Eleanor Rigby

stocchi 2014

[Riprendiamo dal sito di Giulio Stocchi (qui) questa rêverie della sua giovinezza  nella Milano degli anni Sessanta. In segno di affettuoso omaggio da parte di vari suoi amici. (E.A.)]

di Giulio Stocchi

Chiunque di noi in età matura si chini a riflettere sui propri inizi, è come se scrutasse nella sabbia della propria giovinezza le linee ancora confuse del volto che gli anni ci hanno guadagnato, i segni di ciò che ha fatto di noi quello che siamo. E’ come interpretare un antico oracolo che ci riguardava. Ma come ci insegna Edipo, non è necessario che l’oracolo sia immediatamente comprensibile a colui cui è rivolto, anzi!
L’essenziale è che l’oracolo si avveri. E questo, come dall’alto di un monte chi valuta il cammino percorso, può essere giudicato solo nella prospettiva del tempo, quando le carte che avevamo in mano sono state, bene o male, giocate.

Fu nel gennaio del 1967 la prima volta che ascoltai, in un bar, Eleanor Rigby. Era, ricordo, uno di quei gennai freddi e luminosi che raramente si vedono nella Milano illividita di questi anni. Anche Milano era diversa: città operaia e intellettuale, la capitale morale del paese, come si diceva con qualche esattezza allora, fucina di dibattiti e discussioni, percorsa dai fremiti e dai fermenti che annunciavano la tempesta dell’anno successivo. A quei tempi, troneggiavano nei bar due monumenti, attorno ai quali si affollavano i giovani: il flipper, terreno lampeggiante e ticchettante di interminabili partite, e il juke-box, lo scrigno sonoro di tante melodie. Eravamo quattro amici: Guido Gagliardi, Mario Silvestri, Clara Oliveti ed io. La monetina che Guido, con la cautela di chi di soldi ne ha pochi, faceva scivolare nell’apparecchio metteva in movimento il braccio di quel rudimentale robot che andava a ripescare il disco che lentamente lentamente veniva a posarsi sul piatto, ed ecco il locale inondato da quella musica ipnotica che mi affascinava e mi rapiva per la sua struttura fugata e di cui non capivo assolutamente le parole dato che l’inglese lo leggevo sì sui miei ponderosi libri di studio ma restava per me territorio sconosciuto se parlato o addirittura, come nel caso di Eleanor Rigby, cantato. Mi ero, chissà perché, convinto – e questa convinzione ha resistito fino a pochi giorni fa – che Eleanor Rigby fosse una poesia tratta da Spoon River, il capolavoro di Edgar Lee Masters.
Il bar era dalle parti di porta Vigentina, in via Curtatone, proprio accanto alla Piccola Commenda. Anche questo è uno dei monumenti di una Milano che non c’è più, il teatrino in cui si era materializzato l’amore che un industriale illuminato, il Cavalier Pizzoli, nutriva per la moglie Dolores, una donna sontuosa come possono essere le venete immortalate dal Giorgione, la quale si dilettava di recitazione e di regia e ora aveva un teatro tutto per sé dove esercitare la propria arte, un vero e proprio tempio a lei dedicato che l’adorazione del marito le aveva eretto ricavandolo, con un colpo di bacchetta magica e tanti soldi, negli scantinati di un anonimo palazzo in puro stile anni cinquanta. Ma quando entravi nel teatro, subito soprannominato la “bomboniera” di Milano, la sagoma tozza del palazzo si dissolveva come il brutto ricordo di una volgarità di
cui la raffinatezza della sala era l’antidoto: novanta poltroncine di velluto blu, moquette dappertutto, un palcoscenico piccolo ma attrezzatissimo, un minuscolo bar coi suoi sgabelli e dietro il banco, sopra una sfilza di rarissime bottiglie allineate, uno splendido affresco di Salvatore Fiume che celebrava in allegoria i fasti di Talia e di Melpomene e la bellezza di Dolores.
Fumata l’ultima sigaretta e con le orecchie che ancora risuonavano della musica ammaliante dei Beatles, verso le otto Guido, Mario, Clara ed io uscivamo dal bar e correvamo in teatro. Perché non eravamo solo quattro amici, ma quattro colleghi, quattro giovani attori che Dolores Pizzoli aveva scritturato per una commedia destinata ad arricchire il suo cartellone fitto di testi sperimentali o stravaganti. Si trattava di una commedia inglese, The knack, di cui francamente non ricordo l’autore, ma dalla quale era stato tratto un film di un certo successo, Non tutti ce l’hanno, che era anche il titolo con cui il lavoro veniva presentato in teatro al pubblico milanese. La mia parte era quella di Colin, un giovane pittore, timido ed introverso, che alla fine
riusciva a conquistare le grazie della fanciulla, strappandola alla corte serrata degli altri due amici. Timido, nella vita reale, lo ero davvero. “Più passione!”, mi sembra di udire la voce roca e profonda di Dolores, dall’antro nero della sala, dove sedeva al tavolo di regia durante le prove, di fronte ai miei maldestri ed impacciati tentativi di baciare la ragazza nella scena finale dove l’amore dei due giovani trionfa. “Più passione!”, un argomento questo della passione che, a detta delle proverbiali malelingue dei teatranti, l’affascinante regista doveva conoscere non poco dato che, come sussurravano i maligni, non disdegnava le grazie dei giovani attori che frequentavano il teatro. Io stesso, per quanto principiante, della passione, sempre nella vita reale, non ero proprio digiuno: ne conoscevo almeno i primi rudimenti, e anche qualcosa di più.
Anzi, in quei giorni ero torturato dal ricordo dell’amore, tormentoso ed esclusivo come possono essere i primi amori, che per più di due anni mi aveva legato a una mia compagna di Accademia, Anna Lisi, che proprio qualche mese prima mi aveva lasciato con le parole cattive consuete in questi casi -e che tante volte avrei riudito nel corso della mia vita- e con la quale, naturalmente, a quasi quarant’anni di distanza siamo oggi ottimi amici.

Ogni volta che passo davanti al prezioso portone gotico del palazzo trecentesco in via Fılodrammatici, dove aveva sede l’omonima Accademia d’Arte Drammatica, non posso fare a meno di pensare al batticuore di quel mio primo ingresso, nell’ottobre del 62, lungo lo scalone che portava alle aule della scuola. In Accademia si entrava solo per concorso. Avevo deciso di tentare la sorte perché, pensavo allora e ne sono oggi ancora più convinto, volevo che la poesia uscisse dalle pagine mute e sterili dei libri e trovasse nella voce lo strumento cordiale che ne facesse un bene condiviso. E con una mia poesia, che avevo scritto l’anno prima a 17 anni,mi ero presentato all’audizione che doveva decidere del mio destino sulle scene. Si trattava di un componimento, Sera mistica, chiaramente ricalcato sui versi di Baudelaire e di Verlaine di cui ero allora gran cultore, considerandomi, come ogni adolescente, un unico, un maudit. “Fuggono l’un dopo l’altro i giorni/e di tanti addii/solo il rimpianto/dolce è rimasto…”. Ma quei versi, o più probabilmente l’ingenuità e la passione con cui li avevo recitati, avevano colpito la mia futura insegnante di dizione e mi erano valsi il sospirato ingresso in Accademia. Intanto, da qualche parte a Liverpool, quattro ragazzi, destinati a rivoluzionare il panorama della canzone internazionale, facevano a loro volta il loro primo ingresso in palcoscenico.
Dora Setti, questo è il nome della mia insegnante, era una gran signora di quella borghesia milanese colta e democratica così diversa dallo stuolo di miserabili piazzisti cui siamo oggi abituati. Grazie a lei, durante il corso di dizione, mi sono avvicinato ad altri poeti il cui studio ci proponeva -Majakovskij, Hikmet, József,Eliot, Neruda, Garcia Lorca, Alberti, Brecht, Ungaretti, Montale, Pavese, Fortini- che sarebbero divenuti miei compagni e miei maestri. Quello che allora non sapevo era che Dora Setti aveva due nipoti: uno, Paolo, allora studente di medicina, e oggi chirurgo di fama, di cui sarei diventato grande amico, e l’altra, Emanuela, la moglie del generale Dalla Chiesa, uccisa insieme al marito giusto vent’anni dopo, nell’82, a Palermo. E il
pianto dirotto di Paolo, durante i funerali della sorella, alla Chiesa delle Grazie, vicino a casa mia. E’ così che il destino intreccia i suoi fili, le sue oscure trame, che fanno i rapporti di cui è intessuta la nostra vita. Se Dora Setti era l’intellettuale fredda e distaccata, precisa come la sua voce cristallina, Esperia Sperani, I’insegnante di recitazione era un vero e proprio animale da palcoscenico, di cui conosceva tutti i trucchi,istintiva e passionale, ma anche capace, come un’antica maga, di dispensarci i segreti della sua arte. Segreti di cui si era magistralmente impadronita Mariangela Melato, radiosa nel fulgore dei suoi vent’anni, la quale, diplomatasi l’anno precedente, veniva spesso a visitare le sue antiche insegnanti e a scambiare quattro chiacchiere con i nuovi alunni. In realtà, si davano di gomito i teatranti, in erba sì ma già esperti in
maldicenze, per farsi desiderare dai maschi e invidiare dalle femmine. La signora Sperani sembrava
condividere le nostre ipotesi maliziose: sorrideva fra sé e sé, poi congedava con un gesto gentile ma fermo la giovane attrice e riprendeva a insegnare; i suoi gusti erano un po’ più tradizionali rispetto a quelli della collega: Rosso di San Secondo, Giacosa, Pirandello, ma anche impreviste incursioni nel teatro di Miller o di Sartre.

Sartre era un nome che mi era divenuto ormai più che familiare. Se infatti all’Accademia si entrava per concorso, l’ingresso all’Università avveniva per scelta. E dopo essermi, secondo quanto prescrivono i canoni del mio carattere indeciso, a lungo tormentato, avevo optato per filosofia. Passavo da un gioiello architettonico all’altro, dal gotico trecentesco di via Filodrammatici, allo splendore rinascimentale dell’ospedale del Filarete, dove ha sede l’Università Statale. Con i suoi cortili spaziosi, i suoi chiostri appartati, i portici dalle colonne svelte ed aggraziate, avevi l’impressione di entrare in un antico cenacolo,quasi rivivesse nella frenesia della città la quiete dell’Accademia platonica o della veneranda Stoà. E in effetti l’Università non era l’esamificio che è oggi, con la sua massa di studenti desiderosi solo di impadronirsi del loro sospirato pezzo di carta. Ricordo che a filosofia quell’anno ci eravamo iscritti in una decina e che gli studenti di tutti i corsi non superavano i sessanta i quali, quindi, avevano modo di essere seguiti e di instaurare coi professori un rapporto profondo e personale, di soddisfare la propria curiosità
intellettuale, la propria sete di cultura. Una cultura così lontana da quella asfittica del liceo e aperta a tutti i fermenti e le novità in ogni campo del pensiero. Ed ecco Musatti, con la sua testa bianca e la cadenza della voce che conservava ancora qualcosa della Trieste mitteleuropea della sua giovinezza, offrirci con le sue lezioni di psicoanalisi il filo d’Arianna per penetrare i segreti dell’inconscio e comprendere i grovigli che ci tormentavano; e Paci, che faceva capolino da una cerchia di studenti e di signore impellicciate accorse a percorrere insieme a lui i sentieri dell’esistenzialismo e quelli più impervi della fenomenologia di Husserl, o dello strutturalismo di Levi Strauss; o Dal Pra, chino come un’entomologo su ogni frase e ogni parola dei Manoscritti economico-filosofici di Marx, appena pubblicati, e attraverso i quali ci rendeva familiare il
concetto di dialettica; e ancora Gillo Dorfless, che aveva allargato i confini angusti dell’estetica tradizionale spaziando sui segni del design, sugli apparenti capricci della moda; e Geymonat, con quella sua aria cordiale da vecchio contadino, squadernarci i misteri del calcolo delle probabilità; o la stretta di mano di Cazzaniga, che mi aveva premiato con un bel trenta e lode perché avevo saputo leggere in metrica latina I’Eneide che portavo all’esame e mi aveva al contempo insegnato quanto importanti siano i rapporti fra suono e senso nella poesia di ogni tempo e latitudine. E tanti altri… Tutti giganti intellettuali in confronto agli Zecchi televisivi che ci affliggono con le loro chiacchiere quasi ogni sera dagli schermi.
Ciò che accomunava tutti questi miei maestri, al di là delle differenze specifiche delle loro rispettive dottrine, era l’ideale di un mondo adeguato alla loro cultura, un mondo cioè di liberi e di eguali. E in effetti i segni di una trasformazione nel senso dell’eguaglianza e della libertà non mancavano: dalle lotte di decolonizzazione in Africa, alla vittoria, dopo una lotta sanguinosissima, del Fronte di Liberazione Nazionale in Algeria, al trionfo di Castro e dei suoi barbudos a Cuba. Per questi ultimi, in particolare, noi ragazzi nutrivamo una
quasi istintiva simpatia, se non altro per ragioni di età: quasi nostri coetanei, i volti di quei giovani arruffati, Castro, Camilo Cienfuegos, il Che, ci dicevano che un altro mondo non solo era possibile, come si dice oggi, ma in larga misura reale. A distruggere quella realtà ci pensavano come al solito i campioni della nostra occidentale democrazia, gli Stati Uniti d’America, che dopo aver saccheggiato come terra loro di conquista I’America latina -“troppo vicina agli Stati Uniti e troppo lontana da Dio”, secondo la definizione di José Martì- col sempiterno pretesto della difesa della libertà contro il comunismo assassino -il “regno del male”, nella versione odierna della dottrina- avevano tentato di invadere Cuba alla Baia dei Porci e portato il mondo sull’orlo della guerra mondiale con la crisi dei missili dell’ottobre del 62.
E così in difesa dell’indipendenza di Cuba e del sacrosanto diritto dei popoli di decidere del proprio destino, pochi giorni dopo la mia audizione all’Accademia, il 27 ottobre del 62, ero sceso per la prima volta in vita mia in piazza, partecipando a una manifestazione indetta dalle forze democratiche. Se per me quella era la prima manifestazione, per Giovanni Ardizzone doveva essere l’ultima, travolto a vent’anni dai camion della polizia, scatenati contro la folla, in via Mengoni, a pochi passi dal Duomo, dietro la Galleria. Il primo che vedessi di tanti uccisi che avrei in seguito pianto, la lunga striscia di sangue che insozza il nostro Stato, fino al ragazzo Giuliani, freddato durante le giornate genovesi.

E forse perché lo scempio di Ardizzone era avvenuto verso le cinque di sera, quando in Accademia
affrontavo, cercando di farli vivere con la voce, i versi del Lamento per la morte di Ignacio di Garcia Lorca, avvertivo che quelle parole riguardavano in un certo qual modo anche la tragedia cui avevo assistito, proprio perché esprimevano il dolore per la perdita di un amico, perché è così -un amico- che ogni giovane sente quasi istintivamente il suo coetaneo. L’amicizia, del resto, percorreva in quegli anni strade impreviste e tortuose. Irene Bignardi, che è oggi una notissima giornalista di Repubblica, era allora semplicemente l’Irenella, una ragazza alta, dagli occhi di cristallo, mia compagna di filosofia, che tutti, me compreso, corteggiavano per la sua bellezza e la sua vivacità. Ma, come tutte le belle donne, I’Irenella era un tantino maliziosa. Una sera mi telefona dandomi appuntamento in un locale dove, diceva, voleva presentarmi un suo amico, naturalmente un altro dei suoi numerosi spasimanti, nella segreta speranza forse di assistere dall’alto della sua venustà a uno di quei duelli d’amore di cui si compiacevano le dame d’antan. Il terreno, il campo chiuso, di quella tenzone, debbo riconoscerlo era scelto bene: la Taverna ai piedi della Torre medioevale dei Moriggi, una dei pochi monumenti che sopravvivono della Milano del duecento. Ed eccolo, seduto al fratino di noce massiccia, accanto alla sospirata delle nostre brame, il mio rivale: un ragazzo di venticinque anni, gran naso, un lampo di ironia negli occhi e quel sorriso etrusco retaggio forse delle sue origine umbre.
Piero Scaramucci, già allora cronista alla Rai e che di radio ne avrebbe fondata una, famosissima, Radio popolare di Milano. I due ragazzi, il più giovane più timido, I’altro con la sicurezza della professione e della maggiore età, cominciano a parlare. E bevono. E si accalorano sempre più discutendo di Mattei che era appena caduto col suo aereo a Bascapé, e delle sette sorelle che forse avevano interesse a farlo fuori, e di Praga, dove Piero è nato, e dell’indipendenza dell’Algeria… E bevono. E parlano. Lasciando in disparte I’Irenella che li osservava con aria sempre più interdetta e desolata senza riuscire a frenare coi suoi incanti quel fiume di parole che aveva ormai rotto gli argini. E bevono, bevono, bevono in una di quelle solenni sbornie che inaugurano spesso le grandi amicizie e che si era quella sera conclusa sotto lo sguardo sbalordito dei miei genitori che mi avevano trovato a letto rigido come un baccalà, ma elegantissimo, con cappello, ombrello e impermeabile.
Di bevute e di chiacchierate con Piero ne avremmo fatte tante in tutti i possibili locali di Milano: nelle crote di una Brera ancora popolare, nelle bettole sui Navigli, regno in quegli anni incontrastato dei personaggi pittoreschi della piccola malavita, la ligera o in via Valpetrosa, laica allora, con le donnine che ammiccavano dai portoni dove oggi sono gli asettici ristoranti dei buddisti.
Piero si sentiva il mio fratello maggiore. Voleva che imparassi. Mi raccontava, in quelle mezzanotti di bicchieri, del luglio ’60, del governo Tambroni e dei moti di Genova. Mi spiegava che alla Fiat stavano per firmare certi accordi. Anzi, un “accordo quadro”, diceva. E questo non mi entrava assolutamente nella testa.
Di operai non sapevo nulla. Sì, che esistevano da qualche parte, e poco più. Poi mi parlava del XX
Congresso, dell’Ungheria, della svolta di Togliatti. Piero era dei Quaderni Rossi. E mi portava spesso con sé in un garage dalle parti di Città Studi. A leggere e discutere Rosa Luxemburg. C’erano Vittorio Rieser, Edoarda Masi, Goffredo Fofi. E, con mia grandissima sorpresa, quel Fortini che studiavo in Accademia e che era tutto infervorato a parlare non di poesia ma di centrosinistra e di ristrutturazione. Io me ne stavo zitto e non capivo molto. Ma posso dire oggi che nel crogiuolo della mia prima gioventù erano presenti tutti i metalli che avrebbero composto la lega della mia esistenza: la poesia, I’arte della voce, la filosofia, la politica, lo sdegno che non mi avrebbe più abbandonato per i morti della piazza, un presagio di operai… E naturalmente, l’amore.
“La compagna della tua giovinezza”, dice il profeta Isaia, “come potrai scordarla?”… e Anna si trucca in camerino che tra poco deve andare in scena per il saggio all’Accademia e sarà la Bella dei Giacinti in un dramma di zagare e coltelli di Rosso di San Secondo e lo specchio restituisce un visino di porcellana e lieve la matita contorna gli occhi fondi dove cova la brace di una ribellione che l’ha spinta a sposarsi a diciott’anni per uscire di casa e separarsi l’anno dopo io nel camerino accanto un poco di biacca nei capelli per ingrigirli che ha quasi quarant’anni il Nero della Zolfara cavaliere contadino che riscatta la Bella da tutta una vicenda di soprusi e la carezza del belletto le ravviva le guance che m’aveva preso le mani sapendo della malattia di
mio padre per consolarmi pensando mentre indosso la giacca nera e la fusciacca rossa in vita alla sorte inseguita tante sere insieme sulle donne e i fanti dei giochi delle carte senza osare dirle nulla e la sua figura minuta è ancora più sottile nell’ampia gonna a balze e nel corpetto che la stringe mettendo in risalto il seno su cui spicca la goccia di sangue di un corallo terra di sogni fantasticata tante notti con gli occhi aperti in letto e mentre ripasso per l’ultima volta la parte il chi è di scena mi sorprende entrando insieme nel cono di luce sull’assito che ci separa dalle ombre fitte della platea e siamo soli pronunciando le parole ardenti della passione che un altro ha scritto e io sono il Nero e lei la Bella ma quando la stringo a me ti adoro dico e sono
io Giulio che parla sono tua risponde lei e sento il fremito che la scuote e allora lo so la mia Bella è lei è Anna Anna la mia Anna… E così eravamo lentamente scivolati dalla finzione nella realtà uno nelle braccia dell’altra.
Ma la realtà, com’è noto, ha i suoi spigoli, i suoi chiodi, i suoi cocci, i suoi frantumi. E insomma: le sue contraddizioni. E mentre mi addentravo per la prima volta in quel continente che è il corpo di una donna, non mi davo pace che altre mani l’avessero percorso, avessero violato i suoi misteri. Quell’insensata gelosia finiva per sconfiggere la tenerezza che Anna mi donava, in domande ossessive, in lunghe recriminazioni, in interminabili accuse… finché l’urgenza del piacere ci travolgeva di nuovo in un abbraccio che cancellava tutto… fino alla prossima volta.
Piero, che era un vero amico, aveva deciso di innamorarsi anche lui, e aveva proposto a me e ad Anna di trascorrere l’estate in un paesino sulle alture del lago di Como insieme a lui e alla “Signora dagli Occhi Lunghi”, come aveva soprannominato il suo amore in una poesia che le aveva dedicato. Scendeva le scale la sera quella donna dai tratti esotici, si sedeva sul divano accanto al caminetto scoppiettante, ci guardava come chi si accinge a porgere un tesoro in dono, prendeva la chitarra e iniziava a cantare. Non era una voce, era un miracolo, una fontana che zampilla nella quiete della notte, una cascata di stelle, I’eco primigenia di un’antica armonia. Ma poi si rompeva in schegge, si straziava d’addii, saliva, saliva, saliva fino a ridere col grido degli uccelli nell’alto dei cieli, tornava sulla terra e ti cullava come l’onda di risacca. Kathy Berberjan
cantava e noi viaggiavamo con lei per lingue, epoche e paesi: dai madrigali del cinquecento alle mondine della bassa, dalla nostalgia senza nome di un fado lusitano a Yellow submarine o Sargeant Pepper dei Beatles, da un canto provenzale alle straordinarie partiture di soli suoni e interiezioni che il marito, Luciano Berio, aveva composto per lei. Per la prima volta mi rendevo conto che “magia della voce” non è solo un’espressione metaforica, ma una realtà di cui quell’artista straordinaria ci faceva partecipe, come solo avrei riudito, anni dopo, in Demetrio Stratos, quando mi fece l’onore di interpretare Amna, un brano della mia Cantata per Tall el Zaatar. Artisti, Demetrio e Kathy, che osano spingersi ai limiti e da lì, come angeli,
spiccano il volo allontanandosi troppo presto dal mondo. Un mondo che nel corso della sua carriera Kathy Berberjan aveva percorso in lungo e in largo, calcando le scene a Roma, New York, Berlino, Mosca, Pekino, riscuotendo ovunque il successo che meritava.

Anche noi, naturalmente, sognavamo il successo quando finalmente il diploma stilato su una cartapecora preziosa quanto regolamentare ci aveva consacrato attori. Ma la prima esperienza fu quanto meno deludente: una platea di bambini vocianti al Teatro dell’Arte dalle parti del Parco, una commedia, peraltro gradevole, di Luigi Santucci, il cui titolo, Ciò che avete in più datelo ai ricchi, già bastava a contraddire le mie convinzioni più profonde, e soprattutto un regista viscido e dai capelli unti, un tal Barbieri, il prototipo del democristiano che andava allora di moda, tutto sussurri, Dio e sfregarsi di mani, il quale, dopo più di un mese di autentica tortura con quei piccoli diavoli scatenati che facevano tutto tranne che ascoltarci, era riuscito, con qualche cavillo dell’unica arte in cui eccelleva, a imbrogliarci e ad andarsene senza pagarci le miserabili duemila lire di diaria che la nostra scrittura ci valeva. Dopo essermi rimesso da un esaurimento che mi induceva a tentare di strangolare ogni bambino che incontravo, un giro di telefonate e: Consiglio di guerra. Che fare? In realtà la risposta all’illustre e fatidica domanda l’avevo già. Io, che non posseggo né patente né auto e che amo quindi camminare, ero passato un giorno, nelle mie lunghe peregrinazioni in cerca di una piccola vittima, in via Poliziano, al quartiere cinese, e qui il mio futuro mi era balzato incontro nell’insegna di un bar, Le
Clochard
, un locale che aveva una sala al primo piano dove a tarda sera attori, cantanti, intrattenitori, giocolieri e quant’altro si esibivano. Era, il Le Clochard, il primo in assoluto dei tanti cabaret che sarebbero nati come funghi a Milano e in tutt’Italia, e, al contempo, la soluzione di tutti i nostri problemi: non più la tirannia di registi raffazzonati, ma soli, belli, indipendenti. Al cabaret. Vinco con la mia ben nota facondia le obiezioni di Anna e di Pierluigi Rossetti, un nostro compagno che avevo convocato al famoso Consiglio, siamo in tre e quindi ci battezziamo Teatrino dei Tre, che per via di assonanze e allitterazioni suonava
benino, Pierluigi, contagiato da quell’entusiasmo nomenclatore, decide che d’ora in poi si sarebbe chiamato Tomaso, con una sola aristocratica emme, e un altrettanto improbabile Benci di cognome, Anna, per non essere da meno, prende, con mio sommo fastidio, a miagolare Jou-Jou ogni volta che mi vede e così, risolta bene o male la questione dei nomi, siamo pronti per… Ah già… Il repertorio… Niente paura: tanto Prevert e Tardieu, in omaggio alla mia francofilia, una spruzzatina di Mike Nichols, qualche goccia del teatro in tre minuti di Achille Campanile, una punta di Brecht, che un po’ di amaro non guasta… Et voilà, le cocktail est fait pour se rendre AU CABARET!
O meglio, ai cabaret: il Le Clochard, il Derby club, a Milano, I’Intra’s club a Bologna, e poi Bergamo, Firenze, Roma… Erano, quei locali, un’ottima scuola, non solo di teatro ma di vita, un osservatorio che permetteva di cogliere gli impercettibili cambiamenti che iniziavano a trasformare il paese, quasi che le sue diverse anime si dessero lì convegno. Giovani arruffati, con barba e occhiali e certe giacche sformate dalle cui tasche faceva capolino un libro, signori pensosi e assorti, quasi partecipassero a un rito, donne in gruppo che ostentavano una sigaretta spavalda mettendo in mostra le gambe. Ma anche, ed erano quelli che più mi incuriosivano, certi grassoni in età con giovanissime svampite al fianco, trafficoni in doppiopetto che non
smettevano di scambiarsi cenni, giovanotti chiassosi, camicia aperta, petto villoso e catena d’oro, capaci di spendere una fortuna in una sera. Vedevo in costoro quello che avevo letto sui libri di Marx, gli uomini alienati nel senso dell’avere, la razza di coloro che sono ciò che hanno, una razza cresciuta oggi a dismisura e alla quale non facciamo quasi più caso, ma che allora non mancava di colpirmi.
Se il pubblico era quello, gli artisti che dovevano intrattenerlo sembravano usciti direttamente dal libro della fantasia, personaggi pittoreschi e favolosi come Jean Tchekò, il principe gitano che cantava il martirio del suo popolo nei lager, o Katiuscia, la bella, uscita chissà come da qualche impronunciabile paese del Caucaso, che prima affascinava gli spettatori con le sue lunghissime gambe per fargliele immediatamente dimenticare rapendoli nel turbine di neve delle canzoni della sua terra misteriosa, e quelli che avevamo soprannominato l’articolo il, Gero, il minuscolo mimo e Flavio Bonacci, lungo lungo e dinocolato, bombetta e scarpe sfondate, indimenticabili Vladimiro ed Estragone nel Godot di Beckett, o “Il Pittore in Tre Minuti”, che faceva sbocciare come per incanto sulla scena un quadro dipingendolo nel breve spazio di un numero mentre gli artisti si esibivano, e Walter Valdi, faccia da ragioniere, milanese del Vicolo delle Lavandaie sui Navigli, che aveva stravolto l’esotica melodia della Bossa Nova per cantare, con l’espressione imperturbabile di un Buster Keaton di periferia, la Busa Noeuva, la voragine che si era aperta nella sua via… E poi i personaggi già allora famosi, Umberto Bindi, con la sua aria da Chopin tormentato e il bicchiere perennemente posato sul pianoforte, Jannacci, appena laureato dottore, che sottoponevamo a lunghissimi assedi per estorcergli le ricette che curassero le malattie che tormentavano la nostra ipocondria, e la danza sulla tastiera delle dita di
Intra o di Sellani, e Bruno Munari, che dell’arte aveva fatto la sua religione, e sceglieva
quei locali per presentare i suoi libri straordinari, fatti di cartone, di stelle e di sogni… E infine i mostri sacri, come Charles Trenet, che compariva, panama, giacca bianca e garofano rosso all’occhiello, facendo il suo ingresso regale al Derby club e Bongiovanni, il gestore, spediva il figlio giovinetto a chiudersi in camerino -dove del resto diceva la leggenda fosse stato partorito- . “Non sci scià mai”, mi sussurrava con l’accento che non aveva perduto della sua Romagna, dandomi di gomito e indicando lo chansonnier sulle cui preferenze sessuali era tutto un fiorire di ammiccamenti e di sussurri…

Vita randagia quella dell’attore: alberghetti scricchiolanti, portafoglio che sbadiglia, cene a mezzanotte, sveglia tardi, valige sempre pronte. E tanta allegria. Un mattino uscendo in banda dal Teatro Olimpico a Vicenza avevamo seguito e scherzato con una ragazza, un’operaia diceva il grembiule blu che la fasciava come una regina mettendone in risalto le forme statuarie. “Come ti chiami?”, le avevamo chiesto. “Rosetta”, aveva risposto scomparendo, come il simbolo di una bellezza che avrei in seguito tante volte in vita mia sfiorato.
A Vicenza ero venuto da solo, anche per concedermi una pausa di respiro dal clima soffocante in cui si andava lentamente dissanguando il mio amore con Anna. E ogni giorno in scena pronunciavo l’eterna
domanda della guerra –Il tuo uomo Farnuco dov’è? E il bravo Ariomardo? Dov’è Sevace principe, Lileo, gran sangue…– il grido che in ogni epoca e latitudine risuona sulla bocca dei sopravvissuti chini sulle vittime, illustri o sconosciute che siano. Recitavo nel coro dei Persiani sotto l’occhio attento di un maestro della regia, un greco, Rondiris, che l’anno dopo, nel ‘67, sarebbe stato imprigionato e torturato dai colonnelli che per sette anni avrebbero sfigurato la culla della democrazia. Quella democrazia che con Eschilo ateniese figlio di Euforione avrebbe saputo trovare le parole della pietà nei confronti dei nemici sconfitti. Una cosa impensabile, oggi che di democrazia tanto ci si riempie la bocca mentre nel ghigno degli psicopatici della Casa Bianca, e dei loro reggicoda di ogni dove, i poveri corpi smembrati dai loro aerei sono un niente, numeri, danni collaterali. “Loro picchiavano forte“, raccontava l’araldo rievocando il disastro di Salamina, “troncavano gli uomini in due: una mattanza, diresti, un volo di reti -strage di pesce…“. Poi finivano le prove e tornavamo ragazzi, uscendo dal teatro nel sole della piazza, seguendo le fanciulle, facendo il verso al birignao di Elena Zareschi, la regina Atossa, o raccontando barzellette su Calindri, il re Dario, che mi
sorprendeva sempre fosse senza foglie e senza spine, abituato com’ ero a vederlo alla televisione nella réclame del Cynar, il noto aperitivo a base di carciofo, e “contro il logorio della vita moderna”.
Di quella banda scanzonata faceva parte anche Giulio Brogi, araldo in scena e burlone in strada, interprete di lì a poco, insieme a uno straordinario Lucio Dalla, di un film che avrebbe fatto epoca, Sovversivi dei fratelli Taviani, la storia di un fotografo e di un rivoluzionario latinoamericano che si incontrano durante i funerali di Togliatti a Roma.

E sovversivi ormai lo eravamo diventati veramente. La rivolta era iniziata, come di consueto per i giovani, nei nostri armadi: i vestiti sono infatti il segno più immediato e più visibile di una distinzione e di un’appartenenza. Dai primi timidi tentativi di liberarsi dalla schiavitù della cravatta per i maschi e dalla tirannia di golfino e camicetta per le femmine, eravamo arrivati alla fine a un vero e proprio carnevale: giacche gialle, giubbotti sgargianti, baschetti alla Guevara, pantaloni scampanati, i primi eskimo, o quei giacconi afgani ricamati come quello che indossava Paolo Setti quando lo conobbi al suo ritorno da un viaggio a Kabul, che non era la distesa di macerie che è oggi, ma la città favolosa dove Alessandro Magno si era innamorato della bella Rossana. E i capelli che si allungavano, le barbe che crescevano e, per il batticuore dei nostri desideri, le prime minigonne, inventate da Mary Quant, la regina di Carnaby street e grande amica
dei Beatles, dei quali, tra l’altro, avevo preso a fischiettare una canzone, Michelle, che mi era più comprensibile se non altro per le parole francesi del ritornello e che mi sembrava la colonna sonora appropriata della mia sempre più tormentata vicenda con Anna. E, a ben pensare, l’abbigliamento aveva avuto una parte non secondaria nei primi fermenti all’università: stanchi di vedere il dito imperioso dei bidelli scacciare le nostre compagne in pantaloni, ci eravamo fatti paladini del loro sacrosanto diritto di vestirsi come diavolo volevano. Ma la libertà è una malattia contagiosa che non poteva naturalmente limitarsi al guardaroba, senza contare che essendo studenti estremamente coscienziosi e diligenti volevamo mettere in pratica quanto i nostri maestri ci insegnavano e che strideva talmente con una società basata sul denaro e sull’ineguaglianza che esso crea. E, uscita dai libri, la parola sfruttamento divenne la lente con cui guardare e giudicare quanto ci circondava. Ma, come dice l’adagio, le pulizie cominciano dalla cucina di
casa propria, e di una bella ripassata anche le nostre università avevano gran bisogno: dalla liberalizzazione dei piani di studio, al diritto di riunirsi in assemblea per discutere i nostri problemi, alla necessità sempre più impellente di buttare definitivamente nella spazzatura quel vero e proprio schifo che ammorbava col suo fetore l’aria: i fascisti. E forse i fratelli Larussa, uno dei quali oggi è purtroppo parlamentare della nostra sventurata repubblica, e che andavano in giro allora con cappotto di pelle nera, spranga e cane lupo al guinzaglio, ricordano ancora il lavoro di ramazza con cui la nostra ansia di pulizia ci liberò definitivamente di loro e dei loro degni compari. E ormai ci avevamo preso gusto. Disinfestare era la parola d’ordine: la società dai padroni, e il mondo dalla guerra. E quindi i primi contatti con gli operai, il fiorire di innumerevoli riviste, il sorgere dei primi gruppi fuori dai partiti tradizionali, il diffondersi di un termine orribile per dare un nome al nostro impegno e alla nostra generosità: militanza. E noi stessi del Teatrino dei Tre, smessi i panni frivoli del cabaret, ci trasformammo in “militanti” iniziando a collaborare con Paolo Maltese, un siciliano di antica baronia, di quelli che fanno onore alla loro terra, nei suoi recital di denuncia della mafia, dei misfatti del regime franchista e, naturalmente, delle atrocità americane in Vietnam. E, a questo proposito, quasi ogni settimana, in via Vittor Pisani, erano botte da orbi con la polizia sotto il consolato americano dove andavamo a protestare per i democratici e quotidiani massacri perpetrati dagli yankees, e mentre, tornato a casa, mi spalmavo salutari unguenti sui lividi delle manganellate, giuravo a me stesso che mai e poi mai avrei imparato la lingua di quegli stramaledetti cow-boys. Ognuno di noi stava insomma acquistando individualmente i tratti che avrebbero formato l’identità collettiva di tutta una generazione.

Una generazione, quella del ‘68, che fece il suo debutto in anteprima sulla scena disastrata della Firenze dell’alluvione del novembre del ‘66. Una città da stringere il cuore: fango dovunque e fino ai primi piani delle case, un cielo livido, il Cristo di Cimabue pencolante e lordato sull’altare e, buttate qua e là dalla furia del fiume, le automobili, come giocattoli che una mano capricciosa avesse scompaginato… E dovunque una folla di giovani con stivaloni di gomma, incerate, guanti, venuti da ogni parte d’Italia per ripulire la città –si vede che quello della pulizia era proprio il nostro destino!- e liberarla dai detriti. Gli angeli del fango, come ci avrebbero immediatamente battezzato i giornali e attestato con la solita regolamentare pergamena rilasciata dal Comune di Firenze trent’anni dopo. Io ero di stanza nei sotterranei della Biblioteca Nazionale a tirar su i preziosi codici, incunaboli e manoscritti lì custoditi e debbo dire che mai come in quell’occasione
doveva sfinirmi il peso della cultura. Nelle pause che ci concedevamo era tutto un fiorire di discussioni, una scoperta di idee e di ideali comuni, uno scambiarsi di indirizzi, di promesse di rivedersi. Michele Ranchetti, un allora giovane, e nonostante la situazione azzimato, professore di storia delle religioni, che andava in giro per fanghi e sotterranei con una sua graziosissima allieva, Alessandra, lo avrei rivisto qualche mese fa, scoprendolo mio illustre collega, autore di uno dei libri di poesia più intensi mai pubblicati, La mente musicale, e mi rivelava Michele in quell’occasione che la giovane da me ammirata e a me ignota era Alessandra Ginzborg, parente di quel Paul Ginzborg, organizzatore dei girotondi che sono un argine gioioso in difesa della democrazia contro chi la democrazia ogni giorno la rosicchia. Ma allora erano il freddo e la
fatica che ci accomunavano.
Quel novembre pareva non dovesse mai smettere di gocciolare. Ero fradicio di pioggia quando, tornato a Milano, vidi per l’ultima volta Anna scomparire dietro l’angolo di Corso Genova.

Ticchettava ancora contro i vetri la pioggia quando, un pomeriggio, squilla il telefono. “Buongiorno Giulio, avrei urgente bisogno di vederla…”. Una voce compita, gentilissima, un lei rigoroso, mitigato solo dal nome di battesimo che si permetteva data la differenza d’età. Non so in quale guerra il Colonnello Valagussa, che mi appariva straordinariamente vecchio, avesse guadagnato i gradi: certo avrebbe meritato di essere promosso sul campo generale per la sua strenua difesa degli interessi dei giovani attori di cui era agente. Se Valagussa vuole vedermi, deve essere una cosa importante, almanacco fra me e me mentre corro al suo ufficio in via Santa Marta. Un bugigattolo ingombro di manifesti, di foto, di vecchi copioni, e, dietro la scrivania, un uomo imponente, dai baffoni soldateschi e dagli occhi buoni. “ Dunque”, tergiversa Valagussa,
“si tratta di un lavoro particolare… Ma ci sono molti soldi, le vengono assicurati regolari passaggi televisivi. E poi”, mi fa guardandomi come un alfiere che valuti il suo cavallo “mi pare che lei abbia il fisico adatto”.
Fisico, soldi, televisione… già mi vedevo nei panni di un giovane mattatore, un futuro Gasmann, un emulo di Ermete Zacconi, un sodale di Laurence Olivier… “Mi dica, Colonnello!”. L’impazienza della mia voce non lo scuote né punto né poco, e attacca tutta una tiritera: che viviamo in tempi moderni, che bisogna capire i nuovi linguaggi, che avrei avuto un bel costume, che anche la pubblicità è un’arte e che insomma, conclude trionfalmente “Le propongo il ruolo di Superdash!” “COSA?!?!”. Ma sì, avrei dovuto vestirmi da Nembo Kid, con una grande esse sul petto, indicare il fustino, dire le frasi d’uso e “Diventerà una celebrità,vedrà…”. Tutto quel rincorrersi di a accentate non riesce a placare il groviglio dei miei pensieri. E mentre dentro la mia testa una vocina mi diceva che in fondo anche Calindri da carciofo si era trasformato in re, e
persiano per giunta, fuori, quella stessa testa si scuoteva in dinieghi che diventavano sempre più decisi man mano che il buon Colonnello magnificava la mia futura sorte di paladino del bucato –una vera e propria ossessione questa della pulizia-. Alla fine il vecchio soldato dovette arrendersi di fronte alla mia ostinazione, ma, poiché mi voleva bene e forse aveva avuto sentore dei miei drammi sentimentali, non potendo alleviare la desolazione del mio cuore, pensò di curare la fame del mio portafoglio proponendomi la parte di Colin alla Piccola Commenda, che accettai immediatamente con un sospiro di sollievo e un reverente e grato pensiero al dio degli attori che mi aveva scampato da cotanto periglio.
E così erano iniziate le prove, e il rito che le precedeva: la partita a flipper, quella misteriosa canzone, Eleanor Rigby, che mi pareva dovesse cucire insieme tutto quanto avevo fino ad allora vissuto, il caffè, l’ultima sigaretta e via in teatro… La sera della prima, come è buona tradizione, andammo a mangiare tutti insieme, con Dolores Pizzoli, l’adorante marito e una schiera di amici vari, al Dollaro, un locale in viale Montenero che per seicento lire, l’equivalente allora della mitica e blasfema banconota verde, su cui c’è scritto In Dio Crediamo, dava da mangiare un’ottima bistecca alta due dita con contorno di patatine fritte
condite con una vera e propria novità: il ketchup. Mi stavo ancora pulendo la giacca, che per l’occasione avevo scovato negli armadi della mia adolescenza, dalle stupide macchie di quel micidiale intruglio, quando, alle quattro del mattino, insieme ai miei tre amici e colleghi, alla Stazione Centrale, aspettavamo l’apertura del chiosco dei giornali per leggere le recensioni allo spettacolo e le lodi della nostra bravura. Qualche benevolo trafiletto, in effetti, ce l’avevano dedicato, ma la notizia che campeggiava in prima pagina era il suicidio di Luigi Tenco al Festival di Sanremo.
E di morti i giornali erano pieni. La goccia che fece traboccare il mio vaso già abbondantemente pieno, fu quell’incredibile foto pubblicata dall’Unità e dal Giorno, che allora era un giornale democratico: tre ragazzoni in uniforme, sbracati e ridenti, che reggevano per i capelli la testa mozzata di tre patrioti vietnamiti. E così, approfittando della sospensione pasquale dello spettacolo alla Piccola Commenda, presi un treno per Firenze. Tornavo nella città che avevo contribuito a ripulire deciso a trasformarmi da angelo del fango in angelo vendicatore. Una vendetta da poco, in fondo, commisurata all’enormità dei crimini, ma che era andata, con mia somma soddisfazione, a spiaccicarsi sotto forma di uovo sulla faccia tronfia del vicepresidente americano Humphrey in visita alla città mentre era attorniato da una folla plaudente di suoi
compatrioti. Risultato: tante botte da parte di giovanottoni americani identici a quelli della foto dell’Unità,qualche giorno di prigione, articoli sui giornali scandalizzati per il mio gesto incivile, interpellanze in parlamento, un processo in cui l’allora giovanissimo sostituto procuratore Vigna mi aveva sì condannato ma concedendomi le attenuanti per i particolari motivi di valore morale che avevano ispirato il mio favoloso e precisissimo lancio. Avevo ricevuto anche, insieme a tante lettere anonime di minaccia, un telegramma di congratulazioni da parte di Michele e di Alessandra.
Tornato a Milano, avevo ripreso la solita trafila: flipper, Eleanor Rigby, caffè, sigaretta, teatro… Quando entravo Dolores Pizzoli scuoteva la testa in segno di disapprovazione, e persino il marito cessava per un istante di adorarla, bofonchiando qualcosa che non capivo, ma dal tono certo non benevola nei miei confronti. Recitavo… Ma ogni sera in scena i miei baci diventavano sempre meno appassionati, così come, di giorno in giorno, si andava affievolendo il mio amore per il teatro. Avevo 23 anni. Sentivo altre urgenze.
Avevo ripreso a scrivere. E mentre andavo incontro alle gioie e ai dolori che mi erano destinati, non sapevo che la mia poesia e la mia vita avrebbero, per così dire, seguito la cadenza di due strofe di una canzone le cui parole mi erano allora –e fino a pochi giorni fa quando Deborah, mia moglie, che è americana, me le ha finalmente tradotte- mi erano, dicevo, assolutamente incomprensibili:

Da dove viene tutta quella gente sola?
(All the lonely people where do they all come from?)

Ma verranno i giorni del freddo
i senza sorriso
assurdi
medievali
precipitando
con tintinnìo di chiodi
contro le dighe incessanti
della notte
So che un tramonto
sarà eguale
a due cani che si rincorrono
conosco la piccola morte
di chi mangia solo
e quanta ombra
mi scava
nel futuro del volto
Così
una porta
lungamente
va cigolando
in una casa
disabitata
E forse perché in te
tutto amai
me ne andrò
senza libro
e senza stella
ma come
attraverso una pianura
chi trascina
la propria ruota genitale
Saremo allora
talmente lontani
che la sirena delle fabbriche
ci sorprenderà
sulla soglia
di un ristorante meridiano
con un vago
sapore di lacrime
Gli orologi delle cucine
dove l’uomo solo
distrattamente mangia
fra un muro di piastrelle
e una notizia
fissando gli occhi
lungo le infinite parallele
di un rancore senza ricordi
e poi
scuotendo la testa
mormorando
come ubriaco
le stesse parole
per tenersi
compagnia
o sentirsi
disperatamente
vivo
e quindi
alzandosi
fra i piatti sporchi
testimonianza
o maceria
di una
ripetuta
quotidiana
sconfitta
s’avvicina
alla finestra
accende
una sigaretta
di cui
stringendosi nelle spalle
non tiene più il conto
guarda
un angolo
di cortile
fuori dai vetri
scaccia
il fastidio
dell’infanzia
che all’improvviso
lo prende alla gola
nell’eco di un girotondo
dabbasso
e nel silenzio
si abbandona
a quel
tic tac
tic tac
tic tac
su cui
gli fuggono
i pensieri
mentre
fra le dita
la brace
consumandosi
lentamente
si fa cenere
Si confonde ormai
il passo con la scarpa
e dovunque il minerale
impone la sua dura
morta legge
E il tempo cade muto
chiudendo ad una ad una
le finestre
finché solo la pioggia
va disperdendo
nell’ora lunga dei pomeriggi
i messaggi
delle ultime bottiglie
Fummo
ci ritrovammo
camminammo
per poi allontanarci
senza parole
estranei e solitari
come vecchi zoppi
No
non voglio ricordare
quel che mi riserva
l’autunno
il verdetto degli specchi
o la stanca cicatrice
dei tramonti
Non voglio udire
la goccia lenta
dei lavandini
cadere
incessante
monotona
spergiura
Non voglio frugare
dentro gli armadi
per riconoscere
il giro delle stagioni
e il passato
e il presente
Ma tu sarai lontana
perduta
lungo i crocevia del pianto
senza luce
né sponda
Allora
le mani della notte
si apriranno
perché una pietra
e un’altra
e un’altra
a lungo mi rotolino
e infinitamente
sulla sinistra del cuore
E poi
le strade della notte
Margherita che scendi le scale
nel tuo delirio di sogni
e bicchieri
stringendoti morti bambini
fra i denti
e parlando
parlando
parlando
verso gli abissi
di una geografia
da cui fuggirono per sempre
le camere odorose
dell’infanzia contadina
Margherita
che ti chiami Daisy
per gioco appreso
sulla lunga attesa dei fumetti
e riscattando in un sorriso talvolta
le mani che ti brancicano
le mani che ti prendono
le mani che ricercano
solo ciò che per tante mezzanotti
hai per sempre perduto
portando in borsetta
pistole giocattolo
per difenderti dall’ombra
Margherita di suore
e aghi che ti trafiggono
in fantasmagorie di ospedali
ridente di barzellette
e tutta la solitudine
che ti fa nere le unghie
oscena
nella tua semplice dignità
ferma agli angoli
aspettando un tram che non arriva
Margherita detta Daisy
dai tuoi sogni di carta
indossatrice dicevi
e ancora parlando terre e vigne
del Piemonte che ti porti sul labbro
sperduta e pallida
lungo le panchine
una sera
con una cagna e una pistola
giocattolo della violenza
che da ventisette anni
ti ferisce nel profondo
della tua orfana statura
e con pietre
Margherita
con fiori di carta
con denti che ridono
con borsette e con gonne
con tutta la vita che ti stringe alla gola
per giungere ad un angolo
dove uomini forse ti attendono
nello scongiuro di fotografie
promettendo di non bere più
e sempre trascinandoti
da un bar all’altro
che nonostante sai amare Margherita
scoppiando in risate improvvise
di barzellette
nervosa tu dici
e pazza perché nata sotto un cuscino
nella tua incosciente e lunga notte
dopo aver guardato dentro lo specchio
di un tempo che ti dice no
con rughe attorno agli occhi
eppure giovane
giovane di passi e sorrisi
stringendoti pellicce di pelo finto
giunta fin nel cuore degli inverni
per rimpiangere calori mai visti
Margherita
detta Daisy
con civetteria contadina ancora
di strade provinciali
da cui passarono corriere
quel giorno che decidesti per sempre
di lasciare le vigne e il paese
per ritrovarti lungo angoli di cemento
panchine
panni stesi
case a buon mercato
mani brancicanti in sospiri che fingono
l’amore
in precipitante fuga
verso bicchieri
e vuoi vivere
vivere Margherita
detta Daisy
col tuo corpo lungo e magro
aggrappandoti al primo che incontri
puntando pistole occhi di notte
contro ombre inconsapevoli
della tua discesa infernale
dei tuoi gradini
che portano a stanze di solitudini
coi manifesti dei cantanti alla moda
e i dischi delle ultime canzonette
per dimenticare nel giro
di tre minuti
l’ombra di chi ti promise
di chi ti parlò
di chi ti prese
di chi ti abbandonò
per sempre in questo imbuto
di solo cemento
Margherita detta Daisy
fissando le stelle e piangendo
con vestiti lunghi
e gonne civetteria
di carta straccia
inseguendo sulle caselle di parole
incrociate
anagrammi di felicità sconosciute
di sicurezze spese
di sentimenti malricambiati
e la tua piaga Margherita
di bambini
che ti dici Daisy in un sogno
che ti va largo
come il vestito che porti
che lavori dalle suore
che hai il terrore di ospedali
e di lunghe punture
proprio dentro il cuore
Margherita
sognante solitaria in fondo a stanze
che ricerchi solo l’amore
quello che ti dicevano da bambina
nelle favole
per poi svegliarti
in quest’incubo di case e panchine
in quest’ora lunga tutte le sere
senza sapere che cosa fare
e senza il figlio che sognasti
che ti portarono via morte e infermiere
che dici di avere allattato
per poi contemplare solo fotografie
su comodini crudeli
Margherita
detta Daisy
per telefonarmi talvolta
per dire
il mio maschio poeta
16
altro inganno che conosci
da occhi che ti fissano
nella girandola furiosa
di parole che non vogliono stare al loro posto
nascosta e annegata dentro sogni di cartapesta
per ricordarti semplicemente
della tua maternità trafitta
e del nido segreto
da cui i sogni prendono il volo
come anatre impazzite
Margherita
e l’ora lunga di uno specchio
in cui ogni sera
tornando da strade e da risa
solitaria
scontrosamente
ti contempli

Padre McKenzie che scrive le parole di un sermone che nessuno ascolterà
(Father McKenzie writing the words of a sermon that no one will hear)

C’è sempre
un muro da varcare
un passaporto
un controllo
il terrore improvviso
di dimenticare
perché ti trovi proprio
in quel posto e non
altrove
la fila lunga
delle valigie
qualcosa da
dimostrare
il respiro degli altri
che avverti
come un’oscura
minaccia
il tonfo di un timbro
sul foglio
che ti concede
di esistere
un neon
una porta
un orologio
Inequo
dice con voce lenta
il provvedimento è inequo e noi
non lo possiamo accettare in otto
attorno al tavolo in rappresentanza di più
di tremilaseicento operai un cartellone
pubblicitario che vedo dalla finestra afferma
che la vita è meravigliosa e inequo
torna a ripetere e più della parola
o della situazione la storpiatura della
parola pone un problema denuncia che
con la parola molti si storpiano la vita
la quale per altri è meravigliosa perché
questi appunto vivono così e che lo
sfruttamento non è una parola la storpiatura
della parola dunque lo testimonia
e rivela altresì che la parola giusta
deve essere ancora detta
perché tutto ciò
com’è giusto
finalmente
scompaia
Come non ha
importanza
smettere di fumare
ad esempio è già
un ottimo
sistema o fare
ginnastica anche
può essere
l’inizio
l’essenziale è
trovare una leva
un appiglio
che ti faccia
esistere
fuori di te
qualcosa con cui
confrontarsi dunque
una resistenza
anche minima
un esercizio modesto
e ogni giorno soprattutto
18
imporsi di uscire
di casa
dedicare almeno
un’ora
al passeggio
per le strade e le
piazze dove cammina
una possibile
fraternità
E da sempre
considerati
fiato
e sudore
considerati
quelli
che ci si ingrassa
al tempo
dell’abbondanza
e che in tempi
di crisi
si scaccia
noi
uomini
tuttavia
e non
numeri
da allineare
in colonna
o bestie
trascinate
dove
la vita
l’appendono
per affittarla
ad ore
della ricchezza
comune
fondamento
pur essendone
noi
esclusi
qui
giunti
dagli anni
e senza nulla
dimenticare
di quanto
negli anni
ci pesa
ben conoscendo
del lavoro
il costo
per averne
nel sangue
e nella carne
sempre
pagato
il prezzo
polvere
roca
della
rassegnazione
trasformata
in canto
oggi
e con i sogni
nostri
tutti
interi
fino a quando
chiediamo
all’arroganza
dovremo
chinare
la fronte?
è giusto
chiediamo
sian pochi
a decidere
e molti
a subire?
e al banchetto
chiediamo
i posti
son stati davvero
in eterno
fissati?
è forse il destino
chiediamo
che sulla terra
a passare
di sbieco
ci danna?
Ciò di cui si parla e che spesso
si dimentica è che infine
ognuno ha il diritto di abitare
il mondo nel tempo che gli è dato
sapendo che serberà il ricordo
di un fiore forse di un geranio
o di una nuvola quel giorno
come un sospiro sopra il lago
quando si strinsero le mani
in un pegno di speranza
e che il suo compito appunto
sulla terra in nient’altro consiste
se non nel proteggere un fiore
una nuvola un sospiro
E non più macerie
se dentro di noi scaviamo
per uscire nuovi finalmente
alla vita
la parte dell’ombra sconfitta
da mani scongiuri che si stringono
come fosse la prima volta toccando
ogni cosa
ed inventando nomi con lo stupore
di un’infanzia che si apre al mondo
al vento spargendo i semi del sogno
per gettare le fondamenta di costruzioni
future
che smentiscano la gabbia che ci costringe
in calcoli lunghi
in polvere
in orologi
sbriciolata sabbia
del tempo che c’è dato
dove ognuno guarda
obliquamente all’altro
e distruzione è la legge
frantume la ragione
e odio il risultato
Ecco il compito
che ci attende
Il
mai
fatto
Ciò che renderà
vero
quel che viviamo
vivo
ciò che speriamo
L’acqua scorre
e il sasso resta
Con la sua bambola
lungo il fiume
la bimba cammina
sussurra una canzone
…bella da niente
che sarai regina
sarai luna
sarai stella
e il vento ti porterà
via
cucendoti un vestito
di rugiada e di viole
t’affiderò la mia ferita
perché sbocci come un fiore
con te sarò sovrana
dei regni dell’aurora
aquila danzante
alla periferia del sole
erba sottile
accarezzata dall’amore
farfalla taciturna
che s’incendia di colori
bella da niente
che sarai regina
perché il mondo m’accolga
in un riso di stupore…
Con la sua bambola
lungo il fiume
la bimba cammina
sussurra una canzone
E il sasso resta
ma l’acqua scorre

Giulio Stocchi

2 pensieri su “Eleanor Rigby

  1. Molto bravo nel farmi salire malinconie ma anche risate, bevute e tanti baci. Un tempo passato che lascia qualcosa di più di un grande ricordo, lascia l’amaro/dolce d’essere stati meravigliosamente giovani ma anche la tristezza , ogni volta che ci guardiamo intorno, e non troviamo più quella voglia di cambiare e di essere protagonisti del nostro tempo. Il passato (quello del racconto) resta inciso fortemente in un muro che oggi divide la gioventù da una vecchiaia che non avanza solo in quei meravigliosi ricordi. Grazie mi è piaciuto il tutto moltissimo.

  2. Infinitamente grazie, per questo racconto di testimonianza e per le poesie. Sono andato anche su Youtube a cercare Cathy Berberian, ho trovato un bel concerto di Berio, e insomma è stata una scoperta tardiva, che mi ha fatto bene. Nel racconto di Stocchi ho ritrovato luoghi che avevo dimenticato, e chissà se avevo dimenticato per via della tristezza; non so, è anche normale essere tristi quando si è adolescenti; era tutto così intenso, questo sì; però poi le cose cambiano, non sono più le stesse. Ma capisco che non si tratta di nostalgia, che dietro c’è l’intenzione di far capire com’è diverso quando si respira cultura e come questa ti entra nel respiro e nei sentimenti. Così oggi, sempre che non l’abbia capito da se’, uno può rendersi conto della merda che resta quando la cultura viene a mancare. E parlo della cultura vivente, che poi è anche quella dei morti, ci mancherebbe, anzi soprattutto. Spero che Giulio si rimetta in salute, ci spero, io non lo posso aiutare perché sto messo che misuro il tabacco, quello di oggi perché domattina è chiaro che smetto per forza. Comunque, a chi scrive, ai poeti, fa bene sapere che c’è una sponda da tenere presente, anche se dà una piega amara alle parole quando escono e uno si domanda se non dovrebbe allietare, se in fondo non sia qui anche per questo. Anche. Se ci riesce. Ciao

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *