Michele Ranchetti sul giovane Renato Solmi

Ranchetti

Stralciata da un saggio su Ernesto De Martino, pubblico questa testimonianza “indiretta” di Michele Ranchetti (1925- 2008) sulla figura del giovane Renato Solmi, suo amico e, come scrive, «compagno di scuola». Si tratta di un ritratto ravvicinato, di certo più complesso e tormentato di quelli neutri, impersonali e frettolosi che si leggono negli abborracciati necrologi seguiti alla notizia della morte di Solmi. Perché Ranchetti, com’era solito, parla dell’ altro ma anche di sè. E si potrebbe dire: dal punto di vista di un “cattolico critico” alle prese con la crisi di un “marxista critico”.
Infatti, partendo da uno spunto minimo (la somiglianza fisica con De Martino attribuitagli dall’amico), risale a una «ragione, più privata» (in apparenza, secondo me): la sofferenza ( o «crisi di presenza» in termini demartiniani) in cui era incappato il  suo quasi coetaneo  Renato, nato nel 1927. E mette in luce il contrasto tra due modi,  nel periodo fascista nettamente contrapposti, di rapportarsi a tale sofferenza: quello “razionalista” e “umanistico” del padre di Renato, il poeta e critico Sergio, e quello pionieristicamente tentato dalla psicanalisi (si pensi anche a Saba), in Italia allora una «non scienza», malvista se non disprezzata dalla cultura prevalentemente idealistica del fascismo.
Da questo scritto emerge un problematico e irrisolto (per me) confronto, qui solo accennato, tra i “vantaggi” di un’appartenenza religiosa («io potevo riferirmi ad una istituzione, a un culto, a un magistero, ad un clero dispensatore di sacramenti, e rivolgermi a strutture secolari di conforto, a sistemi articolati di protezione») e una  «dialettica negativa», più inerme e forse da Ranchetti sottovalutata se scrive: «il marxismo non ha potuto sublimarsi sino a raggiungere le soglie del simbolico o del religioso»). Si tratta di un nodo di problemi che riaffiora di continuo. Ad esempio nel confronto tra il “marxista critico” Fortini e l'”illuminista” Rossanda a proposito di un film di Bergman (Cfr. Un mezzo litro dopo “Sussurri e grida” (23 novembre 1973) in Disobbedienze I, il manifesto, Roma 1997) ma anche nella nostra  discussione sui recenti post (qui e qui).  [E. A.]

Di De Martino, però, mi continuava a parlare Renato Solmi, mio compagno di scuola e di Università, allora a Napoli, all’Istituto Croce, impegnato in una ricerca sulle lettere di
Platone, argomento della sua tesi di laurea. Sulle categorie di De Martino, Solmi avrebbe scritto, già nel 1957, un saggio straordinario che ho riletto in questi giorni, riprovando la stessa emozione per la lucidità intellettuale, e il rigore delle argomentazioni. Ma allora Renato non ne discuteva con me, che non avrei saputo seguirlo nel ragionamento né, tanto meno, contraddirlo: si limitava a ripetermi che io secondo lui assomigliavo molto a De
Martino, fisicamente. Ed io mi inorgoglivo per questa somiglianza con un grande, anche se, credo, di statura piuttosto modesta, quasi come la mia.
La figura di De Martino (l’immagine intravista accanto al grammofono, e il pensiero, esaminato così criticamente da Solmi) mi sono però rimasti in qualche modo presenti, come di un testimone di cultura diverso dagli altri e a cui fare riferimento, prima o poi, nel corso dell’ esistenza. Questa necessità di riferirsi a lui, e a pochi altri, mi si è rafforzata leggendo il famoso saggio di Cesare Cases sui «quaderni piacentini»: quel colloquio sul letto di morte di De Martino e in particolare quella interrogazione sul sapere della morte che non riesce a farsi esplicita per non ledere l’incertezza dei tre presenti di fronte ad un accadimento che comunque li supera con la sua necessità non esplicabile e definitiva. [Ne ho riferito di recente su Poliscritture > qui].
Ma vi era anche un’ altra ragione, più privata, per la sua presenza nella mia mente: il fatto che proprio quell’ amico che aveva creduto di individuare una mia somiglianza fisica con De Martino, era stato colto da una crisi della presenza che lo aveva imprigionato in una sofferenza tremenda, senza scampo apparente. Allora, con molti altri amici, avevo dovuto e voluto occuparmi di lui. Non in modo diretto, anche perché, dopo una sua telefonata delirante in cui mi ràccontava del suo colloquio con Hòlderlin e Adorno, non l’avevo più visto. Mi incontravo con il padre, che si confidava con me sulla crisi del figlio come crisi della ragione, temporanea e risolubile mediante il ricorso alla stessa ragione, temporaneamente offuscata, e senza deviare da essa in labirinti pseudoscientifici, e comunque irrazionali, quali il trattamento psicoanalitico, o peggio. La ragione umanistica del padre si rifiutava di riconoscere il delirio del figlio ed anzi aveva per esso un radicale
disprezzo: il figlio si era dimostrato incapace di ragione sufficiente e pertanto era, ai suoi occhi, colpevole. La responsabilità poteva ricadere su Adorno e altri cattivi maestri, non gli sarebbe accaduto se avesse continuato nei suoi studi all’Istituto Croce, con veri maestri della tradizione italiana, Croce, appunto, Momigliano, forse, anche altri minori ma fidati.
I colloqui col padre non approdavano a niente: nessuna decisione ‘operativa’ poteva essere presa, in assenza del recupero della ragione, qualsiasi provvedimento di carattere terapeutico risultava a lui esterno, per così dire, al processo naturale affidato all’intelletto, e solo ad esso.
Persona colta, sensibile e raffinata, il padre era del tutto ignaro di forme di intervento diverse da quelle mediche tradizionali, per lui psicoanalisi equivaleva a non-scienza, a barbarie irrazionale, in un certo senso, ne aveva orrore e paura, e non voleva che il figlio amatissimo ne venisse catturato. Coerentemente, e per un’ affinità non esplicitata ma certa, lo aveva escluso dall’insegnamento religioso scolastico. Nell’ora di religione Renato era uscito di classe insieme con l’unico ebreo, di nome Benito. Lo aveva anche escluso da ogni forma di partecipazione alle iniziative della gioventù fascista del Littorio: così, educazione religiosa, educazione fisica, ed educazione militare erano rimaste estranee e ignote: rimaneva, unica fonte, l’educazione intellettuale, i libri, la conversazione colta con gli amici del padre, unica appartenenza, unico universo raffinato ed esclusivo più che escludente. Parlando con il padre e di fronte alla crisi grave del figlio, non potevo non confrontare la sua formazione con la mia: educazione religiosa nella confessione di fede cristiana soprattutto incentrata nel senso di colpa e nell’ odio verso il peccato, carattere istituzionale della verità religiosa, nella coincidenza fra istituzione ecclesiastica e struttura della confessione di fede, ossia fra Chiesa cattolica e catechismo, misurata e un po’ ironica adesione alle forme esterne del fascismo. Ero quindi indotto ad interrogarmi sul senso della ‘cultura’ del padre trasmessa al figlio, e a chiedermi se quella crisi del figlio non derivasse dal carattere elitario e aggiuntivo delle sue forme, i libri, le esercitazioni intellettuali, il confronto fra le bravure scolastiche e disciplinari, l’interesse per le novità intellettualii, purché esse si limitassero ad una fruizione non esclusiva, non tale da porre in discussione il senso dell’esistenza individuale, il cursus honorum dal liceo all’università, alla cattedra.
In realtà, mi sembra, io confrontavo un’appartenenza ‘religiosa’ con una crisi culturale in cui sembravano decadute di senso le categorie di riferimento, appunto, più propriamente culturali, ossia il confronto fra discipline umanistiche in perenne contraddizione e contrapposizione dialettica, ma, per così dire, nell’ambito della riflessione comparativa nell’ordine razionale e a livello di comunicabilità reciproca, anche, certamente, di sistemi di pensiero e di insiemi di conoscenze. Mentre io potevo riferirmi ad una istituzione, a un culto, a un magistero, ad un clero dispensatore di sacramenti, e rivolgermi a strutture secolari di conforto, a sistemi articolati di protezione, il figlio in crisi non poteva certo, così pensavo, rifugiarsi in Adorno o in Croce: anche se non osavo dire a me stesso che operava in me la irriducibile differenza fra incarnazione e parusia che stavano dalla mia parte e nesso dei distinti o dialettica negativa che stavano dalla sua.
Ma era, quasi, così. C’era però anche qualcosa d’altro. Fra le forme possibili di aiuto per l’amico sofferente, altri amici avevano suggerito, naturalmente, il ricorso alla psicoanalisi. Il padre era, altrettanto naturalmente, del tutto contrario, come ho già detto, opponendo, con violenza assoluta, un rifiuto a priori. Credo di poter far risalire a quella crisi il mio ‘interesse’, per la psicoanalisi perché prima di allora non avevo avuta alcuna curiosità per essa, neppure come una cultura del nostro tempo. Come il padre, del resto. E questa assenza di curiosità e di informazione elementare indica, per inciso, quanto poco gli scritti di Freud e le stesse vicende del movimento psicoanalitico fossero penetrate in Italia. Ma allora, il ricorso alla psicoanalisi mi si era presentato come un’alternativa alla sofferenza dell’amico; e questo poteva corrispondere non solo alla necessità di provvedere ad un bisogno elementare di sopravvivenza quanto indicare un possibile mutamento di prospettiva culturale, anche religiosa, nel senso pieno del termine, al limite l’inizio di una cultura diversa. L’ingresso della psicoanalisi poteva significare una rivoluzione salvifica, data l’urgenza della crisi, o così mi apparve, e del resto non ho mai abbandonato del tutto questa prospettiva.
Rimaneva però sempre quella figura: la mia somiglianza fisica con De Martino, indicata proprio da quell’amico ora sofferente. In realtà, ripensando dopo molti anni a quella crisi e ai suoi esiti, ma soprattutto ai mesi del suo primo manifestarsi, mi sembra  che per me essa abbia posto in relazione improvvisamente tre elementi o fattori o momenti che da allora e sino ad ora hanno costituito il senso della mia esperienza.
Il primo momento è la possibilità, concreta, immediata e inarrestabile, di una crisi della presenza, quale può verificarsi nel corso di una esistenza individuale; il secondo è l’interrogazione ‘culturale’ ossia la domanda che lo stato di depauperazione del soggetto rivolge alle persuasioni razionali e conoscitive in cui si era svolta la sua esistenza; il terzo, la risposta a questa domanda e la possibilità di un ricorso a qualcosa di diverso dall’insieme di informazioni che sino ad allora avevano sorretto l’equilibrio di esistenza o di presenza.
Nel caso dell’amico, il primo e il secondo momento non hanno potuto ricorrere ad altro che a una ripresa faticosa e intermittente del ‘resto’ di ragione ancora presente nel concorso degli stessi attributi conoscitivi della cultura di formazione. Pertanto Adorno è rimasto Adorno, le categorie dello storicismo sono rimaste le stesse, l’irrazionale culturale è rimasto negato all’ origine, e il marxismo non ha potuto sublimarsi sino a raggiungere le soglie del simbolico o del religioso: la storia è rimasta storia, nessuna meta-storia è comparsa all’orizzonte rivoluzionario, la stessa prassi politica è rimasta sforzo quotidiano di dissenso eversivo nello svolgimento di compiti minori assolti con scrupolo.
Per me, la compresenza di questi tre momenti ha provocato un ripensamento radicale del senso dell’istruzione religiosa in cui mi ero formato in un processo quasi inconsapevole. In particolare, l’interrogazione si è indirizzata al nesso fra predicazione evangelica e istituzione ecclesiastica, ossia alla necessità o meno del passaggio dalla parola di verità alla costruzione di un edificio dottrinale, chiedendomi se, appunto, in questo trasferimento, per così dire, della verità in dottrina fissa e ripetibile, conoscibile nelle sue forme scritte, non andasse perduta una parte dell’elemento originario, del sacro-indicibile, detto rozzamente, e se l’istituzione avesse soprattutto il carattere di conservazione di un deposito tanto più sicuro quanto meno interrogabile secondo conoscenza e intelletto.

(da Michele Ranchetti, Osservazioni su De Martino, in «Scritti diversi IV. Ulteriori ed ultimi (2000-2008)» a cura di Fabio Milana, pagg. 195-199, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2010)

7 pensieri su “Michele Ranchetti sul giovane Renato Solmi

  1. …nell’introduzione al post si parla di gioco di specchi: penso in riferimento a questo riflettersi e distanziarsi nei loro percorsi e crisi di ben tre pensatori: Michele Ranchetti, Renato Solmi e Ernesto De Martino…Credo che poi ciascuno di noi vi si confronti, è inevitabile…
    Certo Renato Solmi, dalla testimonianza dell’amico, ha dovuto davvero soffrire per allontanarsi dalla tradizione familiare di pensiero, vista poi la figura autorevole del padre, ad un’altra forma di pensiero, “critica marxista”, in cui convergevano le sue nuove convinzioni…Sembra che la “crisi di presenza”, e quanto di umanamente travagliato comporta, si accompagni ad ogni nostro cambiamento di pensiero e di vita.
    Mi ha colpito il riferimento a “quel colloquio sul letto di morte di De Martino” riferito da Cesare Cases e mi piacerebbe saperne di più (se possibile, ringrazio Ennio), perché un mio professore delle superiori ce ne aveva parlato ( credo, almeno, che si riferisse a questo episodio) come di un patto tra amici: il primo fra loro che fosse arrivato a quell’ultimo passo, ne avrebbe parlato agli altri…ma non fu così. Certe cose non si possono né dire, né chiedere

  2. Lo trovo uno scritto affascinante, per due argomenti, sottolineati anche da Ennio.
    Il mondo razionalista e umanistico del padre di Renato Solmi, di cui Ranchetti sottolinea Ranchetti la valenza morale : ” La ragione umanistica del padre si rifiutava di riconoscere il delirio del figlio ed anzi aveva per esso un radicale disprezzo: il figlio si era dimostrato incapace di ragione sufficiente e pertanto era, ai suoi occhi, colpevole”.
    E il capovolgimento del senso comunemente attribuito alla tradizione: “se, appunto, in questo trasferimento, per così dire, della verità in dottrina fissa e ripetibile, conoscibile nelle sue forme scritte, non andasse perduta una parte dell’elemento originario, del sacro-indicibile, detto rozzamente, e se l’istituzione avesse soprattutto il carattere di conservazione di un deposito tanto più sicuro quanto meno interrogabile secondo conoscenza e intelletto.”
    Mi sembrano due punti -il dovere morale dell’intelletto, e la preservazione del sacro indicibile da parte dell’istituzione- che, svincolati dalle concrete circostanze storiche in cui si sono collocati, meritano la riflessione.

  3. @ Fischer

    “Mi sembrano due punti -il dovere morale dell’intelletto, e la preservazione del sacro indicibile da parte dell’istituzione- che, svincolati dalle concrete circostanze storiche in cui si sono collocati, meritano la riflessione.”

    Sì, ma quali riflessioni ti vengono da fare?…

  4. Rispondo volentieri. 1 Non so come Solmi abbia risolto la crisi della presenza che lo aveva imprigionato, se con l’analisi o con cure mediche. Ma l’esito è stato un di più di lavoro dell’intelletto. In fondo era ciò che suo padre indicava, scrive Ranchetti: “Mi incontravo con il padre, che si confidava con me sulla crisi del figlio come crisi della ragione, temporanea e risolubile mediante il ricorso alla stessa ragione”. Il padre non disponeva di un orizzonte di conoscenze utile al figlio, anzi si opponeva alle letture del figlio, ma ricorrere alla ragione nelle crisi della ragione è stata una via percorsa dal figlio.
    2 Mi corrisponde l’interrogazione di Ranchetti se l’istituzione (chiesa) non “avesse soprattutto il carattere di conservazione di un deposito tanto più sicuro quanto meno interrogabile secondo conoscenza e intelletto”. Avevo un amico prete missionario, che mi sottolineò come la trasmissione del carisma sacerdotale avvenga con l’imposizione delle mani, nella successione dall’uno all’altro, dagli apostoli fino ad oggi. Sicuramente quel mio amico aveva chiaro in mente il sacro indicibile dentro l’istituzione.
    Sottolineo questo aspetto perché trovo riduttivo pensare alla religione istituzionalizzata solo come apparato di potere. Si fanno delle distinzioni, le fa Mayoor, tra dio e il divino, la religione e la religiosità, che però mi ricordano all’incontrario il ragionamento di Marx sul ferro di legno.
    C’è nelle religioni una componente *irrazionale, magica, inconscia* che è propria della religiosità popolare e del culto dei santi: tutto questo si incrocia con l’istituzione, ma ha una spontaneità e necessità che non è riducibile solo a ignoranza e rozzezza. E per esempio basta pensare a Romana Guarnieri e al suo libro Con occhi di beghina, Marietti, 2003.

  5. …Cristiana Fischer scrive”C’è nelle religioni una componente *irrazionale, magica, inconscia* che è propria della religiosità popolare e del culto dei santi: tutto questo si incrocia con l’istituzione, ma ha una spontaneità e necessità che non è riducibile solo a ignoranza e rozzezza”. Sono d’accordo con questa affermazione, ma non credo che debba essere l’istituzione chiesa la sola depositaria di questo patrimonio, che ha origini anche precristiane, se penso a riti, credenze e usanze…
    I riti e le usanze legati al periodo dell’avvento o al battesimo per la nascita e l’accoglienza di una nuova vita nella comunità, i riti della “settimana santa” per affrontare la morte nella speranza della resurrezione…poi i riti di iniziazione dei giovani all’età adulta, come comunione e cresima…e quelli legati al lavoro e alla terra erano presenti nel mondo arcaico e contadino…Penso che sia possibile riappropriarsene, senza doversi inchinare di fronte alle gerarchie ecclesiastiche…Non credo che la chiesa ci debba dare il suo licet, semplicemente per coltivare un nostro senso religioso legato alla vita, alla natura e alla comunità.
    Pur non essendo credente, tutti gli anni preparo con i nipoti un presepe e mantengo alcune tradizioni…prego persino

    1. Annamaria Locatelli scrive: “non credo che debba essere l’istituzione chiesa la sola depositaria di questo patrimonio, che ha origini anche precristiane, se penso a riti, credenze e usanze”… che l’istituzione ha raccolto!
      Allora mi confermo sulla elementarità dei fondamenti della(e) religione(i). Mi confermo sull’importanza di rivolgersi, sine ira ac studio, allo studio della teologia.
      Riporto però uno scambio avuto con Gianmario Lucini. Avevo scoperto in rete un suo studio sul teologo Rahner, e glielo avevo ricordato. La sua risposta: “La teologia… credo che non esista: è filosofia travestita e un poco deviante :-))”
      Lui era un pratico, io sono ancora deviante, forse guarirò.

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