Poesie

solitudine a

di Michele Lazazzera

Michele Lazazzera usa il lessico italiano in modo originale, lo piega al proprio pensiero e non si lascia guidare da strutture consuete del discorso. Coniugando nomi, verbi, attributi in maniera quasi del tutto libera riesce a creare una poesia anarchica e un’idea di un sé astratto, non lineare. In questa cornice si adagia un discorso, ancora una volta, di solitudine, un tentativo di definire le distanze, le figure, i volumi di un mondo (esteriore e interiore) che non si lascia misurare. [S. Dell’A.]

*
Quando sembra che tutto si perda
ogni cosa si fa
fibra di un grande segreto
che si accende.

Perciò farsi minutissimo,
punto, secondo o centesimo
è impossibile desiderio;

ma d’essi mille corpi saremo,
attimi attimo dopo attimo
mille bui di un lurido barbaglio

 

*
Dormendo fingono un orgasmo,
lievitando, inventando, i muscoli,

annullandosi con una moltiplicazione
instancabile, a croce e testa.

Non esistono forse, si ricaricano
come un tic assurdo.

 

*

siamo, infine, in un passaggio
di un’idea in un’idea, clausole
strette innervate che si prestano
la terra e il fiore nero di un ricordo.
E pagine senza lettori
né corrispondenze
né corrispondenti,
ritrovati o persi, corrisposti.

 

 

*

Tutto il volto delle cose è la ruga
di un secondo,
cede rincorrendosi, imponendo leggi
che non sappiamo definire,

questa ricorrenza speciale, malattia
e cura nell’indecisione di scegliere
chi essere, se risposte o domande.

Corrono questi fiumi e queste pietre
secchi come ossa, levigate fra loro,
dalla solitudine.

Nel destino della luce si riservano
di essere toccati

E stanno li a ricordare,
a ricordare dove si viene.

 

*
Quanti strati separano la pelle
dal profilo del corpo,
dalla sua linea di contorno,
saranno ventimila,
fra sotterranei a sei gradi
e cinquemila concentriche
e docili vasche di sangue,
e millenni due d’onde.

Centomila poi arenili trafugati,
duecento circonvallazioni d’arterie
in cui siamo come sospesi oggetti
di un gesto collaterale di mistero
e fasci d’occhi mafiosi e facce
rivolte e ribaltate nel giallo corroso
della genetica di un mondo,
convinto di viver settant’anni soltanto.

 

*
Sotto questa pioggia
d’ombra non si vedono.
Non esistono cronache
di un’altra marea
al di là di questa,
ma l’indicazione viva
ora per le tracce sintetiche
di odore di cloro sulla pelle.

 

*

Danzano su altri sistemi
di contagio,
nell’immensa notte siamo
soli nelle nostre masse,
inchiodati all’orizzonte
in un tempo di forma rotta
radici cubiche strappate,
i nostri verbi mancati.
Intanto i porti delle nostre carcasse
navigano senza corrente
le vostre buie immersioni nei giorni.

Ma questo accento ora sopra i nostri
cuori bianchi, ora che
non si circondano più
le tempie di frastuoni,
ora specula nel grido di sempre
come grano nella clessidra.

 

*
Non so il futuro ma questo
componimento mai nato,
presente, nella cui assenza
il mondo giace e non sembra
turbato minimamente o capovolto,
e non ne sa presente questo futuro.
O forse del futuro non ricordo
ma ci sarò, non più ingabbiato
a generarne il passo, dei pochi
fuochi accesi il ritorno, come miscele
di una sepolta
tempera che ci fa giardino
e fascino da costa a costa,
il lungo precipizio di pratiche
e scassati ventri, nuclei scavati
dal lungo agire in distanza
su intervalli di fermo che parlano
di morti odiate
ma per mano da ascoltare
e succhiare ancora come candeline
spente in ciò che saremo stati oggi
nell’irripetibile.

 

*

Metri e metri ghigliottinati,
strappati come capelli
spenti come lunghi fari nella notte.
Per riempire le case, verso una vita nuova.
Così noi, scheletri di qualcosa,
chili su chili di carne, in attesa di boia
che ci stacchino da questi piedi
ci spegniamo per accendere altre luci
per riempire altre case, altri lunghissimi spazi

 

*

Vecchie paranoie, nodi d’alghe
nelle mani che dimenticano,
dove voce è religione
se ingoiare è rivivere
la nube del disastro,
Cosa pensa
il corso vuoto del paese.
Vagarci nella nebbia, mentre
si ribalta fra monete
da parallelo a meridiano,
trito si scardina il centro,
infetto, dentro quel serrato
sfrigolio di sabbie mobili.
Nell’ubriachezza,
negli spigoli stanchi delle spalle,
i pochi, unti da rotti sogni
in un volo che dirige
le loro menti soltanto,
non sgorgano, sporgono
parole o pugni, tegole o tetti,
ma sopisce tutto lento e remoto.

 

*

Vorrei poter coincidere
con una parola
che ti illumini il volto,
una perduta parola
fin dentro le ossa,
che ti porti per mano.

E che ha la voce
del tuo sangue
e ogni angolo di spirito
impigliato nelle paure
e dunque,
per soffocarne il nero
nell’eclissi diventa
questa nuda alchimia.

 

*

La notte in queste latitudini
non sporge, si ingoia
si passa pure nelle poche sigarette.

È rimanere appiccicati,
trasudare dalle vertigini
che ci arrampicano.

E non è notte però
ma un ardersi.

E un po’ di futuro bersi,
che è amaro questo cielo
se ci perde di vista.

 

*

Dove va questa
mongolfiera d’amore;

sul filo dell’accadere,
forse via, in una macchia
di belle minacce.

Forse camminano
interminabili, smisurate
e anarchiche.

Muti regniamo intanto
per poi affogare
in uno sputo di carezze:

non esistono addii,
ma allucinati abbracci.

 

 

*

Desiderare é nascondersi
e perdersi nei forse dei fili
dei giorni.

La luce qui è via, la conservi,
come coincidenza viziata,
superficie dalle occhiaie
alla tranvia sullo sfondo.

Il profilo impigliato
che dorme nei mondi.
Dal basso vedi
gracili intrecci,
é che hai un telaio fitto
in cima alle parole
(in punta di piedi chi bacia,
la tua lingua rimasta
addentata ai miei pensieri)

 

 

5 pensieri su “Poesie

  1. Un coinvolgimento sicuramente triste. Depressione e solitudine forse distacco voluto dalla noia. Nel disastro la vita? Encomiabile lo stile. Una forma mi si presenta come un cerchio dal quale difficilmente si può uscire. Un giro continuo con lo stesso preciso intento anche tecnicamente raggiunto.
    Il sesso grida.
    La vita sussurra.

  2. Un bel lavoro, bei risultati indubbiamente.

    Leggendo la presentazione, ho temuto di trovarmi di fronte al solito “avanguardista”, che si lascia prendere la mano dal giocare con le parole, col risultato di scriversi inutilmente addosso. Non è così e questa ricerca – sempre perfettibile – merita attenzione.

    Sono d’accordo sulla definizione di “idea di sé astratta, non lineare”; meno su quella di “anarchica”: non ci trovo né disordine (per alcuni “anarchico” è sinonimo di “disordinato”), né la mancanza di qualcuno che controlli tutto il procedimento: non mi sembra, insomma, ci siano altre voci “alla pari” con quella dell’autore, né che si arrivi a una sorta di “poeticità del caso”.

  3. …sono poesie davvero notevoli, da rileggere perchè mi sembra che i significati nascosti siano tanti…A colpirmi, oltre allo stile come frantumato in una precisione matematica, sono l’alternarsi di visioni contrastanti, ma tutti concetrati sulla materia dei corpi …Corpi che rimpiccioliscono in maniera infinitesimale o si dilatano in paesaggi scomposti e inafferabili nel loro insieme, sino a farsi sureali e metafisici…Di fondo mi sembra intravvedere sentimenti di solitudine, di incomunicabilità e come la percezione di un mondo nato da un errore (matematico? visto che i numeri e le quantità ricorrono come in un balletto stonato) ” …Tutto il volto delle cose è la ruga/ di un secondo…” L’amore cerca a tratti di bucare la materia grigia ma invano

    1. Questa faccenda della matematicità del mondo è uno dei pilastri di qualunque attività creativa.

      Personalmente ritengo che nel mondo (meglio, nel “Creato”) non ci sia nulla di errato dal punto di vista geometrico-matematico. Come nel caso della facciata dei templi greci, è il nostro essere che – imperfetto qual è – non riesce a cogliere in toto questa perfezione; anche per i motivi più vari, occasionali e personali, naturalmente.

      Ma anche da questa “imperfetta comprensione” possono nascere grandi opere; anzi, accade spesso.

  4. C’è un fondo minerale della vita: ossa pelle capelli, che sono struttura interscambio e filamenti, questi ultimi fanno parte e del corpo proprio e dell’esterno, con la loro linearità e i nodi e gli intrecci. L’esterno è denso, è mare, acqua, in ambedue -corpo e atmosfera- correnti distanze cinture righe circumvallazioni vasche. Il vivente consiste in movimenti di materia:
    “Quanti strati separano la pelle
    dal profilo del corpo,
    dalla sua linea di contorno,
    saranno ventimila,
    fra sotterranei a sei gradi
    e cinquemila concentriche
    e docili vasche di sangue,
    e millenni due d’onde.”
    Il vivente biologico manca, c’è solo un “giardino” nessun altro accenno di vita vegetativa. Nessun colore, una volta il bianco due volte il nero una volta il giallo.
    L’esterno, atmosfera e mare, non ha verticalità, alto basso si capovolgono:
    “come una boa, capovolto
    nel malore che registra
    il suo fondo
    come una bussola”
    Nell’orizzontale non c’è direzione solo percorsi o circuiti.
    ” … mentre
    si ribalta fra monete
    da parallelo a meridiano,
    trito si scardina il centro”
    Manca il valore, l’attribuzione di più e meno, di differenza, di si e di no.
    La passione compare ma, come per Leopardi non ha senso per la materia dell’esterno né per la “materia individuata” dell’interno, la voglia di senso è senza senso
    “sporgono
    parole o pugni, tegole o tetti,
    ma sopisce tutto lento e remoto”.
    E’ la mia una lettura tendenziosa, trasversale, di queste inquietanti poesie, leopardiana, dello stesso materialismo naturalistico. Senz’altro ho trascurato altre traiettorie, ma quella che ho seguito, credo, c’è.

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