Intervista (1) a Marina Pizzi

klee pizzia cura di Ennio Abate

Questa è la prima di una serie – spero numerosa – d’interviste  mirate a poeti e poetesse che intendo fare nei prossimi mesi. Sarà un modo di  continuare l’interrogazione su cosa sia la poesia anche nella forma del dialogo in apparenza più appartato e distaccato dal dibattito pubblico a più voci. [E.A.]

Ritieni che ci sia una relazione tra la tua biografia e la tua poesia?

le relazioni sono molto sporadiche e rielaborate secondo bugia o finzione che dir si voglia. posso dire che mia madre faceva la sarta: qui termina la verità, il resto, se c’è, è altro. le relazioni sono nel ricordo del vissuto, nel tragico avviso di morte nell’anniversario che può
battezzare i versi.

Stimolata da chi o da cosa hai cominciato a scrivere poesie?

ho iniziato a scrivere la mia prima poesia il 22 febbraio 1978 per un
obbligo accademico: o la scrivi o ti butto fuori dal seminario perché io non volevo saperne, così il professore di allora. il titolo del componimento fu Rabbia. sono stata toccata da Dante e da Montale. un interesse particolare fu la poesia di Beppe Salvia, mio compagno nella vita con la sua poesia così distante dalla mia. amo René Char e molti altri.

Ci sono autori/autrici che ti hanno influenzato?

il vuoto o la scintilla. i nomi contano poco, ma di certo dalla poesia nasce la poesia, almeno càpita spesso.

Rivedendo le tue numerose raccolte (e avendo a mente anche gli inediti che suppongo in elaborazione) trovi un filo che le unisce o vedi delle discontinuità?

la mia scrittura si è elaborata nel tempo, le raccolte sono discontinue, oggi molto più fluide ma non logiche: scrivo per disperazione, oggi e ieri ma non all’inizio. in gioventù c’era un po’ di gioia, oggi il buio attivo. ormai chiedo solo di scrivere anche sulle sabbie mobili.

Hai mai scritto delle riflessioni sulla poesia (tua o altrui)? E, basandoti sulla tua esperienza, che idea ti sei fatta della poesia in Italia?

ho scritto qualche rara recensione, interviste, pensieri. il senso oggettivo in Italia è che sia la MAFIA a gestire i risultati pubblici della poesia, le cosche espellono o internano. lo scambio la fa da padrone. vanità di vanità, cattiveria di cattiveria. si può essere bravissimi e non bastare, la manica del Custode è molto rigida. si è debellati anche perché si è soli, io offro soltanto i miei versi, non ho altro e questo non basta.

Che opinione hai dei poeti, dei critici o dei lettori che si sono interessati alla tua poesia?

sul web l’interesse per i miei versi è quasi sempre stato aperto, disponibile, sulla carta stampata poche cose. un’attenzione da parte di Mengaldo, libri di Crocetti, poi il largo della piccola e minima editoria. mi hanno tagliato le gambe anche e non solo per invidia, per oscurità, gusti personali, cattiveria ecc.

Esistono dei luoghi in cui scrivi le tue poesie con più agio o concentrazione? Su cosa scrivi e con quali mezzi? Speri in un’attenzione maggiore degli altri verso la tua poesia?

io scrivo sempre, non ho pace. ho molte raccolte sepolte. scrivo al computer, al lavoro o a casa, mi disturba l’ordine che non riesco a trovare, avrò perso molti versi cambiando ogni tanto di computer. prendo appunti su carta qualunque in attesa di travaso al computer e di altra attenzione. scrivere è la mia vita esclusiva, ma non ho nessuna speranza; molto spesso si pubblicano molto bene le pochezze. mi disturba la sicumera di molti.

Cosa pensi della tua poesia? E degli altri che ne scrivono?

quasi unica sostanza della mia poesia è la morte anche quando il verso appare leggero o gioioso. la poesia come terapia alla depressione non consola, è un fido accanto solitario e fisso. e poi tutti scrivono, non c’è gusto a stare nel pantano o palude senza essere riconosciuti con forza. io non voglio invecchiare, spero di morire oggi, nessuno può aver pietà di me. ho difficoltà relazionali, in più sono ipoudente e il gioco al massacro attende lieto.

P.s.
Avevo scelto una delle poesie di Marina Pizzi:

in penitenza sulla riva dell’ultimo
ruscelletto non ingoiato del caos.
è perno ancora il musico ribelle
padre di sé per un ricciolo di mora.
in penitenza sulla costa del furto
s’impari il panorama di chi perde
al gioco o al simbolo di credere
seppure evanescente il tuo bel viso.
in mano alla cipolla che fa piangere
il gerundio dell’escluso il sorso breve
contro un’arsura somma. e invece piange
il padre della sposa astemio sulla cenere
del volatile. in tanto mare spadroneggia
l’orco del cimelio di voltarsi indietro
indietro senza tramutarsi anzi invecchiando
con la stazza ossea.

E le avevo chiesto di ricostruire, se possibile, l’occasione, il luogo, le immagini e i pensieri che potevano essere passati per la sua mente nei giorni in cui la compose. Ecco il suo motivato rifiuto di questa domanda:

Impossibile, Ennio, ne potrei scrivere una gemella sùbito. alle volte mi meraviglio leggendomi. oso naturalmente, c’è da stupirsi senza volerlo, sogno ad occhi aperti? pazza? schizofrenica? la poesia sale e scende da immensa atleta. nessuna censura. un’altra poesia per il vulcano postremo della vecchiezza.

10 pensieri su “Intervista (1) a Marina Pizzi

  1. Plaudo all’iniziativa: che i poeti trovino la forza, o se preferite l’arroganza, o perché no l’ingenuità, di dire della vita e della loro poesia.

  2. …ringrazio anch’io Ennio per l’iniziativa e Marina Pizzi, che non si è affatto sottratta, anzi ha fornito chiavi di lettura della sua bella e oscura poesia…Nell’ultima risposta quando dice ;”Nessuna censura. un’altra poesia per il vulcano postremo della vecchiaia” mi sembra alludere a quel far scaturire dal centro della terra, cioè di sé, un infinito magma di parole, cioè di emozioni, esperienze che distruggono ma rimodellano anche un paesaggio…postremo: quando tutto sarà distrutto (nella vecchiaia del mondo) sulle pendici del vulcano, potranno nascere messi, ginestre…Ora è solo magma incandescente…Ma in questo magma si possono anche ravvisare metamorfosi: ogni verso si evolve in un altro per forma e significato ( tranne in qualche caso) e questo mi ricorda certe figure mitologiche come bloccate in una trasformazione: le sirene metà donne e metà pesci, il minotauro metà uomo e metà toro…Per ciò penso che questa di M. Pizzi sia una poesia che si apre in qualche modo alla speranza, nonostante lei affermi “..quasi unica sostanza della mia poesia è la morte…è un filo accanto solitario e fisso”, forse suo malgrado c’è un’attesa

  3. “ogni verso si evolve in un altro per forma e significato”
    Bella osservazione, Annamaria, alla quale non saprei cosa aggiungere; forse che la poesia è libera nelle sue scorribande, com’è libera tra le mani del poeta che la incatena.

  4. SEGNALAZIONE PROVOCATORIA: MA SE ERA/E’ OSCURO DANTE PERCHE’ NON PUO’ ESSERLO ANCHE…

    Nel precedente post dedicato a “Cantico di stasi” di Marina Pizzi (qui: http://www.poliscritture.it/2015/01/29/cantico-di-stasi-2011-2014/#more-1631) molto e si discusse di “oscurità” della sua poesia. Ma anche in altri post (http://www.poliscritture.it/2014/07/03/su-comprensibilita-e-incomprensibilita-in-poesia/) la questione si ripresentò ( e penso che si ripresenterà).

    Non in difesa dell’oscurità, che sarebbe posizione di poetica che ritengo equivoca e rischiosa, ma a riprova della inevitabilità di una certa oscurità in poesia, tutta da interrogare invece di scandalizzarsene, e nella grande poesia stralcio questo passo di un saggio appena letto di Claudio Giunta su Dante:

    “Dante, al contrario, non spiega. Cita, allude, prende personaggi ed eventi del passato e li inserisce nel suo racconto ma – dato che ciò che gli sta a cuore non sono tanto le loro vicende personali quanto il loro valore esemplare – dà spesso al lettore informazioni scarse e lacunose circa la loro identità terrena. Chi, senza l’aiuto dei commenti, riuscirebbe a immaginare tutta la storia che sta dietro ai sei versi pronunciati da Pia dei Tolomei alla fine del quinto canto del Purgatorio?
    Ma non c’è soltanto questo. La Commedia è anche piena di passi, alcuni memorabili, in cui Dante parla, semplicemente, della sua vita privata. E ne parla come se tutti fossero al corrente di ciò che sta dicendo, o meglio come se non gli importasse del fatto che nessuno può davvero afferrare ciò che sta dicendo. Anche in questo caso è utile un confronto.

    il codice ristretto di Dante – le allusioni a una “pargoletta” che lo ha messo sulla cattiva strada (Pg XXI 59), ai “battezzatori” di San Giovanni (If XIX 16-24), ai suoi trascorsi con questo o quel personaggio del poema (Forese, Carlo Martello, Belacqua) – non è che memoria personale, perciò non condivisa, ed è probabile che esso non sia stato mai trasparente per nessuno salvo che per Dante.
    Insomma, la terza ragione che allontana la Commedia da noi è questa: la Commedia è molto difficile da capire perché Dante parla di moltissime cose disparate senza però darsi la pena di offrire al lettore informazioni che gli facciano capire di chi o di che cosa si sta parlando. Dato che è difficile da capire, la Commedia è anche difficile da amare. A scuola accade spesso che queste difficoltà vengano un po’ nascoste per non spaventare gli studenti: e la bellezza e l’importanza della Commedia (come di altre opere del passato) vengono date come ovvie, auto-evidenti. Ma non è così. La Commedia è certamente piena di cose meravigliose, ma anche per apprezzare queste cose meravigliose bisogna fare un po’ di fatica. “La verità non si concede ai pigri”, ha scritto qualcuno: e lo stesso si può dire della bellezza. “.

    P.s.
    Il saggio di Giunta, che ho già segnalato in privato ad amici e amiche, è illuminante anche per altre questioni che affronta (la differenza tra scienza e poesia, la distanza di oggi dal passato, ecc.) e ne suggerisco la lettura completa. Ecco il link:http://www.internazionale.it/weekend/2015/03/15/perche-leggere-dante-commedia

  5. O.T. (a proposito di “commedia”)
    Ingresso dell’Inferno: per Minosse è vita dura, in quale girone deve spedire l’hacker? E lo stalker? Così non si può andare avanti e la soluzione è una: Dante torna in missione sulla terra per aggiornare il prontuario dei peccati.Abbiamo scelto Dante Alighieri perché è un personaggio di suo, perfetto per legare i nostri sketch. Mai più un film che non sia girato a Torino: tutti i reparti tecnici sono estremamente professionali, e dove punti la macchina riprendi uno scorcio bellissimo, tanto che è stata dura creare la nostra ‘città infernale’.Dante-Mandelli e Virgilio-Biggio. L’uno proprio Alighieri, l’altro un qualunque ‘Virgilio’ scovato dal Maestro leggendo i campanelli di un condominio. Noi abbiamo sempre giocato con i nostri ‘mostri’ e questa volta li abbiamo pensati ‘peccatori’: c’è il tossico dei selfie, il negato per il wi-fi, il quarantenne dalla sindrome infantile (…)

  6. grazie a Marina Pizzi (e a Ennio per l’iniziativa) per la libertà che ci mostra in opera “oso naturalmente, c’è da stupirsi senza volerlo … la poesia sale e scende da immensa atleta. nessuna censura.”

  7. Se Abate riuscirà nel suo intento, ne verrà fuori un’opera meritoria, gli faccio quindi i miei migliori auguri. Sul primo poeta, quel che scrive Marina Pizzi è il lato “oscuro” della poesia contemporanea, che invece per essere spendibile e portare qualche utile si è avvicinata molto prima al discorso parlato e poi a quello mediatico. Direi anche che qui non c’è ispirazione, nel senso classico, ma traspirazione. La poesia della Pizzi agisce da medium fra la coscienza normata e quel che non si dice. E’ un’anticlassica, come tale non leggibile e meno ancora spiegabile o ideologizzabile.

  8. ho letta l’intervista e ne ho ricavato la conferma che mi aveva lasciato l’autrice in una precedente su questo sito.
    Persona sofferente in modo esasperato, perciò degna della massima attenzione.
    grazie Ennio

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