Scrittori e Resistenza, ieri e oggi

resistenza inedita

di Ennio Abate

Per diffidenza verso le celebrazioni in preparazione  per il prossimo 25 aprile, che verrà di certo  presentato come il 70° anniversario della indiscutibile “liberazione” ,  pubblico questa mia  vecchia riflessione. La presentai in uno dei gruppi di lavoro del Congresso ADI, Rimini 21-24 sett. 2005,  al quale ero stato invitato ma i suoi organizzatori non si degnarono poi d’includerla negli Atti ufficiali senza darmi alcuna spiegazione. In assenza di un ripensamento radicale e profondo della storia del secondo Novecento, urgente ma quasi impossibile nell’attuale degrado politico e culturale in cui siamo stati cacciati, preferisco attestarmi su quanto sono riuscito a pensare della Resistenza sulla base dello studio  di autori oggi del tutto dimenticati  se non messi al bando.  E’ l’unico modo per me ancora valido di onorarla. [E.A.]

[Letteratura della Resistenza e sulla Resistenza] Una letteratura della Resistenza – nata sotto l’urgenza di eventi e emozioni, fondata sul vissuto e sulla lingua parlata più che letteraria – aveva accompagnato la lotta partigiana in Italia. Era fatta di canti spesso riadattati su quelli della Prima guerra mondiale, di giornali clandestini o semiclandestini delle varie brigate partigiane, di lettere. Il tutto fu più tardi e solo in parte raccolto. Pensiamo alle Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, pubblicate da Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli nel 1952[1]. Ci fu poi – anche se col tempo la differenza è stata considerata trascurabile – una letteratura sulla Resistenza. Venne a lotta conclusa o molto più tardi. Troviamo qui Fenoglio, che solo dopo la guerra rielaborò nei suoi racconti e romanzi gli appunti presi nelle pause della guerra partigiana; Fortini, che pubblicò Sere in Valdossola nel 1963; o I piccoli maestri di Meneghello, che sono del 1964, mentre il suo Fiori italiani esce nel 1976. Si tratta quindi di opere “a cose fatte”, non di testi nati nel vivo degli avvenimenti, come accadde in Francia per Il silenzio del mare di Vercors o certe liriche di Eluard (questo dice quanto siano stati diversi i caratteri e i tempi di maturazione della Resistenza in Europa). E si va da una scrittura di memorie, più sorvegliata rispetto a quella dei giornali clandestini e spesso dal taglio narrativo e dallo stile ben curati anche quando non proviene da letterati di mestiere (elenco alla rinfusa i nomi di Livio Bianco, Giame Pintor, Renata Viganò, Pietro Chiodi, Mario Bonfantini, Ubaldo Bertoli, Lanfranco Bolis, Giovanni Pesce, Nuto Revelli, Nardo Dunchi, Bilenchi, Fortini), alla narrativa vera e propria di Vittorini, Pavese, Calvino, Fenoglio, Cassola, Pratolini. Sull’argomento esistono varie antologie. Ricordo: a) per la narrativa, quelle di Giovanni Falaschi: La Resistenza armata nella narrativa italiana (1976) e La letteratura partigiana in Italia 1943-1945 (1984), che insistono sull’origine orale dei racconti, tipica di quel periodo in cui l’intera società fu investita dal conflitto tedeschi/alleati e dalla guerra civile e tutti ebbero qualcosa di tragico da raccontare trovando ascolto partecipe in un pubblico che aveva vissuto esperienze simili; e sull’attenzione di queste narrazioni alla fisicità dell’esperienza (sensazioni procurate dal freddo, dalla paura, dalla fame, da rumori sospetti, spari, ecc.); b) per la poesia, quella di Acrocca e Volpini, Antologia poetica della Resistenza italiana (1955), criticabile però per la sovrabbondanza di testi genericamente populistici e certe sue inclusioni: ad esempio di Montale e di Ungaretti o dello stesso Quasimodo, autore di una poesia genericamente umanistica, Alle fronde dei salici, onnipresente nelle antologie scolastiche, mentre è difficile trovarvi la Ballata della partigiana nuda di Meneghello, che tratta delle sevizie della banda del maggiore Carità ed è sicuramente più bella e aderente al senso aspro di quegli eventi[2].

[L’oscuramento della categoria «letteratura della Resistenza»] Ma cos’è accaduto negli ultimi decenni a questa letteratura? Nel ’93 Fortini, in una conferenza a Milano proprio su Letteratura e Resistenza[3], notava che se Il Novecento di Luperini (1981) accettava ancora la categoria di «letteratura della Resistenza», in opere successive – la Storia della letteratura italiana di Ferroni o l’antologia scolastica di Segre e Martignoni Testi nella storia, entrambe del 1991 – era stata abbandonata; e autori e temi, prima raccolti sotto quella dizione unificante, venivano ora distribuiti nei vari generi letterari tradizionali (romanzi, poesie, memorialistica, ecc.). Visibile anche in questi piccoli segni, era in atto un mutamento degli orientamenti culturali, che ha contestato, scomposto e rinnovato l’immagine ufficiale della Resistenza, spesso monumentale e retorica. A mio parere lo si segue meglio nella storiografia sulla Resistenza prodotta negli ultimi decenni, perché letterati e storici della letteratura hanno semplicemente abbandonato il tema.

[Claudio Pavone] Abbiamo avuto innanzitutto la ricerca di Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza (1991) antitetica a quelle di Renzo De Felice sul fascismo. Queste hanno voluto confinare la Resistenza a evento marginale nella storia italiana. Pavone ha invece spostato l’attenzione degli studi sulla Resistenza dalla politica alla «moralità» (da intendere in senso collettivo non individuale), «dai programmi agli uomini», alle loro convinzioni morali, dubbi e passioni; e ha restituito pluralità e problematicità alla Resistenza, mostrando in essa l’intreccio di tre dimensioni: una «guerra patriottica» contro i tedeschi per liberare il territorio nazionale; una «guerra civile» contro i fascisti; e una «guerra di classe» contro i padroni delle fabbriche e gli agrari che avevano finanziato lo squadrismo. Il suo libro è stato criticato per l’accento forte posto sin dal titolo sulla ‘guerra civile’, termine già presente in fonti resistenziali e partigiane ma finora usato soprattutto dalla storiografia filofascista (da Pisanò ad es.). Non sono però imputabili a Pavone le eccessive semplificazioni delle sue tesi: l’idea di una Resistenza soprattutto e non anche guerra civile; la sottovalutazione del legame tra le minoranze armate e politicizzate dei resistenti e le maggioranze non violente (o di quella che Pavone definisce «Resistenza in senso ampio»). Nella nuova prospettiva storiografica si sono mossi anche altri: ad esempio Alessandro Portelli, che in L’ordine è già stato eseguito ha ricostruito meticolosamente l’attentato partigiano di via Rasella e il massacro delle Fosse Ardeatine; oppure Francesco Germinario, autore di L’altra memoria. L’Estrema destra, Salò e la Resistenza, che approfondisce la differenza tra la cultura politica dei partigiani e quella del fascismo e analizza l’immagine lirica ed estetizzata della RSI.

[Un’immagine deforme della Resistenza] Nella pubblicistica e alla televisione però, della nuova storiografia sulla Resistenza circolano purtroppo i cascami peggiori. Al grande pubblico sono arrivati, enfatizzati e stravolti, soprattutto libri e programmi televisivi improntati a un volgarissimo revisionismo pulp. Un solo esempio: nel suo Il sangue dei vinti Giampaolo Pansa presenta l’epurazione dei fascisti negli anni successivi al 1945 come una carneficina dei partigiani comunisti, violenti e imbevuti di stupida ferocia. E pur non presentando nuovi documenti né affrontando la questione nel contesto di quegli anni, il libro viene letto come libro di storia e discusso come tale[4]. Dagli anni Novanta l’immagine della Resistenza più coltivata è in assoluto questa: una gratuita «guerra civile» fra italiani, nella quale torti e ragioni non sono più ben attribuibili. Da qui l’equiparazione dei partigiani ai “ragazzi di Salò”, la tendenza a condannare solo il nazismo di Hitler o la RSI, come se prima dell’8 settembre ci fosse stato un fascismo “normale” o l’elogio ambiguo della “zona grigia”, che sarebbe stata rappresentativa del vero sentire degli italiani.

[L’impossibile equiparazione tra partigiani e nazifascisti] Pavone, Portelli e Germinario, che pur si distanziano o revisionano l’immagine tradizionale della Resistenza, non equiparano mai partigiani e nazifascisti. Hanno ben presente che sul piano umano e religioso un morto è uguale all’altro o che la pietà va riconosciuta a tutti, ma non stendono un medesimo velo pietoso su tutte le vittime: i morti nazifascisti di Via Rasella erano soldati di un esercito d’occupazione e quindi aggressori; quelli delle Ardeatine erano civili disarmati, prelevati dal carcere e uccisi a freddo. Né dalle loro ricerche si deduce che, conclusa la guerra civile, la memoria possa o debba automaticamente diventare comune per i sopravvissuti o le nuove generazioni. E in effetti divisa resta non solo fra gli eredi di quelle che furono le parti avverse, ma anche fra gli stessi antifascisti. Questi storici insistono sulle differenze qualitative tra la violenza fascista e quella dei partigiani combattenti (Si legga il cap. 7 del libro di Pavone): anche quando esiste una «zona grigia» dalla quale possono nascere comportamenti in qualche modo comuni, non è possibile equiparare «la violenza come seduzione alla violenza come dura necessità» (Pavone): la scelta dei partigiani di uccidere era una conseguenza della scelta di contrapporsi alla violenza dell’altro e rientrava in senso ampio sotto la categoria della legittima difesa implicante la possibilità di essere a propria volta uccisi. Né si deve dimenticare lo squilibrio tra le forze in campo: i fascisti, la X Mas, le brigate nere, pur essendo spesso organizzati in forma di bande di ventura, erano sostenute comunque da uno Stato: dormivano in caserma, erano protetti da una sorveglianza armata, ricevevano vitto e alloggio, mentre i partigiani dovevano arrangiarsi per dormire e per mangiare e sapevano che, se catturati, sarebbero stati fucilati.

[La Resistenza al plurale: due esempi nella manualistica storica e nella critica letteraria] La visione plurale della Resistenza è già entrata in alcuni manuali di storia. Ad esempio, in quello di Tommaso Detti et alii[5] (1998) si dice esplicitamente che «sotto il nome di resistenza bisogna comprendere non solo i partigiani in senso stretto, ma anche le diverse categorie di italiani che non accettarono il dominio tedesco e la rinascita fascista» e vengono ricordati i militari che si opposero ai tedeschi a Cefalonia o a Roma, i soldati che rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò, coloro che aiutarono in varie forme prigionieri alleati o italiani o scioperarono, ecc. E sta entrando anche in campo letterario nelle ricerche di alcuni giovani studiosi. E anche nella recente antologia di Gabriele Pedullà, Racconti della Resistenza, l’autore mette a frutto la lezione di Pavone nell’analisi della «letteratura della Resistenza», sostenendo la tesi che il neorealismo fu solo in apparenza la poetica egemone fra gli scrittori della Resistenza e che questi in effetti adottarono soluzioni ben più varie. Con le sue parole: «L’andamento orecchiabile di un Pratolini male si accorda con l’oltranza stilistica di Fenoglio, così come la paratassi di Bilenchi non ha nulla a che vedere con l’arte affabulatoria di Calvino e i dialoghi manierati di Vittorini ripugnano all’ humour anglosassone di Meneghello […] per non parlare della prosa avvolgente di Pavese e della concettosità di Zanzotto».

 [Accontentarsi della Resistenza al plurale?] L’affermarsi di un’immagine plurale della Resistenza è un fatto positivo. Ma possiamo accontentarcene? A me pare di no. La Resistenza è evento e mito fondante della Repubblica italiana e su entrambi questi aspetti lo scavo non finirà presto. Un po’ com’è accaduto in campo religioso per l’interpretazione del cristianesimo delle origini, che ha dato luogo nei secoli a interpretazioni sia ufficiali e ortodosse che a interpretazioni radicali ed eretiche, ci sono aspetti della Resistenza che continueranno ad essere indagati al di là dei luoghi comuni o delle attuali sistemazioni, valide ma pur sempre provvisorie. Molti dei problemi più radicali che si posero nel periodo che va dall’8 settembre 1943 al 1945, sono stati infatti liquidati sotto comode etichette («ribellismo», «sovversivismo» o «utopia») ma hanno continuato a covare sotto le ceneri della storia italiana e si sono ripresentati in altre forme nel ’68-’69 e negli anni Settanta, l’ «ultimo grande moto democratico che il nostro paese abbia conosciuto» (Bermani). E non a caso l’idea di una Resistenza come «occasione perduta» di un cambiamento più ampio di quello realizzato, come «alternativa spezzata nel suo punto più alto» si affacciò proprio negli anni Sessanta e torna spesso come problema non trascurabile, ad esempio anche in Nascita di una democrazia (2004), un recente libro di un altro storico, Luigi Cortesi. Per dirla con Fortini, le «domande terribilmente serie» che erano state poste nelle lettere dei condannati a morte o nella memorialistica e diaristica di quegli anni non hanno trovato ancora risposte soddisfacenti. Né in politica né in campo culturale. E perciò la domanda si poteva fare di più? – domanda che fu di una buona parte della generazione dei resistenti e che ora è stata riproposta da Cortesi – ha una carica euristica da non sottovalutare.

[Cortesi] Se Pavone, infatti, ha messo in luce il peso della «guerra civile» nella Resistenza, merito di Cortesi è quello di aver riproposto un altro dei punti sottaciuti o rinnegati della Resistenza, quello della lotta di classe; e in un quadro non più esclusivamente nazionale o al massimo europeo, ma in quello mondiale, dove già verso la fine della Seconda Guerra mondiale si era aperto il sordo scontro tra Usa e Urss. La Resistenza è da lui letta non alla luce rassicurante della Liberazione dell’Italia e dell’Europa e del superamento della minaccia nazifascista, ma a quella inquietante dello scoppio delle bombe su Hiroshima e Nagasaki. Quell’atto criminale che, com’è stato ricordato nel cinquantesimo anniversario appena trascorso, non fu motivato da esigenze belliche o dalla volontà di risparmiare vite umane (il Giappone si era di fatto già arreso) invece di chiudere la Seconda guerra mondiale, e anticipava la successiva Guerra fredda. In questo quadro mondiale, per Cortesi la Resistenza appare come un movimento dal basso, non promosso da alcuno Stato e che conteneva elementi fecondi che oltrepassavano lo scontro fascismo/antifascismo. Ad esso perciò non si addice la definizione di «guerra», né «civile», né «di classe», né «di liberazione» e/o «patriottica», definizioni per lui abusive anche se adottate dai protagonisti. Cortesi perciò riprende la tesi della Resistenza come «occasione perduta» per un grande rinnovamento democratico ben più ampio e solido di quello realizzatosi. E riapre “vecchie” questioni: l’ostilità degli Alleati verso i resistenti; la politica staliniana di apertura a Badoglio; la possibilità di legare i movimenti presenti al Sud, che ebbero un punto altissimo nelle Quattro giornate di Napoli, al «vento del Nord»; il ruolo della «svolta di Salerno» nel ristabilimento della continuità con il vecchio stato («fascistizzato»); ecc. Cortesi, che pur apprezza la ricerca di Pavone, se ne distanzia dunque su due punti: – distingue nettamente la Resistenza dalla guerra (la Resistenza, anche se ebbe come sua matrice la guerra, ne fu il suo «ripudio»); – ritiene impossibile una storia della Resistenza tutta orientata sulla «moralità» (termine chiave adottato da Pavone) fino a trascurare che «uomini, passioni e “moralità” siano costretti a vivere e subire i cicli della politica e i suoi atti di espropriazione».

[La letteratura da noi è ancora la vera storiografia dell’umanità?] Quest’ampia incursione nel dibattito svoltosi negli anni Novanta tra gli storici che si occupano della Resistenza non sembri esagerata o fuori luogo in uno scritto come questo. Si giustifica infatti per due ragioni: – contestare l’autorevole opinione, divenuta però pigro luogo comune, che la letteratura sia la vera storiografia dell’umanità; – sollecitare nuove riflessioni meno limitative ed evasive sia sulla Resistenza sia su quel che essa produsse in letteratura (il «neorealismo»). Che la letteratura sia la vera storiografia dell’umanità è stato sostenuto – ricordo – da Enzensberger in un breve saggio intitolato Letteratura come storiografia ne Il menabò 9 (1966). Fu opinione ripetuta da Sciascia sulla scorta di Manzoni. La si ritrova in Adorno: «Le forme dell’arte registrano la storia degli uomini con più esattezza dei documenti». Ma è davvero così? Ancora oggi? Credo che i risultati della storiografia delle Annalès abbiano spuntato molte delle frecciate che Enzenberger lanciava agli storici (positivisti) con cui polemizzava. E poi, sulla Resistenza chi ha lavorato di più e meglio? Chiedo provocatoriamente: opere come quella di Pavone o lavori degli storici che ho nominato non permettono di capire quel che di irrisolto e vivo è rimasto sotto il crollo della «grande utopia della Resistenza», la potenza e l’impotenza di quelle speranze e passioni storiche, quell’intreccio tra «gioia di fondo» e «ombre dense fino al dolore» (Pavone) meglio delle opere di Pavese, di Vittorini, di Calvino o dello stesso Fenoglio? Risponderei senza troppi tentennamenti di sì. Soprattutto se penso al blocco della riflessione sulla «letteratura della Resistenza» e, per contrasto, alla ricchezza e originalità della storiografia sulla Resistenza. Ma evitando di estremizzare, ritengo che sarebbe urgente e utile tornare a fare seriamente la spola tra certi risultati della recente storiografia sulla Resistenza e gli scrittori che ne diedero resoconti o narrazioni passionali (Fenoglio), meditati (Fortini; e non mi riferisco solo a Sere in Valdossola) o ambigui. E per quest’ultimo caso, penso soprattutto a Calvino: cosa si perde, infatti, della Resistenza nella proiezione fiabesca se non già di «gioco» con cui è resa ne Il sentiero dei nidi di ragno? E anche su Fenoglio, un autore ai suoi esordi censurato e oggi troppo sacralizzato dal nuovo clima “revisionista”, richiederei una riflessione critica più rigorosa e che non si limiti a censurare le domande mettendo sotto il naso l’eccellenza del risultato artistico dello scrittore di Alba. Come non vedere che nella sua opera, la Resistenza è soprattutto «guerra civile», trascurando il paradosso, messo a suo tempo in luce da Fortini e Luperini, che l’opera più intensa scritta sulla Resistenza si voglia o sia presentata come a-ideologica, punti assolutisticamente su dati esistenziali e vitalistici (l’amore, la morte, il caso, la violenza), dia tutto il campo a un eroe individualista, una reincarnazione di Robin Hood, ricacciando sullo sfondo la dimensione collettiva e politica della lotta partigiana e, per finire, abbia dei debiti indiretti «con la letteratura del tragicismo eroico europeo che è di destra, di destra fino al nazismo. Hamsun, per esempio, Jűnger» (Fortini)? Fenoglio taglia fuori aspetti ideali, politici, materiali della storia di quegli anni e della lotta partigiana, che   la storiografia fin qui esaminata considera rilevanti. Questo non significa pretendere che un narratore sia preliminarmente uno storico, ma non cancellare quello che lui ha creduto giusto cancellare (o non ha potuto fare a meno di rimuovere). E chiedersi ad esempio: Una questione privata è davvero quel libro che, secondo il giudizio – ora quasi dogma – di Calvino, quella generazione di resistenti voleva fare? Se ho presenti le riflessioni storiche di Cortesi, esito a rispondere di sì. E se, con in mente gli stimoli della ricerca storiografica sulla Resistenza, tornassi al libro di Gabriele Pedullà e in particolare alla sua prefazione, devo dire che questo studio, che pur ha ripreso coraggiosamente la negletta categoria di «letteratura della Resistenza», non sfugge a limiti imputabili soprattutto alla presente scollatura fra ricerca letteraria e ricerca storiografica. Accetta, infatti, il luogo comune oggi dominante della Resistenza soprattutto come «guerra civile» e accoglie un’immagine della Resistenza quasi fenogliana sostanzialmente depoliticizzata: una scelta esistenziale che «ha a che fare con l’esperienza dell’essere gettati nel mondo». E, pur riconoscendo il non casuale legame tra neorealismo e Resistenza, liquida sbrigativamente il neorealismo come «ingenuo» – altro dogma dei letterati post-resistenziali – senza nemmeno più distinguere tra engagement e zdanovismo, o riprendere gli interrogativi non puramente letterari che allora si posero malgrado i limiti di quella poetica e le angustie ideologiche che ebbe alle spalle.

[Resistenza60: giovani narratori che non riescono a ripensare storicamente la Resistenza] Quest’esigenza di un’iniezione corroborante di storia per rinvigorire la letteratura (o, meno estremizzando, di una nuova cooperazione tra storiografia e letteratura) appare urgente di fronte al tanto lamentato “appiattimento sul presente”, che troppo facilmente si imputa alle nuove generazioni, come se l’abbandono della dimensione storica riguardasse solo o soprattutto loro e non gli adulti altrettanto investiti dai mutamenti materiali derivanti dalla «mondializzazione». Prendiamo Resistenza 60, una raccolta di racconti, dove «sedici scrittori di diverse generazioni – ma tutti nati dopo il 1945 – si confrontano con gli ideali della Resistenza, con l’obiettivo di raccontare dell’attualità o meno di questo movimento e dei suoi valori» a sessant’anni di distanza[6]. Tranne in singoli casi – come nel racconto di Carlo Lucarelli, Portami via, delicato omaggio alla testardaggine di un vecchio partigiano che reagisce con orgoglio senile e disperato alla cancellazione della memoria tra i suoi concittadini – la Resistenza non riesce ad essere messa a fuoco innanzitutto storicamente. Ben poco della sua diversità rispetto al nostro presente, della sua epica tragica o utopica affiora in molti racconti, tant’è ossessivo e assorbente nei personaggi (e sospetto negli stessi narratori) questo presente di merci, di precariato, di fastidi quotidiani, di giocosa inconcludenza, di sesso. E l’allontanamento dagli eventi del 1943-‘45 esplode emblematicamente in una esclamazione – non si sa se disperata o qualunquista – messa in bocca a un immigrato nero nel racconto Pautasso bianco di Piersandro Pallavicini: «Ma cosa minchia è, questa Resistenza?». Due racconti in particolare hanno per tema i falliti tentativi di trasmettere memoria della Resistenza a studenti di scuola media. Quello di Massimo Cacciapuoti, Dachau e dintorni, si conclude fra i loro lazzi e sberleffi e la sconsolata ammissione: «La verità è che nessuno si ricorda più di queste cose… La verità è che le quattro giornate di Napoli non sono mai entrate nella tradizione storica e politica della città». Nell’altro di Vanessa Ambrosecchio, Milton è vivo, un’insegnante, figlia di un partigiano, sovraccarica del più rigido armamentario di analisi testuale si arrende alla interpretazione tutta intuitiva e selvaggia che i suoi alunni faranno dell’ultimo capitolo di Una questione privata di Fenoglio. Fallimenti – a me pare – inevitabili finché la rielaborazione di quel passato non disporrà del meglio della riflessione storiografica sulla Resistenza e non si libererà da accanimenti pedagogici e formalistici che nella comunicazione a scuola fra adulti e giovani hanno surrogato la ricerca, le domande, l’esplorazione di temi scomodi nuovamente diventati tabù.

Bibliografia:

Narrazioni:

Renata Viganò, L’Agnese va a morire, Einaudi, Torino 1949
Beppe Fenoglio, I ventitrè giorni della città di Alba, Einaudi, Torino 1952; Una questione privata, Il partigiano Johnny, , Einaudi, Torino 1968
Romano Bilenchi, I Tedeschi, in Opere, Rizzoli, Milano 1997
Pavese, La casa in collina Einaudi, Torino 1948); La luna e i falò Einaudi, Torino 1950
Vittorini, Uomini e no , Einaudi, Torino 1945
Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno , Einaudi, Torino 1947
Cassola, Fausto e Anna Einaudi, Torino 1952; La ragazza di Bube , Einaudi, Torino 1960
Meneghello, I piccoli maestri,Mondadori, Milano 1964; Fiori italiani, Rizzoli, Milano 1976
Ubaldo Bertoli, La quarantasettesima, Guanda, Parma 1961
Bassani, Cinque storie ferraresi, Einaudi, Torino 1956
 

Memorialistica:
Roberto Battaglia, Un uomo, un partigiano, Ed. U, Roma 1945
Giame Pintor, Il sangue d’Europa, Einaudi, Torino 1950
Pietro Chiodi, Banditi, Einaudi, Torino 1961
Franco Fortini, Sere in Valdossola, Mondadori, Milano 1963
Giovanni Pesce, Senza tregua, Feltrinelli, Milano 1967
Nuto Revelli, La guerra dei poveri, Einaudi, Torino 1994
Lanfranco Bolis, Il mio granello di sabbia, Einaudi, Torino 1946
Mario Bonfantini, Un salto nel buio, Feltrinelli, Milano 1959
Nardo Dunchi, Memorie partigiane, La Nuova Italia, Firenze
Lettere di condannati a morte:

Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, Einaudi, Torino 1952
Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza 1943-1945 a cura di Mimmo Franzinelli, Mondadori, Milano 2005

Poesia:

Acrocca e Volpini, Antologia poetica della Resistenza italiana 1955
Mariella Pedrotti Probo, Resistenza e poesia, Il Ventaglio, Roma 2004
Riflessioni sulla letteratura della Resistenza:

Calvino, Introduzione a Il sentiero dei nidi di ragno, Garzanti, Milano 1964
Giovanni Falaschi, La Resistenza armata nella narrativa italiana, Einaudi, Torino 1976
Fortini, Letteratura e Resistenza, in AA.VV., Conoscere la Resistenza, Unicopli, Milano 1994
Racconti della Resistenza a cura di Gabriele Pedullà, Einaudi, Torino 2005
Resistenza60 a cura di Sergio Rotino, Fernandel, Ravenna 2005

Storiografia sulla Resistenza:

Roberto Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Einaudi, Torino 1953
Guido Quazza, Resistenza e storia d’Italia, Feltrinelli, Milano 1976
Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991
Luigi Cortesi, Nascita di una democrazia, Manifestolibri, 2004
Francesco Germinario, L’altra memoria. L’Estrema destra, Salò e la Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1999
Sandro Portelli, L’ordine è già stato eseguito, Donzelli, Roma 99
Dizionario della Resistenza. Luoghi, formazione, protagonisti e Storia e geografia della Liberazione, Einaudi, Torino 2001

 Note

[1] Vale la pena di segnalare che sono uscite da poco le Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza 1943-1945 a cura di Mimmo Franzinelli, indicative di un clima culturale diverso da quello degli inizi degli anni Cinquanta. Come ha notato Enzo Collotti (L’indice n. 9 2005), Franzinelli in tacita polemica con Malvezzi e Pirelli afferma di non voler privilegiare «autori intellettuali o con forti convinzioni ideologiche», le confronta con gli epistolari dei caduti della Repubblica di Salò e mette assieme a questi materiali anche le lettere di deportati politici o soltanto ebrei.

 

 

[2] Sulla poesia legata alla Resistenza esiste adesso la recente antologia di Mariella Pedrotti Probo, Resistenza e poesia, Il Ventaglio, Roma 2004, che però non sono riuscito a consultare.

[3] Fortini, Letteratura e Resistenza, in AA.VV., Conoscere la Resistenza, Unicopli, Milano ‘94

[4] Qui devo almeno precisare che l’epurazione dei fascisti in Italia fu di modesta portata e abbastanza mite, se la si confronta con quelle di altri paesi europei, in particolare con la Francia. Sono risultate false le voci, diffuse negli anni del dopoguerra, di 300.000 fascisti uccisi alla Liberazione nel Nord Italia. In un’inchiesta ufficiale di De Gasperi (tardivamente resa pubblica) la cifra fu ridimensionata a 12-15.000 persone. E se in Romagna, nel Bolognese, nel Reggiano, nel Modenese e nel Ferrarese l’epurazione fu più concentrata e ragguardevole, bisogna sapere che gli uccisi furono persone coinvolte con la storia del fascismo e spesso responsabili di efferatezze e soprusi in precisi paesi (Cfr. Cesare Bermani, Dopo la guerra di Liberazione, in Conoscere la Resistenza, op.cit.).

[5] Detti, Gallerano,Gozzini, Greco, Piccinni, Profilo di storia moderna e contemporanea. Il Novecento, B. Mondadori, Milano 1998

[6] AA.VV. Resistenza60 a cura di Sergio Rotino, Fernandel, Ravenna, 2005

Un pensiero su “Scrittori e Resistenza, ieri e oggi

  1. Per il 25 aprile, segnalo nel quaderno “Donne guerra politica” (http://amsacta.unibo.it/884/1/quaderni 13.pdf) in particolare il contributo di Laura Mariani RISORSE E TRAUMI NEI LINGUAGGI DELLA MEMORIA. SCRITTURE E RE-CITAZIONE.
    Purtroppo, essendo in pdf, non riesco a fare copia e incolla.
    L’articolo racconta alcuni libri scritti da partigiane subito dopo, o anche parecchi anni dopo la guerra, e insiste sul nesso, in questi libri, tra trasformazione di sé (con capacità militari!) e di cambiamento sociale. Insieme è esaminato il senso della scrittura per quelle donne. “La scrittura ha rappresentato per alcune un’uscita all’altezza della resistenza” e potrebbe essere questo il programma stesso dell’articolo.

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