ventennio fascista, incomincia a parlare della sua speranza nell’avvento di una società libera e giusta dopo la feroce dittatura che trasformava la massa in una sola persona ciecamente obbediente agli ordini…Tutti ora possono dialogare, confrontare le proprie idee e René ne rimane entusiasta e gli sembra di assistere alla rinascita della democrazia…Ma già agli angoli
    della piazza nuovi giochi si stanno creando…i borghesi prudenti, le voci contradditorie…Una piazza simbolo del tormento di un popolo uscito da una guerra micidiale, poi da una lacerazione interna terribile…Spero di leggere altre pagine grazie

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