Compiti e libertà della poesia o dell’arte

libertà arte

di Gianmario Lucini e Ennio Abate

La morte di Gianmario Lucini ha portato dolore e smarrimento. E’ bene tacere, soffermarci, ascoltare il nostro turbamento, esprimerlo nella sua immediatezza, non passare subito ad altro. Ma Gianmario è stato poeta, saggista, editore, organizzatore di cultura. Basti visitare il sito poiein (qui) o quello delle edizioni CFR (qui) per avere un’idea della molteplicità del suo lavoro e capire che c’è un patrimonio da salvaguardare e interrogare criticamente.  Spero che assieme ad altri lo si possa fare in modo serio nei prossimi anni. I tempi però non sono favorevoli alle collaborazioni e perciò a me pare giusto cominciare da solo ad accumulare riflessioni che volentieri farei confluire in un lavoro di cooperazione mirato a un progetto meglio definito. Intendo, dunque, ospitare – a mo’ di documentazione,   di tanto in tanto e senza un preciso ordine – carteggi e riflessioni miei o di altri sui temi affrontati da Gianmario. Comincio con questo scambio di mail tra me e lui sulla questione dei “compiti e libertà dell’artista o del poeta”. Risale al 2013 e  avvenne al margine  di una discussione (qui) sul blog “Poesia e Moltininpoesia”. [E.A.]

Gianmario Lucini a Ennio Abate

3 settembre 2013

Carissimo [Ennio], la mia posizione è semplice (e lo dirò anche nel saggio che sto per pubblicare [*Pensiero poetico e critica integrale dell’arte, CFR 2013]), un semplice sillogismo:
a)   l’artista dice quello che sente (io, almeno, parto da questa convinzione). Se dice quello che non sente fa cattiva arte e cattivo ragionamento. Non è “VERO” rispetto alla sua ispirazione;
b)   alcuni artisti “sentono” l’urgenza della politica e dei problemi sociali;
c)   alcuni artisti ne DEBBONO parlare (se non lo fanno sono in contraddizione col loro sentire: non sono “VERI”.Questo perché non esiste un “si deve” nella buona arte, se l’arte è libera espressione.
L’arte è un DIVERSO modo di vedere il mondo, ma diverso a che cosa? Diverso rispetto alla speculazione filosofica o lì intorno. Per questo dico che soltanto gli artisti la possono fare e che se non lo fanno nessuno può farla. Non è una contraddizione rispetto ad una intesa con altre discipline, ma soltanto un riconoscere che le discipline non si possono mescolare fra loro, soprattutto con l’arte (a ognuno il suo mestiere, insomma…).Dunque, se non c’è poesia civile (e bada che io ho scritto almeno 6 raccolte, e mica di 20 poesie l’una, di poesia “civile” o incivile, come dice un tale, centrate sulla storia, appunto, ma anche fortemente liriche) è perché i poeti non sentono (o soffocano) questa istanza. Ora, chi non la sente può fare ottima poesia anche in altri ambiti: vivaddio la poesia non deve essere tutta civile, sennò che palle! Ma chi la sente e non la scrive e scrive altre cose, secondo me è da mettere alla gogna. In questo momento sto scrivendo poesia lirica (te la allego), perché cambiando il menu poi si mangia con più gusto anche i vecchi piatti, e poesia satirica, anche questa politica, eccome). Sta bene che l’artista che tradisce il suo sentire civile anche in altre cose possa avere ottima ispirazione, ma è da mettere alla gogna se tradisce il dovere di scrivere poesia civile (ecco che qui lo sento il dovere, il DEVO, perché nasce da me e non dall’esterno; è una mia libertà che soffoco per calcolo o per opportunismo: io infatti considero, a differenza degli idealisti, che l’arte sia anche etica e che l’estetica è una categoria che non sta in piedi senza l’etica – casomai è da discutere quale sia quest’etica, appunto: non certo l’imperativo etico kantiano o l’etica degli idealisti). Ma se non abbiamo artisti sensibili alle ragioni dell’arte civile, non sono soltanto loro da mettere alla gogna. Dunque, in sintesi, non si può dire cosa un artista debba fare o scandalizzarsi e ingoiare amaro perché l’artista non lo fa: l’artista è (anche) un prodotto di una koiné culturale e la koiné deve cambiare, perché l’artista cambi (certo, vale anche l’inverso, ma non   soltanto quello e basta). Si cambia insieme: non esistono più i Mosé o i profeti che ci tirano fuori dalle secche del Sinai, le menti illuminate e quelle svaccate: sono morti e tutti siamo profeti e popolo insieme e facciamo parte di un sistema che non vuole cambiare e ci sta portando al disastro ecologico (prima di tutto), economico, morale, ecc., ecc. E le ragioni di tutto questo sono profondamente etiche, a mio avviso; e questo ventennio è stato pazzesco per questo aspetto, e certamente non solo in Italia. Il problema è anche che l’artista dà troppo ascolto al sistema delle attese, perché si attende qualcosa dal sistema. Certi comportamenti in tal senso, sgomitoni e maneggioni, sono addirittura plateali, sia di gente che vale che di gente che non vale una cicca. [Passo al punto in cui si parlava dell’] arte [che] sta in un certo orizzonte culturale, dove con lei sono presenti le scienze, la filosofia, le discipline. Trovo che se esistono ci sia una ragione ma trovo saggio che non si mescolino gli strumenti culturali fra loro. Certo che una buona poesia può essere anche filosofica o psicologica, ma non sarà mai filosofia o psicologia, altrimenti non è poesia. La sinergia fra sensibilità e strumenti, non è la confusione dei metodi e dei ruoli. Ognuno ha un suo ruolo e lo gioca: è l’orizzonte entro il quale lo gioca che è da mettere in comune e questa operazione è quella che la cultura deve fare: elaborare un altro orizzonte, se si vuole che il sistema cambi (ed è un ruolo di tutta la cultura, non di una sua specifica disciplina). Allora ci vuole l’economista che teorizzi un’altra economia, il politico che metta in pratica le sue teorizzazioni, l’arte che mi faccia vedere mondi diversi che neppure la scienza vede, una scienza al servizio di una visione del mondo e non per i cazzi suoi (“pura”, come si definisce, quando le fa comodo o fa comodo a chi paga le ricerche), una tecnica controllata davvero dal potere politico (fa ridere solo pensarlo, in questo momento), ecc. ecc. Un operaio, ad esempio, che rompa il culo al padrone per riconvertire la fabbrica di armi o per costringerlo a smaltire legalmente i rifiuti, un carabiniere che dia ascolto alle denunce delle donne minacciate, un Parlamento che tagli su questioni non trattabili e sia osservante delle regole (!) e della decenza, ecc. ecc. E queste cose potranno accadere soltanto se si pretenderà di essere liberi, tutti e non qualcuno più degli altri, se ognuno si impegna per la libertà dell’altro e non soltanto per la sua. Insomma, io la vedo così. Ciao G.L.

 

Ennio Abate a Gianmario Lucini

4 set 2013

Caro Gianmario,
sempre per confrontarci. Io correggerei la tua tesi così:
a) non sempre l’artista arriva a dire quello che sente; sia perché l’inconscio e l’ideologia lavorano in lui come in tutti sia perché nell’arte entra in gioco – in senso positivo o negativo – la finzione;[1]
b) se soltanto alcuni artisti (o parte dei comuni cittadini) “sentono” l’urgenza della politica e dei problemi sociali, ciò ha a che fare con le caratteristiche del nostro sistema politico, che è andato sempre più “professionalizzandosi”, separandosi dai cittadini (la “casta”), sottraendo la politica alla loro stessa possibilità di comprensione;
c) accettare, come mi pare tu faccia, che solo «alcuni artisti» ne debbano «parlare» equivale a subire una imposizione, a introiettarla («i poeti non sentono (o soffocano) questa istanza»).
Detto questo, ammetto la mia impotenza. Perché di fronte a questo vuoto politico non ho nulla di veramente politico da proporre agli altri. Dove sta un partito, un movimento in cui impegnarsi? E in campo culturale e poetico rischio di passare per un “ossessionato dalla politica “, uno rimasto alla visione fortiniana del rapporto poesia/politica, oggi impraticabile. Tuttavia, pur con questo peso addosso, non riesco ad accettare la tua posizione in apparenza più realistica. Non riesco cioè ad accettare la tua divisione tra poeti che “sentono” l’urgenza della politica e altri che non la “sentono”, i quali magari – come tu dici – tradiscono il loro sentire civile ma poi, su altre cose, possono avere un’«ottima ispirazione» e fare lo stesso «ottima poesia».
Significherebbe rassegnarsi a una sorta di “culto privato” di certi valori da condividere con pochi altri più o meno simili e – per quieto vivere o rinuncia? – essere tolleranti verso gli altri, quelli che non “sentono”, ma che in fin dei conti fanno o possono fare comunque «ottima poesia».
Ora in effetti, ottima poesia o arte indubbiamente è venuta fuori anche dai poeti “incivili” o reazionari (Balzac, Céline, ecc.), ma, come ricordava Benjamin, essa accetta o addirittura a volte esibisce le tracce della barbarie ed un po’ se ne fa complice.[2] Rassegnarsi ad accettare questa «ottima poesia» o arte significa, dunque, rassegnarsi pure a quell’orrore storico, tacere sul fatto che i poeti e gli artisti ne sono un po’ complici o svolgono una funzione puramente consolatrice o compensatrice.
Può darsi che davvero non si possa fare di più. E i movimenti che hanno cercato di ottenere questo qualcosa in più sono stati  indubbiamente sconfitti. Ma la cosa resta indigeribile. A queste condizioni mi sento di mandare al diavolo la poesia, di vestire la mia a lutto, di scostarmi e disprezzare proprio quanti, appunto, fanno «ottima poesia», fottendosene di questo vuoto politico o dell’imbarbarimento sociale. O accettano – gli sgomitanti – di trarne piccoli vantaggi.
Troppo idealismo trovo poi nella tua opinione che «l’arte è libera espressione». Ma la libertà non c’è! Viene solo da una tensione, una lotta, un processo continuamente reversibile, che in quest’epoca è in rapido calo, per la sconfitta di tutto il mondo sociale a cui apparteniamo. Non capisco perché ti arresti davanti al feticcio della libertà dell’artista (secondo me falsa o limitatissima). Essa, quando c’è, è di fatto un surrogato della vera, perché esclude altri, troppi altri; ed include soltanto chi ha già potere e, tenendoselo, impedisce la potenziale libertà mia, la tua e quella di tanti altri. Certo, se la libertà ci fosse per davvero, «non si [potrebbe] dire cosa un artista debba fare», prescrivergli alcunché. Il problema neppure si porrebbe.  Ma la libertà non c’è, non è praticata o praticabile da tutti i potenziali artisti, viene anzi sprecata da chi ce l’ha (nei modi limitati che ho detto); o – ripeto – usata contro gli altri, i quali, inseguendola anche loro (falsa com’è), si adattano al surrogato.
Un altro punto di dissenso. Non è neppure più vero che «si cambia insieme». Come faccio a cambiare insieme a quelli che da questo sistema traggono vantaggi e non vogliono mutare nulla di sostanziale perché il vantaggio è previsto solo per loro, per pochi di loro? Come faccio a cambiare insieme all’artista sgomitante che dà «troppo ascolto al sistema di attese, perché si attende qualcosa dal sistema». Va contrastato, lavora contro gli altri e contro di noi…
Dici: non esistono più i Mosè o i profeti. O (dico io) dei capi rivoluzionari, ma questo non vuole affatto dire che non ce ne sia l’esigenza. Sbagli a pensare che «tutti siamo profeti e popolo insieme». No, senza capi veri, siamo tutti solo schiavi o massa amorfa e scendiamo verso il disastro impotenti.
Quanto al fatto che arte o poesia abbiano « un DIVERSO modo di vedere il mondo» rispetto alla filosofia, alle scienze, ecc. concordo. Certamente nell’arte la funzione referenziale del linguaggio non ha il peso che ha, ad es., nel linguaggio scientifico. Certamente il linguaggio poetico tende ad essere più metaforico, ricorre alle immagini, è polivalente nei significati e non univoco come è per statuto disciplinare quello scientifico. Ma la diversità non è assoluta. Non sono due mondi separati e incomunicabili. D’accordo anche sul fatto che «le discipline non si possono mescolare fra loro» capricciosamente e che i mestieri non sono equivalenti o facilmente intercambiabili. Si può però dire che in ciascuno si ha un diverso dosaggio di componenti comunque presenti in proporzioni diverse anche negli altri.
Scusa questo sfogo
Un caro saluto
Ennio

Note

[1] Fortini: «Insomma noi oggi abbiamo la tendenza a sopravvalutare come poesia l’espressione dei sentimenti soggettivi, invece anche quella poesia moderna, come è il caso della poesia di Saba, che sembra essere un moto immediato dell’animo, è una intenzionale e organizzata finzione».

[2] Benjamin, citato recentemente da Roberto Bugliani in un post su Poesia e Moltinpoesia: « Nella settima delle Tesi di filosofia della storia Walter Benjamin, dopo aver definito il “procedimento d’immedesimazione” al quale ricorre lo “storico dello storicismo” come ciò “con cui il materialismo storico ha rotto i ponti”, prescrive allo studioso di parte marxista uno sguardo distaccato nell’abbracciare il cosiddetto patrimonio culturale di un’epoca, perché quest’ultimo “ha immancabilmente un’origine a cui non si può pensare senza orrore [corsivo mio]. Esso deve la propria esistenza non solo alla fatica dei grandi geni che lo hanno creato, ma anche alla schiavitù senza nome dei loro contemporanei. Non è mai documento di cultura senza essere, nello stesso tempo, documento di barbarie” (W. Benjamin, Tesi… cit., in Angelus Novus, Torino 1962, pp. 75-6).»

11 pensieri su “Compiti e libertà della poesia o dell’arte

  1. Leggendo questo post non ho potuto fare a meno di pensare alla grande poesia di Leopardi: “La ginestra” che raggruppa sia l’idea di Gianmario che quella di Ennio. Sarebbe da leggere spesso e mai dimenticarla.

  2. Provo ad argomentare una tesi banale: anche la poesia più disinteressata ai temi civili e storici e politici è politica, cioè ritiene che quei temi non siano meritevoli di attenzione artistica. E’ una scelta, e sarebbe sforzo doveroso di chi “sente” l’urgenza di quei temi chiarire perché molti li mettono tra parentesi senza farsi problemi.
    “Doveroso”? La morale che va a coprire il territorio artistico? Commistioni o sostituzioni tra etica filosofia e arte?
    Per me doveroso significa solo che ognuno è collocato in una situazione esistenziale più o meno soddisfacente, e ognuno è in grado di misurare la propria condizione rispetto a quella di quasi tutti gli altri del mondo. Si può prendere atto della propria buona o cattiva sorte e darne conto in verità con se stessi, ma si posso anche argomentare queste differenze riflettendo e agendo con altri. Fare il secondo passo, arrivare cioè dalla verità con se stessi a una condivisione di riflessioni e temi con altri è, credo fermamente, solo scelta soggettiva, di sensibilità, di etica, di storia personale, familiare, politica.

    L’unica arte “sbagliata”, cioè non vera, sarebbe solo quella della cattiva coscienza, dell’imbroglio perpetrato intenzionalmente, o della sprovvedutezza. Ma i toni dell’arte finta, non abbastanza vera e profonda, o inficiata da pregiudizi ideologici, ho la pretesa si possano facilmente avvertire, perchè “artefatta”, cioè sostituisce fantasia a esattezza.
    Come dubitare che l’esattezza sia la chiave di accesso alla produzione e fruizione dell’arte?

  3. Non esattamente vivo
    non coscientemente resisto
    non fantasticamente esisto
    Sono l’arte sono tutto ciò che vuoi
    tutto ciò che non vuoi
    sono fuori da te
    non darmi un nome
    e se t’invado non farmi posto
    so trovarlo da me.

  4. …sono d’accordo con l’affermazione di Cristiana “L’unica arte “sbagliata” , cioè non vera, sarebbe quella della cattiva coscienza…”, per il resto ciascuno scrive secondo livelli diversi di coscienza e di trasformazione di coscienza, come in tutti i percorsi spirirtuali e umani. Non necessariamente asserviti al sistema che ci schiaccia, anzi a volte di denuncia, anche se fortemente lirici e “soggettivi”…Mi vengono in mente questi esempi: Le poesie di Nadia Campana, anche se “in inutilità di fondo” (sempre Cristiana) trattano di una inquietudine esistenziale generata da una particolare sensibilità dell’autrice ma anche dal fatto di non essere stata del tutto riconosciuta per la sua arte in quanto donna…perciò qualcosa sulla società denuncia…Altro esempio: Gianmario nella poesia, che sono andata a rileggere, “Il bosco”(dove parla soprattutto la natura, soggetto ormai senza diritti) fa poesia lirica e sociale…Altre poesie dove la natura appare bella (e buona) come ai primordi, non ci aiuta a rinfrescarci la memoria su un paradiso perduto o sperato? Questo non toglie nulla, secondo me, alla validità del discorso di Ennio, che richiama l’importanza dell’impegno civile nella poesia, soprattutto oggi…

  5. …scusate, sono andata a rileggere la discussione(qui) su Poesia e Moltinpoesia segnalata nel post, ho trovato riportati molti interventi di Gianmario Lucini, tra cui una bellissima poesia lirica di contenuto sociale, che ruota intorno al tema della luna e che incomincia così:
    Voglio concludere di notte
    questo lungo viaggio dentro l’uomo…

    sembra che da tempo avesse “scelto” il suo destino, ed é cosa di pochi…

  6. A Annaria Locatelli

    Attenzione, io non credo all’ “importanza dell’impegno civile nella poesia, soprattutto oggi…”.
    Io tento di capire quello che succede di terribile nel mondo ( e agire, quando possibile) ANCHE RICORRENDO ALLO STRUMENTO AMBIGUO DELLA POESIA, se non ce ne sono altri. Su di essa non mi faccio illusioni. So che può svelare o occultare l’orrore storico come accade per tutti i linguaggi che si usano (dai giornali, alla TV, ai saggi filosofici, politici, ecc.).

    Proprio stasera ho ritrovato questo mio scritto del 1998, quando c’era ancora la guerra in Jugoslavia. Credo che dia un’idea di come la pensavo/la penso. Forse ero più speranzoso di oggi e senza la tristezza che si è aggiunta in questi giorni per l’impossibilità di poter discutere di queste cose con Gianmario Lucini proseguendo il nostro recente scambio di opinioni su Gaza. ( Il testo è lungo, ma chi non ha voglia di perdere tempo può saltarlo).

    samizdat colognom
    n.5, settembre 1998
    foglio semiclandestino di critiche solitarie e stonate*

    “La scrittura e la guerra”: ninna nanna e requiem su Sarajevo
    ovvero gli equivoci del buonismo fin de siècle

    Giovedì 17 settembre a Villa Casati un folto pubblico ha ascoltato M. J. e Erri De Luca, presentati da Nicole Janigro sul tema La scrittura e la guerra. Sponsor: Comune di Cologno Monzese – Biblioteca civica. Adesione di “Coordinamento per la pace e la solidarietà fra i popoli” di Cologno.
    Gli autori – recitava il pieghevole – erano i rappresentanti di una «scrittura che si misura con l’orrore» e non si sottrae all’«impossibile compito di dire l’indicibile» (della guerra in ex- Jugoslavia).
    Che delusione, che serata sprecata! E che rabbia!
    Sono rintoccate a morto le solite campane della fine delle ideologie e della politica (De Luca). L’impegno degli scrittori di fronte alla guerra è stato ridotto ad autoterapia, a «destino» (M.J. o a volontariato testimoniale (De Luca). E la guerra – la maledetta guerra – si è dissolta in nuvola immateriale, impalpabile come quella di Cernobyl. Persino una (comoda) citazione di Tolstoj [1](da parte della Janigro) è servita a glissare sulle domande che oggi servono: quelle “ingenue”, “terra terra”, “ovvie”, “superate”.
    Messaggi della serata in sintesi non troppo caricaturale: inchiniamoci al Mistero di questa fin de siècle; scriviamo anche durante le guerre così ci consoliamo da soli (autoterapia) e conserviamo la «fede nella civiltà»; gli intellettuali, invece di restare a casa, facciano un po’ di volontariato (a tempo determinato, magari durante le vacanze) a favore dei disperati dell’Est o del Terzo mondo. E… aspettiamo tutti la New Age.
    Di questi tempi – lo so – è difficile azzittire questa dolciastra ninna nanna o i disperati requiem su Sarajevo (o su altri tragici luoghi che fanno capolino sui mass media) con cori focosi o travolgenti (che so: dell’Internazionale per i laici o del Dies irae per i credenti). Sono obbligato ad un a solo – spaesato, stridente e dodecafonico – di obiezioni e indignazioni (ragionate). Vi prego, non fischiatemi subito!

    • Basta con l’antintellettualismo da e per intellettuali.
    Produce – è il caso di dirlo – un ipocrita religioso silenzio nel complice pubblico (intellettuale, ovvio! Chi non è intellettuale oggi?) sulla guerra e sugli orrori nostrani e mondiali invece che discussione. E’ un brutto segno. Una volta ci parlavamo addosso ben asserragliati nelle ideologie? Oggi ci taciamo addosso. Aumenta la poltiglia di cuoricini “di sinistra” delusi e pentiti. E si sentono in giro solo giaculatorie cattoliche sul Male che devasta questa Valle (globalizzata) di lacrime. Da questo buonismo bisogna tirarsi fuori (almeno col pensiero!) ad ogni costo.
    Siamo in un paese che ha avuto Dante, Machiavelli, Giordano Bruno, Gramsci, eccetera. Possiamo continuare con questa solfa piagnucolosa?

    • Gli intellettuali (italiani), invece di andare a Sarajevo assediata (a fare cosa?), sono rimasti a casa(a fare cosa?).
    E’ un rimprovero serio? e va rivolto solo agli intellettuali (di professione)?
    La critica vera da fare agli intellettuali professionali prestigiosi o meno (Bobbio in primis) e al popolo (anche “di sinistra”) è di aver in massa sostenuto con idee e con voto le guerre giuste e i maneggi dei Potenti del Nord contro gli ex-Potenti dell’Est o meno Potenti del Sud che assieme se ne fregano dei rispettivi popoli.
    Andare o no a Sarajevo è stato significativo sul piano simbolico ma irrilevante sul piano pratico.
    La guerra in Bosnia è stata frutto di scelte, azzardate o meditate, della Germania o del Vaticano o dell’Europa o degli Usa. Tali scelte hanno determinato in gran parte gli eventi lì e i non-eventi di qui. Non bastava andare sul posto. E infatti non è bastato. Non è questione di coraggio o di fifa o di «etica» (eufemismo ipocrita di chi abbandona la politica ai “politici” e concede l’”etica” ai preti o agli “intellettuali”).
    E’ mancato o è stato scoraggiato e impedito un reale impegno politico di sedentari e nomadi, di emotivi e riflessivi, di audaci e prudenti contro questa ed altre guerre. Se a quella nel Golfo Persico si aderì addirittura perché «giusta», per quella in ex-Jugoslavia ci si è messa la coscienza (e il portafoglio) a posto sostenendo cautamente solo la benemerita, ma per forza di circostanze, ambigua (Dirò poi perché…) azione simbolica del volontariato.

    • Le guerre scoppiano sulla base di un insieme di ragioni indagabili, anche se mai completamente. Le cause dei loro orrori non sono tutte «indicibili». Ma il contributo dato da intellettuali, partiti, sindacati, ecc. per far emergere almeno le cause dicibili in modo da usarle politicamente contro i responsabili ben individuati della guerra in ex-Jugoslavia è stato quasi zero.
    Una ricerca del genere è stata evitata o tenuta ai margini o condotta in modo reticente o dichiarata impossibile. Interrogarsi sulla guerra ad alcuni è parso una scorciatoia da fifoni o chiacchiera poco generosa. Altri hanno rispolverato la paralizzante idea che le azioni umane sono volute dal Destino o resteranno inevitabilmente incomprensibili alla “presuntuosa” Ragione. Al coro liberal dei Bobbio da noi s’è associata gran parte del popolo. Al coro del Papa e della Chiesa cattolica – che ha almeno avuto il merito di dire no a parole alla guerra – si associano anche De Luca, quando afferma che le guerre non si fermano, Janigro con la citazione-tappabuchi di Tolstoj e il giovane M. J.
    Essi non «si misurano» con la guerra endemica per i popoli sottosviluppati, con lo scandaloso godimento differenziato e “da privilegiati” del benessere da Mercato da parte dei soli gruppi sociali protetti dei Paesi del Nord. Si misurano col Destino, il Mistero, l’Indicibile.
    Chi ci chiarirà le oscurità dicibili della storia contemporanea e combatterà le menzogne continuamente dette della guerra giusta e della pace ideale?

    • Lo scrittore impegnato oggi questo dovrebbe spiegarci anche con la forza dell’arte.
    Lascio perdere i giganti di un passato storico attualmente ignorato o manipolato (Sartre ai tempi della guerra in Algeria; Orwell durante la guerra civile di Spagna; eccetera) e tutta una tradizione che almeno pensava la guerra nella sua crudezza storica, magari come “prosecuzione della politica con altri mezzi” (Clausewitz), e – sbagliando o indovinando – indicava i responsabili, i “nemici” da contrastare.
    Altri tempi! D’accordo. Siamo nani post-comunisti, post-moderni, post-quel che volete. Ma anche da nani si può pensare senza ipocrisie e accorgersi dei limiti minimalisti dell’impegno così com’è oggi proposto: la scrittura impegnata [aggiunta 2014: ma potrebbe essere la poesia civile …] è ridotta ad autoterapia; il volontariato (degli «italiani del Nord»: precisazione sintomatica di De Luca) contro (o nella?) guerra in ex-Jugoslavia è protetto e azzoppato in partenza.
    Mi spiego:
    Una parte della scrittura (o letteratura) anche del ‘900 ha avuto una funzione pubblica, sociale, etica e politica e l’ha svolta prima o accanto o mai separatamente da quella autoterapeutica o estetica (pure innegabili). Si pensi a Brecht.
    Lo scrittore impegnato non si è mai vietato di indagare anche intellettualmente (altro che ideologicamente!) la guerra. Non si è ridotto – per paura dei feticci dell’ideologia o della partigianeria – a semplice testimone di quel che gli passava sotto il naso o a tenerla «per così dire sullo sfondo».
    Ben vengano i mille diari della scrittura autoterapeutica: chi è stato murato dai potenti e dai loro seguaci nei mille ghetti e prigioni e manicomi e bassifondi e ha scritto per resistere, per testimoniare – sgrammaticato o ripetitivo, inelegante o ossessivo – andrebbe pubblicato e fatto conoscere più di quanto i padroni delle case editrici permettano.
    Ma la scrittura di chi gode oggi i “privilegi” della cosiddetta democrazia non è sottoposta a queste limitazioni da medioevo oscurantista o da epoca stalinista e va giudicata a tutto campo. Non ci si può accontentare che sia autoterapeutica o bella. In prevalenza quella sfornata “in democrazia” se ne strabatte di ogni impegno. Campa sull’intrattenimento [del cuore, della lingua (del gioco linguistico), del ventre].
    M. J. e De Luca non sono di questa spregevole o svagata truppa.
    Ma l’enfasi del primo sulla «scrittura come destino» o «senza nemico», «senza ideologia», senza «lo sciovinismo dei padri» e quella del secondo di «testimonianza» in pose bibliche sui malanni contemporanei divagano lo stesso dal nocciolo duro con cui dovrebbero o dicono di confrontarsi: la guerra, il potere, le possibilità di libertà umana. La loro è una scrittura autocastigata, non esercitata in tutta la sua pienezza (Come il volontariato di cui dirò poi…).
    Essi non credono alla «letteratura che ha intenzione di fare il bene» o che abbia «un’utilità pratica», antichi vizi degli ingenui scrittori neorealisti? D’accordissimo. Non ci vogliono più parlare di ideologie? Ma chi glielo chiede?
    Ci parlino di tutto col massimo di libertà. Non si chiudano, ad esempio, nei ghetti per uomini colti di questa fine del secolo: nella metafisica heideggeriana del Destino o nell’atemporalità sacrale della Bibbia. Siano umani fino in fondo. Dopotutto anche Cristo fece (o fu soltanto) l’uomo (un brav’uomo!).
    E, da lettori o scrittori, risparmiamoci tutti la retorica “corporativa” sulla scrittura e sul libro, che a Sarajevo avrebbero «salvato» la vita a tanti e trasformato «un popolo di assediati in un popolo di poeti».
    Non sono stati soltanto i libri (bruciati giustamente per scaldarsi), questi oggetti cari agli scrittori e ai lettori, a “salvare” gli abitanti di Sarajevo, ma anche le mutande, gli scarponi, i preservativi, eccetera. Benemerito – in questo clima culturale dematerializzato – sarebbe scrivere su la guerra e la maglieria o la guerra e la calzatura, eccetera. E anche su la guerra e i militari o la guerra e le banche o la guerra e i mercanti d’armi. Chissà quante illlusioni buoniste cadrebbero di botto. La scrittura non sarebbe immediatamente utile come un cacciavite o una pinza, ma più vera sì!).

    • Per finire, è insopportabile l’apologia (interessata o disinteressata) del volontariato odierno supplente (dello Stato, degli intellettuali, dei partiti, del popolo e via seguitando).
    Sospetto di uno Stato che non tollera supplenze (che so: nella ripartizione salari-profitti o del reddito) ma volentieri si lascia supplire su questioni sociali fondamentali o scomode. Una tale (settoriale e limitata) supplenza (del resto controllata) gli permette di dedicarsi meglio ad intrighi ad alto livello alle spalle di elettori e popoli.
    Sospetto dell’ambiguità di questo volontariato eternamente supplente e dello stesso principio che l’ispira: la carità “cristiana” (meglio cattolica).
    Cari amici cattolici dichiarati o di fatto, non illudetevi troppo sull’amore che vi ispira. La vostra solidarietà scende a patti con le esigenze dei Potenti ed è ispirata anche da quelle. I vostri aiuti umanitari non sono doni gratuiti e disinteressati. Anzi riconfermano e stabilizzano la superiorità di chi dà e l’inferiorità di chi riceve. Non scandalizzatevi. Non sono il solo a dirlo. Leggete qui di seguito:

    … è il cristianesimo a introdurre il dare senza prezzo, il dividere il pane con l’altro, che è come dividerlo con Dio..[mentre la modernità] non conosce amore e comincia a non conoscere più diritti, e quando toglie di mezzo i diritti non gli resta che affidare la solidarietà ai volontari, che non disturbano il sistema e hanno tempo al posto di chi, dovendo produrre per vendere o acquistare e vendere senza produrre, non ne ha… i volontari sono il meglio, il meno lontano dal gratuito, che abbiamo.Ma è poi così positivo il gratuito?… Il gratuito.. non produce legame sociale. Lo scambio è legame sociale, e finisce che senza scambio non ci sarebbe legame sociale. Ci risiamo col dare per avere…
    E se si avesse secondo i bisogni invece che secondo quel che dai? Santo cielo, risalterebbe fuori il comunismo che proprio non si può far circolare neanche a Montegiove. [2]
    (R. Rossanda, Gratuità a Montegiove, il manifesto 19 ag. 1998)

    Mi sento, allora, di urlare con fraterna rabbia non contro il volontariato ma contro qest’autolimitazione dell’idea stessa di volontariato e di impegno.
    Le energie messe in campo dal volontariato sono un centesimo di quello che lo Stato potrebbe mettere in campo. Si può accettare questa limitazione?
    Inoltre questo volontariato protetto e azzoppato è certo «il meglio, il meno lontano dal gratuito», ma tollera che il suo operato venga sbandierato come unico esempio possibile di solidarietà e umanità. L’eccesso di valore attribuito ai pochi e bravi volontari, impregnati di falsa prudenza e acquattati sotto l’ombrello del potente buono (la Chiesa, l’Onu) contro il potente cattivo di turno, oscura la possibilità di un volontariato autonomo, completo e di tanti.

    La Diga Democratica che è stata costruita in un secolo di lotte sociali per affermare i bisogni negati delle moltitudini fa acqua da mille fori. Il volontario tappa alcuni buchi ma contemporaneamente in alto i Potenti Custodi della diga ne aprono cento. Proporsi di impedirgli di continuare a danneggiarci non è megalomania.
    Ci hanno e ci abbiamo provato già in passato – dice lo scrittore De Luca mentre lo scrittore M. J. vuole solo dimenticare «le conseguenze della politica di quei padri [comunisti]» – ma non ci siamo riusciti. Anzi agli orrori del capitalismo si sono aggiunti gli orrori del comunismo. Non possiamo fermare le guerre odierne, non possiamo fermare lo Stato (o gli Stati). Anzi gli Stati nazionali – poveretti! – sono in crisi e asserviti a Potenze Superiori.
    Meglio alleviare la piaga del prossimo raggiungibile invece di illudersi con una politica “utopica” e testimoniare cristianamente (meglio cattolicamente) l’impotenza umana.
    Ora – se non ci restasse che testimoniare – facciamolo in modo da sfuggire i rischi delle ninne nanne e dei requiem. Teniamoci all’altezza delle nostre tragedie.
    Un consiglio allora a scrittori e lettori: Ernst Bloch, IL PRINCIPIO SPERANZA.
    (Avvertenza per il pubblico giovane: Bloch non può venire a Cologno, né partecipare a festival di letteratura, né firmare autografi.)

    Note

    [1] Ragionare sulle guerre fino ad esaurimento! Dire tutto il dicibile e tentare, se possibile, di scavare nell’indicibile! Ma occultare o sorvolare sul dicibile e schiacciare le domandine fastidiose con il richiamo all’Indicibile! Lasciamolo fare ai preti. Meglio: le cose che alla fine delle nostre accanite indagini risultassero indicibili lasciamole ai posteri tranquillamente o che se le smazzi Dio o la Fortuna. Machiavelli a quest’ultima lasciava il 50%.. Noi umani alla fine del tremendo ‘900 accontentiamoci pure del 5-10% -tiè!- rispondendo ad altri umani (se vogliamo restare un po’ umani o diventarlo un pizzico in più!).

    [2] E’ un convento dei camaldolesi «dove cristiani ed ebrei di varia dottrina discutono con alcuni non credenti».
    Dalla quarta di copertina:« è senza dubbio una delle imprese filosofiche più ambiziose del Novecento: un secolo sorto sotto il segno di un’immotivata fede nell’onnipotenza dei progetti globali della storia, che si chiude nella percezione disincantata di un futuro imprevedibile e improgrammabile. Contrapposto all’attualità e all’ideologia della “fine della storia”, Il principio speranza -… risulta oggi audacemente inattuale ma ricchissimo di suggestioni su temi sempre aperti.. Bloch esplora la dimensione utopica del pensiero… oltre il “principio del piacere” delle vecchie utopie, ma anche oltre il “principio di realtà” inteso come passiva accettazione del già-dato..»

    COLOGNO MONZESE 22 SETTEMBRE 1998

    *Samizdat Colognom era in quell’anno un foglio che scrivevo da solo e distribuivo in poche decine di fotocopie

  7. Quanta verità in queste parole ! La ricerca del focolaio delle ingiustizie è necessaria, ma il bisogno di pensare al prossimo in modo che l’amore possa avere ancora un significato non potrà più esistere? Leggendoti sembra che non sia mai esistito. Certo il disastro delle guerre , la forza dei potenti non ha niente a che vedere con l’idea di pace . Il popolo ha bisogno di essere difeso ma proprio per questo va anche considerata la grande necessità di pace per migliorare la vita, nel frattempo caro Ennio senza la spinta della passione politica che ci rimane? Ora che il pensiero è concentrato su terribili sfruttamenti, licenziamenti, mancanza di rispetto per tutti coloro che soffrono…che ci rimane? La rabbia quella sì, ma a che ci porterà? Lo troveremo quel piccolo lume che scatenerà la rivoluzione? Non resta che pensare a questo, e questo creerà molte discussioni e dubbi, parlarne non basterà certo.

  8. La “materia” del discutere è vasta, troppo troppo vasta, eppure il nucleo essenziale è lì che dovrebbe pulsare senza veli, nudo e crudo agli occhi di tutti come il bosco o le montagne ( senza profanare le gesta di una vita e di una scomparsa così dolorosa come quella di un poeta, un editore, un critico, un intellettuale..insomma) di Gianmario Lucini…ma anche l’arte, forse, come tutto il resto da cui il difetto di fabbrica o di creazione s’è generato ( e che ci avvolge senza avvolgerci e che è la mitica scienza e l’altrettanto mtica tecnologia) ha risentito di uno specifico tratto per cui, anche nella creatività più libera, quale è pure poesia, si è dovuti diventare degli specialisti a interdisciplinarietà bandita e tuttologia consentita….

    Nel caso del poeta e critico Ennio Abate con certi limiti, della impossibile libertà mai raggiungibile, e nel caso di Gianmario Lucini con altri limiti, sempre della stessa impossibile aria, e area, pertinente al concetto di libertà. Per il primo la libertà del dissenso dal sistema sembra pari a quella del dissenso da un certo antisistema, per il secondo tanto più fragile si fa la seconda, quanto più solida diventa la prima. L’amore c’entra o non c’entra nella rappresentazione delle due posizioni? e quante altre posizioni – duellando per sentirsi più integri?, più”liberi”?, più cosa come artisti o poeti o intellettuali?- divergono, si avvicinano, si allontanano nel racconto di questa vita a cui manca l’indispensabile…

    L’indispensabile per alcuni è solo l’estetica, bastano opere o versi fuori dalle produzioni per le masse o dai facili ascolti, basta un’immagine o un’oggetto, il richiamo ben fatto di una ambiguità, di una metafora, di una mitologia, a fare tutto il tempo e il tempio dell’arte; mentre per altri è solo la forza plastica di un quadro, di un verso, di un film , di una statua a perfomare l’azione “giusta” per denunciare l’indicibile, l’amore in gabbia, la dolcezza o la rabbia, il potere delle piccole cose, l’abuso di potere e la gabbia che è la vita etc etc; per altri ancora i veli non sono così facili da essere tolti uno ad uno, non smettere mai la ricerca almeno fino alla penultima verità , perchè la prima e l’ultima sono troppo consolatorie ma soprattutto manipolatrici uccidendo poesia e l’arte stessa..arte è tutto tranne che consolazione e salvezza, credo e spero.
    …..

    Del bisogno di pensare al prossimo si è già occupato, in tutta sicurezza, l’esercito della salvezza in ogni sua forma religiosa, ben poco spirituale, molto libera e molto democratica e difatti il prossimo è diventato sempre più merce in balia del sistema e dell’antisistema, inganno incrociato.

    E’ un po’ come la recita horror che abbiamo sentito per decenni di un ‘altra magnifica arte , promossa da tutte le coscienze “civili” della poesia delle nostre leggi e dei nostri tribunali così feriti dalle offese del pagliaccetto p2ornoducetto di Arcore… sì, proprio quegli stessi tribunali che hanno ucciso ogni poesia figlia della madre nata morta come ogni suo articolo e comma, figlie e figli abortitidi tutti i versi indicibili di una viva e vibrante costituzione poetica con cui hanno preso per il culo tutti e tutto. Quegli stessi tribunali così d’assalto che se esistono ormai certe giustizie poetiche è solo in certe pellicole , tipo il giudice Bonifazi (Ugo Tognazzi) nel film di Risi “in nome del popolo italiano”…vaglielo a dire a Ilaria Cucchi dove erano i poeti Bonifazi per il suo Stefano…vaglielo a dire a Manlio Milani, cosa è stato il mitico giudice Vigna per piazza della loggia a brescia….vagliela a dire ai parenti di Ilaria Alpi la poesia e la giustizia degli aiuti internazionali del prossimo….e non dimenticandoci però di tutti i giudici che sfidando i cattivi e soprattutto i presunti buoni, hanno perso il loro lavoro o , se gli è andata bene, sono stati messi a fare gli scribacchini, come sicuramente succederà a quelli che muovono le loro poetiche indagini su questa o quella ONG del momento per il prossimo in siria, o a quirra e l’uranio impoverito, o su questo o quel traffico di schiavi con la benedizione di mare nostrum, e soprattutto, però, raccontiamoci tutte queste poesie con amore, perché il prossimo e il poeta rimanga sempre più lontano dalla passione da una parte, dalla ricerca della truffa della libertà dall’altra e dalla scoperta agrodolce sulla bellezza , la bruttezza e l’arte.

  9. …davvero credo che l’orrore della guerra, del passato come del presente, delle ingiustizie di una società apparentemente in pace come la nostra, dove si permette che vengano picchiati a sangue operai disoccupati in manifestazione, dove i potenti sfilano beffardi nel nostro parlamento siano da guardare guardare guardare, all’ennesima potenza e poi da indagare indagare indagare ancora all’ennesima potenza, per non permettere che ci si rassegni su discorsi che fanno capo al “Destino”, al Mistero del male, e si trovi, come pseudo soluzioni, ripiegamento autoterapeutico e volontariato…Condivido tutto e vedo anche i miei limiti…facciamo pure all’ennesima potenza meno uno, meno due, meno tre…
    Sento e condivido lo sdegno e l’indignazione espressi da Ennio Abate in questo testo lucidissimo, e poi mi chiedo: dentro di noi questi sentimenti sull’orrore contro quale altra realtà cozzano? Come potevano esplodere con tale intensità di rifiuto e di rabbia?
    Penso ci sia tutta un’altra metà in noi a cui qualche volta bisogna dar voce…é quella che alimenta la nostra speranza, e vale la pena indagare anche su quella…

  10. …il rapporto tra poesia, arte, impegno civile politco e la libertà. Ci si muove su un fronte molto ampio ed io, per mia comprensione cerco sempre di semplificare, quando emergono posizioni diverse (ma magari solo apparentemente) e sensibilità diverse (magari interscambiabili)…mi muovo in un labirinto e cerco la strada. Qui mi sono arenata su una serie di domande. Non piace il presente e l’impegno a cambiarlo dev’essere di tutti, compresi i poeti. Dopo una serie di ammesso(la mostra sulla matematica mi ha infuenzata), che ci sia buona coscienza, che si possieda la forza dell’arte…su quale cammino procedere? Si può ancora sperare di costruire un futuro diverso? Quali brandelli d’uomo salvare? Il guerriero fino in fondo indignato e rabbioso, come dice Ennio? Il guerriero altrettanto rabbioso, ma che ogni tanto abbandona le armi per dar voce al sè preistorico, come Gianmario? A quali brandelli di natura dar voce? Quella disfatta dei nostri giorni? Quella di una memoria mai spenta? Tutto ciò? Soltanto una?
    Risposte non ho, ma certo non consolatoria per consolatoria, cara Ro, ma magari d’appoggio alla malattia, alla solitudine può starci…Libera libera, d’istinto e di fantasia, come dice Emy, può starci… la poesia respira

  11. Cara Annamaria,
    penso che l’arte ha bisogno di terreno , del suo terreno, tutto il resto: interesse, passione,conoscenza sono i suoi alimenti . La sua aria è il pensiero che deve piacerle…molto .

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