SEGNALAZIONE

Salabelle cover

Due brani da “L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu” di Marisa Salabelle (Piemme Edizioni)

E’ la storia di una maestra elementare, una donna difficile, impegnata nel sociale ma di carattere aspro, che viene uccisa da ignoti una sera d’estate, alla vigilia della festa del patrono. Le indagini (che non porteranno a nulla di buono) sono il pretesto per raccontare la sua storia e un periodo della storia italiana (anni ’60-’90). Il primo brano, quasi all’inizio, parla della nascita di Efisia; nel secondo si accenna al suo impegno politico negli anni della giovinezza. 

1.

Il 20 marzo 1950, a Cagliari, tirava vento. Tira sempre vento, a Cagliari: questo è il motivo per cui i cagliaritani parlano sempre a voce molto alta, perché se la porta via il vento, la voce, e allora bisogna urlare se ci si vuol fare sentire. Maria Rosaria Piras, di soli ventun anni, penava in preda alle doglie: non urlava, lei, non ne aveva più la forza. I dolori, cominciati più di ventiquattro ore prima, erano spaventosi, non assomigliavano a niente che Maria Rosaria avesse mai provato o a cui fosse minimamente preparata. Camminava avanti e indietro per la camera, sorretta dalla madre che le borbottava irritanti parole di conforto; si metteva a sedere tenendosi l’enorme ventre con le mani sudate; si lasciava passare sul viso un asciugamano bagnato, ruvido come carta vetrata, dalle mani dell’ostetrica, la signorina Onoria, che aveva aiutato a partorire innumerevoli donne della famiglia e del vicinato nel corso di interi decenni. Ora la signorina Onoria era anziana e le sue mani erano diventate nodose a causa dell’artrite. Non voleva farlo capire, la signorina Onoria, ma era preoccupata. Il travaglio durava da troppe ore, Maria Rosaria era esausta, la dilatazione era ancora incompleta, il bambino non nasceva. Più passavano le ore, più il rischio aumentava, tanto che si dovette far venire il dottor Foddis, il quale dopo aver riflettuto a lungo fumando come un turco (a quell’epoca certe usanze decadenti, come quella di non fumare in presenza di ammalati, donne gravide e bambini, non avevano ancora preso il sopravvento) si decise infine a usare il forcipe per tirare fuori la creatura, mentre l’ostetrica, per facilitare il processo di espulsione, sedeva con tutto il suo peso (era in realtà una donnina minuscola) sulla pancia della disgraziata partoriente. Quando infine il bambino venne fuori, era violaceo e inerte; la madre rantolava sfinita; tutti si adoperarono a soccorrerla con nuove pezzuole umide e parole di conforto, mentre l’esserino appena nato fu buttato su una poltrona, avvolto in uno straccio, come una cosa ormai inutile. Solo una mezzoretta dopo, quando fu ormai chiaro che il peggio era passato e che la puerpera se la sarebbe cavata con qualche giorno di riposo, la signorina Onoria raccolse quel fagottino, aprì i lembi del telo e si accorse di due cose: la prima, che il bambino era vivo e non pareva intenzionato a morire; la seconda, che non era un bambino ma una femminedda. Fu così che Efisia Caddozzu venne al mondo. “Mischinedda”, pensò la levatrice mentre la presentava ai parenti riuniti, eccetto che alla madre, che si era addormentata, povero angelo, sfinita com’era: al padre, Gavino Caddozzu, un giovane maestro elementare afflitto da un cognome che ne faceva il bersaglio di innumerevoli scherzi da parte dei suoi alunni di quarta; alla nonna, una donna bassa e grassa, con una gran crocchia di capelli brizzolati; al nonno Luigi, notaio, un mingherlino con gli occhialetti cerchiati di metallo; a sa zeracca, una ragazza con la pelle olivastra e i capelli, raccolti in una treccia, che le partivano a pochi centimetri dalle folte sopracciglia; al dottor Foddis, il più meravigliato di tutti di fronte all’inaspettato miracolo della creatura che non ne voleva sapere di crepare. La testa de sa pippia era mostruosamente lunga, il suo colorito grigiastro, le labbra di un viola quasi nero e sulla fronte si scorgevano i contorni di una deturpante voglia rosso fragola. Assumendo un tono professionale, il dottor Foddis, che fumava avidamente una sigaretta proprio in faccia a issa, spiegò che la testina avrebbe presto acquistato forma e proporzioni più ragionevoli, che il colorito si sarebbe fatto più roseo, che la voglia sulla fronte probabilmente non era una voglia ma un angioma che presto si sarebbe riassorbito e che, a Dio piacendo, la bambina avrebbe superato il trauma del parto e sarebbe sopravvissuta, diventando in poco tempo una bella e sana picciocchedda. Ellusu, pensò la nonna, una parola che nel suo vocabolario alquanto limitato stava a significare molte cose diverse a seconda delle circostanze.

2.
Un paio di anni prima era uscita “Lettera a una professoressa”. La sua insegnante di pedagogia aveva detto che era uno scandalo. “Un libro grondante odio”, aveva affermato babbo Gavino. “Quel prete è un comunista”, e con questo aveva chiuso la discussione, ma lei già da tempo aveva smesso di aver paura dei comunisti. Il libro se l’era letto, meravigliata dal suo tono perentorio e dalle dure tesi che sosteneva. Aveva pensato che insomma, forse c’era un bel po’ di esagerazione. Ma adesso tutto le sembrava evidente, di una chiarezza sfolgorante. A Pistoia si era formato un gruppo di Lotta Continua: ci andavano dei ragazzi che conosceva, cominciò ad andarci anche lei. La sede era una stanzetta all’ultimo piano di un vecchio palazzo del centro. Si salivano scale ripide e poco illuminate, si entrava in uno stanzone squallido, con un grande tavolo nel mezzo, sedie, mensole piene di libri attaccate alle pareti. Da una parte c’era un ciclostile che veniva usato per stampare volantini da attaccare ai muri cittadini, la notte. Non c’era riscaldamento, d’inverno nessuno si toglieva il cappotto, il fiato faceva condensa, il fumo di sigaretta ristagnava nell’aria. Efisia aveva preso l’abitudine di trascorrerci molte serate, senza dir nulla a babbo, altrimenti sarebbero state storie a non finire. Là si faceva un gran parlare, lunghe discussioni sulla situazione politica dell’Italia, sui danni fatti da venticinque anni di Democrazia Cristiana, sull’insolenza dei fascisti, che bisognava rispedire nelle fogne dalle quali erano usciti, sul movimento studentesco, sul movimento operaio, sull’Unione Sovietica, sulla Cina. Si parlava molto anche di certi fatti, che accadevano regolarmente, e che venivano designati col nome del luogo in cui si erano verificati, senz’altra spiegazione: i fatti di Battipaglia, i fatti di Reggio Calabria: tutti sembravano capire immediatamente in che cosa consistessero i fatti, tranne Efisia, Efisia gli unici che conosceva erano i fatti di Reggio Emilia, grazie a zia Pinella. Così, alle riunioni dove il fumo delle sigarette e l’alito pesante dei compagni, che avevano l’abitudine di mangiare cibi infestati da grandi quantità di aglio e cipolla, erano così densi da potersi toccare con mano, si limitava ad ascoltare in silenzio, trasognata, e menomale che aveva smesso di succhiarsi il dito. Non sempre riusciva a seguire le argomentazioni dei compagni, costellate da intercalari quali “diciamo”, “vero”, “no”. Ma le piacevano certi slogan. Le piaceva andare alle manifestazioni, seguire gli striscioni, scandire gli slogan, ideare titoli per i volantini. Se ne ch’en debù: fascisti carogne tornate nelle fogne, fanfani fascista sei il primo della lista, operai e studenti unti nella lotta. Era “uniti nella lotta”, naturalmente, ma c’era stato un refuso in uno dei manifestini, e tutto sommato ad Efisia non dispiaceva quest’idea degli studenti che lottando a fianco degli operai si impiastricciavano tutti, di morchia, probabilmente. E su un altro gli studenti di ragioneria avevano scritto “Il preside soverchia ha passato il segno”, che verbo ricercato avevano usato, insolito, no, soverchia, per dire sovrasta, schiaccia, opprime, a Efisia gli era sembrato strano ma anche bello, efficace, e poi era saltato fuori che Soverchia era il cognome del preside.
Quando suo padre lo venne a sapere, che era diventata di Lotta Continua, le proibì nel modo più assoluto di frequentare quella gentaglia, ma lei non lo stette nemmeno ad ascoltare. Davvero il mondo si sarebbe ribaltato, di lì a breve: loro, i giovani, avrebbero rovesciato la società borghese, il potere dei padroni, il bieco capitalismo, ed avrebbero dato vita ad un nuovo modello di società.

6 pensieri su “SEGNALAZIONE

  1. Iniziai la lettura de “L’Estate che ammazzarono Efisia Caddozzu” seduta sui gradini del conservatorio della Val d’Aosta, era un mattino soleggiato dell’estate 2012. Quel giorno accompagnavo mio figlio Martino all’esame del secondo anno di violino. Non sapevo chi fosse l’autrice, il testo che avevo tra le mani, stampato in casa su fogli A4 e rilegato alla bell’e meglio, si intitolava semplicemente “Efisia Caddozzu” ed era a firma di Eleonora d’Arborea, un evidente pseudonimo. Non sto a spiegare come ricevetti il file, chi conosce i meccanismi del torneo letterario io-scrittore lo avrà capito al volo.
    Per ingannare l’attesa, o più probabilmente per stemperare la tensione, mi rifugiai nella lettura del romanzo e fui subito catturata dallo stile scorrevole e ironico che in pochi minuti mi trasportò dalla periferia di Pistoia alla Sardegna degli anni cinquanta e poi di nuovo alla Toscana in un intreccio di accadimenti appassionanti spalmati su un arco temporale di mezzo secolo, anno più anno meno. Sono passate ormai tre primavere da quel mattino e io non posso che compiacermi del fatto che, come la zucca di Cenerentola, Efisia si sia trasformata in un bel libro stampato e che un’altra aspirante scrittrice si sia trasformata in una felice esordiente.
    Congratulazioni Marisa

  2. Anche io ho avuto l’onore di poter leggere la storia di Efisia prima che uscisse nelle librerie. Un romanzo appassionante e scorrevole, un personaggio esilarante e misterioso che, con le sue tante avventure, mi ha trascinata in un viaggio nel tempo e nello spazio, con sano realismo e tanti colpi di scena.
    In genere si dice “orgoglio di mamma!”, ma in questo caso mi sento di fare un eccezione.
    Marisa Salabelle, orgoglio di figlia!

  3. …”Lettera a una professoressa”: a volte puo’ succedere proprio quello che è successo a Efisia, dopo una lettura di un testo il cui contenuto in qualche modo contrasta con il pensare comune…Ne prendi atto, non hai quella reazione di respingimento che molti hanno intorno a te, ma non ti trascina…almeno a te sembra, comincia invece a sedimentare in qualche modo; ti arriva, magari di notte, il ricordo di affermazioni, descrizioni…ma manca ancora qualcosa, una situazione che faccia esplodere la scintilla della comprensione, dell’adesione…Per Efesia sarà frequentare un gruppo di Lotta Continua “Ma adesso tutto le sembrava evidente, di una chiarezza sfolgorante”…Certo viene voglia di leggere il romanzo per sapere come abbia E. C. potuto avviarsi verso una morte cosi’ tragica, ma anche perchè una scrittura tanto coinvolta ed informata documenta bene il clima del momento storico…Gli ignoti assassini hanno almeno permesso alla giovane di terminare l’anno scolastico…o chissà se non é stata proprio quella la causa: avere come maestro Don Milani…

  4. Come già si deduce dai due brani qui riportati, il romanzo possiede molti pregi. La caratterizzazione psicologica e linguistica dei personaggi (pare di vederli e sentirli). L’intreccio così ben riuscito (cosa rara) tra le loro vicende e quelle storico-sociali italiane. L’attesa che fa nascere e crescere nel lettore e che sfocia in un finale inaspettato (la punta di diamante, a mio parere, del romanzo). La capacità di mettere sul piatto una serie di luoghi comuni per poi smontarli sistematicamente uno per uno (come a suggerirci che la verità non è mai quella che sembra). Sono certa che questo è solo il primo dei tanti romanzi che Marisa Salabelle, con la sua scrittura ironica ed esperta, ci regalerà e dei tanti personaggi alla cui vita ci appassioneremo.

  5. ….verità da smontare, per esempio quella sul fumo mi è piaciuta troppo…penso davvero che il romanzo di Marisa Salabelle presenterà alla lettura molte sorprese. Grazie per la segnalazione…

  6. È un romanzo che ha vari livelli di lettura con una protagonista piuttosto sgradevole e sgradita fin dall’inizio. La “mischinedda” viene abbandonata, anzi buttata su una poltrona e tutti si adoperano intorno alla povera puerpera. È come se la vita di Efisia fosse in qualche modo già condizionata dalla sua nascita: è brutta, poco considerata, poco amata.
    Mi è piaciuto molto l’uso della lingua sarda insieme alle espressioni idiomatiche tipicamente pistoiesi in un continuo “pastiche” tra infanzia e età adulta, tra il ricordo e l’oggi, tra il mondo cagliaritano e quello toscano, per non parlare dei tantissimi aneddoti familiari, alcuni talmente improbabili da essere probabilmente autentici.

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