Quella marmaglia che scrive su Face book

palline bosco e donna

di Mayoor L. Tosi e Luca Gori

Si scrivono – è vero – anche «commenti-poesia». Quello di Luca Gori, che Mayoor propone,  è nel solco della “sovversione” anche  dei generi letterari che ha attraversato il Novecento. (A me fa venire in mente il più  audace fra gli iniziatori, Friedrich Nietzsche, del resto qui citato da Gori stesso). Prendo le distanze dall’operazione, ma non  esito a pubblicare il carteggio e invitare a discuterne. Anche nei contenuti specifici trattati. Le cosiddette “centro strade” della poesia vanno tutte esplorate. Poi ciascuno/a deciderà quale sia la più valida o la sua.[E. A.]

Luca Gori ed io non ci siamo mai incontrati di persona, siamo amici di Face book. Non ricordo come sia avvenuto che ci siamo messi in contatto: mi ha certo colpito la bizzarria del suo linguaggio, l’originalità delle similitudini, l’ironia e l’imprevisto di molte sue parole; tanto da farmi venire il sospetto che dietro Luca Gori – di Stagno Lombardo (CR) – si nascondesse un poeta. Glielo dissi ma lui non me l’ha ancora confermato; penso, più per quel sano realismo che le persone di provincia si trovano in dote fin dalla nascita, che per modestia.  Tempo fa pubblicai sulla mia pagina di FB la poesia “Chi di noi due morirà”; poesia che volli dedicare a Osho, mio maestro spirituale, ma che in realtà era rivolta al maestro interiore di Poesia, quella parte di sé che i poeti  (sì, anch’io) tengono in serbo gelosamente: il sorvegliante, il saggio che decide quando un pensiero merita di essere approfondito; che ti avverte quando sei un binario morto o quando c’è qualcosa da migliorare nella scrittura. Di questo mio maestro non posso dire altro, so che non approverebbe. Luca mi ha risposto da par suo, con il commento- poesia che vi allego. Buona lettura.

*

Chi di noi due morirà? A chi appartiene il sangue che mi fa ballare? Le arance nel cassetto della frutta. E che ne sarà del mobile nero che vive qui ormai da anni?
Mi hanno insegnato che il Maestro andrebbe ucciso… lasciato morire!
Per poi vivere nello spaventoso silenzio di essere soli?
Chi guiderà le mie parole, se ne avrò?
Presto, molto presto, Mayoor. Il posto delle parole è già stato assegnato, ma restano spazi liberi. Pericolosissimi, però ci si respira. L’aria di una canzone basterà.
I poeti camminano con le pinne ai piedi. Intorno un battere di ferramenti.
Un battere e levare.

Mayoor L.Tosi – 23 dicembre alle ore 1:11

*

Anche Cristo e Zoroastro. Lo sapeva Nietzsche, San Paolo e tanti altri
meno eletti ma non per questo senza cariche nella politica del divenire.
Prima di noi e tanti altri dopo di noi
ma anche Geronimo in accordo con lo spirito di Manitou lo sapevano
e lo sapranno, l’alchimia non andrà esaurita è parte del sopravvivere
soprattutto nei momenti bui della vita quando nemmeno l’Enel a maggior tutela
ti salva l’isolamento che ti sei dato dal mondo. Cerchi la scossa, ma non hai nemmeno
un led da accendere, anche se un dito di energia ti è rimasta in fondo al fegato.
Tutti cercano tutto dentro di sé, anche quelli della Guardia di Finanza,
con le loro fiamme gialle sempre accese a far luce sui misteri del reddito e del credito.
Se poi Nas arrivano allo stomaco, di certo trovano qualcosa di deteriorato, scaduto,
deprivato e una questione fisica, anzi chimica. Tutti si svuotano per ricevere
ma una volta svuotati si sa benissimo che nessuno ti verrà a riempire,
perchè tutti quelli che ti incontrano si portano via qualcosa da mettere in giardino, salotto o in cucina. Venite, venite pastori, la cometa segna la nascita anzi la rinascita, tutti gli anni,
come Prada taroccato sulle panchine della stazione. Papa Noel o Mama Caritas, porteranno
almeno un maglioncino coi buchi nuovi, se non si hanno donne che regalano cravatte
o figli che ti prendono il portafogli.
Ave o Cesare, la vita è piena di Cesari o Vespasiani (del resto chettefrega dell’imperatore
se hai un bisogno consapevole?). Capi da salutare, per scalare la piramide
che un vertice deve avere, salvo accorgersi quando arrivi a metà che è un trapezio per acrobati
la cui area d’azione è complessa e al vertice ci sono già altri.
Siamo tutti pavoni e facciamo a turno la ruota quando è tempo di cova. Cerchiamo l’anima, dentro,
ma non ci trovo mai nemmeno l’euro (anche se faccio outing e mi rivolto come un calzino).
L’euro o il due, per il carrello del supermercato, come se avessi chissacché da metterci dentro,
ma prendere il carrello sa già di spesa delle feste anche se poi ci ripensi perché fin dei conti nulla è indispensabile, nemmeno la fame. Che la cerchi a fare quest’anima? Che è come cercare
un mutuo quando hai un debito con Dio e gli uomini. L’anima è lì, in fonderia, pronta a liquefarsi per far posto nella forma al metallo che ti forgia il corpo. Lo so, lo so, sono tecnico
in queste cose ho una base elettronica. Vero, falso, zero, uno, che si inseguono senza logica apparente finché non vedi il risultato. Ci diamo un’anima perché compiuto l’accoppiamento,
la generazione futura ha avuto giusta cadenza e a noi non resta che pensare ci sia un’anima per andare da qualche altra parte, mentre i vivi pensano a Marte finché il pensiero della Morte non li coglie. Il materiale è lì, lo tocchi, lo vedi, ma di colpo diventa immateriale non tanto come l’anima sulla quale puntiamo tutto ma sulla vita che perde forma.
Ciao Lucio Mayoor Tosi, ti giuro che non ho preso caramelle da sconosciuti, e non mi sono fatto un tè. Anch’io ho un mobile nero che mi fa pensare, ma io non sono un falegname e lui non è mio figlio se la vedrà lui con il suo fuoco io cerco solo di gestirmi il mio. Sopporto male il caldo, non saprei vivere di solo Inferno e le scottature non si possono curare in eterno con Sofargen (certe pomate alla lunga danno dipendenza ed è peccato, anche se una volta giudicato peccare non ha senso e non ha gusto). L’eterno è routine ed è questo che da qualsiasi parte si finisca mi uccide.

Luca Gori – 27 dicembre alle ore 19:24

44 pensieri su “Quella marmaglia che scrive su Face book

  1. Il commento-poesia, in genere, è puntuale, specifico per l’argomento in questione, relativo ad esso e quindi non è un testo autonomo, che viva in luoghi astratti ma ben noti: la letteratura, la satira, la presa di posizione politica.
    E’ poi lasciato in un campo, facebook, che vive di una propria autonomia, rispetto a cui il testo-commento è e non-è necessario.
    Anche se chi ne è autore ha un nome che corrisponde a una persona reale, è comunque un soggetto ir-reale, sia immaginato che immaginario (se non si tratta di persone che si conoscono già, da altri contesti reali, e comunque su fb appaiono un po’ alterati).
    In questo modo il testo-commento ha uno stato di irresponsabilità,
    è tecnicamente una proiezione di sé nello spazio del possibile.
    Il testo-commento è fluido, è immaginoso, è audace. E’ un rischio, ma è anche una viltà, è un ballo in maschera, è un carnevale.

    1. Tu non capisci, io non vivo più qui. Non è la realtà che mi spaventa, non mi spaventa da lungo tempo, io cerco persone pazze , anche e soprattutto tra le donne, quelle che non ti aspetteresti per xché si sa che loro hanno i piedi per terra anche di più. Luca Gori scrive : L’eterno è routine ed è questo che da qualsiasi parte si finisca mi uccide” e tu non di ci niente? parli di Fb come falsità, come dire un aspetto dei tanti, e non dici che ieri qualcuno ha condiviso ( anche io) una foto di cadaveri per un massacro ( 300 vittime uccise dall’esercito nigeriano ) scrivendo questa didascalia: L’esercito nigeriano ha massacrato l’altro ieri, 300 sciiti. Interessa a qualcuno? Un accenno nei media?
      Così, giusto per segnalare questa insignificante notizia e scusate il disturbo”.
      Son davvero feccia, gente votata soltanto al selfing? Dove sta più l’altro mondo?

  2. .. Mayoor, chi di noi può pensare che face book sia marmaglia, feccia? Certo, come nell’immagine, vi convergono migliaia di palline- messaggi, da scartare: uova di pasqua che possono contenere sorprese, spunti di riflessione o di conoscenza… cammini che incroci sul tuo cammino…Dà poi l’idea di quell’organismo collettivo di cui facciamo parte, con le sue tante facce, aspettative e ciascuno di noi minuscole cellule.A me a volte manca l’energia e il tempo di lettura per confrontarmi pienamente, ma non mi sottraggo del tutto e intreccio qualche filo…

    1. @ Mayoor. Come scrive Annamaria, tu vuoi che fb sia realtà… piazza di gente e non palcoscenico.
      Sai?… io no. Non perché palcoscenico e piazza non siano gente, eccome se lo sono! Ma ancora, dopotutto, letteratura è gente che tocchi e più entri di quanto fb…
      Ecco: se i miei rapporti umani dovessero essere ridotti a fb, io, dove sarei? Adesso sì adesso no, ora risponde ora trascura, insinua e forse ha raccolto la mia insinuazione… oppure viaggia in altra strada.
      Sintesi: se non possediamo un’altra piattaforma reale di collegamento, come si incarnano i volatili rapporti allacciati su fb? (Solo dentro la nostra testa?)

      1. Poni una domanda impegnativa. Mi chiedo però cosa ci sia di tanto reale nei rapporti tra le persone… che sia come avvicinarsi d’appresso al fuoco?

      2. Fb ci avvicina in certi momenti , ci fa dire cose che forse non ci diremmo mai a quattrocchi ma poi…ci si rivede (almeno io lo faccio) e ci si guarda come se nulla fosse stato mai detto. Fortunatamente io per questi casi ho una memoria formidabile. Resta il fatto che su FB si possono trovare pareri e informazioni di notevole importanza anche politica, per tutti coloro che prima di FB, non avrebbero mai conosciuto. Intendo dire che l’intelligenza e la stupidità, la leggerezza e la concretezza, hanno sempre avuto prima o poi unimportanza nelle nostre vite. Durante l’esistenza abbiamo sempre fatto scelte che ritenevamo giuste per noi. Su FB ci siamo tutti in ogni nostro momento. Che dire continuiamo a scegliere!

    1. Via, non metterci sarcasmo. Non ho mai detto che sia meglio: solo che i matti vivono ovunque, per fortuna. Reagiamo diversamente alla durezza della vita: con solennità, con fede al reale e in quella ragione, oppure con miseria e sogno… lontano dai compromessi.

  3. SEGNALAZIONE
    Per quanto attiene a la cultura e la produzione web, vale la pena leggere questo estratto di un articolo di Gherardo Bortolotti, apparso su Le parole e le cose http://www.leparoleelecose.it/?p=21602#more-21602
    Qui alcuni passaggi, utili alla riflessione mirata sul fare arte in un contesto che pare d’oltre tomba, qual’è o potrebbe essere, questo stesso in cui vi trovate a leggere:

    Se è difficile immaginare, ora, le articolazioni concrete di quello che sarà il sistema culturale e letterario dei prossimi dieci o venti anni, e di come e quanto inciderà la virtualizzazione e la messa in rete di parti sostanziali delle nostre attività e relazioni, è comunque possibile, dagli sviluppi a cui abbiamo assistito fino ad oggi, estrapolare alcune caratteristiche che sembrano strutturali. Proviamo a vederle di seguito, partendo dalla nozione di user-generated content, ovvero di contenuto generato dall’utente.
    Questa espressione, che nasce nell’ambito del web publishing e dei nuovi media in genere, designa i testi, le immagini, i video e quant’altro le persone che si iscrivono ai vari servizi on line, o che comunque accedono alla rete, mettono su internet. Presenti fin dai primi anni dello sviluppo di internet, oggi i contenuti generati dagli utenti (o UGC) sono arrivati a comporre la quasi totalità di ciò che è reperibile on line. Esempi di UGC sono i video caricati su YouTube o Vimeo, le voci delle diverse Wikipedia, le recensioni postate su Amazon, LibraryThing o IBS, le immagini archiviate su Flickro4chan, gli ebook leggibili su Scribd, le notizie diffuse via Twitter, le canzoni messe in streaming su MySpace e, ovviamente, i materiali condivisivi su Facebook o sui vari siti e blog (per non parlare delle chat e delle email, il cui status di contenuto, dissimulata dall’apparente natura privata degli scambi in cui si producono, rimane comunque tale). […]
    In questo senso, i termini sono già chiari: dal punto di vista del contesto in cui si produce, diffonde e fruisce, la scrittura letteraria on line è un contenuto generato dall’utente. Qualunque sia la strategia retorica ed il progetto letterario su cui si fonda un dato testo, esso viene accolto dalla rete in quanto contenuto, l’unico “oggetto” che la rete riconosce. E, allo stesso modo, il suo autore o chi si è incaricato di metterlo on line, per la “rete delle reti” è un utente, un operatore che genera una connessione, al di là del ruolo che gioca o che giocherebbe nell’ambito di circuiti letterari più tradizionali. (…) Per avere un’idea dell’immensa produzione che il ciclo che stiamo considerando comporta, possono essere utili alcuni numeri. A luglio 2012 esistevano più di 600 milioni di siti web[1]. Il numero dei blog non è censito in modo chiaro ma, ad oggi, ammonta sicuramente a diverse decine di milioni (solo la piattaforma WordPress.com ne ospita, al luglio 2012, 54 milioni[2]), dando luogo ad una massa di fonti di diffusione in grado di produrre centinaia di nuovi post al minuto (sulla piattaforma Tumblr, per esempio, già nel 2010 si è raggiunta la media di 18 nuovi post e 5 reblog al secondo[3]). Su Twitter, nel 2011, si è arrivati a postare 200 milioni di messaggi al giorno[4]. Su Facebook, infine, nel 2012 si stimano 955 milioni di utenti attivi di cui oltre 500 milioni attivi su base giornaliera[5]. (…) Ora, con il passaggio alla rete, il salto di scala è vertiginoso: la produzione, per quanto umana, si presenta immediatamente con tratti e dimensioni sovrumani, lasciando davvero perplessi rispetto a quello che potranno essere i futuri sviluppi culturali ma anche, verrebbe quasi da di dire, antropologici.
    (…)(…)Siamo di fronte ad una specie di collasso definitivo della matrice formalista, che distingue tra linguaggio poetico e linguaggio comune, come anche di tutti gli approcci differenzialisti alla produzione di discorsi (non ultime l’idea di “qualità” riferita alla produzione dell’industria editoriale e la persistente metafora dello scrittore artigiano). Costruiti sulla nozione di linguaggio poetico come lingua “altra”, ora si devono misurare con testi destinati ad uno spazio in cui la logica neutralizzante dei motori di ricerca ed il grado zero della riduzione a contenuti consumano qualunque differenza tra i discorsi. (…) Nel momento in cui ogni prodotto estetico viene riportato al grado zero del suo valore di contenuto, non solo ogni gerarchia corrente viene smontata ma si deve accettare anche l’impossibilità di istituirne altre. Quello a cui si dà luogo non è una rielaborazione, anche radicale, del canone ma la generazione di un contesto in cui il canone non è istituibile. O, meglio, in cui ogni canone è costituibile. […]
    Va ribadito che questo passaggio non è una mera forma di ipertrofia ma compone il tratto specifico, e del tutto coerente, di una logica culturale che vede nell’accumulo dei contenuti la propria priorità, anzi: la propria necessità. Il requisito della novità, a cui ancora faceva riferimento il Jameson da cui siamo partiti, per quanto effimero possa diventare come parametro formale richiede comunque la padronanza di un canone e del bagaglio di strumenti teorici e tecnici a cui lo stesso canone fa da supporto. Questa padronanza, quantomeno pratica, a sua volta implica un ruolo, quello dell’artista per intenderci, che la possiede o la dovrebbe possedere tra le proprie competenze. A sua volta, il ruolo dell’artista è il risultato di una differenziazione interna che connota un’implementazione peculiare di ciò che siamo soliti chiamare “cultura” e che, tra le altre cose, prevede il ruolo del pubblico come separato e specializzato nella fruizione degli “oggetti culturali” che gli artisti producono. Se viene a mancare il primo requisito, se ogni parametro formale perde di importanza e conta solo l’accumulo dei contenuti, tutto ciò che vi è collegato, nella logica del sistema a cui appartiene, perde di senso e consistenza. Se non scompare del tutto, risulta come minimo ineffettivo. Da questo punto di vista, allora, l’accesso al ruolo di produttore da parte di chi compone o componeva il pubblico diventa ovvio, dato che vengono a cadere i prerequisiti che distinguevano, in linea teorica, gli artisti dal pubblico, appunto. (…) Da un punto di vista estetico, dal punto di vista della letteratura e degli strumenti per averne nozione, è ovviamente questo l’aspetto più significativo. Dovrebbe essere chiaro, quindi, che non stiamo parlando dell’ultima spiaggia di una cultura di massa ormai completamente scomposta; semmai della “prima spiaggia” di ciò che viene dopo la cultura di massa ed è a questa novità che dovremmo soprattutto porre attenzione.

    1. E’ molto interessante l’articolo. Purtroppo è riportato da LPLC solo parzialmente, mentre mi pare che diventi ancora più interessante, riguardo allo scambio che è avvenuto tra te e Luca Gori su FB, quando introduce la nozione di comunità.
      Comunità ” ovvero gli insiemi formati dai soggetti raccolti attorno ad una connessione o ad un contenuto (…) se il pubblico è rivolto a qualcosa di esterno a sé ed ha una caratterizzazione ricettiva, la comunità rielabora attivamente al proprio interno le continue interazioni dei soggetti che la formano, e se il primo prevede uno spazio logico e sociale più ampio che lo includa, la seconda tende ad esprimere una propria autonomia – nonostante la natura schizofrenica e proiettiva della comunità on line complichi parecchio questa tendenza.”

  4. COMMENTO-POESIA E “GABBIA” DI FB

    Mi sono fatto due domande nel mentre pubblicavo il post «Quella marmaglia che scrive su Face book» e leggendo i vari commenti:
    1. cosa mi irrita nel genere «commento-poesia» ( e in particolare in questo di Luca Gori);
    2. perché ci resto su FB, pur diffidandone.
    Alla prima mi sono risposto così: perché non mi va il giocherellare tra il commentare e il poetare. Non mi va il non assumersi il compito serio e faticoso del commentatore. Che per me può avere una funzione positiva ( di pulizia mentale, di ecologia della mente), solo se svolge effettivamente una funzione critica rispetto ai luoghi comuni, agli stereotipi del nostro modo di pensare, scrivere e comunicare con altri/e. Né mi va il ridurre, mescolando – *subdolamente* o *inconsapevolmente* – con il genere *commento* la poesia, riducendola anch’essa prevalentemente a gioco, ad artificio, a capriccio. Non mi va questo passare per commentatori e per poeti allo stesso tempo, prendere cioè due piccioni con una fava.
    Alla seconda così: non mi pare che la *derealizzazione* (temuta, mi sembra, da Cristiana Fischer) derivi da FB o principalmente da FB. Secondo me *pre-esiste* nei rapporti sociali di questa società. Certo, commentando il messaggio di uno sconosciuto o semi-conosciuto su FB (cosa che a me capita di fare spesso e in vari casi in modo volutamente provocatorio, quando mi viene di sgambettare certe scemenze che girano), è un po’ come se parlassi con un fantasma. Epperò, io commento comunque un *testo* (quello che Tizio o Caio ha scritto e pubblicato); e mi misuro con esso. Ho, cioè, qualcosa da mordere, da sentire, da giudicare, su cui ragionare. Proprio come succede con qualsiasi altro testo scritto su un libro di carta e di un autore che non ho mai conosciuto di persona; (e che, quindi, anche lui è un po’ fantasma: Marx, Freud, Joyce non li ho mai incontrati in carne ed ossa…). L’operazione (di lettura, d’interrogazione, d’interpretazione) che faccio sul *testo* (breve o lungo, immediato o meditato), per quanto esso possa essere stato scritto per depistarmi, impressionarmi, scandalizzarmi e non sia rivolto proprio a me, E.A., mi pare l’operazione *decisiva*, irrinunciabile; e in fondo simile a quella che già facevo, quando leggevo solo sui libri e non c’era il Web o FB.
    Quindi, non darei troppo peso, come sembra fare Cristiana, al fatto che « chi ne è autore ha un nome che corrisponde a una persona reale, è comunque un soggetto ir-reale». Siamo sempre tutti un po’ reali/irreali. E, anche su FB, posso – ripeto – concentrarmi su quel che Tizio dice, su come lo dice e indovinare la sua visione del mondo e confrontarla con la mia e trarne delle deduzioni, e sentirmi arricchito o depauperato da quell’incontro.
    Torno un attimo al testo-commento di Gori per dire che, proprio perché «è fluido, è immaginoso, è audace» (Fischer), come in effetti è anche quello di Mayoor a cui s’allaccia e col quale “danza” insieme, mi induce – reazione tutta mia, dovuta alla mia storia, al mio modo di vedere le cose, ecc. – a diffidare. Non s’incontra con i miei bisogni di conoscenza né col mio modo di sentire. M’incuriosisce un po’, mi spiazza (poco), ma risponde in un modo per me poco attraente (lascio da parte il termine ‘sbagliato’ che svierebbe la discussione) al quesito che sempre ho in mente: quale poesia oggi. (Ma potrei aggiungere anche il quesito: come commentare oggi).
    E a proposito sempre di commenti, quello (1 gennaio 2016 alle 16:09 ) con cui Mayoor replica a Fischer mi pare un caparbio insistere senza rapportarsi alla specificità delle reazioni, che lei ha avuto come interlocutrice. Perché si distanzia dall’esigenza di *misurarsi con la realtà* (qualunque cosa s’intenda con questa parola, altro *fantasma* se si vuole, irraggiungibile se si vuole, come dirà G. La Grassa nel post che pubblicherò appena possibile intitolato: «Sempre in coda al flusso “reale”, inconoscibile»). Mayoor sembra proprio che la cancelli. Cosa vuol dire: « io cerco persone pazze , anche e soprattutto tra le donne»? Non è certo una risposta alle obiezioni di Cristiana. Cos’è questo *elogio della pazzia* in un mondo che *sembra* appunto impazzito, se non un adeguamento a una spinta oscura e incontenibile (presente anche in FB, la stessa analizzata nel brano di Bortolotti ripreso da LPLC)? E con implicito sbeffeggiamento di chi ancora tenta di trovarci una logica, delle ragioni descrivibili? (E poi, perché «soprattutto tra le donne»?). Mayoor dice: « Luca Gori scrive : L’eterno è routine ed è questo che da qualsiasi parte si finisca mi uccide” e tu non dici niente?» . Come se chissà che verità avesse svelato questa frase!.. Come se non ci si dovesse inchinare davanti a un Vate! Ma dai!
    Fischer ha poi parlato di FB come luogo che altera la comunicazione tra noi e Mayoor la rimprovera :«parli di Fb come falsità». Ma qualcosa di falsante in FB c’è. Anche per me. Ottimisticamente forse, penso che lo si possa contrastare, ma non mi sento di negare che la spinta di fondo è a *falsare anche quando pare svelare*. Perciò mantengo le mie riserve. Non è che siccome è un mezzo su cui passano anche informazioni taciute dagli altri mass media («e non dici che ieri qualcuno ha condiviso ( anche io) una foto di cadaveri per un massacro ( 300 vittime uccise dall’esercito nigeriano ) scrivendo questa didascalia: L’esercito nigeriano ha massacrato l’altro ieri, 300 sciiti») di sicuro *costruisce* rifiuto di quei massacri o opposizione alle politiche che li originano. Ma, per contrastare questa fiducia nella funzione rivelatrice o benefica di FB, non mi sento neppure di appellarmi, come fa Fischer, ai “rapporti umani” (cioè fisici, diretti, mi pare di capire). Non mi pare, infatti, che «possediamo un’altra piattaforma reale di collegamento» e probabilmente resteremo a lungo ( e in parte) ostaggio dei «volatili rapporti allacciati su fb».
    Per concludere. Non vedo un vero scambio nel tipo di comunicazione tra Mayoor e Gori. Mi pare un brancolare al buoi invece che cercare di uscirne in qualche maniera. Per me se ne esce puntando ad un dialogo (commento) su un piano razionale e non buttandosi sul piano dell’allusione, della metaforicità, della poesia “pazza” o “ebbra”. Dando, semmai, spazio alla poesia “non pazza” e non “ebbra” che tiene conto dei linguaggi comunicativi *storici* e che, magari, abbia anche attraversato pazzia ed ebrezza, ma non ne faccia *la soluzione*. Non si può puntare tutto sul soggettivismo, su quel che passa «solo dentro la nostra testa» o sulla ricerca del solo «piacere della scrittura» ( discorso accennato da Rita Simonitto) quando s’impone con troppa prepotenza sulla dialogicità che la forma-commento richiederebbe. Detto fraternamente: per me i due soggettivismi (di Mayoor e di Gori) non so se s’incontrano davvero. Col mio di sicuro non s’incontrano, Tra loro non lo so.

    1. Caro Ennio,
      quello tra me e Luca è un gioco che trascende il contesto del gioco stesso; e chissà se porterà ad uno scambio più empatico, se si concretizzerà mai, in una scrittura tra similari. Bortolotti fa notare che l’incontro-scambio sui social avviene su meri contenuti, cioè sarebbe privo delle caratteristiche che sono proprie del lavoro autoriale, ma che ciò nonostante possono rivendicare una autonomia attiva, se non altro nelle scelte sui temi da condividere e commentare. Questo accade quando si generalizza, in realtà non è sempre così. Luca Gori pone del suo ( ha un passato di blogger) e scrive in modo per me interessante: con sintesi, brevità e gusto del paradosso, abbastanza perché io mi ci diverta; considerando poi il fatto che anche una caratteristica delle cose che scrivo, sta nel rapido susseguirsi di molte immagini, ho sentito della vicinanza… vicinanza non sul far poesia, ma che potrebbe maturare su altri fronti, altri generi di scrittura, tra cui la satirica ( se non la demenziale). Cose che accadono per caso e che accadrebbero anche nella vita di tutti i giorni. Sono del parere che il “soggettivismo” possa essere di nutrimento tanto quanto lo sono altri ismi. Per alcuni leggere Nietzsche, e le sue personali fantasie, può essere una perdita di tempo, per molti altri non è così: se ne terrà conto. Con questo non voglio dire che Luca Gori sia un filosofo degno di nota, è “solo” pazzo, quel tanto che a me personalmente piace. Ed è tutto lì, nel suo modo di scrivere, quel che mi interessa, quel che rispetto e mi diverte. Non so se la psicanalisi si stia occupando del fenomeno partecipativo su internet, immagino di sì ma non ne sono a conoscenza; probabilmente faticheranno ad estendere in collettivo le patologie borderline, delle quali saremmo tutti, chi più chi meno, affetti… è facile da capire. Io incoraggerei le particelle che ne fuoriescono a maturare, tu le vorresti aggregare…

    2. Ecco, Ennio, a me pare che in qualche modo “i due soggettivismi (di Mayoor e di Gori) … si incontrino davvero”, e con te, dato che ne parli. E’ questa l’ambiguità di FB, il fatto che ci si “rappresenta”, ci si “proietta”. Ma tutti sanno che siamo anche rappresentazione di noi stessi!
      Però io sono d’accordo con te che “se ne esce puntando ad un dialogo (commento) su un piano razionale”, e perché non potrebbe avvenire anche su FB?
      Scrivevo, d’acchito, leggendo il dialogo tra Lucio e Luca, che il commento è audace e vile insieme. Penso a Brecht che scriveva poesie, da solo, mentre imperava Hitler e la viltà dell’occidente. Se mi faccio trascinare dalla corrente di senso comune di FB, in fondo sono fatti miei: ma chi mi obbliga?
      Quella nozione di “comunita” che l’articolo su LPLC annuncia e su cui non prosegue, è anche una apertura sulle comunicazioni più concrete e critiche che attualmente stiamo facendo…
      In sintesi: forse, in effetti, lo scambio tra Mayoor e Luca Gori sta su uno scivolo, verso l’ovvio di aeree affermazioni, ma già prenderne atto taglia alle spalle, no?

      1. Senti, Cristiana, devo proprio dirtelo: tu scrivi maledettamente bene! e questo perché riesci a fondere stile e pensiero. Forse riconosci che il pensiero sia il tuo forte; per questo preferisci un dialogo basato sul pensiero razionale. Io qualche problema ce l’ho. E’ anche questo, il mio modo di fare l’artista. “Le tipiche disconnessioni della scrittura di Mayoor Tosi prototipiche di una frattura che sta a monte della significazione e che la scrittura però può non evocare se non in un laboratorio alchemico fitto di alambicchi e di liquidi fluorescenti che ribollono e zufolano”, sono parole che mi dispiace ( dispiace per la loro separazione) riportare qui, perché sono di Linguaglossa, ma spiegano bene, secondo me, quella differenza d’animo che ci contraddistingue. Cha faccio, mi dimetto dall’umanità?

        1. @ Mayoor

          Tutti pensiamo ed esprimiamo il pensiero in vari modi (logici o *apparentemente* illogici). Né Cristiana né io, criticandoti, chiediamo che tu ti dimetta. Dall'”umanità” poi! Ma ho l’impressione che tu (e anche Linguaglossa e anche Sagredo e diversi altri de “L’Ombra delle Parole”, non De Robertis tanto per intenderci…) ci sguazzate un po’ troppo con le *tipiche disconnessioni della scrittura*, che è poi di tutta *una* tradizione novecentesca.
          Le tue poesie sono state *giustamente* apprezzate su quel sito (https://lombradelleparole.wordpress.com/2016/01/02/lucio-mayoor-tosi-poesie-inedite-woody-allen-matrimonio-dna-buio-e-bataclan-una-volta-per-sempre-le-parole-nelletere-duemilaventicinque-lamante/). Ma, sempre fraternamente, ti suggerirei un maggior distacco e di stare più in guardia. E ti ricordo l’apprezzamento, *critico* però, che feci dei tuoi versi nel 2009. Sono andato a ripescarlo e lo riporto di seguito per opportune riflessioni (ovviamente non riguarda direttamente le tue poesie attuali):

          “Mi colpiscono: la ripetizione manierata, la tendenza all’enumerazione rituale di immagini semplici, una sorta di golosità di queste immagini-parole, la volontà di “smarrimento”, il “delirio” o l’autoeccitazione procurati attraverso un muoversi nervoso dello sguardo, quasi un prepararsi al sogno e solo al sogno. Ci vedo una nostalgia struggente di giovinezza, un accumulo di immagini ( belle, spesso troppo “belle”) pulito ma inerte. Prevale questo stile nominale, quasi una fuga dai verbi.”

          1. Ti ringrazio, Ennio. Ci rifletterò. Tranne che per la nostalgia (sono solo ricordi), per il resto è ancora tutto valido, particolarmente lo stile nominale. Ma è cosa che sta maturando; mi sta aiutando anche la poesia di Milosz, che alterno a Tranströmer per istinto, per equilibrare; insieme ad altri poeti, italiani, che fanno bene alla langue.

  5. @Ennio
    Il frutto maturo poi cade…lasciamo sognare o pensare che la pazzia sia poi così lontana da pensare di trovarla solo in pochi/e. Non è così, è molto più vicina e triste di quanto si pensi.
    Prese la follia (Erasmo da Rotterdam), le distanze dagli umani, facendo intendere la sua natura divina.
    Non ci si illuda , non la si elogi…oggi è tristezza.

    1. Perché questa tristezza? Ti sei chiesta da dove arrivi? Io non considero affatto i pazzi con tristezza, come pere marce, anzi: mi dà tristezza la normalità, è a questa che dobbiamo lo sfacelo.

      1. @ Cristiana Fischer

        Serietà? pare che oggi sia una di quei vocaboli che non si usano più…
        Si passa sopra a tutto con una facilità feroce.
        Tu dirai , facilità feroce? Sì , ti dico , feroce perché non si distingue più l’uomo dalle cose che lo circondano, anzi si gira intorno ad esse , si esalta il loro bisogno, si cade ogni volta sempre più in basso. L’originalità che cerchiamo nell’arte (anche in poesia) non va lontano da tutto questo. Resistere non va
        bene e neanche evadere, serve un pensiero che vada oltre ciò che ci invade ogni giorno, un pensiero che rimesti nella memoria, nell’educazione del vivere e nel piacere di tornare a sognare. Che sia tardi?

        1. Ma qui non ti seguo più, Emilia. Nelle tue parole un’eco di catastrofismo, di “fine del mondo” fin troppo diffusa oggi, non che non sia vero che siamo a una svolta fin troppo chiaramente annunciata da tutti i presagi…
          Anche mille anni fa sembrava che tutto dovesse finire e invece no. Però qualcosa cambiava.
          Occorre prepararsi, al cambiamento, con la lucidità di cui siamo capaci.

          1. a Cristiana

            certo ci vuole lucidità, ce la metteremo tutta!
            Il mio -che sia troppo tardi?- è un dubbio al quale non voglio di sicuro arrendermi.
            Sono dubbiosa per natura.

        2. @ Emilia Banfi

          Io credo che questo non sia esattamente il pensiero di Ennio: il piacere di tornare… a sognare? Ma dai, lui direbbe, c’è anche un pensiero che serve a stare svegli, altro che continuare a sognare! e io sono d’accordo: è la seconda importante ragione per la quale sono qui. La prima l’amicizia.

          Nota di E. A.
          Quando serve, scrivete in testa al commento i destinatari!

          1. a Mayoor

            Il piacere del tornare a sognare io l’ho sostituito al piacere di tornare a sperare. Che faccio mi tolgo anch’io dall’umanità?

  6. …secondo me, nei due testi-poesie di Mayoor e di Luca Gori, più che uno scambio di idee, di scelte di campo sul mondo che viviamo, anche se certo ci potrebbero sempre essere dei collegamenti, è uno scambio di stati d’animo esistenziali e strategie di sopravvivenza…Mayoor sembra in preda a spinte divergenti: da una parte un anelito assoluto di libertà, quando anche il maestro gli sta stretto, dall’altra l’orrore per la solitudine e il suo “spaventoso silenzio” …Luca Gori ritorna sullo stesso tema quando parla di un’anima umana rarefatta ed evanescente che si condensa metallurgicamente in svariate forme corporali; una mutevolezza che diventa eterna routine e non presenta soluzini…

  7. stimo moltissimo Mayoor, non perchè lui, certe volte arrivi anche ad apprezzare me (sono realista per abitudine, per scuola, per lavoro), ma perchè, se ti piace il gorgonzola, non lo apprezzi perchè il panarello di Novara quando ti vede fa la goccia, e da ipocrita t’illudi che il tuo amore per lui abbia riscontro, o ti elevi alla sua stagionatura, ma perchè non devi essere servile o obbiettivo con il gorgonzola, fin dei conti è latte cagliato come tanti, ma cagliato bene a tuo gusto, se ti piace, ti piace e basta. Ti piace per te stesso, non per fare un favore al gorgonzola, non per avere un “mi piaci anche tu”. Non sono un venditore, non so vendere me stesso, men che meno so vendere altri, Mayoor si vende da solo per quel che sa fare e fa. Allora perchè sono qui? Me lo sono chiesto più volte prima di iniziare questo commento … non certo per me, men che meno per Mayoor. Discuto col macellaio se mi nutro di carne ma se mi nutro di frappè, che importanza può avere per me, la sua arte di tagliare la fettina? Così non posso essere qui per poesia e resto nella polvere dei volghi. Quello che però mi fa venir qui è il mettere in discussione un mezzo piuttosto che la parola. Secondo tanti non esiste la ragione o il torto, il vero o il falso il reale o il virtuale, perchè dovrei sottrarmi a questa scuola di pensiero? Ogni buon pensiero genera un lecito dubbio, quindi che una persona dica qui un libero pensiero o lo dica su fb che differenza può fare? Io, il mio Io, quando si confronta con la tastiera non bada molto se sullo schermo appare facce da libro o facce da qualsiasi altra cosa. Non è il numero di crediti che quel luogo ha a farmi cambiare modo di pensare (almeno lo spero). Quindi io mi/vi chiedo (premetto che mi sono tolto cappello e fatto l’inchino dovuto, senza pretesa assurda di risposta, perche comunque in questo momento, in cuor vostro una risposta l’avete e questo basta), perche qui dovremmo essere a Lourdes e su facebook (o da qualsiasi altra parte) obbligatoriamente da MammaEbe? O forse qualcuno teme o pensa che il contatto su facebook o qualsiasi altro posto, frequentato da marmaglia, sia immondo? Dallo sterco nasce un fiore (ma De Andrè era un gran poeta), io mi limito a pensare che oltre alla nebbia agl’irti colli piovviginando sale (cloruro di sodio) più avanti biancheggia il mar e a seguire gira su ceppi accesi lo spiedo e il cacciator fischiando sta. Come a dire del maiale non si butta nulla, ma se uno è fine veramente non pensa alla porcilaia quando di quel tutto sa cogliere quella piccola porzione di culatello stagionato a Zibello. Mayoor l’ha colta altri quando il dito indica la luna guardano le lucciole pensando siano le Pleiadi. Penso a quella strappalacrime della Pina, che mi racconta tutto di tutti quando m’incontra dal panettiere, e mi trova e mi prende per le orecchie anche quando mi nascondo dietro il frigor dei piatti pronti. Gli dico sempre “iscriviti su feisbuc, faresti più contatti di Dagospia” … lei dice che li “c’è di tutto, anche roba sporca e quelli che fanno tranelli” … il pomeriggio preferisce andare al corso di decoupage perchè alle “cinque bevono il tè e si scambiano idee”. Me lo vedo già quel posto lì, tutti tavoloni, senza neanche un frigor dei piatti pronti dietro il quale nascondersi.

      1. Emilia Banfi, si lo so che il gorgonzola prende il “forte” se lo stai troppo a stagionare … ma chi va a pensare che in un posto di poesia, dove per definizione si sa tutto di spirito e sotto spirito c’è anche gente che se ne intende di formaggi all’ammonio.
        … Emilia io ce l’ho messa tutta per salvarti.

  8. scusate la distrazione, ho riletto quel che ho scritto e mi è venuto un dubbio.
    Quando scrivo (quasi alla fine) ” … culatello stagionato a Zibello. Mayoor l’ha colta … ” ovviamente non intendo ” Mayoor l’ha colta nel mio commento” non sono uno che pretende né di essere un vate né di essere un vape (non illumino d’intenso ne ammazzo zanzare). Intendo che secondo me Mayoor ha colto la sua essenza di vita nell’immensa eternità del tempo … poi che senso ha dire tempo se l’eterno è senza tempo … ci sono parentesi al massimo. Non centra nulla ma a me piace Giacomo Balla … dovesse servire potrei mettergli un “mi piace autentico” a chi apprezza quanto ha fatto.

  9. anche tu, Luca, accosti immagini esperienze generalizzazioni, come tutti in feisbuk e in poesia e in saggi e in fisica… ma la mobilità verticale ( e orizzontale, certo) ce la dobbiamo dimenticare?

    1. Cristiana, scusami se ti appello per nome e ti do del tu “nel mio virtuale è l’unica licenza che per supposta praticità mi concedo” nel reale sono esattamente come adesso tu mi immagini. Per me e irresistibile non pensare ad Ada Merini in manicomio. Ovviamente non è che basti andare in manicomio per essere Dante … a me è sempre piaciuto più Napoleone … è che in quei posti non hanno camici adatti per immedesimarsi appieno nel personaggio. Steve Jobs disse nel suo discorso all’università disse ” … siate folli … ” … “membro d’uomo! mi ricordo solo quella parte!”

      1. …se Aldo non se ne fosse uscito con quella storia delle “parallele convergenti” non solo avrebbe creato meno problemi ai posatori di binari, ma anche la poesia ne avrebbe guadagnato.

    1. usiamo lo stesso gommone per cancellarci agli occhi indiscreti e spiaggiamo sulla prima isola greca che ha nel menù il gorgonzola.

  10. Astuto e impertinente, Luca è per me un Bertoldo dell’era moderna. Ma non è una maschera, e nemmeno un personaggio virtuale ( almeno credo). E io penso di essere tra i suoi primi lettori (ma perché non ho chiesto l’amicizia di Fabio Volo?). Per questa ragione lo invito a fare un viaggio fuori dallo stagno di FB ( a Stagno già ci sei, Luca), per scrivere liberamente e fluentemente, magari con un’idea di quelle notturne che attirano su di sé parti dell’intero reame… ho finito di leggere Philip Dick, i reperti medici per un fastidioso problema allo stomaco, e tra una settimana anche la Metafisica di Aristotele…

    1. Mayoor,
      ho conosciuto Facebook nella comune di Vigevano, poi disertata (nel dopo elezioni). Facebook non è virtuale, non è reale, non è peggio o meglio di qualsiasi altro posto, reale o virtuale, è la gente. Siamo noi elevati a potenza, soprattutto nel male, inconsapevoli, per questo, di mostrare la nostra radice (e la radice è sempre inferiore al valore sotto operazione). Facebook è anche bene, è anche utile, se si può. Perchè no? C’è lo stagno che tu sai, per guardarci qualcosa. Internet è un mezzo usato soprattutto per mal informare. Ci pasticcio un blog, è un blog di servizio per chi lo vuol usare. Raccontare e fare arte è bello, ma al mondo non sempre serve come bisogno primario. Ogni tanto Google mi dice di volerci mettere pubblicità. Ci passano un migliaio di persone/giorno. Non ci scrivo poesie, non lo curo moltissimo. Cristo raccontava parabole semplici, camminava sull’acqua e avrebbe fatto la fortuna di Barilla e RioMare, se ne parla ancora adesso. Budda stava tutto il giorno a meditare eppure era grasso di saggezza (Pannella se lo sogna di notte). Secondo me internet deve servire.

  11. …luca Gori, che ogni tanto raggiungo su facebook…mi sembri un po’ spaventato a parlare su questo sito, un aimaletto che entra in chiesa e, visto il silenzio, fugge in tutte le direzioni. Come se qui si dovessero dire solo cose straordinarie…In realtà è solo un luogo dove si ragiona e si scambiano punti di vista, non diversamente che su facebook, c’è semplicemente una maggiore continuità nel tenere le fila di un discorso sullo stesso argomento…Devo ammettere che, specularmente come capita a te, è facebook a spaventarmi, per quel rimestio di messaggi e di pensieri che mi colgono in tutte le direzioni: della memoria dei ricordi, del presente e dei suoi infiniti problemi contingenti di persone identiche a me…a cui dedicare più attenzione e tempo, ma che difficilmente si possono assommare ad altri impegni presi, con un bagaglio di energie limitato…verrò ancora in quello Stagno cremonese dove i miei nonni hanno avuto le loro radici contadine…Ciao e complimenti

    1. lo stagno non è quello che vorrei e nella mia testa non è quello che si legge, è un riflesso, una discontinuità di qualcosa d’altro che è stato troppo difficile gestire. anzi non so nemmeno cosa vuole essere.

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