SCRAP-BOOK DAL WEB – Selezione di letture

masaniello a

a cura di Ennio Abate

Più la lettura diventa distratta per la pressione torrenziale sulla nostra mente dei mass media e del Web e più non si ha modo di riflettere sulle cose lette, spesso in fretta. Stralciare da un testo che ci è parso significativo un brano, riproporlo al giro dei propri interlocutori,  commentarlo può essere un utile esercizio di ecologia e riuso sociale delle proprie letture. Ci provo e vi invito a collaborare con vostre proposte. (E.A.)

Su Napoli e la sua plebe
(Da “Napoli, la plebe e l’armonia perduta” di Mario Pezzella)

Per La Capria il trauma storico collettivo fondamentale della storia di Napoli è il fallimento della Rivoluzione del 1799, quando la borghesia e l’aristocrazia illuminata furono selvaggiamente distrutte dalla plebe: quella stessa che appare nei quadri di Micco Spadaro, come “massa di corpi che non sono corpi ma una ‘sopressata’ di carne viva, uno addossato all’altro, schiacciato sull’altro, confuso e aggrovigliato nella calca, intento ognuno alla sua quotidiana peripezia , e pure impastato nella stessa colla, che tutti lega, impigliato nella stessa vischiosa dannazione”[6]. Golem che si innalza per un poco nel furore di delitti e tumulti e poi ricade nella sua inerte inespressività. Così -dice La Capria- la borghesia vede la plebe di Napoli, dopo il 1799, così la vedono ancora negli anni Cinquanta del Novecento i suoi intellettuali “illuminati”, come la Ortese o Compagnone, così in parte la vede lui stesso. Il disastro del 1799 iscrive un trauma, una “ferita invisibile”, “sepolta nell’inconscio collettivo”, che come quelle descritte da Freud non cessa di ritornare, di ossessionare la coscienza desta, pesando come una costellazione infausta di generazione in generazione. In termini lacaniani è un “reale” privo di qualsiasi articolazione simbolica.
Ma è davvero così? Davvero la plebe è natura inespressiva e muta, priva di ogni codice? O non si tratta forse di una cultura decaduta e divenuta silente, ma che aveva la sua specificità, in quel mondo magico premoderno, che le ricerche di De Martino hanno riportato alla luce? L’inespressività non è forse una conseguenza, e non una causa, dell’impatto distruttivo che la modernità aggressiva del capitale ha imposto ai miti, ai riti, al sapere diffuso che quella cultura pure conteneva in se stessa? Ancora una volta: non è forse proprio la storia del capitalismo modernoad aver determinato il carattere inquietante della plebe del Sud?
[…]
A leggere la lunga storia che Rosario Villari ha dedicato alla prima repubblica napoletana e al suo “sogno di libertà”, sembra che sia stata questa la “grande occasione” perduta dalla città, che ebbe per qualche tempo innanzi agli occhi il grande esempio della “anomalia olandese”; e del resto si sa che Spinoza considerava Masaniello un eroe repubblicano e popolare[11]. In questa rivoluzione si realizzò in effetti una cosa inaudita, e cioè il connubio e l’articolazione simbolica reciproca tra il così detto “popolo civile”, la “borghesia” e la plebe, in un moto rivoluzionario diretto all’indipendenza. Il fallimento di questo patto, la distruzione di questo tentativo e la tremenda repressione che seguì da parte del potere coloniale spagnolo (accompagnata per altro dal tradimento dei francesi che inizialmente avevano promesso il loro appoggio alla repubblica) ha gettato per sempre l’ombra del fallimento e dell’impossibilità ad elevare la sua condizione nel cuore della plebe napoletana, che era allora proprio quella gente fiera e “tosta” che appare nelle novelle di Basile (che furono pubblicate nel 1634-1636).
Non sarà questa sconfitta, la negazione imposta alla plebe della sua volontà di diventare popolo, il vero trauma storico della città, e ciò che condusse alla definitiva e selvaggia disgregazione della sua cultura? Sembra questo il filo della narrazione di Villari, che ha il merito di mostrare come nel 1647 non avvenga un breve e improvviso tumulto irrazionale, ma venga a maturazione una breccia di libertà che si preparava da quasi un secolo, contro l’ oppressione coloniale del Viceregno. Sotto le ceneri della sottomissione si sentiva ancora distintamente la possibilità e la potenza del “divenire popolo”: “Il sogno di libertà è storia: un movimento composito e multiforme che coinvolse popolazioni e singole personalità, uomini e donne, si collegò idealmente con le correnti di riforma dei centri più importanti dell’Europa moderna e della stessa Spagna, e culminò nella rivoluzione del 1647, prevista e sorprendente”

Bauman sulla bellezza
(da Attilio Mangano su FB)

Quello che ci occorre se vogliamo migliorare le cose, ci dice l’esperienza del secolo appena trascorso, è la capacità di interrompere le routines, di uscire dalla nostra chiusura e dai nostri meccanismi di rassicurazione. L’arte moderna è una forma più intensa della capacità di andare contro le regole (Foucault). Ma perché questo sia possibile e abbia efficacia, sarà proprio il dissonante, il disturbante, la bruttezza e l’ingiustizia appena sotto la superfice della nostra vita e delle nostre abitudini quello che l’arte dovrà far vedere. Come in Houellebecq, come in Hanneke. Occorrerà esporre le persone a ciò che non è bello, se vogliamo che la bellezza faccia il lavoro che le abbiamo affidato, migliorare il mondo e noi stessi.
E dunque – questa la conclusione – è attraverso un’antiestetica che la bellezza si manifesterà, mettendoci di fronte alle forme del brutto, dell’assenza di piacere, della disarmonia per innescare quell’irrequietezza e quella reazione che sole possono portarci a salvare il nostro mondo

Sull’ideologia
(da Una lotta sottile di tutti contro tutti. Intervista a Francesco Pecoraro su “Le parole e le cose” )

[…] anche se siamo totalmente immersi nell’ideologia da quando ci alziamo la mattina a quando andiamo a dormire. Ma per me avere un’ideologia significa avere un punto di vista, cioè una chiave di interpretazione della realtà e della storia: se non ce l’hai riesci a raccontarle solo in modo fenomenico. Non importa qual è il punto di vista, ciò che conta è che ci sia. […] Questo serve per la scrittura, ma soprattutto per l’immagine mentale che abbiamo del mondo. È sbagliata? Tutte le immagini sono sbagliate, anche quelle matematiche sono approssimazioni, però è necessario avere una visione del mondo, che è sempre ideologica. Senza le ideologie non avremmo niente da dirci ed è quello che sta accadendo. […]siamo alla fine della molteplicità delle visioni. Sono finite le ideologie oppositive, restano vive solo quelle parzialmente o totalmente consensuali. I giovani non si accorgono nemmeno di essere tutti liberali, perché l’opposizione all’ideologia liberale non ha più voce né sostanza. Così vivono nella contraddizione, inconscia e terribile, dell’aderire ideologicamente al sistema, che li vuole alla propria mercé in una condizione eternamente precaria e fluttuante, e il disperato bisogno di solidità per costruire la propria esistenza. Dal punto di vista politico è grave che questo disagio non trovi sbocco, cioè che non riesca a farsi politica.

Matte Blanco e la letteratura
(Da Insegnare la letteratura oggi/4. Intervista a Pietro Cataldi. A cura di Emanuela Annaloro )

Come sappiamo, la nostra mente non segue la sola logica aristotelica (i princìpi identità, non contraddizione e terzo escluso), quella che Matte Blanco chiama “asimmetrica”; ma è profondamente abitata da modalità logiche “simmetriche” dalle quali si esprimono classi o insiemi che ammettono il principio di contraddizione. I sogni e le emozioni sono esperienze di questa logica profonda, fatta di reversibilità, di condensazioni, di antitesi non dialettiche. Il nostro “io” vive in equilibrio fra questi due sistemi logici (Matte Blanco parla di una «bi-logica») e la capacità di farli interagire correttamente costituisce una premessa fondamentale del benessere psichico. La letteratura è da sempre un luogo nel quale i due sistemi logici convivono in modo produttivo. Per esempio, una metafora viola i principi elementari della logica aristotelica, con il suo affermare che una cosa è un’altra cosa (cioè che A = non-A); così come una rima crea un equivalenza fra due o più parole che possono non avere né relazioni di senso né essere sintatticamente correlate. Ciò non significa che i testi letterari diventino per questo incomprensibili. Al contrario, essi ci parlano in modo completo, coinvolgendoci a più livelli e permettendoci di mettere in gioco tutte le nostre capacità di decifrazione semantica; regalandoci il piacere, se vogliamo, di questa empatia totale con le nostre risorse mentali (il nome di Kant qui deve essere proprio ricordato). Dare senso a un testo letterario (e il nucleo dello studio della letteratura resta innanzitutto questo) vuol dire esercitare interamente la nostra mente, permettendo un fondamentale esercizio di unità e di armonia; vuol dire, in altri termini, far dialogare sistemi logici e strutture categoriali solitamente sentiti come alternativi. La capacità storica della letteratura di parlare in generale del mondo (cioè della totalità) – cosa importantissima nel tempo della parcellizzazione disciplinare – ha anche queste radici. E rinunciarvi implica il rischio di un divorzio ancora maggiore fra modalità costitutive del nostro pensiero; cioè il rischio di una perdita secca di profondità e di complessità della nostra condizione umana, e di equilibrio e di benessere individuali.

16 pensieri su “SCRAP-BOOK DAL WEB – Selezione di letture

  1. Dico la mia in modo sintetico, e gentilmente provocatorio:
    1) Su “Napoli, la plebe e l’armonia perduta”: Col senno di poi, e a giudicare come, dopo il 1799, la “borghesia illuminata” ha ridotto il Sud, mi domando: ma non è che avesse ragione la plebe?
    2) Su Bauman (e Foucault): Considerazioni, mi si permetta, piuttosto scontate e molto datate (cfr. ultimo capoverso). “L’arte moderna è una forma più intensa della capacità di andare contro le regole (Foucault)”: anche Foucault, ogni tanto, scopriva l’H2O calda.
    3) Sull’Ideologia: Giusto, Pecoraro. Ma il dire che “sono finite le ideologie oppositive” mi pare un’affermazione un po’ riduzionista (opposizione = comunismo d’antan) e, a sua volta, debole. Per “dare sbocco al disagio odierno” ci vorrebbe un’ideologia forte, cioè fortemente oppositiva (che non è beninteso riproporre Marx in naftalina).
    4) Su Matte Blanco: Un buon referto scolastico del suo pensiero sulla logica “asimmetrica”. Detto ciò, consiglierei di passare a un’altra asimmetria, oggi più cogente: quella della “nostra” moneta unica rispetto alle economie dei paesi che l’hanno adottata.

  2. ‘A plebe è ‘nu cesso appilato, ‘na tubatura fraceta, ‘nu cantero chin’e pisciazza. ‘A plebe è Vesevo: ‘nu panzatuosto ‘ntufato ca nun vommeca ‘o fele ‘e fuoco ca comme na latrina tene nzuffunnato ‘n cuorpo. ‘A plebe ridepazzea e chiagne e comm’ ‘na scigna ammaistrata ca vocca ‘e latte o ca dentatura janca o fraceta e scugnata l’hanno mparata a dicere pe’ via Toledo e a Piedigrotta: Simmi tutt’ frate e sore, pirciò vulimmece bene. ‘A plebe è ‘na pampuglia ca s’appicce e subbeto fernesc’ e more.

    ‘A plebe è chi se scet’ dint’o vascio ‘e ‘na stanza sola c’affaccia dint’o vico astritto e senza sole. ‘A plebe è chella zoccola ca te guarda sott’uocchie e ‘a ‘nu mumento all’ato, pe’ ll’arraggia ca scorre nera dint’e vene, te squrcio ‘o core e s’o magna.
    ‘A plebe tene ‘n cuorpo a essa chella chiavicumma ‘e lota qaul’è a borghesia grossa e piccerella ca, comme sanno pure ‘e ccriature, ‘a tradisce da secula seculorum da cap’o pere e fino a dint’a luce d’a vista, ‘a cosa cchiù bella e ‘nfame d’a vita.

    ‘A plebe è ‘na famiglia sfrantummata addò ognuno penz’ e cazz’ suie, però, comme si fosse ‘nu miracolo, subbeto pronta a chiagnere pe’ ‘na criaturella ca nun tene ne’ ‘o latte d’e zizze d’a mamma e né chello dint’a butteglia d’o lattaro don Luigi ‘o curnuto. ‘A plebe è chella ca se fa semp’ arravuglià a chi cumanna pecché è miereco, nutaio, prufessore e figlio ‘e bucchina, nel senso ca sap’ ausà a lengua e ‘a vocca. ‘A plebe è scarrafone, sorice, pimmece, pulece e purucchie e ati uommene ridotti a parassiti, pirciòle pare naturale accuntentarse quanno ‘o sole trase e scura notte.

    ‘A plebe soffre ma però sceglie ‘e suffrì pecchè nun si fida di niente e nisciuno. Ma, tu mò addumanno: Allora pecché, sta gente scamazzata, sfruttata e pigliata p’o culo, sarebbe a dicere fatta fessa juorno e notte, crede ‘o Pataterno, ca nun se vede maie; a Gesù Cristo, ca facette chella guapparia, dicimmo accussì, pecchè si vulimme dicere ‘a verità chella di ascire a dint’a tomba, fuje n’asciuta ‘e capa, ‘na magia c’o trucco;

    ‘a Maronna, ca si dint’a vita soja a ditto quatte parole so’ state pre assaje, ca è sempe paruta ‘na jatta mazziata o ‘na micia sorda, senza maje ribellarsi o dicere: Basta; a tutti i santi e a San Gennaro, anzi no a San Gennaro pe’ chello ca dint’a vita soja dicette, ma ‘o sango, cioè ‘o miracolo ‘e stu sango ca ogni anno se scioglie. Ah, ‘o popolino, ‘a plebe, nun ce scurdammo, ha creruto ‘o Re e a Mussolini, ca è ‘na cosa
    diversa d’a religione. E pe’ completà ‘o quadro due cavalieri: ‘o Comandante Lauro,

    vestito semre di bianco, ca era pure presidente d’a squadra ‘e pallone d’o Napoli, e pe’ chilli tiemp’, cioè gli anni ’60, tenette ‘o fegato(o per meglio dire il calcolato coraggio:in quel periodo, alle elezioni comunali il suo partito, cioè il monarchico Stella e coronna, imbarcò una marea di voti della plebe sanfedista )di accattare un
    centravanti che si chiammava Jeppson e doveva solo fare un sacco di gol; e, in ordine di tempo, il decaduto cavaliere del lavoro Belluscone, ovvero uno inguacchaito e

    pieno di soldi ca quanno fa ammore e vase mmocca ‘ a plebe ‘o popolino.
    ‘A plebe, credere ‘o Pataterno, nun costa niente. Ma se ‘o cchiù forte, cioè chillo ca cumanna, crede a Dio, allora si spera che ci esce sempre qualcosa come per esempio aspettare nel miracolo, l’ennesimo, e alla venuta delle dame di carità. ‘Nzomma, se chi comanda si commuove, la plebe una qualche cosina può sempre sperare di ottenerla. P’a plebe ‘a vita è niente. E nello stesso tempo la vita è ‘na brioscia, na

    menata ‘e coscia e tutto fernesc’. Se ncopp’a terra ‘a plebe nun ha avuto niente, e doppo ca more nun ce sta paraviso, inferno e purgatorio, è ‘a stessa cosa di niente. Sapite buono ca p’a plebe ‘o fatalismo dint’a terra annummenata dei fuochi è chello ca te fa mettere assettato, ‘e mane nzino e aspettà. Aspettare e sperare. Oppure, visto ca la borghesia e ‘a piccola borghesia si mangiano tutto loro e lo fanno in maniera scientifica e cosciente, continuare a leccare il culo a costoro. E rusecà, cioè rosicare.

    Eppure la plebe doble face è aumentata. Basta vedere la plebe come parcheggia le auto che guida o impugna. E anche il costo delle tariffe dei parcheggi legali. Anche Giacomino ‘o Ranavuottolo ai suoi tempi stava incazzato pecchè ci stavano solo i restauratori del vecchi e decrepito potere ma teneva il fegato a pezzi anche per altri motivi il povero sofferente guaglione di Recanati. Ecco: ‘a plebe, i nobili, borghsea grande e piccola e ‘o chillu grande poeta sofferente ca fuie e ancora è Giacumino.

    1. Questo bellissimo Transit mi ha divertita ma soprattutto commossa. Grande omaggio a Giacomo che: – al ma sufià in di urècc un grazie de coeur.-
      Nulla ma proprio nulla sostituirà la grande forza del dialetto. grazie anche da parte mia.

  3. Emì, è chello ca penso pur’i’. Nun s’adda tradurre proprio niente. Anzi, si s’avessa fa n’ata cosa, fosse chella ll’unica è sagli ncop’a na siggulella e sentì ‘a voce d’o poeta. Sapisse chella ca sicuramente succere dint’o core e ll’anema. ‘O core se sape addò sta e si vuò primma o poi se vede e se tocca. L’anema no;ll’anema nun saie addò stà;ll’anema sta cca, mentre vide chello ca nun se vede, e ppo’ llà, mmiezz’o mare o nientedimeno dint’e viche e ncopp’a collina incinta di sogni. E comme dint’a ‘nu ‘ncantamento te pare ‘e cammenà nziem’a isso. E vide ‘e mmane soia delicate ma arruvinata d’a malincunia, ma ancora ‘e cchiù p’o bbene ca isso vulevo ‘o munno ‘e ll’infinito pe’ chill’ammore tanto desiderato e mai astrignuto mpietto comme succede pure a ll’ommo cchiù carogna e nfame.

    1. Uè, Transit, vire ca, accussì parlanne, tu e Emì facite sulamente nu picche e “snubisme terra terra” proprie cumme ate fanne o “snubisme ca puzze sotto o nase”!
      Tu e Emì miche state dint’a nu tiempe e nu spazie ca ve permetteve e dice chelle ca penzate sule ‘ndialett. Vui tutt’e jurne parlate e scrivite italiane, cumme a me e cumm’a milione d’ata gente. Site bilinghue! E nu putite chiù addiventà sulamente monolinghue cumm’erene l’antenate nuoste.
      Nun nge ( o ve) pigliate ‘ngire, guagliò.
      Facitele sta tradduzione e facitele bbona!
      Salutamme a vussignuria bella!
      Iamme ià!

      1. @ Ennio Abate

        Ma nanca per sògn. Mè bel sciur chèl sa cuntenta, che ‘l dialèt lè un fiur che se po no strapà, a lè cume una rundin che la sa lè quand la def turnà , a lè cumè un amour che finiss mai, tèl laset per un po, ma poeu al te turna in ment.
        Lasèmal inscì in di so bei brasc
        che l’han purtà fin chi.

        Un basin.

  4. ‘O Ranavuottolo Scartellato Giacumino Leopardi

    La poesia è un anima bella, ma infame.
    L’anima del grande poeta Giacomo Leopardi è un corpo brutto e cadente.
    L’anima è la poesia ma si è accanita e concentra dentro e fuori di lui.
    Più l’anima è sporca, perché corpo massacrato, più essa, l’anima, risplende nella sporcizia. L’anima è uno specchio mai in frantumi e sgobba per il corpo prigioniero.
    L’anima gioca a guardarsi. L’anima è il passaporto che non costa nulla.
    Gesù Cristo per esempio era nu bellu guaglione, insomma era ‘o cuorpo,
    ma ll’anema nun la teneva:

    Giacumino ‘o Scartellato era tutt’anema è chesto p’o cuorpo brutto,
    sofferente e martoriato ca neanch’isso nun vulevo.
    Giacumino ieva pazzo p’e dolce: pastiera, babba, sciù, cannuoli e sfuogliatelle, ma a isso le piacevano assaie pure i taralli cu a zogna e pepe e a pizza fritta add’e figliole ai Tribunale e Firenzano a Montesanto di rimpetto alla Cumana. Però le piacevano pure ‘e femmene, ma isso, pure si era ‘nu grande poeta, ‘o cchiù grande ‘e ll’Italia e pure ‘e ll’Europa, isso faceva solo uocchie chine e mane vacante quanno si trattava ‘e femmene. Isso, a sera, dint’o lietto si faceva ‘o pesce mmano.

    Chi più ha dato carne all’anima e ha vestito il corpo velato dell’anima?
    Giacumino, chillo d’a ginestra ‘e ncopp”o Vesuvio. Isso, ‘o poeta di Recanati ca cammenava pe’ dint’e viche tra santa Teresa e ‘a Sanità.
    Teneva e cosce chiatte e pesante e ‘o piezzo di sopra sicco, comme si fosse
    stato ‘nu Tubertolotico. L’anima è il corpo nudo.

    L’anima è il corpo bello e armonioso; di certo non di Giacomo.
    L’anima è il corpo brutto e sgraziato; di sicuro di Leo.
    L’anima è il tentativo di staccarsi dal corpo.
    Quando si mette a tacere il corpo, l’anima è del diavolo, umano.
    L’anima è la recita a teatro.

    Più si recita più l’anima si materializza nell’occhio di bue.
    L’anima è l’armonia invisibile dopo ogni delitto.
    L’anima è il baro che sa di barare e imbrogliare.
    L’anima, come la razza umana, non ha confine.
    La differenza tra anima e corpo è nella visuale ristretta e vasta.

    L’anima è il tempo che passa.
    Inseguirla per catturarla e farne farfalla da teca è da circo equestre.
    L’anima è la varietà degli animali.
    Il corpo degli animali non ha bisogno di vestiti.
    Gli animali sono l’agnello sacrificale.

    L’uomo ha vergogna delle propri nudità.
    Gli animali che non hanno l’anima no. Si accoppiano senza girare film porno.
    L’anima è sempre nuda; ed è per questo assillo che si nasconde e fugge.
    L’anima è terra estrema.
    L’anima è l’ascensore vuoto dell’uomo.
    L’anima è il deserto del corpo.

    L’anima è la voce afasica disumana del corpo.
    L’anima è come la morte; silenzio di polvere che non si può comprare.
    L’anima depositata a fermentare nel corpo sgraziato e di scorfano,
    di Giacomo Leopardi, ma pure Ranavuottolo e Scartellato.
    Se dio esiste, si vede: gli, gode, si arrapa; insomma,
    gli piace torturare questo tipo di persone

    Isso si è sobbarcato il peso
    dell’anima e della poesia, come Giuda quella del tradimento più famoso sulla
    faccia della terra, secondo la chiesa cattolica romana.
    Cosa doveva soffrire stu povero maronna?
    A chi aveva acciso pe’ scrivere sti quatte poesie ‘e merda divina?
    Eppure, ‘a mamma era si severa, ma era ‘na bella femmena.

    Il padre pure, anche se era ‘nu chiacchierone,
    pur’isso nun era mica ‘nu cachisso ‘nzuarato, cioè un loto. ‘Nzomma, esteticamente,
    nisciuno penzava ca avesse mis’o munno ‘nu scorfano di nome Giacomo.
    Ma Giacumino ‘o Ranavuottolo l’hanno visto ncopp’e Quartieri Spagnoli.
    Forse nun ce credite, ma ‘a gente dei vicoli è uscita dai bassi e in corteo ha

    partecipato alla festa di matrimonio tra ‘o Scartellatiello e ‘a ‘nnammurata
    soia. E doppo tutti a festeggiare abballanno, cantanno e mangnanno.
    E si vulite vedè comme s’ chiamm’a sposa ‘e Giacumino, basta ca jate ‘a sezione d’o municipio di piazza Dante e cercate dint’e documenti addò ce stà scritto:

    si certifica l’avvenuto matrimonio tra il signor Giacomo Leopardi,
    (ca nun ha mai visto tuccato e assapurata ‘na fessa fresca o ‘na sciuscia vecchia, fosse pure chella ‘e ‘na zoccola o ‘na puttana:ma chesto s’intende, nun sta scritto; eppure ‘a carne s’ jetta, specie quanno ll’acqua è poca e ‘a papaera nun galleggia) di Recanati e la signorina Poesia Figliola.

    PS: Quanto sopra risale scritto circa due anni fa come commento in un blog.

  5. @ Transit

    Troppa attenzione alla gobba di Leopardi. E va bene che ne viene fuori un ritrattino napolitanizzato (plebeizzato) mica male. Ma la poesia e il pensiero ro Scartellato che fine fa? Addò sta?

  6. Nella gobba fatta di carne, sangue, spina dorsale deforme e catarro c’era tutta la sofferenza e il disagio di Giacomo Leopardi e, paradossalmente, anche e innanzitutto ciò che lo ha reso famoso, forse contro la sua volontà, appunto, la poesia come esperessione. La poesia non è una fede come può esserla quella calcistica o religiosa;la poesia è carne e scaturisce solo da essa. Unicamente.

  7. …conoscevo diverse fiabe di animali e di uomini. Ora ne conosco una in più: Il Poeta Ranavuottolo e la sua sposa Poesia Figliola. La gente ama le fiabe, di carne sono fatte, come lei. Grazie

  8. Chi è capace (ci vuole il cuore, che vuol dire passione e tante altre cose) di scrivere in dialetto ha la mia stima illimitata e anche la mia invidia (in senso postitivo s’intende); io non sono capace, ma è anche vero che non mi sono mai provato. Il Bene Carmelo era capace – non solo il salentino, altri dialetti – credo sia stato il suo ultimo capolavoro…
    Ma la Ortese, perché non entra mai in questi discorsi sul dialetto? Eppure merita tantissimo: la sua Napoli che non è bagnata dal mare, era bagnata dalla superbia e dall’invidia (stavolta negativa) di La Capria, Compagnone e un altro di cui non ricordo il nome… Io, quando seppi la storiella – ero poco più che trentenne – definii miserabili quei tre scrittori… La A. M. O. (che bella questa sigla: è un destino l’amore di A. M. O.) dovette fuggire e sottrarsi al lignaggio [linciaggio?] di questi tre…. a. s.

    1. ..mi perdoni sempre signorino Antonio, ma credo che :

      1
      non esista invidia negativa e invidia positiva. Esiste l’invidia e punto. Quella che lei chiama “positiva”, è ammirazione, apprezzamento, “amore” tanto da voler essere nei panni dell'”altra” o “dell’altro” perché è come se i propri non bastassero, ritenuti incompleti tanto da desiderare l’altro.

      L’invidia è uno stato, di nascita e di sviluppo, che impedisce, come una mafia mentale, rapporti fruttuosi su tutti i piani e le relazioni ( da quelle più personali , familiari o sentimentali, a quelle più pubbliche ) dai cerchietti magici insignificanti fino ai cerchi magici come quelli da lei citati. C’è solo un piccolo particolare da notare che su quelli più “elevati” a cui lei appartiene, insomma i piani artistici, tale stato scatena la distruzione dell’altro, attraverso sia maestri che allievi, non solo sul piano della semplice esistenza come persona, cosa che avviene in tutti gli altri cerchietti (professionali e non, familiari o di bocciofila o di scout o di partito etc etc ) . Ma, per l’appunto, nel “vostro cerchio” , l’eliminazione per invidia è molto piu feroce , perché tutto dovrebbe avvenire sul piano artistico tranne che il cannibalismo di tutti gli altri cerchietti posti piu in basso al vostro .Se l'”altro” è capace di elevarsi a livelli di fatica e di capacità artistica come l’Ortese da lei citata ( e infiniti altri e altre), il minimo che può capitare è esserne stritolati e questo, per il piano elevato di per sè che è il campo artistico, è tutto ciò che proprio per detta elevazione non fa solo a cazzotti ma nausea sconfinata. Epperò può andarti anche peggio, a volte ti fanno fuori indirettamente, altre nel più classico dei modi di farti,fuori dicendo al mondo che eri un depresso o una depressa e che ti sei suicidato, ma invece compiendo il rito, che dalle caverne a oggi paga di più gli dei e le muse a seguito. Peraltro, nell’oggi supermediatico, quando muore una stella, ci sono molti più business da mettere in pista , l’arte può attendere ( lo sport pure), il mercato no , i suoi intermediari neppure

      Lei mi dirà che taoisticamente ma anche per vie non così lontane, ogni “cosa” è doppia e quindi lo sarebbe anche l’invidia. Lei ha tutti gli strumenti per dimostrarmelo, io dalla mia no. Ho solo l’esperienza.

      2
      qui, su questo secondo tema, potrà vincere il suo no, perché mi rendo conto che non ci troviamo dentro una sfera, ma in un rettangolo neppure di cristallo . Tuttavia, un certo plasma, che nulla ha a che fare con certi materiali dell’era digitale, e neppure analogica, ma di altra chimica dell’inchiostro, mi dice che il suo lato dialettale lei lo ha sperimentato, forse sotto mentite spoglie, perché qui sì che interverrebbe una buona doppiezza, e in questo caso sarebbe il pizzico “positivo” o profumato di un mito chiamato Narciso. Lei lascerebbe di sé, senza bisogno nemmeno più di un nome, di un’immagine, di un riflesso, di un Faust o di un Dorian Gray, tutti i fiori dei suoi esperimenti. Sarebbero bambini come esercizi, che lei stesso, dall’intransigenza e dall’alto della sua esperienza e del suo giudizio, ha cura di non far diventare così grandi tanto da farli rientrare dell’altro, meno sconosciuto, suo me-rito. Con quei bambini che parlano e giocano in lingua madre russa, partenopea o salentina, lei sarebbe, se il mio plasma dicesse giusto, nella sua grecità più incontenibile e felice. A volte darebbe loro voce anche in perfetto russo o italiano, facendoli sembrare grandi grandi, come in effetti sono perché di madre anima, figliola e signorina.

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