Note sulla miseria nostra e della poesia d’oggi

veronese

di Ennio Abate

1.
Seguo per un residuo scrupolo dovuto alla mia formazione letteraria vari blog di poesia sul Web e do sempre un’occhiata ai testi che, ora timidamente ora sfacciatamente, vengono “condivisi” come poesia  su FB. Ogni volta resto però più deluso perché poco o nulla mi dicono emotivamente e intellettualmente (al massimo  in alcuni m’incuriosisce una certa destrezza formale). E lo strascico ormai standardizzato dei commenti, di solito genericamente plaudenti o, in pochi casi isolati, di scherno mascherato, aggiunge veleno al veleno. Né questa e la poesia né questi sono le reazioni dei lettori di cui sento di avere bisogno.

2.
Essendomi impegnato (almeno dal 2003!) in un tentativo di capire – speranzosamente ma credo anche criticamente – il fenomeno che ho chiamato dei “moltinpoesia” o della “poesia di massa”,  di fronte all’evidenza di una produzione scadente o mediocre,  sono assalito da dubbi e quasi dal rimorso di aver speso tanto tempo in questo atteggiamento “di ascolto”. A volte mi chiedo: non è stato un abbaglio cercare la poesia dove c’è solo confusione e chiacchiera? ( O dove non poteva esserci, secondo alcuni, che a me erano parsi altezzosi e  troppo snob).  Fino al dubbio più atroce sulla mia stessa ricerca in poesia: non sono anche i versi che scrivo da una vita (parlo dei miei, non pretendo di parlare di quelli altrui)  destinati a rimanere nell’oscurità o nel limbo degli epigoni o dei minori?

3.

E sono  portato a riconoscere una verità che, con contorcimenti, ho finito in effetti di attenuare in questi anni: che la grandezza di certi autori è fuori discussione e viene fuori da sola e non c’è bisogno di “abbasarla” per far posto ad una “grandezza dei minori o degli esclusi” in buona parte inesistente.
Per dirla ancora con le parole nette e ultimative  di Raffaele Donnarumma: « Per un Masaccio, ci sono dozzine di pittori che fanno ancora il fondo oro; per un’opera 111 di Beethoven, vagonate di Czerny e Hummel».

4.
Accetto dunque il suo brutale avvertimento: « guardate che di questa roba, fra trent’anni, avrete dimenticato anche il titolo; e anche ora potete risparmiarvi di leggerla. Svuoto periodicamente gli scaffali della mia libreria da questa produzione, che mi sono pure sciroppato».
Che era poi – devo ammettere anche questo – la posizione dello stesso di Fortini, che in «Ecologia della letteratura», quando scriveva che «l’esercizio della lettura-scrittura […] non può non essere “aristocratico” e “antiegalitario”, come tutto quel che distingue e separa in nome di un ordine di precedenze o, si dica, in nome di “valori” (p. 290), perché «è impossibile avvicinare la grande poesia se non si vuole almeno sapere “di che vivono gli uomini” e se non ci si propone di operare di conseguenza» ( p. 291). Facendone discendere una proposta: «agire per introdurre quote di silenzio dove l’urlio e la confusione impediscono ormai di udire qualsiasi parola» (292). E dunque anche su questo sito di Poliscritture.

APPENDICE:  DUE MIEI INTERVENTI IN UNA DISCUSSIONE SU FB A PROPOSITO DEL Parco Poesia 2015
(http://www.parcopoesia.it/siate-mitici-parco-poesia-2015)

1.

Non mi pare una grande fortuna contribuire alla spettacolarizzazione (più o meno commercializzata) della poesia ciascuno/a con la propria foto-santino, la sua chiacchiera saputella da FB, la polemichetta di corto respiro sui poeti giovani e non riconosciuti, il pubblico della poesia che non c’è, le piccole case editrici e le grandi, eccetera.
La differenza a cui pensavo si vedrebbe se si fosse ancora capaci – soprattutto i giovani – di sfuggire a questa coatta produzione/riproduzione di *polli-poeti* in batteria, i quali s’adeguano giulivi e “ingenui” alle nicchie capitalisticamente organizzate concesse ai poeti.
Non m’infastidisce *essere moltinpoesia*, scrivere cioè in tanti ma assumendosi ciascuno/a il compito critico di capire questa condizione di poeti-massa per sfuggire però al gioco manipolatorio degli organizzatori di premi, festival, parchi, salotti. Molto, invece, la partecipazione euforica a queste partenze e ripartenze in serie generazionali delle carovane di ciuchini/e per il Paese dei balocchi della Fu-Poesia.

E per salutarvi un *modello alternativo”, eccessivo ma salutare visti i tempi bui:

Pubblicare – è la vendita all’asta
della mente dell’uomo –
Un atto così vile forse solo
la povertà lo può giustificare –

possibilmente – Noi preferiremmo
dalla nostra soffitta bianchi andare
al bianco Creatore –
che profittare della nostra neve –

Il pensiero appartiene a chi lo dona
e a chi lo indossa –
luce del suo corpo –
Vendi l’aria regale in confezione –

fatti pure mercante
della grazia celeste –
ma non imporre allo spirito umano
l’ignominia del prezzo

(E. Dickinson, Tutte le poesie, 709, pag.799, Mondadori, Milano 1997

P.s.
Ne avrei anche altri di modelli “alternativi” (più brechtiani/fortiniani) ma forse ancora meno adatti a questo Parco-Poesia che si tiene in luoghi così belli e carichi di memoria. Per ora bastano le parole della Dickinson.

2.

Credevo di aver chiarito che «non m’infastidisce *essere moltinpoesia*, scrivere cioè [poesia] in tanti». Quindi, nessun mio preconcetto rifiuto della – chiamiamola così – *socialità della poesia* (fosse pure quella di FB e dello stesso vostro Parco Poesia). Ho tentato però di fare una distinzione tra una socialità esibizionistica, spettacolarizzata, fatta di reading a catena di montaggio in spazi “prestigiosi” concessi da qualche disinteressato (!) assessore alla cultura e con tanto di paternalistiche presentazioni di giovani poeti da parte di anziani; e un altro tipo di *socialità della poesia*, diversa, tutta da costruire, perché in giro non ne vedo.

A me non pare che nelle forme organizzate dei festival, dei premi o dei parchi-poesia si sviluppi davvero quel «compito critico di capire questa condizione di poeti-massa» . O che si riescano a fare ragionamenti profondi sulla *crisi della poesia* proprio quando – paradossalmente –essa sembra dilagare in centinaia di iniziative metropolitane, cittadine o paesane.

Poi di sicuro tra organizzatori e partecipanti ad esse ci sono intelligenze critiche e sensibilità poetiche straordinarie. Ma io ho criticato il *contenitore*, la *forma* in cui si cala quel «desiderio di essere parte, per qualche giorno, di una comunità, e condividere un’occasione di incontro» (P.). E non i singoli, che – a scanso d’equivoci e non per gelosia verso i giovani – non ritengo condannati ad un inevitabile gregarismo, ma neppure- di per sé – ingenui, genuini o non manipolabili e portatori di buona poesia. Sono convinto, invece, che sarebbe ora di smetterla con questa *forma* di divulgazione-socializzazione generica della poesia tramite festival e premi vari, anche quando – ed è tutto da dimostrare – essi fossero «distanti dalla ‘cultura salottiera’» (F.). Che non è quella che a me sta tanto a cuore “combattere”, essendo la nostra epoca al massimo di simil-salotti.
Certo, festival e premi d’oggi attirano «giovani appassionati […] che coltivano visioni e obiettivi diversi» (F.). Ma quali visioni, quali obiettivi? E qui vi prego di non scandalizzarvi troppo. Succede qualcosa che avveniva anche ai tempi del Minculpop: tantissimi giovani partecipavano alle iniziative della GIL (Gioventù italiana del littorio) per “farsi le ossa”.
Dubito, però, che essi abbiano «la possibilità di crescere umanamente e poeticamente, rendendo[si] più severi giudici di [sé] stessi» (F.). Perché festival e parchi poesia sono costruiti su una formula gradevolmente spettacolarizzata e su temi politicamente neutri. Si legga con attenzione la prosa alata del Programma: « Mitico chiamiamo perciò questo stato aurorale; e miti le varie immagini che balenano, sempre le stesse per ciascuno di noi, in fondo alla coscienza». Non sentite un po’ stridente quel « Siate mitici» con quanto va accadendo in Europa, in Grecia, nel Mediterraneo? Come si fa a scomodare il nome di Derek Walcott in un paese guidato da Matteo Renzi? E il «dialogo», anche quando avvenisse, anche quando non fosse improvvisato e non finisse in pura chiacchiera,  manca – *per programma* –  di questioni davvero forti da scavare. L’«omologazione» oggi sta proprio in questa generica “democratizzazione” della ricerca poetica, in questo pluralismo “liquido” (Bauman) dei temi affrontati che non cozzano contro nessuna *realtà*; e non riescono ad imporre né agli anziani né ai giovani nessuna scelta etica, politica o di poetica. La cultura che circola in festival e premi fa da *ovatta*. E ha più o meno gli stessi difetti dell’«esibire le nostre opinioni e i nostri testi sui social network» (F.).
Sì, «nicchia capitalisticamente organizzata» è scandalosamente FB, ma pure questa macchina apparentemente “democratica” dei vari festival, premi, ecc.
Per finire. Certo che non c’è un solo modello «virtuoso» (V.). Ho polemicamente indicato alcuni modelli che (per me) hanno il pregio di tirarsi fuori da questa *pappa del presente*, pluralistica, indifferenziata, impolitica, apolitica e filosoficamente pseudometafisica. O mangi questa minestra o salti dalla finestra? Sono per saltare dalla finestra: andare cioè verso rigorose ricerche da *laboratorio*. da *gruppo* con alcune idee di fondo chiare sulla realtà. Un saluto e grazie per questo scambio sia pur su FB, cioè *in partibus infidelium*.

23 pensieri su “Note sulla miseria nostra e della poesia d’oggi

  1. Ritengo preziosa ogni collaborazione, ogni commento che mi possa aiutare a discernere criticamente in quel che scrivo. Per questo non sto a fare distinzioni tra uno e l’altro blog, tra antologie e proposte editoriali, tra reading e slam poetry, a patto che ne percepisca l’onestà, il gusto e l’impegno per la ricerca. So da me che la qualità, quando c’è o mi sembra di trovarne, non è garantita, ma questo non basta ad invalidare il mezzo: se non oggi, domani leggerò dei versi che mi piacciono e ritengo validi ; ma sono consapevole che già cercando sviluppo la mia capacità critica, di lettore e di se dicente poeta. Lo scopo è quello di trovare un personale equilibrio tra contenuto ed estetica, per questo trovo salutari anche le “chiacchiere” sulla forma, anche in tempi drammatici come questi: l’impegno etico, civile e sociale del poeta non può prescindere dalla ricerca estetica, che andrebbe perseguita instancabilmente, nella massima libertà, perché in ultimo si tratta pur sempre di creare opere d’arte; e questa non so se debba essere ritenuta una necessità primaria, quel che sento che non bisognerebbe dare alla poesia dei compiti che l’appesantiscano; che la poesia ci arriva comunque, e bisogna muoversi con fiducia.

  2. Assai salutari, caro Ennio, i tuoi dubbi “atroci” e i tuoi rimorsi. Per parte mia, mettendomi nel mucchio, rispondo affermativamente – ma serenamente – a tutte le tue domande… memore del tuo Fortini che ripete cose risapute… “di poeti ne nascono non più di due o tre per secolo”…e poi il tuo “non m’infastidisce essere moltinpoesia” dice più cose di un’intera biblioteca. Fare poesia dovrebbe elargire gioia purissima proprio in virtù della sua assoluta e solitaria gratuità. Qui invece non ci si “infastidisce”. Molto meglio sarebbe stato “moltineserciziodiavvicinamentoallapoesia” così, in assenza di fastidi, ci sarebbe forse stata anche qualche briciola di gioia! Un caro saluto. Paolo

  3. L’unica cosa che mi pesa proprio (infastidisce dice troppo e troppo poco) è leggere quasi quotidianamente tanta poesia, consapevole sia delle briciole di gioia provate da chi scrive (per esperienza, è ovvio), sia del fatto che “mi possa aiutare a discernere criticamente in quel che scrivo”. Certo che ce n’è, di chiacchiera, di mediocrità e di teatrini.
    Ma se voglio misurare la mia ambizione a “dire quello che so” credo che io debba anche frequentare la brigata.

  4. …essere consapevole di far parte della “brigata” e nello stesso tempo amare la poesia, leggerla sempre molto volentieri, arrivando anche a scrivere qualcosa, spero mi tenga lontano da qualsiasi forma di esaltazione…Puo’ capitare di unirsi ad altri per leggere le poesie dei grandi come le proprie poesie ,ricercando una critica costruttiva, piu’ che altro per condividere e coltivare un interesse…Certo quello che Ennio dice mi sembra giusto, cioé, nel caso dei molti, di evitare la spettacolarizzazione e di considerare la poesia piuttosto come una meta mai raggiunta che necessita di continuo esercizio (Paolo Ottaviani)..Il secondo punto sarebbe quello di evitare una forma di “poesia liquida”, se ho capito, cercando di riempirla di contenuti con un valore trasversale…Come punto di partenza e di arrivo questo mi sembra solo dei grandi poeti… il poeta della brigata (Garibaldi?) ricerca faticosamente stile e contenuti, si muove forse meglio se fa parte di un gruppo che condivide una visione delle cose, pur nel rispetto delle molteplici sensibilità, ma non trascura mai di ascoltare le molte voci…Percio’ in un certo senso passare dallo stato liquido a quello solido resta un percorso personale ma anche di gruppo per un poeta che si riconosce un impegno sociale…

  5. Rileggo e, grazie anche a Dickinson, trovo nel testo iniziale di EA una proposta (con parole di Fortini) “agire per introdurre quote di silenzio dove l’urlio e la confusione impediscono ormai di udire qualsiasi parola» (292). E dunque anche su questo sito di Poliscritture”, ripresa da A L “il poeta della brigata (Garibaldi? ma no, letteraria, è termine dantesco) ricerca faticosamente stile e contenuti, si muove forse meglio se fa parte di un gruppo che condivide una visione delle cose”.
    Il pensiero appartiene a chi lo dona
    e a chi lo indossa –
    luce del suo corpo –
    Ecco quello che mi coinvolge da poeta, il pensiero.

  6. Sento di condividere tutte le riserve e il fastidio di Ennio per lo sperpero inutile di energie umane, anche valide, per carità, come quello del parco-poesia o di qualunque altra kermesse che, con la scusa della poesia, si va da un’altra parte. Per dove? non saprei dirlo, sinceramente. Sta di fatto che anni fa ho avuto la ventura di assistere allo spettacolo di che trattasi e ricordo ancora la sensazione spiacevolissima che provai, al punto che mi chiedevo: ma che c…. ci faccio io qui?

    Ne scaturì la poesia che trascrivo:

    *
    Il tempo dell’appartenenza

    Sotto i portici di piazza Cavour
    una ragazza fa esercizi yoga.
    Sulla adiacente strada
    la gente sfila veloce in bicicletta
    sento il battere delle ali di un piccione.
    L’aria è fredda e pioviggina
    non c’è sole: sembra autunno.
    Ma le ragazze sorridono comunque
    perlomeno ci proviamo.
    La pioggia ha la sua buona parte
    di verità in questa domenica di fine luglio
    una verità che rompe gli argini dell’ipocrisia
    di quanti vorrebbero supporre il pensiero degli altri
    gli abitanti indefessi del lato falso del mondo della poesia.

    La pioggia lava e ristora, per fortuna.
    Siamo tornati a Santarcangelo, felici di essere qui ora.
    Usciremo tra un po’ per un pranzo in trattoria
    c’è già una prenotazione per due per le 13,30
    c’è tempo anche per rilassarsi
    guardare un giornale insieme;
    entrano gocce dalla finestra aperta.
    Un tempo meraviglioso è quello dell’appartenenza.

    GDL

    L’impressione viscerale di fronte a quanto osservo è di un centro per accedere al quale occorre cambiare qualcosa dentro di sé per ‘capire’. Il problema poi sarebbe capire. Ma cosa?

    Comunque a me sembra che Moltinpoesia sia (o sia stato) assolutamente altro. Che sia stata una perdita di tempo come dice Ennio, non lo credo, o perlomeno io penso questo.

  7. Era già l’ora che volge il disio
    ai navicanti e ‘ntenerisce il core

    (Dante, Purgatorio, Canto VIII)

    1. « non sto a fare distinzioni tra uno e l’altro blog, tra antologie e proposte editoriali, tra reading e slam poetry, a patto che ne percepisca l’onestà, il gusto e l’impegno per la ricerca […]trovo salutari anche le “chiacchiere” sulla forma, anche in tempi drammatici come questi: l’impegno etico, civile e sociale del poeta non può prescindere dalla ricerca estetica, che andrebbe perseguita instancabilmente, nella massima libertà, perché in ultimo si tratta pur sempre di creare opere d’arte […]non bisognerebbe dare alla poesia dei compiti che l’appesantiscano» (Mayoor)

    2. « Fare poesia dovrebbe elargire gioia purissima proprio in virtù della sua assoluta e solitaria gratuità […]Molto meglio sarebbe stato “moltineserciziodiavvicinamentoallapoesia”» (Ottaviani)

    3. « se voglio misurare la mia ambizione a “dire quello che so” credo che io debba anche frequentare la brigata»( Fischer)

    4. «il poeta della brigata (Garibaldi?) ricerca faticosamente stile e contenuti, si muove forse meglio se fa parte di un gruppo che condivide una visione delle cose, pur nel rispetto delle molteplici sensibilità, ma non trascura mai di ascoltare le molte voci» (Locatelli)

    5. « a me sembra che Moltinpoesia sia (o sia stato) assolutamente altro. Che sia stata una perdita di tempo come dice Ennio, non lo credo» ( Di Leo)

    Voi guardate alla poesia e ai poeti dal buco della serratura, trovate buono tutto quello che oggi si fa in poesia (eanche l’esperienza dei moltinpoesia, che io considero fallita). Qualcuna, allarmata e materna, corre anche a chiudere la finestra da cui io invitavo a saltare. Pare proprio che non c’intendiamo. Io vedo la miseria della poesia d’oggi (la mia compresa e non solo per un esercizio penitenziale contro l’orgoglio). Sta frastornata e barcollante come un pugile che s’è beccato una decina di uppercut in un mondo in profondo caos e non sa che dire o fare? O dorme? (Nel caso, parafrasando Goya, non è che “il sonno della poesia generi mostri?). O continua ad occuparsi come una brava casalinga delle sue cosucce di routine nei vari festival, premi, blog e dei suoi problemi tradizionali (la forma, l’estetica, i pensierini poetanti, i sentimenti per ogni stagione, i miti di sempre) e automaticamente – per una sua incomprensibile qualità che la farebbe galleggiare chiusa in una bolla di eternità assieme ai suoi devoti poeti su questo caos di migrazioni, guerre, bolle speculative, manovre geopolitiche – elargisce ancora « gioia purissima proprio in virtù della sua assoluta e solitaria gratuità» (Ottaviani)?

    Volevo ancora rispondere in dettaglio a ciascuna delle vostre osservazioni e obiezioni. Poi mi sono ricordato di aver già tante volte risposto in tanti articoli e da molti anni. Invano. E così, solo per un residuo scrupolo di amicizia, mi limito a segnalarvene soltanto uno:
    http://moltinpoesia.blogspot.it/2012/06/ennio-abate-una-riflessione-per-la.html#more

  8. Che buco mai della serratura! si legge poesia e basta, e si scarta, a misura

    leggo anche ogni giorno ‘a se stesso’
    misuro distanza e vicinanza
    di autoanalisi e scrittura
    che per poesia coincidono e stesso
    coincidere mente e esperienza
    misuro in ogni scrittura

  9. Non riesco proprio a capire questo “scandalo” del poeta che si accontenta di leggere le proprie poesie magari con altri, dentro il bar del paese o in qualche piccolo teatro. In fondo è la stessa situazione del pittore che espone dove gli è possibile farlo … magari in un posto dove ci sia meno da spendere per allestire la mostra.
    Ma certo Ennio avrà da darmi una risposta.

  10. Per me è chiaro: le poesie sono messaggi del e per l’umanità. La ricerca di un laboratorio condiviso oggi sembra meno difficile, basta aprire internet e tutto ti viene dato, ma è pur sempre laboratorio; e funziona perché non guasta lo stato di solitudine necessaria a questa attività. La dimensione virtuale non è poi così distante dalle pratiche dei poeti, credo vi si potrebbero muovere come pesci, volendo. Ma non è in quella realtà che nasce la poesia, almeno e per fortuna non ancora! Piuttosto che niente, fino a pochi anni fa, scrivevo ai tavolini di un bar, e se capitava anche sugli autobus: almeno lì la realtà la puoi vedere e toccare, farti un’idea della gente, di quel che accade e di quel che cambia; di come stai, e chiederti perché sei al mondo. Anche questo è stato laboratorio, di poesia. Ma resto consapevole del fatto che posso salvare solo chi è già salvo, altrimenti nessuno capirebbe. Spero si capisca che i “salvi” di cui parlo non sono dei privilegiati…

  11. @ EA La tua nota iniziale in 4 punti accetta la possibilità o meglio la probabilità che la abbondante produzione poetica nei blog sia superflua e mediocre. Proponi perciò di “introdurre quote di silenzio dove l’urlio e la confusione impediscono ormai di udire qualsiasi parola”.

    Le due note successive riportate da FB, vertono la prima sui giovani che si adeguano (polli-poeti in batteria) giulivi e “ingenui” a giochi manipolatori, e a premi, festival, parchi, salotti.
    Nella seconda nota: di fronte a “questa generica “democratizzazione” della ricerca poetica, in questo pluralismo “liquido” (Bauman) dei temi affrontati che non cozzano contro nessuna *realtà*; e non riescono ad imporre né agli anziani né ai giovani nessuna scelta etica, politica o di poetica”;
    proponi di “saltare dalla finestra: andare cioè verso rigorose ricerche da *laboratorio*. da *gruppo* con alcune idee di fondo chiare sulla realtà”.

    I commenti seguiti dichiaravano, come hai riportato tu stesso, che scrivere è un piacere e leggere è un dovere, semplifico brutalmente. Erano in più dichiarazioni di poetica: di acribia e di consapevole pochezza, o stato di bisogno.
    Però mancavano tutte del rilancio che tu chiedevi, sul salto dalla finestra… “verso rigorose ricerche da *laboratorio*. da *gruppo* con alcune idee di fondo chiare sulla realtà.”
    Per me, io mi espongo sempre fin troppo al confronto all’analisi e alla critica, da antica carbonara i laboratori mi piacciono, anche se le mie idee di fondo chiare sulla realtà non sempre colludono anzi collidono.

  12. …ho riletto le otto tesi di Ennio su quello che è stato il laboratorio di Moltinpoesia…parto da quello che ritengo il pensiero di partenza: essere in Moltinpoesia è bello, ma siccome”…non esiste un Parnaso per tutti”, bisognerà prendere atto dei propri limiti e rinunciare agli allori e ai tentativi di strumentalizzazione di una parte della società…pensiero che credo venga ribadito nel presente post. Su questo punto mi sento d’accordo, anzi con una aggiunta di rammarico, perchè lo sento riguardarmi anche personalmente…Secondo me esiste da sempre una tradizione di Moltinpoesia, non è un fenomeno di nostri giorni…da sempre l’animo umano ha dimostrato una dimensione poeta-poetante, senza distinzione tra chi ascolta gradendo e chi esprime la vita con versi magari improvvisati…Il linguaggio poetico ha il pregio dell’intensità e della sintesi e cattura…nelle strade, piazze, osterie,campi, fabbriche, case… Non ambiva a riconoscimenti accademici, era una comunicazione immediata…ma anche la poesia d’autore poteva diventare popolare e circolare insieme alle arie d’opera…
    La crisi inquina tutto…Mi è piaciuta l’iniziativa di un CAM di Milano, a cui non ho potuto partecipare, di appendere poesie a dei fili per le strade, nei giardini…

  13. “parto da quello che ritengo il pensiero di partenza: essere in Moltinpoesia è bello, ma siccome”…non esiste un Parnaso per tutti”, bisognerà prendere atto dei propri limiti e rinunciare agli allori ” (Locatelli)

    Messo così il discorso del 2012 che ho linkato mi appare travisato. Risulterebbe un invito alla rassegnazione o a prendere atto della dura realtà: “non esiste un Parnaso per tutti”, ergo io/noi ne sono/siamo fuori. Ma non è certo alla rassegnazione che invitavo o invito.
    Il mio ragionamento è un altro: il Parnaso, cioè l’istituzione storica che chiamiamo Poesia, è una costruzione venuta fuori nei secoli con caratteristiche fondamentalmente o prevalentemente aristocratiche (un bene pensato per pochi e goduto da pochi). Nel tempo tale costruzione è stata sottoposta a numerosi attacchi e ha subìto trasformazioni (nelle forme, nei temi trattati, nel significato che l’istituzione ha avuto nelle varie società) fino al manifestarsi di un’utopia: il Parnaso per tutti.
    Questo sogno delle avanguardie del primo Novecento s’è consumato/realizzato ma in forme inaccettabili: spurie, ambigue (il “surrealismo di massa” di cui diceva Fortini, i “moltinpoesia” come chiacchiera poetica incontrollata e falsamente libera).
    C’è chi si accontenta di questa falsa democratizzazione del Parnaso. Chi ne coglie l’ambivalenza (le gerarchie -vere o fasulle, da nobiltà decaduta o da parvenu appena dirozzati – che permangono). Chi rifiuta sia il Parnaso dei pochi ( “di poeti ne nascono non più di due o tre per secolo”) sia il falso Parnaso per tutti.
    Ripeto: la poesia è in crisi. E *essere moltinpoesia* in questa crisi non è affatto «bello», ma un problema aperto e irrisolto, che gli stessi diretti interessati pare non vogliano porsi.
    Tant’è vero che nel pezzo del 2012 linkato scrivevo:
    «Non si è capito neppure a sufficienza che l’*essere molti in poesia* è uno dei segni della crisi della poesia e non la soluzione già trovata; e che una ipotetica democratizzazione della poesia (sulla quale mi va di scommettere, sapendo però che di scommessa si tratta…) è tutta da pensare; e richiederebbe di essere perseguita con strumenti adeguati.
    Se altrove la crisi della poesia si manifesta nelle ingessature elitarie o neosacerdotali, nel Laboratorio, data l’impronta democratica del suo progetto, s’è manifestata più spesso con spinte democraticiste. Che sono affiorate, ad esempio, in discorsi del tipo “tutto è poesia”, “ma a che serve la critica?”, “non esistono più canoni e, dunque, criteri per distinguere poesia da non poesia”. O in proposte (purtroppo astratte e mai seguite da iniziative conseguenti) di “evangelizzazione poetica” nei confronti di quanti “non leggono poesia” e andrebbero “sensibilizzati”. O ancora in vaghe intenzioni di fare del Laboratorio uno strumento di rivalsa o di contestazione dei poeti esclusi o emarginati (che in effetti sono molti) nei confronti di quelli affermati».
    E più avanti:
    «Parafrasando il Fortini del «Non esiste un Petrarca per tutti», dobbiamo dire più decisamente che non esiste un Parnaso per i molti. Tra l’altro esso oggi è alquanto diroccato, anche se quelli che ci stanno o ci sono entrati per il rotto della cuffia effettivamente danno mostra di scacciare i molti e di arruolare solo alcuni giovani sacerdoti per l’improbabile pomerio dei veri Spiriti Magni. E tuttavia, quelli che sono o si sentono esclusi e, come la volpe di Esopo, dopo alcuni salti vani rinunciano all’uva, possono autorizzarsi da soli e dichiararsi poeti o con una qualche pubblicazione o con una rivista o con un blog, insomma con un Parnaso fai-da-te, che è evidentemente un surrogato di quello – ripeto – diroccato e cadente? O ricopiare sempre più stancamente il gesto ribelle dell’avanguardismo?».
    Ecco perché, di fronte ai vostri commenti, posso soltanto dire – e non per spocchia – che non c’intendiamo.

    1. Caro Ennio,
      forse non ci capiamo perché il problema è mal posto. Tu dici: “la poesia è in crisi” e aggiungi: “E *essere moltinpoesia* in questa crisi non è affatto «bello», ma un problema aperto e irrisolto, che gli stessi diretti interessati pare non vogliano porsi”.
      Non se lo pongono – dico io – semplicemente perché non è un “problema”. L’essere in crisi della poesia è infatti una sua qualità costitutiva, fondativa della sua essenza di cui non resta che prendere atto. E l’essere in molti o in pochi dentro questa scissione (“crisi” da “krino”-dividere, separare) può essere solo una variabile della storia e non un problema “irrisolto”.
      Spesso, caro Ennio, i “problemi” stanno più dentro le nostre contorte intelligenze e psicologie (o la nostra voglia di “scommettere” su ignoti futuri) che nella concreta, oggettiva realtà. Un caro saluto. Paolo

      1. @ Ottaviani

        2009  In fuga, olio

        in esodo, ti dico, in esodo
        vai anche da vecchio solo
        non chiedere compagnia d’altri

        scruta le loro parole ma scostatene –
        metti le tue non nel lattiginoso silenzio d’infanzia
        ma nel secco rugoso tempo della vecchiaia

        esiste un filo tra le letture che qui si fanno
        e le poesie che si scrivono a notte o all’alba? forse
        ma abbiamo problemi di vele afflosciate

        lamenti grida e nenie di comunità disfatte
        e il testardo fanciullesco io – io che sempre lui! –
        reclama coccole tra le braccia di decrepiti saggi

        stacci sui blog – ma non crederci! riga dopo riga
        mentono sgambettano azzoppano ghignano
        nella brace d’opinioni cerca solo i tizzoni ardenti
        ancora – afferrali, soffiaci su, cammina svelto e solo

        compagni per ora non ce ne sono

        1. @ Ennio Abate

          E’ notte e viene
          l’arguta spina
          alla mano inflitta
          e scrivo
          Non per me
          né per nessuno
          scrivo perché so
          di un giorno
          di un incontro
          Nel gruppo
          stavo ad aspettare
          parole come pane
          da saziare
          Lontano ora e ancora
          aspetto.

          emi

  14. …eppure sarebbe bello trovare punti di convergenza anche nella crisi (perenne )tra donne uomini poeti…Ora il mio pensiero stesso é diviso e vorrei parlarne con voi…
    Da una parte sono convinta che chi, come me, frequenta un blog come questo abbia intrapreso un cammino di crescita riguardo alla poesia, il che non esclude, anzi, il coinvolgimento dell’ intera persona; un cammino che comporta necessariamente la presenza dello studio e della critica, sia per la lettura poetica che per la scrittura…E l’essere in un laboratorio, come credo Cristiana affermi, puo’ aiutare molto…D’altra parte se tra i componenti dei Moltinpoesia, alcuni rivendicano il buon diritto di rifiutare la critica, qualora si rifacciano a quella tradizione popolare di cui ho parlato prima, mi sembra coerente …Per fare un esempio, pasquinate e serenate non venivano singolarmente sottoposte a critica, ma se mai si commentava il fenomeno…Cio’ di cui mi rammarico è piuttosto l’ibrido, in cui hanno buon gioco gli interessi economici: sentirsi degni del Parnaso e rifiutare la critica…

    1. Parli della Poesia più che dei poeti, dell'”istituzione storica Parnaso”. Ma l’idea, perchè è un’idea a posteriori, di Parnaso, non comprende la poesia dal basso, quella che si collega a movimenti popolari e culturali, la poesia di Jacopone e dello stesso Francesco, per fare solo due esempi di un particolare periodo.
      (Ma Leopardi, che fa parte del Parnaso, fa sua il geniale attacco di Francesco “dolcissimo, possente/dominator di mia profonda mente”. Anche questo è solo un esempio.)
      L’incrocio tra poesia che chiamerò alta e bassa è stato ben studiato per i tempi in cui le lingue volgari (che secondo alcuni si riconnettono alle lingue preesistenti all’espansione romana) hanno sostituito il latino. Ma non è il solo momento in cui la poesia non fu solo Parnaso.
      Ci sono delle evidenze che nella nostra epoca si verifichi un nuovo bisogno di rifondare, meticcio per le diverse culture che tutti incontriamo e per l’incrocio di mezzi e registri espressivi che molti praticano.
      Quindi l’*essere molti in poesia* oltre che segno della crisi della poesia (dell’istituzione storica Parnaso), e lo è nelle ripetitizioni e nelle soluzioni Parnaso-fai-da-te, è anche segno di un passaggio di epoca, mai il mondo è stato così in presenza di tutti, e collegato a così tanti livelli.
      L’afflusso dei *molti* alla poesia rappresenta anche un bisogno di fare il punto, di orientarsi, di leggere il presente attraverso un proprio prendere posizione al massimo della concentrazione: questo l’espressione artistica lo consente infatti a tutti, anche se non lo assicura.
      Se è così, la spinta principale a scrivere dei molti non è farsi assimilare ma lavorare dove “la realtà la puoi vedere e toccare, farti un’idea della gente, di quel che accade e di quel che cambia; di come stai, e chiederti perché sei al mondo” come scrive Mayoor.
      La mia non è una posizione democraticista, ma attenzione a quello che avviene nei modi in cui lo leggo. Il giudizio comunque è indispensabile (krino significa anche giudicare-decidere, separare simbolico non solo effettuale) per capire fino a che punto la poesia si coinvolge nel mondo in cui viviamo. Tanto più indispensabile diventa confrontare i criteri secondo cui si può giudicare.

  15. …quella che mi preme capire è proprio la poesia “dal basso”, e mi sembra giusto il tuo riferimento ai primi poeti scrittori che si sono rivolti alla lingua volgare, anzichè al latino, perchè saranno stati giuducati “eretici” e non compresi subito…Cristiana, tu dici che la presenza dei molti in poesia possa anche essere anche il segno di un cambiamento epocale, probabilmente in corso d’opera…sono d’accordo: puo’ sia essere un segnale di crisi, specchio di una società al collasso, da parte di persone che sono travolte da mode e da spinte esibizionistiche-consumistiche, ma anche, al contrario, mosse dal desiderio di non farsi azzerare, massificare nella propria singolarità, testimoniando residui di vita…se manca ancora un noi, magari potrà emergere… Qui chiedo ad Ennio se in qualche caso non sia meglio sospendere il giudizio o affiancare ai criteri tradizionali alcuni nuovi…so che tu sei un pioniere in proposito…

  16. …tante solitudini quanti siamo noi.
    Neanche un colore ci unisce?
    E se guardassimo tutti
    nell’ora vespertina
    il colore del tramonto,
    ciascuno dal suo angolo di inferno?
    Ricordo una ragazza infelice,
    giovanissima e infelice,
    -aveva dovuto scegliere
    con quale genitore vivere-
    sorridere di una strana gioia
    scoprendo che di notte
    a tutti appare
    la stessa luna,
    nostro denominatore comune.
    Vestiva al’ultima moda
    Ciaula dei nostri tempi…

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