Rapsodia Liquida (in tempo di Guerra)

dell'aquila ponte

di Salvatore Dell’Aquila

A Roma, tuttavia

Io sono lungo un fiume
io sono un fiume limpido e limaccioso
l’angusto mio me stesso da cui vorrei fuggire
maneggiando solo focali estreme
veleggio sui fondali che la mia vita intera
hanno osservato giustificato accolto
fino all’ammainare in questa sera
scorro lungo il Fiume sul quale fluiva
la piena umanità con le sue malattie
la scoria distillata dell’idea del Potere
del possesso la brama dell’abbandono dell’indolenza
argentee trombe Seisettecento scorrono nelle orecchie
favolose da farsi toccare autore esecutore adespoti
il crollo della mischia irreparabile
scorto sotto un cerchio di cielo nella sua inconsistenza
ho anche visto la semplicità di mani che lo stesso applaudono
gambe che sciamano tornando alle stanze pomeridiane
bambini che fanno i compiti prevedendo dolci e figurine
il crepuscolo mai giunge a compimento
tuorlo inchiodato all’orizzonte
assiste assorbe tutte le scelte evitate
abbandonate nelle complanari avanzando
nella gola sempre più buia che l’esercito
di vaganti calpesta fiutando odore di sangue
i versi sfumati consegnati alla nebbia dei dormiveglia
sfuggiti per non lasciare il manubrio
stracci d’anima che abbandonati nello scarico
lasciano il sentore d’essere stati importanti
canti sublimi per non essere mai nati

Ti penso e ripenso ai tuoi occhi di luce che brilla da sola
che il buio non spegne
aspettavo senza sapere leggevo ruminavo
i cavalli normanni frangon la biada
ore carenti tiepide serene poi il fortunale
vento che apre e scardina le ombre
il porfido luccica le idee sbiadiscono
cade un dente smagliante in un lavabo
la punta della radice mostra il sangue
vi siete ammirati a lungo trovati del tutto tollerabili
lo specchio sa mentire occorreva saperlo
mettere nel conto la leggenda del morto che cammina
in certi sfondi i caseggiati
si fingono deserti nell’ora ancora incerta
intanto che la strada scende nel parco e lo ferisce
fiorisce il proponimento di confezionarne il verbale
la corsa delle idee e constatazioni
volontà di capire passare a maglia fitta
il fantasma di sé in sella a un ronzinante
che è qui e altrove e quando è solo
raggomitola il filo senza trovarne il capo
vedendosi dall’alto potrebbe chissà decifrare
l’intrico delle traiettorie come avessero un senso
ma a starci dentro il viaggio non ha mèta né principio
dopo la curva occhieggia il precipizio
un alto muro di prigione
Nondimeno l’aria è fresca
l’asfalto splende della nuova pioggia
nel paesaggio s’intersecano esodi di gente mattiniera
domestici con cani anime senza fissa dimora
corridori diversi elastici e pesanti
la città finge un accoglimento cui nessuno crede
allarga le braccia mattutine lascia passare
la buccia millenaria di pachiderma
finge una tolleranza che non sente
strade da impiegati di genti esperte a commerciare
artisti inariditi terziario indifferente pensionati
respingono le ruote e vado a case più basse
semplici architetture dove possa annusare odore di reale
in cerca di qualcosa che si possa vantare
dell’etichetta scarna di non particolare
che sia di gente viva non che lo sia stata
tintinnano nell’aria i finimenti e appare
della bellezza priva d’antichità umile d’intonaco
una chiesa disadorna cinta soltanto dall’opera
di mani utili di partecipazione sorta per essere
quel che occorreva e accontentava
ragazzi donne uomini dalle camicie azzurre
storie e non Storia ché ormai il respiro è corto

Mi guardavi e tacevi perché non esisteva
un concetto che desse una consolazione
tentavo di capire su cosa ragionavi
tu che metti in versi le mie ore
vedevo le correnti al lavoro nel tuo pensiero
augurando che tu trovassi ciò che io non trovavo
che riaffiorassi incolume e respirassi un bacio
che un vento di tempesta spostasse noi di là
nel tempo breve dei nostri occhi serrati
alla piazza barocca alle fontane ai platani dei viali
Bernini e Borromini quanto noi intenti
a fermare la macchina del tempo a scavalcare
il recinto del finito che come il fiume scorre
e nessuna cosa umana riuscirà a fermare
stiamo dunque nel tempo e come fiumi lungo fiumi
andiamo incontro a estuari che non immaginiamo
di fronte al mare che vedo danzare lungo i chiari golfi
raccolgo la negazione di ogni pentimento
pur avendo assai fallito mentito
aggiustato talvolta le scommesse
l’intenzione non affievolisce la violenza del dolo
il giudice non riconoscerà
l’attenuante di ricerca della felicità

L’aria morta trattiene il cuore cessa di battere trasuda
tiepidamente la mente intorpidita tende la mano
senza sfiorare solo attesa resta solo attesa
della mano che prenda la mano e accompagni
sopporti durante la salita e affretti di gioia
la luce che ritorna e rischiarando riveli i lineamenti
controluce il lago chiaro alle spalle di mia madre
un giorno antecedente o sincrono all’esordio
della vita che ancora adesso reggo nelle mani
laghi acqua umori molto di liquido descrive
amore sudore dentro le estati che si susseguono
Orde d’eroi rimasti dentro e al fianco di
questo tragitto in nulla rilevante
tutte di foglio e inchiostro prosciugato
carta assorbente sono stato e sono
regolarmente incerto così da non sapere
se sia reale o immaginata e scritta
questa canzone che di mattina ascolto
sempre più impreparato più irrisolto
seduto al margine di una delle feste
che attraverso distolto dalla gioia scaduta
malgrado mi sia accorto dell’allegria che esiste
tanto attesa quanto inaspettata
come la via persa nel bosco e ritrovata
il conforto ogni giorno del ritorno all’amata
l’espressione bruna di ragazzo a viso aperto
che ombreggia il volto di tuo figlio quando gioca la vita
che ti lancia e che regala al cielo
e piega il collo indietro quando ride

Se finissi di elencare le persone morte
costringessi a tenere lo sguardo fermo avanti
a respirare speranze chiudendo senza scampo in un cassetto
rammarichi delusioni assenze
osservassi meglio quei due
che a vederli paiono allegri o lo sono
(ma è nelle pause brevi di silenzio
che risale dal fondo del bicchiere
la posa scura dell’irrealizzato
bruna s’arriccia s’imbastisce e resta
nell’acqua chiara dei loro sorrisi
microscopici gesti poco dopo
dicono quello che non si può dire
scintillano e pur senza alfabeto
la vera storia riescono a narrare)
Nefertiti indugia e molti dubbi
la tengono afferrata al bivio secolare
tra il dovere e il piacere così
guardandola di fronte vedi che grave
considera le cose e le ragiona scovando
alla materia migliori scioglimenti
il cuore batte regolare
ma vista dal profilo destro o sinistro
lascia la briglia lenta alle emozioni
le cavalca lasciandosi portare
il vento impetuoso del corpo e della tenerezza
rompe l’esile brezza della geometria sicura
la ragionevolezza ridotta a sinecura
perché il diaframma s’infranga
sole musica vento riescano a forzare
la carne tremi esulti dando infine argomento
alla vita risposta alle domande oscure
ché il tamburo del cuore traduca
il mistero dei giorni in bianche aurore

Passaggi di stato tanto repentini
non lasciano che il cuore nello sguardo
possa seguirne l’onda alta che travolge l’affanno
fanno ruvido sotto le scarpe il suolo
si sente lo stridìo il respiro pesante
l’ansia del salire ma la discesa
al ciclista consumato è volo
il vento strina le tempie e crea tepore
dal solido al gassoso è un paradiso
ma il trasloco contrario moltiplica
alla schiena le atmosfere
la danza è tanto colorata e vivaci le vesti
che il rimpianto compare prima ancora
dei baci di saluto e il fumo grigio suo
prima sottile sale s’addensa si fa pece
aspettandosi pioggia pellegrinando infine
alle finestre del retro della vecchia casa
supponendo le nuove vite che le alitano i vetri
esasperando la domanda se possa un uomo
essere sciocco da sentire la mancanza
del dispiacere di chi ama mentre le melagrane
si occupano soltanto di essere sospese
di oscillare al vento ignare delle proprie radici
né domande né affanno di fallire
di non saper farti sorridere ché questo
è il mio mestiere per ascoltare dalle labbra
e dagli occhi scrosci di perle lucide
la luce arrotolarsi nel cristallo del bicchiere

Scruto rimugino rimbalzo
sulla crosta dell’arancia blu
Sykaos di ricordo Oitariano
la pianta del piede recepisce
la vibrazione della sciagura che grava
droni volano invisibili e catalogano itinerari umani
disumani colpiscono arrestano le pulsazioni
di cuori che automatici vivevano e speravano
al Raqqa o l’Île de la Cité buoni o cattivi
(solo Dio sa ché è grande) il fuoco dell’inferno
teleguidato o impresa d’esplosione umana
brucia e gasifica le realtà ed è guerra
in piazze teatri televisori
futuri inconsistenti negati da strofinìo di moneta
la via della seta sostituita da topografie di sangue
eserciti di respiri in fuga affidati al mare
bambini con scarpe da casa sprofondare
a un metro dalla mèta
per sempre come palloni perduti in mezzo ai rovi
sfuggiti alle madri che confidavano solo nella fuga
volati in alto nell’ardesia del cielo
Allinearsi in battaglia è l’occorrenza
tra le linee si muore
l’aria mefitica è la tua vita
dal lato tuo della rete è quanto ami

9 febbraio 2016

8 pensieri su “Rapsodia Liquida (in tempo di Guerra)

  1. Un complimento va fatto, sicuramente: per la fluenza e, a tratti, l’intensità; particolarmente il brano conclusivo di questa raccolta. Mi ha fatto pensare a Blok, ai poeti russi del primo novecento. Ma si ha anche l’impressione che manchi un lavoro di finitura, che queste poesie avrebbero bisogno di riposare per poter poi essere riprese sfrangiando e scansando alcuni luoghi prevedibili e isolarne altri. Ma nel complesso, bene, mi sono piaciute.

    1. Bellissime.
      Il poeta non da spazio al sogno. Crudo, vitale il suo sentire compagno di una natura che , trascurata cammina con lui, con la gente , con la storia, forse anche con l’amore. Le tragedie umane s’appropriano della tristezza del poeta e ne fanno quasi una bandiera. Così oggi stiamo.
      Commossa ed emozionata , ringrazio .
      Saluti a Roma che abbraccio con grande affetto, nella speranza che possa presto risorgere.

    2. Non trovo nulla da sfrangiare. In questo fluire di momenti e di immagini scorre anche lo sguardo, pertanto resto anche a vedere il fuori e il dentro delle parole ,che giustamente seguono l’andamento del pensiero che parte e arriva logico,intenso e privo di onirismi.
      Lo sfogo? Beh, lo trovo ben celato.

  2. De le sirene er canto t’arintocca
    pe Renzi d’annà in Libbia a fa’ la guera
    da daje der commanno la bandiera.
    Come Odisseo speriamo nun t’abbocca.

  3. Concordo con Mayoor.

    Valide, sentite, ma in qualche caso (specie la prima) un po’ verbose. Per quanto la poesia possa anche esser sfogo, coinvolgimento, una rilettura “a bocce ferme” gioverebbe.

    Perfettibili.

  4. …mi sembra molto bella questa lunga poesia con soltanto alcune pause in quel incessante fluire di immagini, di ricordi, di nostalgie, di possibilità perse, che sia riferito al fiume, dove le onde e le correnti si inseguono e si accavallano, o a una città, detta “eterna, o allo stesso poeta…Nessun sentimento è estraneo a questo mondo liquido e fluente, e la lettura dei versi invita a a lasciarsi trasportare dalla narrazione, senza soluzione di continuità…Tuttavia, dopo l’ultimo stacco, il registro sembra cambiare e ombre di morte si addensano sul paesaggio, come un’onda distruttiva senza confinie senza esclusione di colpi…un triste presagio già presente tra noi

  5. Nel vocabolario Treccani la rapsodia “In musica, composizione strumentale, spesso solistica, nella quale più temi, quasi sempre di origine popolare, vengono svolti in varie interpretazioni succedentisi in forma libera, investite di significati epici o di esaltazione etnica e nazionale”. Nelle prime quattro stanze il fiume è il modello, si intrecciano il presente e il passato, il discorso rivolto a e la riflessione interiore, emergono pezzi di cattolicesimo “pur avendo assai fallito mentito” mi pare eco di “peccavi nimis cogitazione verbo et opere”, la mappa della città, come la gente le genti, è confusa, vaga, come l’acqua che scorre e resta uguale.
    Poi la svolta “Se finissi di elencare le persone morte/ costringessi a tenere lo sguardo fermo avanti”: e le presenze il paesaggio si definiscono, e vita carne e morte sono singole, concrete e personali, la coppia, il piacere, il sangue, qui nulla più ritorna, non è più acqua che fluisce ma fuoco esplosione in aria che sfugge.

  6. Appare chiaro, a mano a mano che si avanza nella lettura, che il fiume è metafora della vita, liquida e fluente, proprio come l’acqua che scorre, contenuta e limitata, quasi co-stretta, dalle sponde delle norme e delle regole. Qui attraverso un dire disteso (a volte anche troppo), parametrato su una fenomenologia di recuperi visivo-memoriali, e con continui rimandi dalla sfera psichica a quella sensoriale, dal mondo interiore a quello esterno, l’io poetante passa in rassegna varie tappe della sua esperienza umana, con qualche accenno a bilanci e resoconti, alludendo a perdite più che a profitti. La scelta di omettere l’interpunzione conferisce al linguaggio una fluidità piuttosto densa, poiché l’accavallarsi (a volte piuttosto pronunciato) di concetti e immagini (allo scopo di definire e completare) rallenta il ritmo e nuoce alla vivacità e all’immediatezza del messaggio poetico. Direi che in questa poesia, accanto a momenti artisticamente ben riusciti, si incontrano, con un certo disappunto, certe indesiderate torbidezze. Del resto, verrebbe da chiosare con un pizzico di arguzia bonaria, il poeta ci aveva avvertiti -sia pure con intenti diversi- al secondo verso: “io sono un fiume limpido e limaccioso”. Quale sintesi migliore per questo prodotto poetico?
    Pasquale Balestriere

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