COMMENTI IN EMERGENZA 1

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Commento di Luca Chiarei al post http://www.poliscritture.it/2015/07/31/molti-in-poesia-e-poesia-esodante-appunti/#comment-21156

Molto interessanti le osservazioni di Rita Simonitto sulla proposta/rielaborazione di Ennio riguardo la poesia esodante. Le riprendo a partire da una domanda che Simonitto, dopo aver riflettuto su bellezza e orrore ed il fatto che “vediamo o questo o quello” si pone: “come mai a fronte di questo *orrore* della storia vi è chiamata a rispondere la poesia?”
Io non credo che vi sia un obbligo morale superiore per la poesia rispetto ad altre arti a rispondere, o addirittura dare soluzioni. Se questo accade è solo perchè si operano delle scelte che si possono fare o non fare, che si alimentano di quello che viviamo nella quotidianità impoetica (per dirla alla Lucini…). La scelta che per me la poesia dovrebbe fare è raccogliere questa sfida, operare in questa prospettiva di tentare una risposta, di superare mistici diaframmi dalla realtà, a prescindere che l'”orrore” sia vissuto veramente o sia “solo” consapevolezza intellettuale.
Possono essere fatte ovviamente scelte diverse restando sempre in ambito poetico, e tutte legittime. Dire questo è cosa ben diversa dal dire che sono tutte equivalenti e convergenti come la discussione emersa precedentemente intorno all’intervento di Ennio su “Note sulla miseria nostra e della poesia di oggi” in molti contributi sembrava sostenere. Sono anni ormai che dall’esperienza del laboratorio dei moltinpoesia alla casa della poesia di Milano e la newsletter di allora, e poi con il blog di Poliscritture che Ennio propone con personale coerenza, una visione specifica del fare/essere in poesia. Certamente si può non essere d’accordo con lui, essere in totale disaccordo se si vuole, ma che cosa c’è da stupirsi se alla luce di questa lunga riflessione Ennio critichi iniziative come il Parco Poesia 2015, le poesie su FB, essere molti in poesia senza contenuti e visioni condivise, lo scenario dell’effimero poetico che caratterizza tante iniziative che si agitano nel multi-verso dei poetanti di “massa”? che proponga di saltare dalla finestra piuttosto che sorbirsi questo tipo di minestra mi pare ovvio. Io mi sarei stupito, e molto, se avesse proposto il contrario.
Ho condiviso invece le riflessioni di Giuseppina di Leo sul senso di estraneità che molte situazioni proprie della poesia “liturgica” dei molti in poesia ci portano a vivere.
Mi pongo allora una altra domanda, credo successiva a quella che pone la Simonitto, ed è se in ambito poetico una opzione in un senso è per forza compatibile anche con tutte le altre?
Se crediamo che in nome della poesia siamo tutti nello stesso fiume e che in fondo le differenze sono solo caratteriali e non di impostazione e visione della realtà (per alcuni poeti addirittura non esiste una realtà, come una volta mi disse un poeta “affermato” all’idea che si potesse scrivere versi per la giornata della memoria o la resistenza italiana…), la risposta non può che essere positiva.
Nel rispetto delle opinioni di tutti ritengo invece che possono esserci si molte convergenze tra i molti in poesia ma anche moltissime differenze e non serve l’ingenuità, vera o falsa che sia, per annullarle.
L’opera di Lucini che è stata più volte ricordata in questo blog non era importante solo per la persona, ma per quello che ha rappresentato nell’editoria italiana per la poesia. Che certo non era la stessa proposta da altre case editrici. Leggete le sue introduzioni alle antologie sull’impoetico mafioso (troppo lunghe da riportare in questa sede) per convincersene. Credo che semplicemente declinare in poesia non solo l’io ma anche il noi apra distanze che hanno un senso preciso.
Una riflessione critica su questo discorso vorrei porre a Ennio, e a tutti gli interessati: il ragionamento sulla poesia esodante non corre il rischio di restare sul piano della lamentela fine a se stessa? di una teoria-sfondo che fa da unità di misura per la polemica contingente? Non potrebbe essere l’ora invece di vautare l’ipotesi di tradurla in iniziativa culturale, in una presenza visibile e attiva? Discutiamone.

Un pensiero su “COMMENTI IN EMERGENZA 1

  1. Credo che un nobile intento sia quello di aiutare Ennio nella definizione di Poesia esodante. La cosa mi imbarazza un po’ perché Esodante fa pensare ad un luogo, un prima, da cui ci si avventura per l’esodo. Ma come limitarsi ad un prima , senza considerare il poi? Dove si andrebbe?
    Il prima contiene le ragioni dell’esodo, il poi dovrebbe avere a che fare con la soluzione, quel “visibile e attiva” di cui parla Luca Chiarei. Avendo risolto in parte questa questione, entrando nella Mia psiche per sperimentare i blocchi che mi sono di ostacolo per la libertà, dovrei considerare come aiutare gli altri, per amore (comprensione, solidarietà, necessità comuni ecc.). Questa sarebbe per me, politica. Ma dal momento che ogni poesia che scrivo, sia brutta o bella, va naturalmente con questo sforzo, che bisogno avrei di dichiararlo, di dirmi esodante di una cultutura di sovvertimento ( cerco di riappropriarmi delle parole) quando è evidente che non posso fare altrimenti? In situazioni come queste l’unica preoccupazione sarebbe quella dei contenuti; e qui una riflessione la farei, sulla poesia e quel che può fare per tutti. Per tutti s’intende: non quella parte o quell’altra soltanto, ma per tutta l’umanità. Io preferisco se la poesia ragiona così, in questo modo si riempie il vuoto lasciato dalla lotta (di classe), se non altro per portare il bagaglio di quel che importa per davvero, di cosa siamo, dell’universo e del modo in cui ci piacerebbe di vivereci. Secondo me, purtroppo, la poesia se la cava meglio su queste cose… per quanto riesce a fermarti anche sul caffè che hai appena bevuto. Insomma, sarei per la buona poesia. Il massimo sarebbe che, dopo averla letta, uno la sentisse anche utile. Però che ne sai dei suoi interessi? magari ti legge uno sfruttato incazzatissimo, che però la sera ama leggere le storie dei Rosacroce; oppure è un’ossessionato/a dal sesso, oppure uno che ancora si chiede perché è venuto al mondo… è bene che i poeti siano tanti. E’ bene che si possano leggere, ascoltare, contattare… contattare è un termine nuovo: una volta compravi un libro di poesie e a mala pena ci trovavi l’indirizzo della stamperia; oggi scrivi il tuo commento sul blog e l’autore ti risponde. Mica male. In una società diversa imporrei alle case editrici di chiudere con il numero di telefono dell’autore. Che se la sbrighi lui, d’altronde chi meglio di lui? L’autore esodante, per coerenza, non dovrebbe nascondersi dietro un libro, diciamo per principio. Tanto non gliene importerà a nessuno, fuorché ai rompicazzo della pubblicità. Ma tutto questo è così disperante che viene da ridere!

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