SCRAP-BOOK. Sulla “pignoleria” di David Foster Wallace

manoscritto

Viaggio tra gli appunti di David Foster Wallace
Da http://www.minimaetmoralia.it/wp/viaggio-tra-gli-appunti-di-david-foster-wallace/

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Austin (Texas). Una parte cospicua [degli appunti] di David Foster Wallace è stata salvata in un bunker di calcare e vetro. L’Harry Ransom Center dell’università del Texas a Austin sta diventando il Fort Knox della letteratura contemporanea. L’ultima acquisizione è quella dell’archivio, compresi 17 anni di email personali, di Ian McEwan (due milioni di dollari). Prima era stata la volta di Joyce, Salinger, Coetzee. Ma anche di molti manoscritti di Borges, la copia autografa di Pound della Terra desolata e un ciuffo dei capelli castani di Byron.
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La cosa meno nota è la collezione di sillaby, i programmi dei corsi che Wallace ha [tenuto] in varie epoche e università. Lo scopo dell’Introduzione tenuto all’Illinois State University nella primavera del ‘92, è «sviluppare opinioni intelligenti su cosa è la letteratura, sul perché potrebbe essere roba importante da conoscere da parte di altri esseri umani». Quanto allo svolgimento «il corso deve essere più lo show degli studenti che quello del professore» quindi i voti dipenderanno largamente dalla quantità e dalla qualità della partecipazione. Per essere più chiari: «Con qualità intendo che roba tipo “non so, pensavo che la poesia fosse, cioè, ok” non vi porterà molto lontano. Invece qualsiasi cosa sincera, ogni prodotto di una reale attività neurologica va bene. NON ESISTONO DOMANDE STUPIDE SULLA LETTERATURA. E vi dico in anticipo che a volte mi sbaglierò, o non sarò abbastanza chiaro, o solo (…) denso in certi giorni e allora dovrete sentirvi liberi di fare domande, chiedere chiarimenti, anche litigare (educatamente) quando non siamo d’accordo. Il che succederà».
Le avesse pronunciate un altro, si potrebbero liquidare come le furbe dichiarazioni programmatiche di un prof ruffianamente in vena di democrazia. Ma, come testimonia un altro contenitore [faldone di documenti], questo era lo stesso uomo capace di ingaggiare il suo editor più fidato, Michael Pietsch, in tenzoni interminabili sull’opportunità di una virgola («Ma perché ha messo questa virgola!!!» scrive a lato di un passaggio di Underworld di Don DeLillo, con cui intratterrà una vasta corrispondenza contenuta in un altro box).
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È questo tipo di attitudine che lo fa avvertire gli studenti: «Sappiate in anticipo che sono un nazista quanto a scrittura attenta, refusi, punteggiatura e rispetto del lettore». O, in un altro corso, li invita caldamente a rileggere, con un dizionario, da soli o davanti a un compagno fidato, per «evitare tragiche perdite di punti». Ci sono pagine e pagine [mirate al] dictionary building,[cioè al] potenziamento del vocabolario. Si va da capezziera (la stoffa che protegge la parte della poltrona dove si appoggia la testa) a catamite (efebo), da epiclesi (il momento della messa in cui viene invocato lo Spirito santo) a orgone (l’energia cosmica primordiale, la libido degli umani). Un catalogo incrementale dell’esattezza, in nome della sua parossistica sensibilità linguistica (Sprachgefühl è il termine tedesco che mette in una lista del ‘97). Ecco, per dire che non era uno che predicava bene e razzolava male. Quello che pretendeva dagli allievi era solo una frazione di ciò che chiedeva a se stesso.
Però poi, come un genitore orgoglioso, conservava anche dei campionari di frasi divertenti concepite da loro. «Ho preso una multa per eccesso di velocità, disse precipitosamente». «Mi piacerebbe un altro Martini, disse seccamente». «Accendete la lavatrice, disse la mamma con riflesso automatico». Non lesinava consigli: «È un dato di fatto: gli studenti che vengono a ricevimento finiscono col fare un lavoro migliore. Ci sono 3 ore alla settimana, uno specialista altamente addestrato, altamente pagato, che si fissa l’ombelico e non fa altro che aspettare che qualcuno si presenti con domande o problemi. Farò del mio meglio per fissare un appuntamento anche fuori dagli orari ufficiali se non doveste farcela». Era il prof che avremmo tutti voluto. E in più era DFW.

Un pensiero su “SCRAP-BOOK. Sulla “pignoleria” di David Foster Wallace

  1. Quando ho visto questo scrap-book dedicato a david Foster Wallace sono sobbalzato. Non avrei mai pensato di trovare su Poliscritture un riferimento ad un autore, di culto in altri ambiti, così difficilmente catalogabile, mainstream e allo stesso tempo “alternativo”, profondamente americano e allo stesso tempo radicalmente critico nei confronti di quella cultura. Bene, fa sempre piacere vedere demolito un proprio pregiudizio…anche se il fatto di essere per ora l’unico commentatore significherà pure qualcosa.
    Per la mia “formazione” DFW è stato importante, soprattutto per la saggistica in quanto, lo ammetto, i suoi testi principali quali “la scopa del sistema” e “Infinite gest” mi attendono con le loro migliaia e migliaia di pagine sugli scaffali della libreria. Questa nota sugli appunti ritrovati di DFW da conto di un aspetto per me fondamentale della sua riflessione che in altro modo è ripreso dalla discussione che si è sviluppata sul post di Ennio Abate su “La doppia crisi. Riconoscimento dei poeti…”. La necessità che la letteratura abbia un senso per la vita quotidiana personale e politica, che sia “…roba importante da conoscere da parte di altri esseri umani”, mettendo in luce che un approccio semplificatorio del tipo “…non so, pensavo che la poesia fosse, cioè ok” non porta molto lontano sul piano della qualità. Forse il gergo è troppo “americano” per noi ma il senso direi che è chiaro.
    In questo senso aggiungo una parte del discorso tenuto da DFW ai giovani laureati in lettere del Kenyon college il 21 maggio del 2005 pubblicato nel libro “Questa è l’acqua”. Dopo avere raccontata la nota storiella dei due pesci che si incontrano nella quale quello anziano chiede a quello giovane “com’è l’acqua oggi?” e quello giovane risponde “l’acqua? che cosa è l’acqua?”… commenta:
    “…la vera, fondamentale educazione (degli studi umanistici) a pensare che dovremmo ricevere in un luogo come questo non riguarda tanto la capacità di pensare, quanto semmai la facoltà di scegliere a cosa pensare. Se la vostra totale libertà di scegliere a cosa pensare vi sembra fin troppo ovvia per sprecare il fiato a parlarne, vi chiederei di pensare ai pesci e all’acqua, mettendo da parte, solo per qualche istante, ogni scetticismo sul valore delle perfette ovvietà.”

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