Riordinadiario. Una serata a Piateda ricordando Gianmario Lucini

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di Ennio Abate
* Tranne quella d’apertura, tutte le foto qui pubblicate sono di Donato Di Poce

1. Ieri sera, sul treno che mi portava a Sondrio, da dove sarei poi arrivato in auto con altri a Piateda per partecipare alla serata in ricordo di Gianmario Lucini, leggevo il  “meridiano” delle poesie di Emily Dickinson. E – che coincidenze! – ho trovato questa:

Quando gli amici muoiono,
la cosa più pungente
è il ricordo di come si muovevano
da vivi, in qualche precisa occasione;

come vestivano certe domeniche,
una pettinatura,
qualche piccolo gesto ch’essi soli facevano
e che ora è perduto nel sepolcro.

Come furono ardenti un certo giorno:
quasi potresti ritrovar la data,
tanto sembra vicina: ma per loro
sono passati secoli –

come gradivano quel che dicevi;
tu cerchi di toccare quel sorriso,
e le dita s’immergono nel ghiaccio.
Sapresti dire il giorno

in cui tu li invitasti per il tè,
solo un gruppo di amici,
e parlasti con questa cosa immensa
che più non ti ricorda?

Lontano dagli inchini e dagli inviti,
lontano da colloqui e desideri,
e lontano da ciò che noi sappiamo –
questa è la spina più profonda!

(Emily Dickinson, Tutte le poesie, 509, p.567, Meridiani, Mondadori, Milano 1977)

Non l’ho letta durante l’incontro. C’erano già troppe cose da leggere e dire. La pubblico ora qui.

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2. Qualcosa d’insolito e incoraggiante  (forse mi sono rassegnato a vedere sempre poche persone attorno ai poeti che conosco) è accaduto la sera del 10 aprile a Piateda? Ma perché, mi chiedo, solo la morte di Gianmario ha avviato in qualche modo un minimo di riconoscimento da parte dei suoi compaesani, che finora l’avevano visto, sì, come uno di loro, ma un po’ strano per quel suo occuparsi di questi tempi – guarda un po’! – di poesia arrivando  addirittura a fondare CFR, una casa editrice “senza mercato” com’è stato detto? C’è da rallegrarsi del fatto che la sala della Biblioteca Comunale di Piateda era piena di anziani – facce di montagna serie silenziose – e di giovani come quelli che si vedono dappertutto, però qui attentissimi; e che tutti siano rimasti ad ascoltare le testimonianze e a guardare i brevi video fino al termine del lungo incontro.  E poi in prima fila c’era pure il  sindaco. Eppure, se Gianmario era pronto ad andare come Maoemetto alla montagna partendo in auto per Roma o Gioiosa Jonica con la sua valigetta di libri appena  stampati (da presentare, vendere o, quando gli pareva il caso, regalare ad amici o persone sconosciute), perché la montagna non è andata mai davvero da Gianmario? Al suo funerale a Piateda di Milano eravamo in quattro. E anche stasera, dei tanti suoi amici e conoscenti sparsi in tutta Italia, pochi, pur sapendo da tempo dell’iniziativa per commemorarlo, si sono mossi. Forse ci siamo assuefatti ai rapporti solo virtuali (mail, FB).  E non mi pare un buon segno. Certo, ci sono state e ci saranno altre iniziative per ricordare il lavoro di Gianmario a Bologna, a Roma e altrove. Ma l’ansia e il dubbio restano: un io (Gianmario) tira, ma il noi non risponde mai come ci si aspetterebbe. Donato Di Poce mi dice che Gianmario era infaticabile: in tre anni, da solo, ha editato un centinaio di libri,  un risultato impensabile per altre piccole case editrici come la sua, che pur dispongono  almeno di aiutanti e qualche impiegato. Tuttavia resto perplesso quando sento esaltare il lato eroico o il lato profetico di Gianmario. Ho inchiodato in mente il detto amaro e ben noto di Brecht. E so quanto sia faticoso e a volte terribile muoversi  su faccende pubbliche quasi sempre da soli o con l’appoggio, a volte scettico, di pochi. O ritrovarsi traditi e abbandonati. Come Cristi polverizzati di cui ha scritto Di Ruscio. Gianmario andava dovunque ci fosse ancora una possibilità di riunirsi per parlare non di una generica poesia, ma di  quella poesia capace di mescolarsi coi problemi sociali per cui egli si batteva. Sessantenne, un po’ calvo, bella barba bianca, voce pacata, sempre curioso e pronto a capire, di rado si lamentava di dover andare, appunto, sempre lui alla montagna.  E non ha così affrettato anche la sua morte, trascurando certi segnali che il corpo gli mandava? Mi convincerò  mai che la cosa terribile è proprio questa solitudine “eroica”? Che, come mi ha ricordato di recente Ezio Partesana, la storia ha un modo di ridere di noi e dei nostri sforzi che fa rabbrividire? E che gli eroi e i profeti ci saranno ancora a lungo perché ci saranno ancora a lungo le montagne?

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3. Quanto varie le persone che hanno conosciuto e voluto bene a Gianmario. Per il primo che è intervenuto, Ivan Fassin[Vedi ora suo intervento in Appendice] (ho afferrato che nella vita ha fatto il preside), Gianmario è stato un vecchio amico di Piateda, un po’ perso di vista negli ultimi tempi.  Gli aveva fatto avere una copia di «Keffiyeh» e solo dopo la sua morte s’è accorto che tra le pagine c’era un biglietto col quale gli  chiedeva di preparare una presentazione del libro a Piateda. Mi ha impressionato quando ha detto che la conoscenza  che Gianmario aveva della Bibbia non era da studioso ma da appassionato. Anch’io l’ho sempre pensato.

Loris Dal Molin, che ora fa il sindacalista della Cisl, ha ricordato i tempi della gioventù, in cui Gianmario l’aveva «tirato dentro» a quel sindacato, una lotta operaia messa su con la spavalderia e l’incoscienza possibile solo immediatamente a ridosso del ’68 e poi di alcune escursioni sulle Orobie con un Gianmario indisciplinato, riottoso alle regole di sicurezza che egli voleva imporgli. Legge da un quaderno di appunti e racconta in modi più che schietti. (Cfr. in  Appendice la sua testimonianza trascritta).

Da Gioiosa Jonica sono venuti due giovani amci di Gianmario, Francesco Rigitano (a sinistra nella foto sotto) e Giuseppe dell’Associazione “Don Milani” (http://www.donmilanigioiosa.com/). Con cordialità tutta mediterranea Francesco non solo ha ricordato con parole semplici la lunga amicizia con Gianmario e il suo impegno contro la mafia nella zona della Locride ma ha invitato il sindaco di Piateda a intitolare una strada del paese a Gianmario Lucini.

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4. Attorno a noi, mentre parlavamo e ascoltavamo, il buio della notte e le montagne. Me ne accorgo alla fine della serata, quando mi avvicino alla porta che dà sulla scalinata esterna in metallo. Lontano curve di luci segnano i saliscendi delle strade.  Altre piccole nebulose più compatte fanno indovinare  la posizione nel buio di paesi a me ignoti. «È come un presepe», dico a Donato Di Poce. Eppure non so da quanti decenni mi ripeto che sono e siamo stati cacciati fuori dal presepe, dal mondo contadino. Chissà se Gianmario avrà guardato anche lui queste luci affacciandosi a questa stessa porta dopo altri incontri simili a questo.  Forse lui in questo suo presepe c’era rimasto  ben ancorato. Almeno con un piede…

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5.  Queste due poesie di Donato di Poce da lui lette durante l’incontro:

Congedo cerimonioso
A Gianmario Lucini

Non c’è stato il tempo per un addio
Per un respiro ancora di vita
Un battito improvviso di verità
Un altro sogno da costruire insieme
Per un cuore impazzito d’amore.

Non c’è stato il tempo per un addio
Ma tu ci hai lasciato orme sapienziali nell’anima
Sogni d’inchiostro scolpiti nel cuore
Libri e parole che danzano nella bellezza
Di un mondo che muore d’orrore.

Non c’è stato il tempo per un addio
Mentre tu inseguivi orme di libertà
Transiti inattesi di orizzonti nuovi
Perché tu sapevi volare alto
Talmente alto che le stelle
Danzavano nel vento delle tue parole.

Non c’è stato il tempo per un addio
Perché stanotte una stella innamorata
Si è addormentata per sempre sul tuo cuore infinito.

(Milano 30/10/2014)

Senso e dissenso

                                 a Gianmario Lucini

Riempivi il mio cuore sempre
Di senso e dissenso
Le tue mani plasmavano il vuoto
E costruivano arabeschi di luce
Nel buio dei giorni
Mentre il tuo sguardo si perdeva oltre
Il paradiso degli umili
E costruivi oasi di leggerezza
Giardini di verità
Lontano dal clamore dei media
A inseguire le nuvole
Ora ci ritroviamo
Corpi d’anime abrase dall’assenza
A inseguire labirinti d’amore
Labirinti di luce e d’assenza.

(Milano 06/03/2015)D

Tornando con  Di Poce a Milano in auto il giorno dopo, mi ha raccontato  vari episodi della sua vita che me lo fanno  ora conoscere meglio: di quando Gianmario gli telefonò la prima volta per invitarlo a partecipare all’antologia L’impoetico mafioso, della  sua passione per la letteratura e del suo intento da giovane di incontrare  Roversi, Pasolini e Fortini. Solo col primo c’è riuscito. Si occupa anche di arte. E conosce di persona un sacco di gente negli ambienti letterari e artistici. Da giovanissimo partecipò nel 1979 al Festival internazionale dei poeti a Castelporziano. Dove era riuscito a ottenere anche l’autografo di Ginsberg,  ma, indispettito da un suo amico che lo  sfotteva: ora ti senti poeta solo per questo!, l’aveva strappato. Vuole sapere da me quali sono i critici letterari che vale la pena di seguire. Gli faccio  i nomi di quelli che più ho letto negli ultimi anni: Luperini, Zinato, Cortellessa, Casadei.

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6. Che bella coppia di lettori di poesia sono Fiammetta Giugni e Luigi Fioravanti (foto sopra). Si alternano i toni più morbidi della voce di lei e quelli più secchi e metallici di lui.

7. Questa è invece la poesia che Adam Vaccaro, non potendo venire, ha inviato per la serata:

Un profeta tra noi

Capita ancora in questa nebbia e melma
Immobile un instancabile profeta che –
Barba bianca trapunta da occhi felici
Di stare qui tra noi persi e incapaci di
Vederci sconfitti per sempre con le vele
Appese alla mancanza di vento – vede

Le brezze invisibili che non cessano di sfi
Orarci le facce e farci carezze e spingerci a
Far alzare in volo i sederi molli e rassegnati
Sospinti dal vento inventato da lampade agite
Che almeno si facessero falò su questa baia

Dei nostri mucchi di carte incarnate che almeno
Si bruciasse qualche mostro che almeno servisse
A ritrovarci da qualche parte per qualche attimo
Di canto insieme in faccia a qualche infamia per dire
Tra ansimi di gioia disperati – anche noi non smettiamo

(8 aprile 2015)

8. E questa è Marina Marchiori, la vedova di Gianmario, mentre legge alcune poesie di lui:

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APPENDICE

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1. Testimonianza di Loris Dal Molin su Gianmario Lucini

Gianmario…per noi sondraschi era “il Mario”, uomo straordinariamente umile e semplice, uno straordinario ricercatore dell’essenza del pensiero, un gran casinista dal punto di vista organizzativo.
Aveva il piacere dell’autoironia, un po’ fatalista, tipica dei nostri nonni; mi sembra di sentirlo:”Te vist, duvevi propri murì per vedé tanta gent che vigniva a scultà i mé ciaceri!”.
Era venuto a trovarmi, dopo tanto tempo che non ci vedevamo, alla CISL, perché voleva farmi vedere l’ultimo libro: Keffiyeh! Chuand che n’turna in Scigula. Mi risponde che el fa un po’ fadiga a tras drè! Mi resta il rammarico di avergli detto “Te da fumà de meno” anziché consigliargli il medico.
Tre giorni dopo Mario se ne andava senza salutare! Non era suo costume.

Per Mario
Ho pensato questo intervento mentre tornavo da Auschwitz con il treno della memoria organizzato dal sindacato lombardo e ho pensato, ora che comincio a conoscere Mario come poeta e narratore di pace: “Chissà cosa avrebbe mai scritto se fosse venuto anch’esso a vedere e toccare fino dove può sprofondare la degradazione di menti pur acculturate e scientificamente avanzate?
Sono certo che avrebbe prodotto riflessioni poetiche come coltelli che affettano granito.
La mia amicizia con lui nasce, si consolida, non deriva però da tematiche culturali e poetiche, ma dal frequentare assieme i ruvidi percorsi della montagna e del sindacato.
Mario è stato il mio “apripista” sindacale, nel 78 in CISL di Sondrio, in vista della sua andata in Trentino mi chiamò per avviarmi sui sentieri sindacali.
Eravamo due giovani eretici di sinistra, senza partito, dove ci stava “stretto” il sindacato delle responsabilità, figlio della svolta dell’EUR di Lama, dove ci stava “stretta” la politica del compromesso storico di Berlinguer!
Eravamo eternamente “contro il sistema”! Forti della nostra debole presunta purezza politica! Ricordo che in occasione di uno sciopero per il rinnovo del CCNL, alla allora falegnameria Romeri (tutti iscritti alla CISL), dopo aver verificato che non aveva scioperato nessuno, Mario fece un volantino “di fuoco” rivolto agli operai rei di non aver dimostrato “coscienza di classe”! Risultato: il giorno dopo arrivò la disdetta di tutti!
Toccò al buon Valerio Dalle Grave, segretario CISL di allora, metterci una pezza scusando la nostra, diciamo così, intemperanza giovanile.
Fu per noi una grande lezione di “come si fa il sindacato”.
Non ci vedemmo più per parecchio tempo, finché Mario tornò alla fine degli anni 80 in CISL di Sondrio come formatore e incaricato al sindacato frontalieri. Affrontammo da isolati protagonisti un lungo e spigoloso confronto sugli assetti dirigenziali interni dove emerse forte la strategia dialettica di Mario che ci condusse poi al risultato e intanto…cominciammo ad andare per monti, Mario si entusiasmò e innamorò perdutamente delle SUE OROBIE, da solo, di giorno, di notte, cercando sentieri dimenticati e luoghi sconosciuti, divenne così un raro e profondo conoscitore delle stesse, in particolare il letto che va dal P.zzo Torena al Corno Stella. (vedi sito www.nordorobie.it).
Certo in montagna le nostre diverse sensibilità sulla sicurezza entravano spesso in collisione: maniaco io, farfallone lui! Ma ci si sopportava! Però un bel dì, scendendo dalla cima Redorta dal canalino finale, ghiacciato e infido, dopo che avevo ripetutamente chiamato Mario affinché si legasse, lui che non era certo un bestemmiatore d’osteria ne usava linguaggi brutali o ruvidi, si lasciò andare ad una serie di “santi e madonne” culminati con un “Rompem pu i …!” Con ti, se po’ mai andà in gir en pas!”
Mi sentii avvampare di rabbia, non tanto per come aveva trattato me, ma per come aveva insultato il senso della sicurezza! Ci pensò il buon Ermanno a risolvere tutto ordinandomi di stare zitto, se no finivamo a farci male e lì dove eravamo non era certo il posto per spiegarci meglio”!
Era estate, ma ciò nonostante il gelo calato durò fino a sera, e per quanto riguardava la montagna Mario con me aveva chiuso! Continuava a scarpinare con Ermanno e poi via via anche son arrivati alpinisti e glaciologi.
Poi, quando il tempo fece il suo dovere di medico, tornammo ad andare per monti assieme e iniziammo a specializzarci sul versante della Cigola (scuole!). Quante notti passate là insonni ad ascoltare il crepitio del fuoco o il cric croc dei topi, per fare l’indomani le vette lì attorno. Mario era particolarmente affascinato dalla salita al Piz del Diavolo con l’incubo dell’attacco alla cengia del Podavit che più volte lo aveva respinto. Certo lì Mario si lasciava legare, ma restava l’eterno allegro di sempre. Una volta giunti alla Crocetta del Podavit tutti soddisfatti perché eravamo saliti li in sicurezza impeccabile, anche a me stava a cuore fare il Piz, Mario fremeva per rifarlo.
Gli chiedo quindi: Com’è la salita alla cima? Non c’è problema!” mi risponde! Non mi sembra vero di poter lasciar lì tutta l’attrezzatura logistica, e su. Dopo aver risalito buona parte dei canaletti di vetta mi pento però subito di avergli dato retta, tanto che ai famosi ultimi 100 metri, avviso Mario che è meglio desistere perché dobbiamo scendere da lì e non abbiamo uno straccio di sicurezze! Lui mi rispose che andava lo stesso perché ormai il Diavolo non lo avrebbe più rifatto!
Un’altra volta, saliti a vista la Corna d’Ambria guidati da Ermanno, Mario, al momento di scendere decide per il versante bergamasco per orrendi canaloni che si disfano solo a vederli, per fare più in fretta. Per me è da matti e decidiamo di separarci. Lui se ne va e a me resta l’angoscia per non averlo seguito, ma mi ripeto che è stato lui a decidere, per togliermi il senso di colpa; ci ritroviamo con Ermanno in Cigola felice di vederlo sano e salvo gli chiedo: “Come è andata”?. “Niente di ché” mi risponde , ma vedo che ha i calzoni tutti rotti dietro e le braccia rigate come avesse nuotato tra gli spini! Questo era Mario! Basta con nostalgie, pensavo, se Marina sarà d’accordo, di portare in Baita Cigola un suo ricordo, li dove abbiamo passato notti di poesia alpina non scritta e dedicare a Mario la baita come degno figlio e narratore di quelle valli, lasciare lì a disposizione del viandante copie dei suoi libri di poesia come fossero dei rododendri sempre fioriti e sempre attuali, utili a scuotere e far riflettere le nostre fragili coscienze di donne e uomini di pace.

2. Uno degli ultimi commenti lasciati da Gianmario Lucini

L’ho trovato quasi per caso sul sito LA POESIA E LO SPIRITO (https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2014/06/02/il-pharmacon-della-poesia-contro-lincivilta-limpegno-di-giamario-lucini/):

Gianmario ha detto:

Non mi sento fuori dall’ordinario, un personaggio quasi epico…[…] vado in giro perché è importante non solo fare libri ma cercare di promuoverli. […]questo non è il tempo per la poesia che faccio io, che rompe troppo i coglioni, anche a me stesso, a volte, e inquieta, non si concilia con niente, vede a volte troppo nero[…]Cerco solo di pubblicare libri interessanti senza la pretesa di scoprire qualche Montale o qualche poeta da canone.
Oggi le cose vanno malissimo per l’editoria in genere e per quella di poesia in particolare. Le vendite sono crollate (dei migliori si vende 7 /8 volumi via internet al massimo) e pertanto bisogna fare qualcosa, trovare strumenti, inventarsi alternative ma soprattutto non prendere in giro i lettori[…]La strategia “sapienziale” è, a mio avviso, quella di cominciare da subito o da prima se possibile, a fare tutti il nostro dovere con rispetto per gli altri, dare quello che si può senza trovare le vie corte, che sono quelle che sfruttano il prossimo e lo umiliano. […]Quanto alla mia poesia: è quello che sento. A volte mi meraviglio di essere un po’ soletto su questa via, con pochissimi amici. Ma si vede che sentiamo cose che non esistono, oppure siamo troppo apprensivi, troppo sfiduciati e vediamo il bicchiere mezzo vuoto. […]Intanto è dal 2008 che vado predicando che non ci sarà mai più una ripresa ma le cose andranno sempre peggio, e sinora ho avuto ragione. Sprofonderemo sempre più nella barbarie culturale, sociale, sine die, staremo sempre più male fisicamente e psicologicamente, i poveri diventeranno sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. E sarà così perché c’è una classe di politici incapaci, di finanzieri e lobbies che si comprano le Leggi e la politica, di lestofanti, ladri e farabutti. Sarà sempre così perché questo sistema è inemendabile e non concepisce di essere diverso da quello che è e, soprattutto, non capisce che bisogna fermarsi e trovare un diverso modello economico/ecologico, o in cinquant’anni moriremo tutti. Non si tratta di destra o sinistra, ma di aprire gli occhi e vedere le cose come stanno e quale direzione abbiamo irreversibilmente preso. E chi vincerà sarà il più stupido di tutti, perché vincerà la sua distruzione e di tutti. E saremo come il contadino sciocco e crudele che ammazza la vacca di stenti e poi piange perché la vacca muore ed egli rimane senza latte. I ricchi sono invero i più stupidi, perché la loro ricchezza manderà in rovina i poveri e loro stessi. Lo stupido è appunto quello che fa del male a se stesso pur di non fare il bene degli altri.
La mia sola speranza di sopravvivenza, come editore, è che i ricchi imparino ad apprezzare la vera poesia, così almeno vendo un po’ di libri, che ho pieno un magazzino e non so dove metterli. Ma purtroppo è una pia illusione: gli stupidi non capiranno mai la poesia. I poveri purtroppo saranno sempre più costretti a leggere e a postare poesie su Internet, finché riescono a pagare la connessione.
Poi si vedrà: vivrò a sbafo della collettività in qualche ospizio, se ancora funzioneranno, come il servo della prima poesia del post. Helas! destino di un editore sensibile e impegnato. Allegria dunque. è una sera così! O forse sono soltanto realista. Chissà!
G.

3. Testimonianza di Mario Rigli letta durante la serata del 10 aprile

Nemmeno lontanamente potevo immaginare che la rete potesse intessere rapporti così profondi. Ed invece se usata in un certo modo la rete ti può dar molto e tu, molto puoi dare attraverso la rete.
Il mio rapporto con Gianmario era un rapporto raro, profondo, proficuo eppure non ho mai incrociato i suoi occhi. Il suo volto lo conoscevo solo in foto e così lui conosceva me. I nostri primi rapporti sono nati per impegno “politico” e “sociale” in un gruppo su facebook che avevo fondato. Nominai subito amministratore Gianmario per la lucidità e la profondità dei suoi scritti. Non sapevo allora che era poeta né editore, ma il suo spessore culturale, il suo impegno umanista erano evidenti.
Affiancò al gruppo anche un altro prettamente culturale: Poesia Civile dedicato non solo alla poesia di impegno, ma a tutte le arti.
Da allora i contatti sono stati più frequenti, giornalieri direi e la conoscenza diventava profonda come in un rapporto reale. Gli chiesi un giorno anche un preventivo per un mio libro, non abbiamo fatto in tempo a realizzarlo.
Invece è arrivato in stampa“Kefieh, Intelligenze per la pace” il libro oggetto della presentazione di oggi.
Gianmario ha voluto che fosse stampato anche a mia cura, anche se il mio apporto è stato limitato: il progetto discusso insieme, una mia poesia, la ricerca di qualche decina di poeti arabi dei quali ho fatto la traduzione. Sono naturalmente onorato di questa scelta e glielo avrei detto di persona. Il libro stava per essere presentato dalle mie parti, avevamo quasi deciso un calendario, ma soprattutto lo avrei visto in carne ed ossa. Ero euforico. Ma qualche giorno prima Gianmario ci ha lasciati.
Non vi voglio dire di Kefieh, ci sarà chi lo illustrerà degnamente, ma un po’ vi voglio dire di lui, del mio grande amico che non ho mai guardato negli occhi, al quale non ho mai stretto la mano.

Un poeta vero non può essere incasellato in distinzioni teoriche e fumose. La poesia non può essere solo poesia civile come non può essere solo poesia lirica ed elegia. Un poeta vero sente entrambi ed inscindibili questi due aspetti della Poesia. E siccome Gianmario era ed è un grande poeta, li ha entrambi fusi dentro di sé.
Si, è vero, la nostra conoscenza di Gianmario è per la sua poesia come intervento, come testimonianza e come impegno. Ma Gianmario è anche altro, Gianmario è uno che conta anche le stelle in una lacrima, conta i capelli e le rughe, perché stelle, lacrime, capelli e rughe sono i nostri sentieri da percorrere per rincorrere l’amore. Per Gianmario lo slancio del cuore era così grande che poteva contare le stelle non solo nelle lacrime dell’amata, ma nelle lacrime di tutto il mondo perché il suo amore era il mondo.

Vi prego leggete questa sua poesia:

Se non mi credi conta le stelle
che stanno in una lacrima, conta i capelli
dell’amata mentre l’accarezzi
conta le rughe del suo corpo, i segreti
ritorni della passione che viene e t’intride
di lei come sale nel pane
e pensa all’infinito che potresti abitare
con un solo slancio di cuore.

Non posso essere fisicamente ora con voi, ma ci sono fortemente con l’anima e con il cuore, Sono con voi davvero perché sempre sarò presente in ogni momento e luogo in cui si parlerà e si ricorderà Gianmario.

Ci manchi, ma ti avvertiamo profondamente

4. Intervento di Ivan Fassin

Un ricordo di Gianmario Lucini

Anzitutto, l’episodio ultimo dei nostri un po’ saltuari, benché non superficiali, rapporti. Gianmario, un giorno che non ero al mio posto di lavoro, mi aveva lasciato il libro del quale parliamo stasera, da poco stampato, con un biglietto che non avevo visto. Così il volume è rimasto sulla mia scrivania, in attesa di un tempo per una lettura non affrettata. Purtroppo ho ritrovato il foglietto che mi chiedeva di presentarlo a Sondrio solo dopo la notizia della sua morte. Così, in ritardo, assolvo ora a quella richiesta, insieme ad altri amici.
Voglio parlare però soprattutto del personaggio (al libro pensano altri, entrando nel merito), per ricostruire un certo sfondo alle letture che verranno fatte, e delineare alquanto la singolare figura di Gianmario, editore e poeta lui stesso.
In primo luogo (proprio anche cronologicamente) egli è stato un sindacalista, ma non un operatore di routine, bensì uno che avvertiva profondamente i bisogni della gente; forse anche poco inquadrabile nel ruolo abituale, soprattutto per la sua inquietudine – del resto evidente anche nei cambiamenti di sede e ruolo – un sindacalista piuttosto anomalo, dunque, già allora in ricerca di un impegno più ampio, che si esplicherà anche nel Sud (Calabria, Sicilia), soprattutto contro la mafia.
Poi, un intellettuale, nel senso proprio della parola, cioè in parte costruitosi da sé, benché avesse fatto studi secondari regolari, e poi anche universitari, ma legati alle scelte esistenziali (scienze dell’educazione) più che collegati in un percorso lineare e continuativo. E accanto a tutto questo una dimensione esplorativa, anche in questo caso di ricerca, ben oltre le utilità per il lavoro: letture diverse, letterarie e di saggistica, e anche una conoscenza non superficiale della Bibbia. Un impegno amplissimo, che trova riscontro ad esempio nelle citazioni in nota o a commento delle opere poetiche… E a un certo punto addirittura l’ esplosione di una vocazione poetica, che forse segna il massimo di distacco rispetto all’ambiente (locale), ma non certo per una ricerca individuale, solipsistica. La sua produzione è infatti sempre un messaggio privato (se si vuole usare questo termine) che si fa pubblico, risonanza emotiva di eventi sociali e politici, e che viene comunicata attraverso la poesia.
Come se non bastasse, è divenuto anche organizzatore di cultura, tipicamente dis-organico, intendo rispetto al mercato (ormai anche, ahimè, letterario). La sua editoria non rispondeva certo a logiche di quel tipo: questo volume esemplifica un lavorìo organizzativo immenso, tanto gratuito quanto importante e prezioso, una testimonianza appassionata.
Infine, oserei dire che è stato anche – se non ci si spaventa per il termine – un profeta. E, tanto per smitizzare la parola, sarebbe ben riferibile a lui il detto che nemo propheta in patria. Era infatti assai più noto e ammirato fuori, e non abbastanza apprezzato qui, né del resto si dava troppo da fare per apparire… Cos’è infatti un profeta? uno che, come dice la parola, prevede, forse previene, insomma parla prima, arriva cioè prima degli altri a dire la verità – sulla condizione umana, sullo stato del mondo. Un personaggio dunque anzitutto scomodo, perché inquieto e inquietante. Si può vedere del resto la lucida prefazione a questo volume, che anticipa quel che, giorno per giorno, sta accadendo davanti ai nostri occhi atterriti.
Del resto, lui stesso, ma senza superbia, senza pretese, ha titolato alcune raccolte come Sapienziali, con evidente riferimento biblico, ma in sostanza come indice di un disagio che nasceva dalla percezione delle troppe ingiustizie del nostro mondo, e come generoso contributo a una riflessione comune sulla nostra situazione, prima che sia troppo tardi…
Ivan Fassin

12 pensieri su “Riordinadiario. Una serata a Piateda ricordando Gianmario Lucini

  1. Non conoscevo quasi nulla di Gianmario Lucini e nella mia biblioteca ho solo un paio di libri da lui editi (antologie, non suoi scritti). Un nome, dunque, che ho incrociato qua e là ma senza mai conoscerlo. Ora, questo blog mi ha indotto, già da qualche settimana, a cercarne notizie e testi altrove, fra cui i molti presenti in Poiein.it. Due sole considerazioni.
    1) La prima riguarda la mia condivisione con questo brano tratto dal suo post riprodotto qui sopra da Ennio Abate: «E sarà così perché c’è una classe di politici incapaci, di finanzieri e lobbies che si comprano le Leggi e la politica, di lestofanti, ladri e farabutti. Sarà sempre così perché questo sistema è inemendabile e non concepisce di essere diverso da quello che è e, soprattutto, non capisce che bisogna fermarsi e trovare un diverso modello economico/ecologico, o in cinquant’anni moriremo tutti. Non si tratta di destra o sinistra, ma di aprire gli occhi e vedere le cose come stanno e quale direzione abbiamo irreversibilmente preso».
    Io conservo qualche speranza in più, ma suppergiù siamo allo stesso punto.
    2) La seconda riguarda la constatazione che l’insieme dei poeti è suddiviso in sottoinsiemi fra loro quasi del tutto chiusi. Un poeta di valore come Lucini è giustamente considerato un grande negli ambienti che frequentano alcuni blog e alcuni circoli di amici/editori/critici, fra cui questo di Poliscritture. Ma è sconosciuto in ambienti di giro diverso. E naturalmente vale anche il contrario. Quanti ottimi poeti ci sono sconosciuti al giro di Poliscritture.it? Tanti. Non per colpa di Poliscritture, ovviamente, ma perché questa suddivisione in sottoinsiemi sembra inevitabile, perché la «Repubblica dei Poeti» è organizzata così, e per tanti altri perché che non saprei dire. E forse anche perché i poeti sono sempre un po’ maledetti e pochissimi hanno la forza di superare i confini che le circostanze e i destini confezionato loro addosso.
    La morte, per qualche settimana, li riporta a una maggiore illuminazione, ai ricordi, agli eventi, alle proposte di intitolazione di una via, poi ritorna la penombra e via via il buio, salvo l’inclusione, fra qualche decennio, in una antologia dei poeti “minori” della fine del Novecento. Alla pari di ciò che è avvenuto, in una vecchia antologia della Rizzoli in quattro volumi dedicati ai «Poeti minori dell’Ottocento», a tanti a cui è stata concessa una pagina su circa 1500.
    In un autoprofilo biografico che si legge in Poiein Lucini scriveva di sé, fra l’altro: «Prima di morire, ossia non prima del 2043, si ripropone di raccogliere il meglio (max una dozzina di poesie) della sua debordante produzione e di farne un quadernetto ad memoriam». Mi auguro che altri ora possano esaudire questo desiderio senza aspettare il 2043.

  2. Grazie per ricordarci Gianmario. Anche se solo per pochi anni anch’io ho avuto la fortuna di conoscerlo e di apprezzarlo innanzi tutto per la sua onestà e correttezza. E mi pregio di avere avuto l’occasione di pubblicare con lui, di segnalarlo per l’assegnazione del Premio Mignosi e di presentarne le opere. La sua mancanza è un vuoto che porta tristezza. Ciao, amico Lucini

  3. …ringrazio anch’io Ennio Abate per averci presentato le bellissime testimonianze di stima e di affetto verso Gianmario Lucini. Vorrei esprimere un paio di mie considerazioni..
    . i ricordi di Loris Dal Molin sulla passione che li accomunava per la montagna… un luogo “sacro” per G. Lucini, come emerge dalla sua raccolta di poesie “Per il bosco”, un luogo dove certo metteva a prova la sua resistenza, sfidava le vette più difficili, ma la cercava soprattutto nell’esempio tenace delle piante, dei fiori, dei torrenti, delle rocce di montagna…Vi ricercava una purezza originaria, altrimenti perduta. Non era un luogo di fuga, ma di ricarica, infatti poi ritornava a confrontarsi con i problemi del mondo, guardava in faccia “il nemico”, verso il quale dimostrava una sorta di pietà rabbiosa, e lottava senza risparmiarsi, coinvolgendo molte persone di buona volontà…
    …”i ricchi sono invero i più stupidi, perché la loro ricchezza manderà in rovina i poveri e loro stessi. Lo stupido è appunto quello che fa del male a se stesso pur di non fare il bene degli altri…”. E non era molto ottimista sul futuro, temeva che la china fosse irreversibile. Era profetico.
    A proposito mi è venuto in mente il titolo di un’opera di I. Asimov, che ho letto anni fa: “Anche gli dei…non possono nulla…contro la stupidità” (citazione da Schiller). La fantascienza oggi?

  4. Mi chiedo quanti vorrebbero essere come lui , in toto , idealmente . Tanti . Forse tutti .
    “Ma siamo fregati dall’ego che è una brutta bestia anche per me “mi disse sorridendo , proprio lui che non sorrideva mai e viveva per gli altri .

  5. Per Lucini e per tutti noi
    1.
    Nulla so di Lucini come persona e come editore; non conosco le sue poesie. Di lui (mi) ha parlato Ennio Abate e non ho motivo di non credere alle sue parole, anzi – in positivo – ci credo. Cosa può dire uno come me? Può comporre solo alcune considerazioni sulla morte di un uomo che è a lui simile. Anzi di più. Se – come credo – ogni individuo è “universale “,la morte di un uomo è – per così dire – anche la morte di una parte di noi.
    E allora ” rispettiamo piuttosto nelle morte il simbolo più esplicito di quel silenzio che ci fa pari e incombe come destino comune su tutti noi ” ( Overbeck: Cristianesimo e cultura. Torino – Ed. Trauben 2000, 187 )
    2.
    Silenzio e parola poetica. Su questo, forse, è necessario dire qualcosa di più.La coinvolgente descrizione di E.A. e le sue considrezioni connesse – quasi corpo unico alla prima – cosa mi suggeriscono ? Vedo quasi un’eco di amare certezze sulle quali medito da tempo. La morte del poeta ( che è poi – secondo me – la data più importante della sua ” vita ” ) sembra insegnarci che la parola da lui scritta ha perso ogni valore universale.
    Attorno ad essa si raccolgono pochi amici, qualche parente, nessun critico ufficiale; viene forse scritto qualche necrologio, falso come tutti quelli che vengono dettati frettolosamente al giornale. C’è intorno solo ” una famiglia ” nel senso più alto e nobile del termine. Nulla di più o di meno. Questa è la modernità che subiamo e/o accettiamo. In qualcuno si matura la speranza che ciò sia l’autentico e che il resto sia
    ” solo economia “.
    Giorgio Mannacio, 25 aprile 2015.

  6. grazie Ennio per quanto hai scritto su Gianmario, e, magari ti sembrerà strano, ma la poesia della Dickinson è di una bellezza che non mi sarei aspettato.

    Dovrò riprendere in mano il suo libro.

    ciao

  7. Tra i miei file ho ritrovato quello che doveva essere un commento ad una discussione sul vecchio blog (Poesia e Moltinpoesia) e sono quasi certa di non averlo postato. Non ricordo però (perché non me lo ero segnato) a quando risale e nemmeno il titolo del post. C’entra però con Gianmario e con la passione etica e civile che lo animava. Per questo motivo lo ricopio.

    *
    Che il fumo faccia male si sa, e le campagne anti-fumo quasi ci criminalizzano (rientro anch’io nella categoria), portando il ‘reo’ ad assumere atteggiamenti prima impensati, cioè quando si poteva fumare tranquillamente nei luoghi pubblici, senza che nessuno alzasse nemmeno un dito contro. So che l’esempio potrebbe apparire poco appropriato, e difatti appropriato non è, ma in qualche modo c’entra o, se vogliamo dire, ci può stare. Il divieto imposto, ad esempio, si potrebbe trasformare come un’occasione favorevole, da sfruttare a proprio vantaggio, per eclissarsi durante meeting o reading tediosi, e comunque per prendersi i cinque minuti di “boccata d’aria” nelle varie contingenze. Un po’ come farebbe quel “poeta incivile” che salta giù dal treno in corsa, assumendosi tutti i rischi, pro a parte. Una non piccola differenza di fondo esiste però tra le due situazioni, che poi è quella che marca il tipo di responsabilità. Nel caso del poeta incivile, saltando dal treno, egli, sottraendosi ad una responsabilità collettiva, sottolinea in modo chiaro la propria distanza ideologica dal contesto omogeneizzato; va da sé che il fumatore farebbe l’incivile se fumasse senza preoccupazione alcuna in un luogo pubblico […].
    Ma mi rendo conto che il paragone del fumatore-poeta non calza comunque. Vorrei citare allora un episodio narrato in tivvù.
    Ieri sera, ascoltavo la testimonianza di una donna sopravvissuta ad un lager nazista, e ne sono rimasta colpita sia per la compostezza con la quale riesumava ricordi atroci sia per la profondità del suo pensiero. In particolare, l’anziana signora (della quale non ricordo il nome) evidenziava come il ‘regime’ abbia saputo non solo manipolare il pensiero di un intero popolo, ma di quanto abbia attinto informazioni dalla gente comune attraverso un’operazione lucida e pervicace di indottrinamento sottile ma assillante, portata avanti contro il ‘diverso’, lo ‘sporco’, il ‘ladro’, cioè contro l’ebreo. in particolare, ricordava che per raccontare un fatto di cronaca (un piccolo furto) i giornali avevano cominciato ad usare espressamente la formula che si trattava di un “ladro ebreo”, ponendo cioè l’accento sull’appartenenza religiosa come ‘differenza’ rispetto alla ‘norma’, o ritenuta tale, e di come tutto ciò abbia generato e fomentato l’odio, fino alle delazioni (compensi da cinquemila lire per gli informatori), alle deportazioni, ai lager, ai forni crematori. È bastato un fiammifero per accendere i forni crematori, disse la sopravvissuta. Intendendo per fiammifero proprio quegli atteggiamenti discriminatori – apparentemente insignificanti – messi in atto dai media, poi dai singoli, per finire alla intera società. Le leggi razziali furono il risultato evidente della manipolazione, acclararono cioè un processo che era già in atto.
    Per tutto questo, condivido quando Gianmario Lucini afferma che «Il poeta, dunque, civile o incivile che sia, non taccia di fronte alle contraddizioni e, denunciando e additando i responsabili (non solo le persone e i nomi, ma anche e soprattutto i meccanismi mentali, i comportamenti, gli atteggiamenti collettivi), possa pre-figurare l’utopia, darle un luogo almeno mentale, perché è soltanto da questo che può iniziare un cambiamento.». Ben vengano, aggiungo, i “poeti incivili” (mi viene in mente Erri De Luca), che si schierano apertamente contro l’ipocrisia di ogni singolo componente una società.
    Perché, dopo quanto detto sopra, ha senso dire che «Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie, e ciò avvelena la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie», ma è altrettanto vero che le ingiustizie sono ancora sotto i nostri occhi, e pertanto trovo fondamentale l’appello «che la buona poesia debba distanziarsi da ogni forma di codificata e consolidata ingiustizia, perché non c’è relazione possibile fra bellezza e ingiustizia. […] Per chi scrive, nulla può essere bello, (vero, buono, ecc.) se non è anche giusto, e viceversa, partendo dal fatto che l’arte è pensiero, che deve però essere integrato e non scisso.».
    Per il mio modo di vedere, eliminare la menzogna in noi (e dunque dalla società) sarebbe già un risultato non da poco.
    GDL

  8. …cara Giuseppina, grazie di avere infine postato il tuo commento, che mi dice molto sia riguardo al pensiero di Gianmario Lucini per cui “…non c’è relazione possibile tra bellezza e ingiustizia…”sia in riferimento alla testimonianza sull’odio razziale della signora sopravvissuta al lager ” …è bastato un fiammifero per accendere i forni crematori”.
    Mi aggrego a te nel proposito, assai ma assai difficile, di diventare conduttore di buona (sincera) elettricità…

  9. Cara Annamaria, grazie a te per la condivisione. Ho ritrovato casualmente il pezzo proposto e mi è sembrato giusto riportarlo in questo contesto. Il mio piccolo contributo si unisce a quello di tanti altri che, come me, hanno avuto modo di conoscere e apprezzare il pensiero dell’intellettuale e del poeta Lucini.

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