Molti in poesia…

Ecco lo scritto di Partesana a cui avevo accennato (qui). In APPENDICE ho trasferito i commenti riguardanti l’argomento  già pubblicati sotto l’articolo Trapassato prossimo. L’invito è a proseguire la discussione in questo post [E. A.]

di Ezio Partesana

E il mondo ancor più sterile, o fratello,
 Ci fa quel vol di poësia stupendo,
 E non trovando il Bello,
 Ci abbranchiamo all'Orrendo.
(A. Boito)

Il molto poeta non scrive mai poesie brutte, non gli passa neanche per la testa di farlo, e anche quando legge c’è sempre una immagine o un ricordo che gli paiono belli e degni d’essere raccontati in versi; in fondo la letteratura è fatta di parole e sentimenti, e le une e gli altri sono possesso comune di tutti gli esseri umani.
È per questo che i molto poeti scrivono e leggono: per dare forma a quel che è propriamente umano e che nulla mai potrà sopprimere del tutto. L’importante è partire da se stessi, perché non ci può essere nulla di autentico che non passi prima per l’esperienza personale. Il resto è tecnica, cioè un mezzo in vista di un fine, da non confondere con il fine stesso.
Sognare un mondo dove a ognuno sia dato il tempo dell’ozio e dell’arte e cercare, per quanto possibile, di realizzarlo già qui e ora è il sogno del molto poeta. I piccoli editori, le riviste specializzate e persino il mondo virtuale servono a questo: alla moltiplicazione dei molto poeti, a creare una comunità libera dove ognuno dia il meglio di sé e riceva dagli altri in cambio la stessa moneta. Le grandi case editrici stampano i libri che venderanno molto, e si assicurano che questo accada attraverso la pubblicità, i concorsi e la cura del gusto comune; nei loro piani industriali la poesia in generale occupa uno spazio minimo e quella del molto poeta in particolare nessuno. È un peccato, perché a volte il lavoro di mesi e la fatica di anni vanno sprecate, ma è proprio per questo che i molto poeti organizzano presentazioni, letture e dibattiti: per far conoscere quello che altrimenti andrebbe perso.
La bellezza purtroppo non ha prezzo e non si può vendere o comprare. Bisognerebbe riuscire a coglierla là dove e nell’attimo in cui si manifesta e nutrirsene come di una linfa. Perché non esiste il bello in assoluto, questo il molto poeta lo sa bene, ma solo opinioni personali, diversi gusti e differenti percorsi. Quel che conta è discutere e confrontarsi, senza arroganza e soprattutto senza la pretesa di avere la verità in tasca. Ogni molto poeta è una cosa a sé, ed è dalla unione di tutti questi parziali punti di vista che si potrà ottenere, semmai, qualcosa. Non certo da giudizi e da regole imposti dall’alto, non si sa bene da chi e in nome di che cosa.
La bontà, quella che fa sì che il molto poeta si indigni ogni volta che legge sui suoi giornali di una ingiustizia, non va confusa con l’indifferenza al male: una cosa è non avere certezze, altra e ben diversa lasciare a altri il comando sulla nostra vita. Bisogna far sentire forte la propria voce contro chi non ha altro interesse che il proprio interesse, e se per farlo il molto poeta è costretto a scrivere in versi non per questo dimentica che oltre le rime c’è un mondo là fuori, poco attrezzato per un animo gentile.
È come per la storia della rosa: tutti i molto poeti sanno che può esserci più politica nel canto di una rosa che non in una ballata sugli operai. Poi è difficile scriverla la politica della rosa, ma il molto poeta sa che è nascosta da qualche parte, e continuerà a cercarla. La metrica, il ritmo, la sintassi potrebbero essere un indizio, però sono anche schemi rigidi, forme che vengono dal passato, non urgenze personali, non il risultato di un sentire profondo. Così il molto poeta si riserva la libertà – una delle poche che si concede – di scegliere a quali modelli ispirarsi, tra i molti, moltissimi, disponibili, e di non seguire pedissequamente i canoni imposti da critici letterari che, per altro, come è noto non scrivono poesie.
Per fortuna a volte le cose vengono da sé, come quando il molto poeta si domanda di cosa debba scrivere e scopre che la risposta era lì, a portata di mano, e bastava guardarla: si scrive di quello che si sente, dei propri ricordi e delle emozioni; si dà forma, insomma, a un mondo interiore che è per ognuno unico e al contempo esperienza condivisa da tutti. Saper rappresentare le emozioni è il grande segreto dei versi, dove si va a capo ogni tanto per spezzare il dominio arido della logica e l’altrettanto arida infinita catena della storia. Quando questo accade il molto poeta è contento e dà ordine alla stampante di fare il suo mestiere e alla cartelletta di stoffa di prepararsi a raccogliere il foglio.
In incognito il molto poeta non si distingue da un falegname, per dire, o da un maestro di scuola, ma è proprio questa la sua forza. La molto poesia non è appannaggio di pochi, non richiede ricchezze né tollera privilegi: è una cosa di tutti fatta per tutti. Incontrarsi e riconoscersi, questo resta da fare, e fondare tante piccole comunità di molto poeti che alla fine si riuniscano in una unica grande assise che la farà finita finalmente, e una volta per tutte, con la divisione tra classi e con quell’altra, sua conseguenza, tra cultura alta e bassa.
Di nemici il molto poeta ne ha molti, è naturale. Tra coloro che suonano il violino, per esempio, o dipingono affreschi, ma anche tra i tecnici di laboratorio e i saldatori specializzati non è che il molto poeta abbia schiere di ammiratori. Non è colpa sua, è che la società è votata al dio profitto e ci vuole molto coraggio e una forza interiore non comune per riuscire a staccarsene. Non tutti riescono a farlo, purtroppo, e così il molto poeta è costretto a dimezzare già in partenza i suoi potenziali lettori, per non parlare dei compagni di viaggio. Ma ha anche molti amici la molto poesia perché in fondo, si dica la verità, è un bel bene quello che rende contenti di sé e non fa del male a nessuno.
Così va contento il molto poeta e va a capo ogni tanto, come ci si ferma in viaggio per fare colazione o si prende fiato tra una frase e l’altra di un discorso. Non ha lezioni da dare, non pretende di insegnare nulla, non vuole essere d’esempio il molto poeta, è amico di se stesso e umilmente sa che questo è solo l’inizio. Se fosse immortale, dopo la vita salirebbe in cielo a cantare nel coro dei beati, tra i poveri di spirito.

APPENDICE

Ezio Partesana 26 marzo 2016 alle 6:07

Caro Ennio,
sì, abbiamo discusso altre volte di questo tema, e dunque intervengo qui solo per fare qualche precisazione che spero sia utile alla discussione (deciderai poi tu se assegnarle uno spazio apposito o lasciare il tutto in coda alla recensione su Mannacio).
Punto primo: sono persuaso che non si possa scrivere poesie senza utilizzare gli strumenti propri della poesia, così come non si può fare un ritratto senza saper disegnare, studiare una partitura senza saper leggere la musica o andare in barca a vela senza saperla manovrare.
Quali siano questi strumenti è questione di lunga storia, mi pare, che certo non qui e adesso potremmo affrontare. Aggiungo però che di essi alcuni saranno propri anche di altre arti e attività, altri specifici della poesia; l’imitazione della natura, per esempio, la troviamo nella storia della musica e nella storia della poesia, le triadi naturali di Schoenberg, a meno di ardite metafore, solo nelle sue composizioni e non nell’arte culinaria.
Detto questo, si può certo parlare di gusto classicheggiante; lo dissero a proposito di Fortini e Pasolini, ma anche sopra Lu-Hsun e Marc Chagall, per dirne due, cadde la stessa accusa. È il concetto di “classico” che varia, ahimé giustamente, di epoca in epoca, e di conseguenza la valutazione negativa di “classicheggiante”, che per lo più significherebbe attento solo alle forme, privo di impeto e, sopra tutto, proprio di un ceto conservatore e reazionario.
Questo ci porta alla questione principale (a mio avviso), a quella che ci divide insomma: Tutti hanno diritto alla cultura e alla poesia, non solo i colti e i poeti.
Siamo d’accordo, tutti siamo d’accordo su questo. Però il problema non sta nell’enunciazione di principio, ma nella verifica. Quella che oggi viene prodotta e offerta, e venduta aggiungo, a quei tutti è cultura o un feticcio? Lo scandalo è che i colti non vogliano riconoscere il valore dell’arte degli incolti, o non piuttosto che le condizioni materiali e politiche rendano oggi possibile solo a una ristretta e privilegiata – ma sino a un certo punto immune dall’ideologia – casta l’accesso alla cultura?
Che agli affamati si debba dare pane e non pietre – perdonami la citazione – è vero ma non va confuso con la certezza che di pane si tratti e non di pietre perché così deve essere.
Un abbraccio,
Ezio.

emilia Banfi 27 marzo 2016 alle 9:46

… e poi quale cultura? Conosco una persona laureata in ingegneria biomedica che scrive ottime poesie. Cultura letteraria? Beh certo, come potrebbe non servire! Ma le parole (citando Mozart con le sue note) sono solo cacche di mosche , se la poesia non ce l’hai dentro.
Emy

Angelo Ricotta 26 marzo 2016 alle 8:47

“…studiare una partitura senza saper leggere la musica… Ezio Partesana”
C’è un sottinteso in questa frase che mi trova di nuovo in disaccordo con l’autore. Naturalmente è lapalissiano che non si possa studiare una partitura senza padroneggiare la lettura musicale ma la musica non è quella scritta. La gran parte della migliore musica jazz, rock e pop è musica non scritta, almeno dagli autori (la trascrivono per ragioni commerciali degli esperti). Ed è musica di pregio, anzi la musica più vitale dei nostri tempi. Persino Mozart affermava, con il suo linguaggio a volte un po’ scurrile, che le note scritte sono solo cacche di mosca perché la vera musica è nella testa.

Alberto Rizzi 26 marzo 2016 alle 8:55

Sperando di riuscire a spiegarmi con chiarezza (non sempre ci riesco, quando si tratta di critica poetica), direi che il punto di partenza di Ennio è falsato dall’assunto di partenza, con l’esempio che fa.

Permettersi o no certi oggetti, è questione di soldi che non tutti possono avere: e d’accordo, questa è un’ingiustizia. Riuscire ad esprimersi in campo artistico, è prima di tutto questione di volontà applicata alla propria sensibilità: ed entrambe sono patrimonio di tutti. Come dire: ho voglia di portare l’arte, a chi non sa che farsene… E (almeno in apparenza, perché non so se in passato le cose fossero poi così diverse) adesso la maggior parte pare che dell’arte, non sappia proprio che farsene.

A questo punto sarebbe anche bene chiarire, che c’è un’enorme differenza fra “arte per tutti” e “arte che viene compresa da tutti”: perché chiunque faccia arte, si augura che il suo prodotto arrivi a e sia compreso da tutti, se no ha dei problemi. Ma che sia compreso, dipende solo – di nuovo – dal livello di sensibilità del fruitore, sostenuta dalla volontà di migliorarla, anche aumentando la propria cultura. E qui si torna al discorso di prima.

E purtroppo non è abbassando i livelli (o abbassandoli oltre un certo limite), che si ottiene un risultato positivo: perché si arriva a non insegnare / suscitare più nulla. E, tra parentesi, quella dell’abbassare i livelli culturali, è stata la strategia perseguita dai nostri governanti negli ultimi trent’anni, coi risultati che abbiamo sotto gli occhi. Perciò – venendo al personale – come aggiro elegantemente questa scelta a scuola, così mi rifiuto di scendere sotto un certo livello contenutistico, estetico e formale quando scrivo: chi capisce, bene; chi non capisce, o chiede lumi o vada per la sua strada; magari pensando di venire preso in giro.

Prima che qualcuno dei lettori mi maledica, vorrei attirare l’attenzione su quel “…o chiede lumi…”: a dialoghi e spiegazioni sono sempre pronto, come credo di aver dimostrato, anche quando sono state pubblicate qui le mie poesie. Per dire che sono altrettanto sempre pronto a progetti come quello auspicato da Ennio: ma mettendo bene le mani avanti, sul fatto che un esito positivo potrà venir fuori solo dalla volontà di crescita dei soggetti coinvolti; volontà posseduta solo da una minoranza di persone, vediamo di farcene una ragione…

Del resto quest’interazione fra “dotati” e “meno dotati” (il paragone “colti” – “incolti” mi dà fastidio ad usarlo) è già presente in tantissimi blog e pagine FB: ma con risultati nella maggior parte dei casi sconfortanti.

Sul tema del “classicheggiante”, mi sembra sia stato detto tutto; e mi schiero con chi non vede in questo aspetto un problema a priori: una cosa è ritenere che, per veicolare un certo messaggio, sia conveniente ricorrere a forme “più o meno classiche”, o no. Il discrimine lo farà, semmai, quanto questa scelta abbia contribuito o meno alla riuscita dell’operazione. Senza dire che il proprio bagaglio culturale – liceo o no – quello è e a quello si attinge, quasi in automatico. Se invece si cade nello scimmiottamento, nell’esercizio di stile fine a se stesso, nel ritenere a priori che quella sia l’unica forma valida di fare poesia, allora c’è solo da mettersi le mani nei capelli.

emilia 26 marzo 2016 alle 10:41

è bello comunque sapere che quella di Mannacio è indiscutibilmente , poesia.

Annamaria Locatelli 26 marzo 2016 alle 15:56

…tutte le arti citate: della poesia, della musica, della pittura… devono in qualche modo rendere conto all’arte più ampia della vita…Un’arte quest’ultima che non è, in teoria, preclusa a nessuno, per quanto per molti possa diventare un’arte tragica…Le trasformazioni e le condizioni di vita di un’epoca ( e la nostra non è di tutto riposo) giustamente influenzano le espressioni artistiche e, magari, possono anche presentare progetti di cambiamento…Così anche gli strumenti e i modelli di riferimento delle arti…
Non si tratta, secondo me, di elevare o di abbassare il livello del contenuto e della forma di un’arte, ma di saper abbracciare una realtà più vicina al nostro sentire e alle nostre problematiche attraverso un’espressione linguistica, musicale…capace di raggiungerci…

mayoor 26 marzo 2016 alle 23:46

Scrivere in metrica abbassa e uniforma il tono della voce. Bisogna che i contenuti siano davvero potenti… altrimenti ci si addormenta. E’ stato un bene che, quanto meno, a partire dagli anni ’60, si sia deciso di cambiare qualcosa: almeno nel ritmo. Già Pavese con quel verso suo che sembrava di un lento country… ma non voglio dire banalmente che rompendo la forma, la voce potrebbe avere avvantaggiarsi di qualche sussulto… già, ci vuole intelligenza per destreggiarsi con un mare agitato! E che il lettore non è più quello dell’ottocento, che evidentemente aveva solo libri per trascorrere la serata: niente televisione, e ora il Pc con tutti gli annessi, e magari sei anche sposato.
Diciamo che è classico un verso libero ma composto.

mayoor 26 marzo 2016 alle 23:58

… e saremmo a Petrarca. Come dire Giotto o Brunelleschi! Sarebbe ora di guardare anche dove non c’è nulla. O è questo che spaventa nelle poesie dei dilettanti, il nulla che abbiamo davanti? E non è stato questo, da sempre, il mestiere dei poeti?

Alberto Rizzi 27 marzo 2016 alle 9:20

La faccenda del verso libero (che libero è fino a un certo punto, se si vuole mantenere la musicalità della poesia; e anche l’anti-musicalità, se lo si ritiene utile), nasce da un lato come sperimentazione e ricerca di nuovi modi di esprimersi, sì. Ma anche e vorrei dire soprattutto come testimonianza della frammentazione della società Occidentale, che inizia appunto dall’Ottocento. Non è un caso che quanto accada in poesia, accada contemporaneamente in tutte le Arti: Pittura e Scultura (Astrattismo), Musica (con l’introduzione dei rumori, prima e poi con i nuovi ritmi extraeuropei; per non parlare della Dodecafonia).

Il punto è che, una volta riconosciuto il problema, gli artisti avrebbero dovuto proporre soluzioni, alternative: questo non significa tornare a forme chiuse, ma quello che voglio dire, è che non sono stati in molti a farlo. Molti – se non la maggior parte – mi sembra si siano fatti prendere la mano dalla sperimentazione fine a se stessa.

A livello di pubblico, questo ha comportato da un lato la rincorsa ai gusti (in picchiata…) del pubblico stesso; dall’altro che tutti hanno cominciato a credersi artisti: cosa che sappiamo essere vera in teoria, tutta da verificare nella pratica.

Questo per dire che – a mio parere – non è il nulla attorno, che spaventa i “dilettanti”: è il nulla che hanno dentro, che trasmettono con i loro balbettii. Come scrive lei, chi fa Arte sul serio, questo nulla lo guarda negli occhi giorno dopo giorno…

mayoor 27 marzo 2016 alle 9:33

In poesia, se dilettanti, lo si è qualunque sia il livello di istruzione.

emilia Banfi 27 marzo 2016 alle 9:46

… e poi quale cultura? Conosco una persona laureata in ingegneria biomedica che scrive ottime poesie. Cultura letteraria? Beh certo, come potrebbe non servire! Ma le parole (citando Mozart con le sue note) sono solo cacche di mosche , se la poesia non ce l’hai dentro.
Emy

144 pensieri su “Molti in poesia…

  1. “se la poesia non ce l’hai dentro” (Banfi)

    Chissà perché le cose migliori le avremmo sempre *dentro*…

  2. …certo la descrizione che Ezio Partesana fa del “molto poeta” appare ironica, a tratti grottesca, infine patetica. Già il chiamarlo “molto poeta”, potremmo dire poetissimo, suggerisce il suo contrario :”nessun poeta”, forse neanche nessun uomo o donna vera…Simili personaggi, che fanno parte di una moltitudune, si contraddistinguono in alcune caratteristiche e contraddizioni:
    – giacchè hanno spesso bei ricordi ed emozioni, umane. anzi umanissime, pensano di poter produrre poesia, cioè di fare letteratura
    – i loro vissuti sono sbriciolatissimi, come gli stili, pertanto ogni molto poeta fa corrente a se stesso, tuttavia si ritrovano in piccole comunità a condividere i propri mondi interiori e sono ben accolti da piccole case editrici e blog
    -sono sensibili alle ingiustizie, non tollerano di lasciare agli altri il comando sulla propria e altrui vita, tuttavia non si manifestano, se non per tentativi, in poesia politica
    – Conclusione “…è un bel bene quello che rende contenti di sè e non fa del male a nessuno…”. Il molto poeta: quella cosa con la quale, senza la quale tutto resta tale e quale?

  3. @ Ezio Partesana 26 marzo 2016 alle 6:07

    D’accordo: per scrivere poesie o fare un ritratto si debbono possedere indubbiamente delle competenze specifiche, che possono essere “naturali” e “individuali” (secondo la retorica del “poeti si nasce”) o – ad un’analisi più attenta – acquisite attraverso lo studio (da autodidatti o scolastico) e spesso assorbite – sempre “naturalmente” – in ambienti familiari e sociali particolarmente favorevoli. Col tempo e con gli incontri “giusti” esse saranno poi potenziate o deviate o anche rovinate….

    Il problema che ho posto, però, a me pare un altro. E riguarda soprattutto i rapporti tra i vari livelli (sociali, professionali) di queste competenze e i loro possibili sviluppi o soffocamenti. Tali rapporti variano storicamente: in certe epoche e situazioni c’è fluidità tra livelli alti, medi e bassi, circolazione – cioè – di temi, norme, bisogni; in altre irrigidimento, ingessamento,separazione, gerarchizzazione. E tali dinamiche (innovative o conservative, canonizzanti, decanonizzati, progressive o reazionarie) possono avvenire anche quando un canone (ad esempio quello vigente nel campo della metrica) appare invariato o fisso per lunghi secoli, mentre sotterraneamente qualcosa pur cambia.( Ne avevo parlato qui: http://www.poliscritture.it/2014/11/22/gli-strumenti-della-poesia-lezione-1/…).
    Le variazioni appaiono, invece, spettacolari o scandalose in certi periodi (mettiamo il primo Novecento), quando il canone si disfa e i poeti in formazione si trovano a fare i conti non più con un’unica tradizione (o Tradizione) ma almeno con due o con più (se consideriamo le soluzioni intermedie o di compromesso o eclettiche). Mi pare perciò condivisibile l’opinione di studiosi (Mengaldo) che ci hanno avvertito: oggi, oltre alle due tradizioni ( o gusti) chiaramente distinguibili del classicismo e del romanticismo affermatesi nell’Ottocento, va considerata anche la “tradizione dell’avanguardia” ( che magari rientra per lo più – ma mai esclusivamente e in tutte le forme con cui s’è presentata – nella casella “romantica”).

    Questo per dire che, di conseguenza, le competenze richieste al poeta (o aspirante poeta o dilettante) variano – e la cosa non mi pare secondaria – a seconda della tradizione in cui – consapevolmente o inconsapevolmente – iscrive i suoi tentativi di fare poesia.
    Non è, cioè, definibile in partenza un unico background (* esperienza personale, preparazione tecnica o culturale, e quanto altro – ambiente di provenienza, tradizioni, condizioni, circostanze- concorre alla formazione di una persona), che un poeta (o musicista o pittore ecc) dovrebbe *invariabilmente* e *obbligatoriamente* possedere per essere considerato tale. (Di solito dalla “corporazione” degli “addetti ai lavori”, che certamente ha pesato e ancora in una certa misura pesa nel suo *riconoscimento*: si pensi alle peripezie del povero Dino Campana…). L’esempio dei musicisti jazz, ricordati da Angelo Ricotta, mi pare davvero eloquente.

    Ma ancora: se ad es. nella ritrattistica classica era davvero importante saper disegnare *in un certo modo* (imitando la *natura”, copiando “fedelmente” un volto “dal vero”), in quella espressionistica o cubista quel saper disegnare richiede altri modi e altre competenze ( o la messa tra parentesi delle regole che i pittori seguivano – e non per passiva obbedienza – prima dell’avvento della fotografia. (Devo aver letto, non so dove, appunto, l’opinione di Picasso, che all’ingrosso diceva: ora posso pensare ad altro in pittura e non essere obbligato a fare quello che la macchina fotografica riesce a fare così bene). Rimproverare a Picasso di non saper disegnare è sciocco quasi quanto rimproverare a un poeta che si è formato sul verso “libero” di andare a capo a casaccio. Ci si muove semplicemente in un “nuovo” paradigma, avendo altri scopi; e quindi tutto quello studio in precedenza speso per seguire il paradigma “tradizionale” può risultare vano o d’impaccio o va utilizzato altrimenti, proprio per perseguire coeretemente i nuovi scopi. (Discutibilissimi – questi ultimi – quanto i precedenti, comunque…).

    Inoltre, all’interno della versificazione a prima vista libera o addirittura capricciosa o arbitraria (l’andare a capo a casaccio…) gli studiosi di metrica hanno già notato delle costanti, delle regolarità a prima vista insospettabili. (Rileggere Fortini di «Metrica e biografia», ripreso – tra l’altro – dal comune amico Paolo Giovannetti in «Modi della poesia italiana contemporanea. Forme e tecniche dal 1950 a oggi», 2005 e da me citato nell’articolo sopra linkato…).
    La dialettica ordine (classicismo)/ disordine (romanticismo) è quanto mai complessa. Perciò invitavo a non assumere un’unica bandiera, considerando solo quella valida e svilendo troppo polemicamente le altre ricerche.
    Tanta arte, per secoli, si è fondata sul principio dell’imitazione della natura (naturalismo, verismo), ma abbiamo anche avuto buona arte o comunque significativa (io penso a Klee, al surrealismo, ecc.) che di imitare la natura, almeno nei vecchi (per loro) termini, proprio non volevano sentir parlare…

    Quando poi parlo di forma o stile o gusto classicheggiante, non accuso affatto quelli che si muovono entro tale paradigma né do una valutazione negativa dei loro risultati per questo tipo di scelta. La via del classicismo, che un poeta o artista può imboccare (per complesse e qui non trattabili ragioni), gli fa fare certe scelte e ne esclude altre. Certamente- e l’ho già detto – il concetto di “classico” varia di epoca in epoca . E se alcuni (che hanno imboccato di solito la via “romaticheggiante” danno una valutazione negativa di “classicheggiante” e magari ne fanno la caricatura (come Ezio ha fatto la caricatura degli “sperimentali”) presentando il seguace della via classica come uno «attento solo alle forme, privo di impeto» e magari appartenente ad «un ceto conservatore e reazionario» (o fautore di valori riconducibili a questo campo politicamente e però a volte sbrigativamente dichiarato di Destra…), altri (come me) ci tengono solo a ricordare che: 1) si possono usare poetiche classiciste e poetiche romantiche con buoni o pessimi risultati; 2) che se ne possono spesso usare di intermedie, dove i tratti tipici del classicismo convivono in una certa misura con quelli del romanticismo, per cui ci sono dei classicisti quasi romantici e dei romantici che sfiorano il classicismo, come ci sono degli sperimentali quasi classici ( o che diventano col tempo classici) ed altri “romanticheggianti” fino all’estremo; 3) queste scelte formali andrebbero valutate non solo per il loro risultato artistico o estetico, ma, secondo la lezione di Fortini che condivido, come allusive di *forme di vita*, perché solo così si coglierebbe un po’ più chiaramente (=politicamente, secondo me) che le forme classiche sono funzionali al dominio delle passioni ( ma anche delle masse, dei molti, ecc.) e le forme romantiche all’espressione soggettiva, dell’inconscio, della rivolta, in una dialettica sempre rischiosa e mai conclusiva.

    «Tutti hanno diritto alla cultura e alla poesia, non solo i colti e i poeti» (Ezio). Questo è stato un principio del romanticismo (nella fase nazionale) e poi delle correnti socialiste e delle avanguardie del primo Novecento (socialisteggianti o fascistizzanti). Proprio perché «il problema non sta nell’enunciazione di principio, ma nella verifica» – concordo – possiamo dire che con l’industria culturale questo “diritto” è stato soddisfatto, ma senza l’emancipazione prevista dalla teoria socialista e marxista. Meglio: il bisogno è stato neutralizzato ( o soffocato o deviato) mediante appagamenti fittizi. E, qui tra noi, nessuno meglio di Ezio, studioso di Adorno, ha approfondito tale questione. Come non concordare, perciò, quando nega che «quella che oggi viene prodotta e offerta, e venduta […], a quei tutti» sia non poesia ma un feticcio. E che, in una situazione del genere, per forza di cose, la poesia tentata o prodotta dai molti sia in buona parte più che sottomessa al feticcio ( che la scuola di massa e i mass media hanno insegnato ad ossequiare), sia cioè parapoesia, similpoesia, ecc.?
    In tutte le mie passate riflessioni sul tema ( da quella iniziale intitolata «Moltitudine e poesia» apparsa su «Il Monte Analogo» n. 1 del 2003) ho sempre insistito sui *limiti*, le *ambivalenze* dei “moltinpoesia”. Quindi sentirmi dire che avrei accusato i colti o i semicolti di non voler «riconoscere il valore dell’arte degli incolti» un po’ mi delude.
    La mia critica è stata ed è, semmai, contro chi, sostenendo a ragione e realisticamente (come qui fa Ezio) che «le condizioni materiali e politiche rendano oggi possibile solo a una ristretta e privilegiata – ma sino a un certo punto immune dall’ideologia – casta l’accesso alla cultura», rischiano di accettare che il «pane»(della poesia, del sapere, ecc.) se lo spartiscono tra loro gli attuali colti o semicolti, che trovano – chissà perché – sempre immangiabile se non schifoso il pane che riescono a cuocere *in queste condizioni* i molti e non privilegiati.
    Il «pane» dei colti e semicolti non può essere distribuito a «tutti» né può essere moltiplicato miracolosamente, ma lo stesso la situazione non può essere accettata.
    Tenendoselo e spartendoselo tra loro, colti e semicolti negano qualcosa al “resto”. Negano il *bisogno di poesia*, che è confusamente anche di quelli che, non potendola praticare come loro ( perché non vivono nelle condizioni materiali, culturali e psichiche di cui essi comunque godono), si arrangiano a praticarla con gli strumenti di cui dispongono, come possono insomma.
    Importante per me è stato sempre cogliere il valore *euristico* e in senso lato *politico* di quel bisogno e di porlo come *problema” ai poeti colti e semicolti, che non ne vogliono sapere e troppo spesso preferiscono accentuare le distanze dalle “masse” rozze e barbaramente balbettanti.

    P.s.
    Poi replicherò alle obiezioni di Rizzi

  4. Ma perché invece di perdere tempo a sputare veleno sui poeti dilettanti non pensate voi a scrivere poesie migliori?
    A me piace un mondo in cui tutti si sentano poeti, filosofi, scienziati senza doverne avere necessariamente i titoli accademici. Molto meglio che andare a mettere bombe o accoltellare qualcuno no?

    CPD vs CPE

    C’era una volta
    una misteriosa accolta
    il Club dei Poeti Estinti
    segreti come platelminti

    Ma proprio per questo ora non c’è più
    dicono sono andati tutti giù

    Ora c’è il Club dei Poeti Dilettanti
    e ti assicuro che già siamo in tanti
    molto più allegro di quello
    e così è tanto più bello

    Sicuramente durerà di più
    andiamo difatti sempre più su

    Non ci riuniamo in caverne
    piuttosto stiamo in taverne
    o in uno spazio virtuale
    e forse in fondo è uguale

    Siamo il terrore dei Poeti Veri
    ma loro però sono ormai di ieri

    Straziamo le forme come ci pare
    con le parole ci piace trescare
    ma non voleremo per la delusione
    da una finestra o da un balcone

    1. Egregio Angelo, nel nostro piccolo ci proviamo in tutte le occasioni a “scrivere poesie migliori”.

      E non c’è nulla di male a sentirsi tutti poeti, filosofi, ecc.; anzi può essere molto divertente, perché qualche volta lo si è davvero. Però – senza voler creare polemiche – un conto è riuscirci per caso “qualche volta”, un altro è dedicarci la vita per esserlo…

      1. Per me questa distinzione non ha importanza. Entrambe le pratiche contribuiscono a rendere il mondo migliore, a pari merito. Ho passato la vita a fare scienza e mi ha sempre dato molto fastidio, e quindi ricusato, l’atteggiamento snobistico della maggior parte dei miei colleghi i quali sdegnavano i “non addetti ai lavori” anzi non volevano neanche discutere tra noi di argomenti che esulassero dallo strettissimo ambito della specifica disciplina. Gli esperti devono parlare solo con gli esperti. Una follia! Io invece sono sempre stato un fautore dell’interdisciplinarità. Di più, amo parlare di tutto con chiunque ne abbia voglia. E ho imparato molto da molti.

  5. Senza valore
    la parola del poeta
    se alla sera non
    rientra nelle sue vene.

    A nulla serve
    la sua lotta
    per chi vuole
    fermare quel fiato
    sulla pagina.

  6. Non trovo “ironico ecc.” (come scrive Annamaria Locatelli) questo post, ma molto leggero, nel senso migliore del termine.

    Sono d’accordo su tutto, ma specifico quanto già scritto in un mio precedente commento, a proposito di quanto scritto da Ezio Partesana, cioè ” La molto poesia non è appannaggio di pochi, non richiede ricchezze né tollera privilegi: è una cosa di tutti fatta per tutti.”: questo è vero, ma il vero discrimine è dato da quanti riescono a capirla, perché lo vogliono.

    Non è quindi che il poeta (mi perdoni Ezio se tolgo quel “molto”: ne comprendo il senso, ma penso che in questo momento non ce ne sia bisogno) abbia dei nemici: soltanto molti indifferenti; il che, se vogliamo, è anche peggio, pur non cambiando l’effetto che questo ha sul venir percepiti come in qualche modo estranei. Ma non mi sembra che sia una questione di categorie, il disprezzo verso chi crea (violinisti, affrescatori, poeti ecc.) in questa società è trasversale.

    Perplesso anche su quello che dovrebbe essere il nostro scopo, ovvero creare piccole (e grandi) comunità di poeti: non credo che questo potrebbe pesare granché sui cambiamenti sociali che dovremmo auspicarci. Dovremmo esser parte di piccole (o grandi) comunità di persone differenti, assieme alle quali avere il nostro ruolo. E se queste comunità fossero in grado – come dire, “dal basso” – di esprimere loro per prime un “molto artista”, credo che questo sarebbe il massimo; e che darebbe un minimo di speranza di sopravvivenza a quelle comunità, nel buio che ci troviamo ad affrontare.

  7. @ Alberto Rizzi 26 marzo 2016 alle 8:55

    «Permettersi o no certi oggetti, è questione di soldi che non tutti possono avere: e d’accordo, questa è un’ingiustizia. Riuscire ad esprimersi in campo artistico, è prima di tutto questione di volontà applicata alla propria sensibilità» (Rizzi).

    C’è una sorta di strabismo nel tuo modo di ragionare. Pare che non ci sia nessuna relazione tra l’«ingiustizia» (meglio: tra le differenze di reddito e di consumo in una società) e la pratica dell’arte o della poesia, che – in una visione tutta individualistica e psicologizzante – sarebbe, appunto, una «questione di volontà» e di «sensibilità» tutta personale (o, al massimo, estensibile a una «minoranza»).
    (Un po’, per prendere ancora due piccioni con una fava, come lo strabismo di Emilia (Banfi), che separa la poesia che starebbe «dentro» dal «fuori» che – sic! – «non ci appartiene». Come se un’amputazione di tali dimensioni fosse irrilevante, tanto il poeta, come gli usignoli in gabbia e magari accecati, gorgheggia lo stesso.

    Faccio notare poi che non ho mai parlato di «abbassare i livelli» per ottenere un «risultato positivo» (cioè una maggiore diffusione della poesia) e diffido anche di un eccessivo “pedagogismo” obbligatoriamente – anche quando apprezzabile – a senso unico (da chi “sa” a chi “non sa”).
    Io ho parlato, invece, della necessità di una influenza *reciproca e permanente* tra livelli alti-medi-bassi e l’ho posto come problema al tempo stesso estetico e politico.
    Mi cito:

    “Qui il mio giudizio si fa politico-estetico: stabilire una gerarchia escludente (ad es. Croce: poesia e non poesia) ha avallato, sul piano simbolico-linguistico, inaccettabili soprusi, che sono omologhi a quelli storici sedimentatisi, con violenze materiali smisurate, nelle nostre società diseguali e conflittuali. Continuo, dunque, a immaginare che eccellenza e mediocrità, bellezza e bruttezza potrebbero avere un altro senso: includente appunto e non escludente. Di più: che bellezza e bruttezza – per me valori e disvalori provvisori, storici e dunque rimodellabili in sempre nuovi ordini, anche gerarchici, però nuovi e fluidi – debbano dialogare tra loro per trasformarsi anche *conflittualmente*. L’atto giudicante, che separa il bello dal brutto, l’eccellente dal mediocre, il riuscito dal non riuscito, è per me umano, soggettivo; deve cioè restare sempre rivedibile, mai presentarsi come oggettivo e definitivo. Non mi arrischio ad ipotizzare una base comune tra bello e brutto. Più praticamente sento fecondi gli scambi, le contaminazioni, le dialettiche (non a senso unico)”

    (http://www.poliscritture.it/2015/08/03/sulla-poesia-esodante-intervista-2013-di-ezio-partesana-a-ennio-abate/)

    A me pare poi che tu semplicemente non poni il problema come lo pongo io, insistendo sulla fluidità tra i vari livelli; e, quindi, nel tuo assenso alla mia ipotesi di *poesia esodante* ci vedo un equivoco. Tant’è vero che trovi già realizzata e fallita «quest’interazione fra “dotati” e “meno dotati” […] in tantissimi blog e pagine FB: ma con risultati nella maggior parte dei casi sconfortanti». Mentre per me questa interazione è tutta da pensare e costruire; e non ne vedo esempi convincenti neppure tra quanti frequentano Poliscritture.
    Un po’ come Ezio sostiene che «agli affamati si debba dare pane e non pietre» ma non sembra chiedersi cosa gli affamati ci *danno* (magari ci danno solo pensieri, preoccupazioni, paure, anche perché forse temiamo che possano addirittura rifiutare il tipo di pane che vorremmo dar loro…), tu ti arrocchi nella posizione di chi ha raggiunto il suo “livello” e sembra difenderlo come fosse un fortino: «così mi rifiuto di scendere sotto un certo livello contenutistico, estetico e formale quando scrivo: chi capisce, bene; chi non capisce, o chiede lumi o vada per la sua strada».

    Sulla questione forma “classica” o “romantica” – l’ho detto rispondendo ad Ezio – vedo in gioco implicazioni anche politiche notevoli. La prima non è un *equivalente* della seconda. Entrambe non sono *neutre*. Hanno un loro marchio storico ( penso al Nietzsche della distinzione tra apollineo e dionisiaco…). E insisto sulla necessità di considerarle nella storia delle divisioni sociali e materiali. Come faceva Fortini (Vedi una mia vecchia riflessione qui: http://moltinpoesia.blogspot.it/2011/02/ennio-abate-da-quali-nemici-e-falsi.html#more)

  8. D’accordo con Rizzi: questo post è insolitamente leggero per essere di un critico. Leggero e semplice nell’invito, dico io, ad essere molto poeti; se piccoli o grandi ce ne infischiamo, è già molto se un poeta riesce ad essere l’uomo o la donna che è, e che scopre di essere (anche) scrivendo.
    Le poesie già scritte non sono quelle che verranno, se verranno. E’ come scalare un monte senza vetta… oppure una catena montuosa con tante cime ancora da esplorare, all’infinito. Per questo i ricordi personali potrebbero non bastare: la sfera dell’io è circoscritta e ripetitiva, secondo me qualcosa si può anche rubacchiare dalla narrativa e dal cinema ( non solo da filosofia e religione). Sono dell’idea che la poesia non venga letta solo in ragione del clima culturale sfavorevole, è che si sta rivelando un mortorio. Manca di contaminazione, non quella malsana e alienante proposta dai media ma, diosanto, almeno quella di una finestra lasciata aperta alle parole che cambiano il linguaggio. Non è vento che sposta la persona assennata dal proprio centro.
    L’interrelazione tecnologica è umana per conseguenza. Si fa un gran parlare di libri perché i libri non parlano, così è il lettore che ne parla e scrive. Vale anche per la poesia: ciò di cui stiamo discutendo non è poesia ma un parlar della poesia. La poiesi, in sé, non è condivisibile, è un dialogo tra coscienza e sensibilità. Non ha nulla a che vedere col pubblico. Son pochi i poeti che hanno voce abbastanza forte da farsi sentire sulla collettività – Majakovskij o whitman, per capirci – per il resto è uno scavo in profondità: tra stelle e mutande, proprie e altrui.

  9. Ecco, vedi Ennio? La poiesi è “un dialogo tra coscienza e sensibilità”.
    Resto convinto che quel che i molti consumano e producono, quando consumano e producono poesia, sia un feticcio che li distrae e li conferma nel loro stato servile. Ma tant’è.

    1. Bisogna sempre precisare, mirare alle fondamenta delle roccaforti: coscienza di che? serve precisare perché, come i preti, per alcuni la coscienza è SOLO di classe, e la sensibilità una debolezza non meglio precisata. Qualcuno s’è preso le parole, come in medio oriente si sono spartiti le nazioni, e nulla ha più un significato universale. Faccio un esempio ( specifica, specifica sempre! ): se scrivi “devozione”, magari pensando a tua nonna, ecco che sei un prete… lo sapeva Berlusconi quando si prese “popolo” e ” libertà” dalle sinistre.
      Magari avete una casa, ma ragionate in corridoio, per non dire altrove.

      1. Con me l’anatomia ha perso la testa. Sono tutto cuore, mi batte dappertutto.

        Vladimir Majakovskij

  10. Per favore, bloccate la suoneria dei commenti da tifosi o per ripicca!
    Entrate nel merito delle questioni o meglio tacere.

  11. Devo confessare che ho capito poco di tutti i ragionamenti che si vanno qui facendo. Io sono abituato ad uno schema tipo Tesi, Ipotesi, Dimostrazione e infine Esempi, per cui altri tipi di approcci mi confondono con le loro sottigliezze e/o lungaggini. Ci si lamenta forse che troppi pretendono di scrivere poesie, producendo confusione nel “mercato”, ma pochi poi la leggono? Ovvero che una certa élite culturale non prenda in considerazione le proprie poesie con la conseguenza che, essendo questi i consulenti dei grandi editori, la nostra produzione non raggiungerà mai il grande pubblico e/o non avremo la chance di prendere il premio Nobel? Oppure che la poesia proprio non si “vende” più? Ma è vero? Oppure c’è chi vende ancora? E chi è e perché? Io non ho dati in merito ma mi piacerebbe che gli argomenti fossero impostati su dati di fatto, su numeri, e trattati in modo più chiaro.

  12. @ Ricotta

    Capisco che uno, abituato al metodo scientifico classico o positivistico (mi pare), di fronte ad una discussione come questa su un fenomeno abbastanza “pop”, ambiguo, contraddittorio, lacunosamente indagato quale quello del “moltinpoesia” o della “nebulosa poetante” possa infastidirsi.
    Inviterei però ad una maggiore pazienza e curiosità. Sottigliezze e lungaggini possono anche essere soltanto tentativi incerti per approssimarsi ai nodi veri delle questioni, che non sono affatto chiari, al di là delle prese di posizione animose o da tifo.
    Le domande che poni mi paiono tutte utili ( toglierei qualche coloritura sarcastica). E si può – chi è in grado di portare anche dati di fatto e ritiene giusto questo taglio della ricerca – senz’altro tentare di rispondervi. Senza svalutare altri modi di trattare il tema.

  13. …e sì questo tema dei molti in poesia è dibattutto da tempo e resta aperto, anch’io però faccio un po’ fatica a capire, non dico le posizioni ma gli orientamenti di ogni commentatore. Anche la mia opinione, certo, è solo in fieri…Per esempio non capisco del tutto il pensiero di E. Partesana che sembra nascondersi dietro a formule di cortesia, ma poi dice: “Resto convinto che quel che i molti consumano e producono, qundo cosumano e producono poesia, sia un feticcio che li distrae (da cosa?) e li conferma nel loro stato servile”. Più chiaro mi è parso il pensiero di Ennio Abate quando scrive, riguardo alla poesia, di una necessaria”…influenza “reciproca e permanente” tra livelli alti-medi-bassi e l’ho posto come problema al tempo stesso estetico e politico” e ancora ” …eccellenza e mediocrità, bellezza e bruttezza potrebbero avere un altro senso: includente e non escludente” “..sento fecondi gli scambi, le contaminazioni, le dialettiche (non a senso unico)”. Che poi è anche il concetto ripreso da Mayoor , riferendosi alla poesia di oggi: “…manca di contaminazione, non quella malsana e alienata proposta dai media ma, diosanto, almeno quella di una finestra lasciata aperta alle parole che cambiano il linguaggio.” Per quanto mi riguarda, mi sento vicina a queste ultime posizioni, in quanto, tentando un paragone naturalistico, non vorrei che la poesia fosse considerata come una montagna incantata, bella ma statica, se non per il variare delle stagioni. Mentre il suo ecosistema è complessissimo come la sua orogenesi, che comportano sia un rapporto ineludibile tra tutte le forme di vita, compresa quella umana (il maestoso abete si nutre anche dl humus del sottobosco e il gregge di trifoglio) mentre la sua formazione e trasformazione sono dovute ai movimenti in profondità della terra. Di recente anche all’inquinamento, effetto serra…La poesia, forma d’arte ma anche espressione completa dell’uomo, non può non avere un collegamento con il mondo a tutti i livelli; il nostro ecosistema umano per quanto o proprio in quanto squilibrato ci coinvolge continuamente…I molti poeti, con le loro molteplici potenzialità, a volte anche confuse, potrebbero essere un movimento tellurico da non sottovalutare…

    1. Non mi meraviglia affatto, lo scontro, i diversi pareri ed anche le incomprensioni.
      Per i Moltinpoesia si può fare.
      Si raccomanda di non non esagerare, non fare il tifo, ripicche…come dice Ennio Abate.
      Difficile stare zitti.
      E poi io non trovo proprio nulla di sconveniente in nessuno dei commenti postati.
      Ogni tanto anche in poesia deve girare un buon sangue nelle vene , altrimenti non solo la poesia morirà, ma verrà dimenticata dentro le pagine di una gentile, ossequiosa, “intelligente” critica.

  14. Rilanciando sulle (giuste) domande di Angelo Ricotta, potrei dire che:

    – Sì, troppi pretendono di scrivere poesie; e, più che produrre confusione nel mercato (del quale ce ne potremmo anche fregare, a livello di grande distribuzione), questo produce confusione su cosa sia effettivamente “scrivere (molta) poesia”: c’è un impoverimento generale di contenuti (scambiato per ricerca di leggibilità e comprensione) e così via. Ma è inevitabile, con la sempre maggiore importanza dei social e con la pretesa che chiunque sia uno scrittore, per il solo fatto che alle Medie prendeva 7 nei temi. E io credo che il tempo farà giustizia, anche se ci vorrà molta pazienza.

    – Se c’è, non credo che sia un problema: i canali per far arrivare poesia in giro sono tanti; bisogna solo capire a chi vogliamo farla arrivare: una volta capito questo, il sistema si trova; se invece si vuole vincere il Nobel…

    – Da tempo son convinto che con 100 copie vendute in libreria per la poesia, si arrivi già al best seller… Questa è l’Italia, non l’Iraq di Saddam Hussein. Ma anche questo è – a mio parere – un falso problema; e rimando alla risposta che ho dato, sopra, alla sua precedente domanda.

  15. Rileggo più attentamente il testo di Ezio Partesana sul «molto poeta». E mi chiedo: ma più imbecille di così questo idealtipo del «molto poeta» Ezio non poteva pensarlo? È una caricatura intelligente, ma troppo velenosa, sferzante e sprezzante, di una figura anonima: quella che io in questi anni ho chiamato dei «moltinpoesia», che ho cercato di pensare *criticamente*, senza cedere né ad esaltazioni sciocche né al disprezzo dei saputi e per la quale avevo progettato ( ma certe cose da soli non si riesce a farle) persino una sorta d’inchiesta da intitolare «i moltinpoesia uno per uno».
    Non ho alcuna intenzione di far cambiare opinione ad Ezio o ad altri che la pensano come lui. Non ho più neppure speranza che altri prendano sul serio le mie numerose riflessioni (uno dei miei più articolati “messaggi in bottiglia” è qui: http://moltinpoesia.blogspot.it/2012/06/ennio-abate-una-riflessione-per-la.html). Ma ancora qualche ragionamento dal mio punto di vista voglio aggiungerlo a quelli già fatti in questa occasione.

    Ammettiamo, come sostiene Ezio, che il «molto poeta» sia davvero convinto che l’importante – in poesia – sia « partire da se stessi, perché non ci può essere nulla di autentico che non passi prima per l’esperienza personale». È una posizione ingenua che ha avuto lungo corso, ad esempio nel movimento femminista degli anni ’70. Si può dire, forse, che sia stata del tutto infeconda? Che da essa, assieme alla produzione di confessioni banali, noiose, grottesche o scomposte (da seduta psicanalitica? Embè?) non siano emersi con maggiore evidenza bisogni soffocati e denunce giustificate? Si può negare in assoluto che tali pratiche, entrando a contatto con concezioni filosoficamente e psicologicamente e politicamente più mature, non possano raffinarsi, maturare, trasformarsi?
    Lo stesso direi per l’utopia («Sognare un mondo dove a ognuno sia dato il tempo dell’ozio e dell’arte e cercare, per quanto possibile, di realizzarlo già qui e ora»). Anch’io oggi mi sento meno “utopese” rispetto ad anni ormai lontani. Ma Ernst Bloch e Baczko o Hill delle utopie sociali hanno sviscerato i significati, le potenzialità e le dinamiche. Possibile che fossero così stupidi da dedicare ad esse anni e anni di studi?
    E ancora: la « moltiplicazione dei molto poeti» può essere presentata solo come operazione indotta da piccoli editori, riviste specializzate e Web? Non ha ragioni esistenziali e materiali più complesse, che sarebbe necessario indagare invece di sputarci sopra?
    Quanta spocchia poi nel prendere in giro le «presentazioni, letture e dibattiti» organizzate dai «molto poeti», come se le forme di socialità costrette alla marginalità a cui in genere siamo costretti noi pure dovessero essere abolite e schernite, invece che incoraggiate o appoggiate per consolidarle e renderle meno abborracciate.

    Basta, mi fermo qua. Quando vedo tanta intelligenza e buona scrittura mettersi nel solco della diffamazione alla Berardinelli, che ogni tanto dalle pagine de “Il foglio” aizza il coro contro i “disturbatori” della poesia (che egli – tra l’altro – considera nemmeno in crisi ma proprio morta), mi cadono le braccia.

  16. @ Ennio Abate
    “Non ha ragioni esistenziali e materiali più complesse, che sarebbe necessario indagare invece di sputarci sopra?”

    Penso che le persone abbiano sempre avuto questo desiderio di diventare esse stesse protagoniste e non solo spettatori. Ora ci sono le condizioni perché ciò avvenga anche se solo in una certa misura.

    “Quanta spocchia poi nel prendere in giro le «presentazioni, letture e dibattiti» organizzate dai «molto poeti», come se le forme di socialità costrette alla marginalità a cui in genere siamo costretti noi pure dovessero essere abolite e schernite, invece che incoraggiate o appoggiate per consolidarle e renderle meno abborracciate.”

    Ci sono siti di poesia che organizzano, almeno annualmente, un incontro con a volte concorsi a premi. Ho partecipato ad alcuni di essi. Mi aspettavo una maggiore affinità fra i partecipanti rispetto a quella che si sperimenta nei quotidiani rapporti umani. Ma non è stato così. Si è discusso poco e male di poesia. Ognuno sembrava preso solo dalla propria poesia e/o da quella di qualcun altro disinteressandosi di tutte le altre. Nessuna possibilità di approfondire. Alla fine si capiva che quello che interessava i presenti, inclusi gli organizzatori, era stabilire qualche rapporto di interesse, da quel che percepivo anche estraneo al fatto poetico, o essere premiati per pavoneggiarsi. Anche lì, ovviamente, i premiati erano spesso gli amici.
    Ho letto anche il tuo intervento del 2012 (inclusi i commenti). E’ ancora attivo questo Laboratorio di poesia? Fate degli incontri? Credo che, nonostante tutto, ci possano essere delle potenzialità in una iniziativa del genere se è però condotta in maniera più onesta e seria di quelle ho ho citato.

    @ Alberto Rizzi
    Non ho ben capito il senso delle tue risposte. Vuoi forse dire che le cose stanno come stanno, che non possiamo farci niente, e perciò ai posteri l’ardua sentenza…?

    @ Ezio Partesana
    Scusami ma te lo devo dire. La tua scrittura è molto raffinata ma io non riesco a seguire il tuo argomentare. Soprattutto non vedo le conclusioni. Ho letto l’interpretazione che dà Ennio Abate del tuo pensiero e sembra chiaro, ma mi piacerebbe che fosse l’autore stesso a confermarlo.

    @ A Tutti
    Mi riferisco in particolare a Mayoor, Emilia Banfi, Annamaria Locatelli. Ognuna delle vostre osservazioni mi pare contenere qualche verità (non vorrei che questa mia asserzione fosse interpretata come un atto di arroganza: chi sei tu che ti ergi a giudice…). Voglio solo dire che occorrerebbe andare oltre le analisi, proporre qualcosa di costruttivo che ci faccia superare questa impasse nella quale è caduta la poesia. Inventiamoci un Movimento, come mi sembra auspicare Ennio Abate.

    P.S. Accidenti quanto ho scritto!

    1. Beh, Angelo, un po’ sì e un po’ no.

      Potrei risponderti – per tutto quello che ho scritto – che dobbiamo continuare a scrivere (a fare arte) verso tutti; ma – nel contempo – senza farci soverchie illusioni. Il mio punto di vista su quello che si può fare per questa società, l’ho espresso in altre occasioni: cioè in altri post, a cominciare da quello a suo tempo inserito da Ennio con le mie poesie.

      “Ai posteri l’ardua sentenza” può valere sul piano squisitamente tecnico: è inutile smenarsela, ci vuole tempo prima di poter dire che un autore vale (tanto, così-così, poco) o non vale proprio, salvo eccezioni che confermano la regola. Questo almeno per i “molto poeti”; per i “poco”, non occorre aggiungere altro…

      Ma, tornando a quanto ho scritto e a quello che mi hai chiesto, credo che tentare di cambiare (in toto) questa società, abbia lo stesso senso che rianimare un cadavere; e che quindi qualunque progetto che implichi una qualità elevata (e non soltanto in campo culturale, intendo), troverà fra gli italiani un consenso inversamente proporzionale appunto alla sua qualità: questo significa, per forza di cosa, lavorare con minoranze. E non certo quelle che si rifugiano su qualche torre d’avorio.

      Così che – motto per motto – al tuo (“Ai posteri, ecc.”), potrei contrapporre un “Non ti curar di loro; aggrega chi puoi e realizza quello in cui credi con chi puoi. E, per il resto, guarda e passa”.

  17. @ Ricotta

    “P.S. Accidenti quanto ho scritto!”.

    Ecco le (buone) contaminazioni…
    All’antica: chi va con gli zoppi comincia a zoppicare.

    PENSIERO MATTUTINO

    Sui blog di poesia o di poesia e letteratura che più seguo (Le parole e le cose, L’Ombra delle parole, La letteratura e noi, La presenza di Erato, Versante ripido, ecc.) la questione “moltinpoesia” è sorvolata.
    Si continua con la pratica di sempre: dopo aver detto che il mare della produzione di poesia ( o parapoesia) contemporanea è troppo *magnum*, ciascuno dalla sua barchetta, più o meno attrezzata, butta le reti e tira fuori alcuni pesciolini dorati: quasi sempre gli amici poeti frequentati. E li presenta come *i poeti contemporanei*.

  18. Non voglio intervenire in difesa del mio articolo, ma la successione di osservazioni e critiche, non ultima quella che mi rivolge Ennio, che hanno fatto seguito alla sua pubblicazione (e in parte alla recensione del libro di Giorgio Mannacio), mi hanno convinto che alcuni chiarimenti siano utili.

    Innanzi tutto è bene sapere che il testo mi fu esplicitamente chiesto da Ennio come parte di un numero monografico di Poliscritture sui “molti in poesia”. Non volendo rispondere negativamente alla richiesta dell’amico ma pur preso da pressanti lavori, ritenni che nel contesto di altri e numerosi interventi che avrebbero certamente trattato il tema con maggiore serietà e benevolenza, un po’ di ironia avrebbe fatto da sano contrappeso. Per varie vicende il pezzo è stato ora pubblicato da solo, e certo: estratto dal contesto al quale era destinato il tono appare più polemico di quanto fosse nelle mie intenzioni. Che sia proprio Ennio a rimproverarmelo, però, mi lascia perplesso.

    Detto questo, chiedo venia e passo a chiarire la mia posizione.

    Ritengo la poesia (come tutte le altre arti) una forma di conoscenza che si produce nel rapporto (stavo per scrivere “dialettica”, ma apriti cielo!) tra la forma e il contenuto. La forma, per farla semplice, è la parte che seduce, il contenuto quel che viene rivelato; dovrebbe essere chiaro, si spera, che il contenuto può anche essere la sintassi della poesia e la forma quel che viene raccontato.

    La conoscenza che l’arte produce è indispensabile perché gli uomini sono storicamente e socialmente condotti a ignorare alcuni nessi cruciali della loro condizione da una serie di forze che non possono, o solo in rarissimi casi possono, essere affrontate da altre forme di conoscenza.
    La struttura di queste forze è complessa ma sostanzialmente riconducibile ai processi ideologici che sovrastano la produzione sociale dell’individuo e alla propaganda come strumento di dominio e umiliazione. Quel che la poesia (come la altre arti) fa, insomma, è sospendere per un momento il principio di realtà e lasciar vedere le forze che lo reggono.

    Per poter far questo, però, la poesia ha bisogno di tutte le sua arti: l’analogia con un suonatore di violino è, per quanto mi riguarda, perfetta. Dare in mano uno strumento a chi non sa che cosa sia non significa invitarlo a suonare e quel che lo sventurato che ci si provasse produrrà nel suo tentativo non sarà cattiva musica, ma non musica e basta.

    Non si tratta di eleggere una estetica al posto delle altre; i romantici non furono meno colti dei classicisti, così come le avanguardie non erano meno colte di quelli. È questione piuttosto di libertà: chi sa può scegliere la forma di rappresentazione da adoperare, gli altri fanno quello che possono replicando quel che è stato loro dato di apprendere.

    In questo senso gli appelli alla sensibilità, alla vocazione, all’universalità dei sentimenti, al desiderio, alla passione, alla libertà di espressione, sono razionali sino a che invitano a impossessarsi della cultura, reazionari quando fanno intendere che ognuno ha già tutto quel che gli serve per essere se stesso. Ognuno di questi termini dovrebbe essere chiarito il meglio possibile da chi lo impiega, a costo di diventare scortesi nel richiederlo.

    Il capitalismo soddisfa i bisogni degli individui solo quando non ne può fare a meno. Che gli esseri umani si riproducano, apprendano quanto necessario al lavoro e si mantengano in vita, è una cosa alla quale la produzione non può rinunciare. Tutto il resto viene tendenzialmente assimilato al carattere di feticcio della merce: minimo valore d’uso, massimo valore di scambio. Ovvero che ognuno si senta pur libero si poetare o disegnare, purché lo faccia nelle ore che non sono destinate al lavoro o alla riproduzione.

    La confusione tra l’aspirazione all’uguaglianza e la uguaglianza effettiva genera mostri. Non bisognerebbe dire ai bambini che qualunque scarabocchio disegnino è bellissimo, ma mostrar loro che disegnare i propri sogni – o incubi – è difficile e costa molta fatica. E poi incoraggiarli a farlo.

    La tesi che sorregge il discorso di Ennio Abate sulla moltitudine poetante è, come quasi tutte le cose intelligenti, giusta e sbagliata allo stesso tempo. Riconosco assai che il desiderio di dare una forma alla propria esistenza, fosse anche solo in versi, è un principio utopico del quale non possiamo fare a meno, ma ritengo sia un grave errore dedurre da questo che la pratica dello scrivere versi sia già una realizzazione di questa utopia. La poesia, ma l’arte in generale come Ennio sa benissimo, è una forma di conoscenza che può anche facilmente essere messa al servizio del dominio, dell’umiliazione e infine del soddisfacimento sostitutivo. Se si riuscisse a tracciare un confine tra l’illusione e il soddisfacimento allora sì che si potrebbe inneggiare alla comunità degli artisti umani come a un traguardo stupefacente raggiunto; Ennio Abate è convinto che questo possa essere fatto senza rivoluzione sociale: io, no.

    Alla fine non voglio né dire né tacere come alcune delle distanze tra me e Ennio appartengano anche alle nostre storie personali, alla classe di provenienza, alle opportunità garantite o alla fatica. Lo riconosco ma non ritengo debba essere materia di discussione in questo contesto.

    Ezio Partesana

  19. @ Ezio Partesana

    « La tesi che sorregge il discorso di Ennio Abate sulla moltitudine poetante è, come quasi tutte le cose intelligenti, giusta e sbagliata allo stesso tempo. Riconosco assai che il desiderio di dare una forma alla propria esistenza, fosse anche solo in versi, è un principio utopico del quale non possiamo fare a meno, ma ritengo sia un grave errore dedurre da questo che la pratica dello scrivere versi sia già una realizzazione di questa utopia. La poesia, ma l’arte in generale come Ennio sa benissimo, è una forma di conoscenza che può anche facilmente essere messa al servizio del dominio, dell’umiliazione e infine del soddisfacimento sostitutivo. Se si riuscisse a tracciare un confine tra l’illusione e il soddisfacimento allora sì che si potrebbe inneggiare alla comunità degli artisti umani come a un traguardo stupefacente raggiunto; Ennio Abate è convinto che questo possa essere fatto senza rivoluzione sociale: io, no» (Partesana)

    Le polemiche per me sono benvenute e sui tuoi punti generali riguardanti il concetto di poesia non ho dissensi di rilievo. Ma, quando leggo quanto sopra, temo che non mi si legga.
    Ti ricordo che la mia tesi centrale non è quella che mi attribuisci. Vi ho accennato nella stessa intervista che mi facesti e, in questa occasione, sia rispondendo ad Alberto Rizzi (qui: http://www.poliscritture.it/2016/03/27/molti-in-poesia/#comment-26795 ) che indicando vari link di mie passate riflessioni sul tema dei “moltinpoesia”. Ho ripetutamente detto che pongo il problema dei moltinpoesia; e che non li vedo come esempio di utopia o comunità artistica realizzata (chissà come in una società in disfacimento); tantomeno come surrogato di una rivoluzione sociale che però, coi chiari di luna attuali, se non vuole essere parola vuota andrebbe ripensata da zero. E lasciamo da parte il problema di chi possa realizzarla. (Non certo i poeti o soltanto loro).

  20. Io conosco il teatro, di questo mi occupo.
    I molto poeti di Ezio, sono i miei molto attori.
    Ma potrei dire anche molto registi, molto teatranti, ecc.

    Non basta saper leggere e pronunciare le parole scritte su un copione per potersi definire attori (così come non credo basti mettere parole in fila per essere poeti).
    Eppure uomini e donne assolutamente incapaci salgono su un palcoscenico e si dichiarano attori e artisti e si lamentano di essere incompresi.

    Non voglio essere fraintesa, sono contenta se queste persone hanno trovato una passione, grazie alla quale possono trovare ed esprimere se stessi e sentirsi realizzati, ben venga, anzi! Che si emozionino pure nel farlo e i teatri di parrocchia e i loro familiari e amici saranno felici di accoglierli e vederli e forse mi si vedrà anche fra il pubblico.

    Ma spesso e volentieri quelli che recitano anche nei teatri più grandi e noti, non sono affatto bravi attori.
    Non basta il talento, non basta “sentire” molto e con intensità, ci vogliono anni e anni di duro lavoro per diventare un bravo attore e non è un caso che la scuola d’arte drammatica di Mosca duri dieci anni e partorisca mostri sacri del teatro e le accademie italiane durino solo tre anni e per la maggior parte mettano al mondo dei cani.

    Il lavoro dell’attore mi sembra possa essere paragonato in qualche modo a quello della scrittura e in effetti per il teatro si parla di scrittura scenica. Ci sono delle regole, tecniche che ogni attore deve conoscere a menadito per poter recitare: regole di spazio, di rapporto con i compagni di scena, di ascolto, di ritmo, di musicalità, di movimento, di tecniche vocali, di dizione e così via. Non c’è niente di casuale.
    E l’unico scopo di tutta questa tecnica è di riuscire a nasconderla in modo tale da mettere il pubblico nella condizione di crederti e di occuparsi di altro, cioè del contenuto di verità del testo. Non ha alcuna importanza se l’attore si emozioni o meno per raggiungere il suo obbiettivo (quello riguarda lui e lui soltanto): devo potergli credere anche se mentre mi dice che suo fratello è morto è a testa in giù in verticale sulle mani. Che si rifaccia a esperienze realmente vissute, al metodo dell’uno o dell’altro maestro non fa alcuna differenza. Se si tratta di un bravo attore io crederò alla morte di suo fratello e alla verità di ciò che sta dicendo. E questa si chiama tecnica. Il non riuscire a vedere la tecnica in teatro è un pregio, ma non vederla non significa che non ci sia.

    Come il teatro, anche la poesia ha la sua tecnica, le sue regole.
    Le conosco approssimativamente, ma suppongo abbiano uno scopo simile a quelle del teatro.

    E davvero non capisco proprio cosa ci sia di male nella tecnica e nelle regole.
    Come fare delle scelte linguistiche ed espressive se non si conoscono le proprie opzioni? Se non ci sono limiti, in che modo superarli?
    Un conto è il settenario, un altro l’endecasillabo: se non li so usare entrambi, come scelgo, da poeta, l’uno piuttosto che l’altro? Non posso pensare che possa essere una scelta casuale;
    un conto è scrivere una canzone tutta in do maggiore perché non si conoscono altri accordi, un altro è scegliere consapevolmente di scrivere una canzone tutta in do maggiore, perché così si è deciso;
    si può fare musica jazz, perché ci sono stati Bach e Beethoven;
    perché a un certo punto è arrivato qualcuno che ha fatto delle riflessioni sulla musica fissata per iscritto, sulla casualità, sulla necessità o meno della ripetizione nell’esecuzione dal vivo, sul tempo;
    e il jazzista è uno che la musica la conosce, non è che si siede al pianoforte e fa del jazz.
    Picasso può dedicarsi al cubismo perché è perfettamente in grado di eseguire un ritratto e conosce le regole della ritrattistica, potendo dunque sovvertirle.
    Come si può cambiare qualcosa se non si conosce quel che si vuol cambiare?
    Oppure terra terra: come si fa a giocare a calcio se non ci sono le porte e viene eliminata la regola di toccare la palla con i soli piedi? Che senso ha allora il calcio?
    E quindi: se non ci si confronta con la metrica, per esempio, scegliendo consapevolmente di utilizzarla o di superarla, perché fare poesia?

    Quanto ai contenuti – parlo di quelli del testo drammaturgico che meglio conosco – (e non credo sia un caso che Brecht, poeta, fosse anche drammaturgo e scrivesse in versi anche per il teatro), mi sono posta spesso il quesito di quali fossero i testi che mi interessasse leggere e vedere messi in scena e quali mi annoiassero. E non credo che sia un caso nemmeno questo che i testi meno interessanti siano sempre quelli autoreferenziali, che nascono dalle tanto acclamate “emozioni”, testi nei quali il drammaturgo cerca di scandagliare le proprie sofferenze, venire a patti con i propri conflitti interiori e finendo per ammorbare la platea (o almeno me). Quante volte mi è capitato di uscire dalla sala pensando: ma perché al posto di torturarmi per due ore, non hai scritto nel tuo diario? Mi avresti evitato una gran perdita di tempo!
    Perché Sofocle è ancora messo in scena? Perché Shakespeare? Perché Brecht? Perché Bernhard? E perché i drammaturghi contemporanei, tranne rarissime eccezioni, passano completamente inosservati? Non saranno mica tutti deficienti gli addetti ai lavori, no?
    È quando si capovolge un dato di fatto che allora il testo diventa interessante, quando ciò che tutti avevano sempre considerato ovvio e scontato, all’improvviso viene illuminato da una nuova angolazione. E allora Sofocle, Shakespeare, Brecht e Bernhard.

    I classici non sono classici perché qualcuno così li ha definiti, ma perché lo sono diventati. Ci sarà pure una ragione. Sostituirei addirittura la parola classico con “opera per la quale vale assolutamente la pena sacrificare il proprio tempo per poterla leggere/vedere/ascoltare”. Quasi nulla di ciò che viene prodotto ora (parlo sempre di teatro) può essere definito “classico” in questo senso.

    Ma il sovvertimento del punto di vista, così come l’apprendimento della tecnica, sono questioni lunghe e faticose, ci vuole studio, sudore e tempo: e chi ce l’ha ormai il tempo?
    Il fatto però che ce ne sia poco non significa che siamo giustificati a tralasciare studio e sudore.
    Un artista pigro è un cattivo artista (che sia attore, poeta, scrittore, musicista o pittore), ma naturalmente questa è solo la mia opinione.

    In che modo una poesia, così come un testo teatrale, privo di un contenuto di verità che sia valido a un livello che vada oltre il semplice individuo, o privo di una scelta cosciente della forma che sostenga e sia sostenuta da tale verità, può essere utile e diventare quindi un “classico” nel senso che ho dato sopra a questo termine? Perché fare poesia ignorando la poesia stessa?
    Perché le persone non addette ai lavori dovrebbero essere interessate?
    Per quale motivo io, che la poesia contemporanea praticamente non la leggo, dovrei avvicinarmi a una poesia che non mi dice niente che non so già e spesso lo fa pure male?

    Non credo che difendere a ogni costo chi scrive brutte poesie sia un bene per la poesia stessa, come non è un bene difendere a priori il teatro (che invece è il mio campo) anche se di brutto teatro si tratta.

    Una precisazione però, che forse su questa pagina potrebbe dare un po’ fastidio: forse una differenza tra il molto teatrante e il molto poeta esiste.
    Per fare teatro ci vuole fatica, tempo, ci vuole una comunità di intenti con un gruppo di persone, ci vuole impegno serio e, a meno che non si sia ricchi di famiglia, implica un grande sforzo economico. Non esiste teatro senza tutto questo. Il teatro, anche il più dilettantesco e brutto, costringe a dei sacrifici enormi e a scontrarsi con una realtà pratica che del teatro non sa più che farsene, se non nei nostri grandi templi come occasione per sfoggiare la pelliccia. E questo scontro, già di per sé, è una piccola opposizione a quanto ci viene imposto e quindi un bene.
    Non credo invece che il molto poeta (e sottolineo il molto poeta!) per scrivere le sue poesie abbia bisogno di altro se non di un foglio di carta e di una penna né di scontrarsi con qualcosa di diverso che non sia il blocco dello scrittore: perché dannarsi tanto e difendere scrittori che non si dannano a loro volta per far nel miglior modo loro possibile quello che fanno, sia pur in modo dilettantesco?

  21. @ Clelia

    “Come il teatro, anche la poesia ha la sua tecnica, le sue regole.”

    Le regole sono invenzioni umane, sono soggette alle vicissitudini storiche, non sono immutabili.
    Il progresso, in tutti i settori dello scibile, è stato un continuo superare le regole precedenti.

    “Un conto è il settenario, un altro l’endecasillabo: se non li so usare entrambi, come scelgo, da poeta, l’uno piuttosto che l’altro? Non posso pensare che possa essere una scelta casuale;”

    Infatti non è una scelta casuale. I tempi cambiano, le esigenze, i gusti si modificano. Ci sono tante cose che avevano importanza nel passato che ora non serve più padroneggiare. Questo fenomeno si verifica in ogni settore ma nella scienza è di un’evidenza palmare. Ad esempio nei corsi di fisica non s’insegna certo la fisica aristotelica ma al più quella newtoniana e principalmente la relativistica e la quantistica.

    “un conto è scrivere una canzone tutta in do maggiore perché non si conoscono altri accordi, un altro è scegliere consapevolmente di scrivere una canzone tutta in do maggiore, perché così si è deciso;
    si può fare musica jazz, perché ci sono stati Bach e Beethoven;
    perché a un certo punto è arrivato qualcuno che ha fatto delle riflessioni sulla musica fissata per iscritto, sulla casualità, sulla necessità o meno della ripetizione nell’esecuzione dal vivo, sul tempo;
    e il jazzista è uno che la musica la conosce, non è che si siede al pianoforte e fa del jazz.”

    I grandi bluesmen del passato non conoscevano l’armonia classica, niente della musica scritta, ma hanno prodotto brani meravigliosi. Il vero jazzista è proprio uno che si siede al pianoforte e fa del jazz. Solo i mediocri hanno bisogno dello spartito. Per non parlare di tutta la musica pop e rock.

    “Picasso può dedicarsi al cubismo perché è perfettamente in grado di eseguire un ritratto e conosce le regole della ritrattistica, potendo dunque sovvertirle.”

    Questo è tutto da vedere. Per quel che ne so io Picasso disdegnava d’imparare le tecniche tradizionali.

    “Come si può cambiare qualcosa se non si conosce quel che si vuol cambiare?”

    Conoscere non significa perdere tempo ad impararla. Riprendo l’esempio di prima. So che esiste la fisica aristotelica ma non perdo il mio tempo ad impararla. Semplicemente non mi serve. Interessa gli storici non i fisici.

    “Perché Sofocle è ancora messo in scena? Perché Shakespeare? Perché Brecht? Perché Bernhard? ”

    Perché siamo stati condizionati ad accettarli fin dai primi anni di scuola, la grande condizionatrice.
    Non è un caso che anche il teatro sia in crisi mentre il cinema va alla grande. E così dicasi della musica “classica” rispetto al pop e al rock. Ci sarà una ragione anche per questo.

    “perché dannarsi tanto e difendere scrittori che non si dannano a loro volta per far nel miglior modo loro possibile quello che fanno, sia pur in modo dilettantesco?”

    Ma chi l’ha detto che costoro non s’impegnano? Che senso hanno queste affermazioni apodittiche senza verifica?

    1. @ Angelo Ricotta

      “Come il teatro, anche la poesia ha la sua tecnica, le sue regole.”

      “Le regole sono invenzioni umane, sono soggette alle vicissitudini storiche, non sono immutabili.
      Il progresso, in tutti i settori dello scibile, è stato un continuo superare le regole precedenti.”

      Assolutamente d’accordo, niente è immutabile. Ma si modifica solo qualcosa che si conosce. Si decide che quella regola non piace, ci si oppone e si tenta di cambiarla.

      “Un conto è il settenario, un altro l’endecasillabo: se non li so usare entrambi, come scelgo, da poeta, l’uno piuttosto che l’altro? Non posso pensare che possa essere una scelta casuale;”

      “Infatti non è una scelta casuale. I tempi cambiano, le esigenze, i gusti si modificano. Ci sono tante cose che avevano importanza nel passato che ora non serve più padroneggiare. Questo fenomeno si verifica in ogni settore ma nella scienza è di un’evidenza palmare. Ad esempio nei corsi di fisica non s’insegna certo la fisica aristotelica ma al più quella newtoniana e principalmente la relativistica e la quantistica.”

      Certo che i tempi cambiano, ma che c’entra?
      Come faccio a dirmi poeta se non so cosa sia un settenario?
      Come scelgo di non usare l’endecasillabo se non lo conosco?
      Chi lo dice che l’endecasillabo non servirà mai più? Lo sa lei? Perché è passato di moda? E sa la moda cambia?
      Come faccio a fare l’attore senza tenere conto di Stanislavsky, Artaud, Mejerchold e così via: poi posso decidere che non me ne faccio niente e che non mi servono, ma un attore che non conosce i suoi strumenti di attore, in teatro è definito attore inetto.
      Parla della scienza: ogni nuovo passo è basato sul superamento di una certezza precedente, per dimostrarla o per opporvisi. In ogni caso mi sembra che parlare di scienza, mentre si parla di arte sia fuorviante. Come dice lei, l’arte è umana, la scienza no. La scienza d’altra parte è immutabile, sono le nostre scoperte su di essa che mutano.
      Non si insegna la fisica aristotelica perché è sbagliata.
      Pensa che Dante lo sia altrettanto perché è passato di moda, perché è superato, non vale la pena conoscerlo, studiarlo?

      “un conto è scrivere una canzone tutta in do maggiore perché non si conoscono altri accordi, un altro è scegliere consapevolmente di scrivere una canzone tutta in do maggiore, perché così si è deciso;
      si può fare musica jazz, perché ci sono stati Bach e Beethoven;
      perché a un certo punto è arrivato qualcuno che ha fatto delle riflessioni sulla musica fissata per iscritto, sulla casualità, sulla necessità o meno della ripetizione nell’esecuzione dal vivo, sul tempo;
      e il jazzista è uno che la musica la conosce, non è che si siede al pianoforte e fa del jazz.”

      “I grandi bluesmen del passato non conoscevano l’armonia classica, niente della musica scritta, ma hanno prodotto brani meravigliosi. Il vero jazzista è proprio uno che si siede al pianoforte e fa del jazz. Solo i mediocri hanno bisogno dello spartito. Per non parlare di tutta la musica pop e rock.”

      Non intendo che il bluesman debba per forza aver studiato Bach o Beethoven o conoscere l’armonia classica: voglio dire che senza Bach e Beethoven o le avanguardie non ci sarebbe né il jazz né il pop né il rock. Non sono fenomeni tra loro separati, è un processo. E se mi occupo di musica o di arte in generale, credo sia fondamentale conoscere l’ambito di cui mi occupo e il processo che ha portato una forma attuale ad avere la forma che ha.
      In secondo luogo non ho mai detto che chi suona jazz usa lo spartito, semmai ho detto che il jazz nasce da un’esigenza di liberarsi dello sparito e dalle regole.

      “Picasso può dedicarsi al cubismo perché è perfettamente in grado di eseguire un ritratto e conosce le regole della ritrattistica, potendo dunque sovvertirle.”

      “Questo è tutto da vedere. Per quel che ne so io Picasso disdegnava d’imparare le tecniche tradizionali.”

      Non ci vuole molto per verificare che Picasso sapesse utilizzare tecniche tradizionali e fare un ritratto. Google? Picasso ritratti? Non gli interessava, non vuol dire che non sapesse farlo.

      “Come si può cambiare qualcosa se non si conosce quel che si vuol cambiare?”

      “Conoscere non significa perdere tempo ad impararla. Riprendo l’esempio di prima. So che esiste la fisica aristotelica ma non perdo il mio tempo ad impararla. Semplicemente non mi serve. Interessa gli storici non i fisici.”

      E io ripeto, la fisica aristotelica non serve perché sbagliata. E lo è quella relativistica e forse lo sarà quella quantistica. E a un certo punto qualcuno ha scoperto i frattali e che in natura esistevano figure che mai avevamo visto prima e solo i computer ci hanno messi nella condizioni di osservare: vuol dire che il quadrato, il cerchio e il triangolo non ci servono più?

      “Perché Sofocle è ancora messo in scena? Perché Shakespeare? Perché Brecht? Perché Bernhard? ”

      “Perché siamo stati condizionati ad accettarli fin dai primi anni di scuola, la grande condizionatrice.
      Non è un caso che anche il teatro sia in crisi mentre il cinema va alla grande. E così dicasi della musica “classica” rispetto al pop e al rock. Ci sarà una ragione anche per questo.”

      Sì, i soldi, il botteghino, il disco d’oro, il disco di platino, le radio che trasmettono solo la musica con più download, la trama più avvincente, l’attore più affascinante, la pubblicità, record di incassi, tette e culi.
      Si faccia una riflessione per cortesia su quale cinema e quale musica ci vengono propinati. Io ho trent’anni e quei film li ho visti e quella musica sentita e ringrazio ogni giorno il cielo per la fortuna che ho avuto di crescere in una famiglia non coltissima ma quanto meno non lobotomizzata da quei modelli.
      Il fatto che quella musica e quel cinema non siano in crisi dovrebbe far sorgere qualche interrogativo sul tipo di cultura, volevo dire tortura, cui ci sottopongono convincendoci perfino a pagarli.
      Il teatro, la musica, la poesia, la letteratura sono tutte in crisi e allora che facciamo? Ci adeguiamo e andiamo tutti a vedere Natale su Marte accompagnati dalla splendida Rihanna che canta Umbrella? Ultimamente vado a teatro e vedo una schifezza dietro l’altra? Che faccio? Smetto di andare a teatro?

      Non so come risponderle al suo commento rispetto a Sofocle, Shakespeare, Brecht e Bernhard. Sono basita, ma va bene, facciamo finta che sia una questione di gusti.

      “perché dannarsi tanto e difendere scrittori che non si dannano a loro volta per far nel miglior modo loro possibile quello che fanno, sia pur in modo dilettantesco?”

      Ma chi l’ha detto che costoro non s’impegnano? Che senso hanno queste affermazioni apodittiche senza verifica?

      Come detto, se parto dal presupposto che un attore che non conosce i suoi strumenti è un attore inetto, nella mia ottica un poeta che non conosce i suoi lo è altrettanto. Se preferisce incompetente, senza competenze.
      Andrebbe mai da un medico che non ha studiato? Perché dovrei leggere una poesia di qualcuno che di poesia non sa nulla? O andare ad ascoltare il concerto di qualcuno che non sa suonare? Non è stando sul palco che un uomo diventa attore. Non è che perché tutti san parlare e scrivere, allora son tutti poeti. E poi chi e cosa devo andare a verificare? Costoro chi? I molto poeti?

      1. @ Clelia
        “Non si insegna la fisica aristotelica perché è sbagliata.
        Pensa che Dante lo sia altrettanto perché è passato di moda, perché è superato, non vale la pena conoscerlo, studiarlo?”

        Commento solo questa frase in quanto penso sia sufficiente a chiarire il mio pensiero su tutto il discorso.
        Non tutto della fisica aristotelica era sbagliato. Lì ci sono le nostre origini scientifiche e, in effetti, può essere interessante studiarlo per meglio capire come si è evoluta la dottrina. Ma non è necessario per praticare scienza oggi. E’ toccato ai nostri predecessori fare quel lavoro. A Galileo, ad esempio. Adesso abbiamo altre sfide.
        Così credo anche di Dante. A che serve passare anni ad analizzarne ogni singolo verso, a lucubrare sui perchè e i per come della sua Commedia o altre opere. I nostri predecessori hanno fatto questo. Prendiamo ciò che ci serve ora. A noi basta una conoscenza molto più sintetica perché i problemi attuali sono diversi e su questi noi dobbiamo lavorare. Poi ognuno è libero di fare ciò che vuole, ciò che pensa gli possa essere utile per la sua attività.

  22. …penso che non esista l’arte sganciata dal proprio tempo, può diventare classica, sfidare i secoli, ma ha fatto i conti con il proprio tempo, perciò mi spiace, Clelia, non condivido il suo purismo e ritengo necessario, con tutta la propria cultura, calarsi nella contemporaneità… Sono anch’io del parere di Angelo Ricotta che “le regole” dell’espressione artistica sono sempre transitorie…Sono, invece, d’accordo con lei che l’arte teatrale, comportando un lavoro di gruppo, necessariamente sottintenda un impegno personale e reciproco superiore…forse la poesia potrebbe, in questo caso, ispirarsi al teatro nel metodo, o almeno qualche volta…Aggiungo solo che, secondo me, i moltinpoesia sono sia un fenomeno artistico che sociale e merita di essere considerato

    1. Davvero, non ho mai detto che debba essere sganciata dal proprio tempo. Se fossi un poeta però vorrei poter scegliere se usare un metro piuttosto che un altro, tutto qui. Perché non approfittare di tutto ciò che la lingua e la tradizione hanno messo a mia disposizione? Mi pare limitativo per le possibilità del poeta.

  23. All’inizio degli anni 60 la giuria del festival di San Remo bocciò i 24 mila baci di Celentano, e in anni più recenti La vita spericolata di Vasco Rossi. Se le novità arrivassero dai canoni della musica romantica nostrana, saremmo ancora a Nilla Pizzi. Ancora pochi sanno che Vasco rivoluzionò il linguaggio delle musica leggera italiana, esattamente e fatte le dovute proporzioni, come Vinicius De Moraes per le canzoni in America latina. Qualcuno potrebbe pensare che sto abbassando il livello della discussione, ma io mi sto solo adeguando alle cose scontate che qui vengono dette. Nessun poeta può sostenersi da solo, senza aver letto mai nulla di poesia. Ma perché perdere tempo a fornire prove di accademismo? Impreparate sono le persone che non sanno accogliere le novità. Grazie a questa mentalità, il numero dei poeti che ci hanno rimesso la salute non si può quasi contare.

  24. Cara Clelia (posso aprire questo mio commento così?), i tempi cambiano, ma i classici no: sono “classici”, proprio perché gli umani cambiano la facciata, ma non il modo di ragionare (strettamente binario, “buono – cattivo”, senza nulla in mezzo: peggio dell’1 – 0 del computer…). Così il testo più attuale rimane, a quasi tremila anni di distanza dalla sua scrittura “Le Troiane”, chissà mai perché…

    Ma appunto, i tempi cambiano e ora siamo in un tempo nel quale la destrutturazione della società e – soprattutto – il concetto di democrazia applicato a vanvera, hanno fatto sì che la maggioranza creda di esser artista, senza conoscere un’acca di regole, storia di quell’arte, autori, ecc. ecc.. Con buona pace di costoro, i Picasso e gli altri avanguardisti (da Monet in avanti, per capirci), conoscevano molto bene le tecniche accademiche: ma avevano imparato a farne a meno, perché per veicolare il loro messaggio, non erano indispensabili. Punto. E quanto ai musicisti, chi non è passato attraverso la cultura accademica, è perché – attraverso una faticosissima pratica e l’affinamento della propria sensibilità – l’hanno bypassata. Ma non certo perché un giorno hanno preso in mano uno strumento e si sono accorti che emetteva suoni.

    Poi c’è chi scopre di avere “il dono” (almeno uno ce l’abbiamo tutti, ma quanto a scoprirlo…) e si rende conto che può condividerlo: penso a Mozart, per fare un nome noto a tutti; ma qui chiudo su questo aspetto, per evitare che qualcuno s’incazzi.

    Il vero problema, se vogliamo, sta a monte del fare arte stesso. Basterebbe che qualcuno si chiedesse come mai, pur avendo tutti due gambe e sapendo correre, solo il dieci per cento riesce a fare corsa a un qualche livello agonistico, e solo due o tre per Nazione arrivano alle Olimpiadi o ai Mondiali. Ma lei pensi a quanto si coprirebbe di ridicolo, un tizio che – portiere nelle squadre rionali di scapoli e ammogliati – apostrofasse Zoff dicendogli “Per carità io mica voglio giocare a calcio: ma io sono un portiere, lei no: perché mica capisco come fa a far quelle parate”.

    Ma nello sport ci sono riferimenti oggettivi: cronometri, misure precise, linee di porta. L’arte vive molto di giudizi nei quali c’entra tanto la soggettività. E questi gusti – personali e non – cambiano appunto col cambiare dei tempi. In questo momento, questo è il trend; e speriamo che, come questa società sta terminando il suo inevitabile processo di de-evoluzione, anch’esso venga a termine. Nel frattempo si (stra)parla e si (stra)scrive. Ma – come ho scritto in risposta ad Angelo Ricotta un po’ più su – “Ai posteri l’ardua sentenza”. Speriamo.

  25. Come ha ben detto Mayoor “Ma perché perdere tempo a fornire prove di accademismo?”. Un vero artista non può dissipare anni preziosi della propria vita nel ripetere i moduli del passato per far vedere che non è un ignorante. Altrimenti sarebbe un manierista, un epigono. In musica, ad esempio, se vuoi diventare un interprete dei classici devi imparare quelle tecniche, ma se la tua musica è il blues, il jazz, il rock, il pop, ti servono altre tecniche e anche differenti approcci mentali. Insomma prima vengono le esigenze espressive e poi si sceglie la tecnica adatta. Non ha senso sprecare anni per imparare tecniche che non sono funzionali alle proprie esigenze espressive.

    1. Beh, quello che hai appena scritto, credo sia logico e che nessuno possa metterlo in dubbio.

      Quella che (forse) rischia di passare troppo spesso, è l’idea che la creatività (che tutti abbiamo) se ne venga fuori così, come un fungo dopo una notte di pioggia e perfettamente gestibile da chiunque.

      In realtà, in qualunque ambito ci si applichi, ci vogliono anni di duro apprendistato; con differenti “tecniche e approcci mentali”, certo: ma bisogna farsi un culo così. Il diventare un epigono, un manierista (ma diciamolo pure chiaro e tondo: un clone), è secondo me più un problema di personalità e di maturità del singolo, che della strada che ha scelto di seguire per apprendere. Per esperienza ritengo che seguendo una “scuola”, questo rischio sia maggiore, che da autodidatti. Ma anche l’autodidattica – pur se fatta seriamente – ha i suoi rischi.

      Venendo a un’osservazione di Ennio, non trovo per niente ingenua l’importanza dell’esperienza personale, nell’arte tutta. Riguardo alla quale, il concetto a cui si rifà (quello degli Anni ’70) è solo uno dei tanti modi di declinare il problema. Ma – uno per tutti – anche se Dante non andò nell’oltretomba, non avrebbe potuto scrivere delle cose del suo tempo, se non le avesse vissute in prima persona. E questo vale da sempre, in ogni campo.

      In caso contrario, si può ancora fare arte, sì, specie se in possesso di una tecnica adeguata; ma operando a vanvera: quindi con ben poca utilità per i fruitori.

  26. RIFLESSIONI

    In questa discussione sui *moltinpoesia* non credo di difendere la “dittatura dell’ignoranza”, lo snobismo all’inverso del “fai da te”, l’esaltazione del barbaro, il surrealismo di massa deprecato dal mio “maestro a distanza” Fortini.
    No, semplicemente vorrei che quanti hanno insistito (troppo) sulla *competenza* (Partesana, Clelia) o sull’”io”e le “minoranze” simili all’io (Rizzi) – sprezzando, ironizzando o enfatizzando i difetti (indiscutibili) dei «molto poeti» – non si arroccassero nell’autoglorificazione della Tradizione e dello Studio; e si spingessero invece verso «i confini della poesia»(Fortini).

    Ho sempre stimato in Fortini la sua capacità di misurarsi con la dimensione non-letteraria e non-poetica. Potrei – forzando – aggiungere: con il problema che pone la presenza dei *moltinpoesia* o diciamo pure dei “molto poeti” o persino dei “cretini” (scrisse uno spiazzante “Elogio del cretino” una volta…), insomma con la pressione”barbarica” che mette in discussione i propri otia ( o per noi le faticate ore di studio strappate agli impegni di lavoro o alle incombenze della vita quotidiana). E scrisse:

    «Chi ha valutato positivamente quella pressione “barbarica” (Goethe, tutti i classicismi) ne ha tratto la conseguenza che esistono “soggetti” buoni o cattivi, temi e forme di “destra” o di “sinistra” e che l’esito formale, l’intima coerenza eccetera non sono il criterio dell’eccellenza ma solo una sua frazione»

    (Poesia e antagonismo, in Non solo oggi, p. 204)

    La tendenza a chiudervi di fronte a questa pressione “barbarica”, a ridimensionarla se non a demonizzarla è una cosa che temo.
    Fortini, invece, richiamandosi ad Hegel e ricordando che per il filosofo tedesco «la vita può mantenersi solo in prossimità della morte», sosteneva non una semplicistica separazione tra arte e vita, ma una tensione continua tra poetico ed extrapoetico ( tra arte e vita, tra arte e politica, tra poesia e moltinpoesia, aggiungo interessatamente e sempre forzando io):

    «Il discorso poetico può mantenersi solo se accetta la propria continua contestazione compiuta dal discorso extrapoetico ossia da una lettura comunicativa-pratica»

    (Poesia e antagonismo, in Non solo oggi, p. 205).

    Quindi, fossero pure i moltinpoesia tutti barbari, la loro pressione deve farci pensare, non va rimossa. Bisogna farsi carico di un *problema* per me centrale e ineludibile: quello della costruzione di un rapporto fluido, dinamico non unilateralmente pedagogico e soprattutto non snobistico e respingente con i quasi sempre ignoti e indefiniti *moltinpoesia*.

    Che cosa potrà venire da un atteggiamento di apertura dei “competenti” verso i “non competenti” ( o “non abbastanza competenti”) invece che di chiusura non so dirlo.
    So però che questa dialettica tra chiusura e apertura, esclusione e inclusione si ripropone di continuo nella storia. E non solo nella dimensione delimitata di cui qui stiamo parlando del far poesia, ma in quella generale della storia sociale, di sicuro più drammatica o tragica. (E, solo per fare qualche esempio, penso alle dinamiche dell’antica società romana, della Riforma protestante, della formazione del movimento operaio ma anche dei movimenti studenteschi del ‘68 segnati dallo scontro tra spontaneismo e organizzazione).

    Non sembri neppure fuori luogo un’analogia con la questione posta oggi dall’arrivo dei “nuovi migranti”, che chiedono di entrare, di essere ospitati, di mettere in discussione ( perché no?) la nostra o le nostre Tradizioni riaprendo questioni che in apparenza sembrano assodate o risolte: che tipo di civiltà o di democrazia o di società è la nostra per loro? Che risposta dare alla loro domanda o “pressione barbarica”?
    Non voglio esagerare. Non mi sento di dire che i migranti che arrivano sui barconi sono come i *moltinpoesia* che sono arrivati sui barconi della scuola di massa al pomerio dei “competenti” in poesia.
    Ma qualche analogia tra queste figure è da tempo che mi passa per la testa. Per la precisione dal 2000 e ne scrissi in una lettera a Romano Luperini di cui pubblico uesto breve stralcio:

    «Vedo la povertà reale e materiale dei profughi e degli immigrati clandestini. Non la confondo affatto con la povertà “immateriale” dell’intellettualità di massa. Ma cogliere l’analogia (fosse pur minima) fra miseria materiale e miseria “immateriale”, tra esodi reali dei migranti e esodi (anch’essi in modi molto più circoscritti e secondari se si vuole, ma altrettanto reali) dalle istituzioni letterarie e politiche; e immaginare possibili confluenze – non ideali, non metaforiche, ma di lotta – non mi pare un’operazione indecente.
    Il mio intento politico è di propormi e indurre anche altri a proporsi “una scrittura povera anche nelle sue forme”. Non perché idealmente alternativa a quelle ricche e tecnologizzate, ma come una delle tante vie per “accostarsi alla condizione di povertà della maggior parte dell’umanità”».

    So che non è facile, so che tra i *moltinpoesia* (come tra i migranti) ci sono anche gli arroganti, i presuntuosi, i veramente ignoranti. Ma dire che tutti sono così è sbagliato. E poi arroganza, presunzione, ignoranza fanno parte della condizione umana, *fanno problema* e la politica del respingimento (sia nel campo poetico che nel campo sociale) può anche funzionare, ma comporterà ulteriore degrado anche ai “possidenti” e ai “competenti”.
    Respingo in entrambi i campi sia le fantasticherie di sottomissione alla Houellembecq sia il timore di porsi il problema perché comporterebbe un “abbassamento di livello”.
    Mi sento di condividere l’atteggiamento che Fortini mise in poesia così:

    Gli ospiti

    I presupposti da cui moviamo non sono arbitrari.
    La sola cosa che importa è
    il movimento reale che abolisce
    lo stato di cose presente.
    Tutto è divenuto gravemente oscuro.
    Nulla che prima non sia perduto ci serve.
    La verità cade fuori della coscienza.
    Non sapremo se avremo avuto ragione.
    Ma guarda come già stendono le loro stuoie
    attraverso la tua stanza.
    Come distribuiscono le loro masserizie,
    come spartiscono il loro bene, come
    fra poco mangeranno la nostra verità!
    Di noi spiriti curiosi in ascolto
    prima del sonno parleranno.

    P.s.
    Appena potrò, replicherò agli interventi di Clelia

  27. Quando Ennio Abate scrive: “Non mi sento di dire che i migranti che arrivano sui barconi sono come i *moltinpoesia* che sono arrivati sui barconi della scuola di massa …”
    Intanto lo ha detto!
    E la trovo un’affermazione suggestiva stimolante quasi angelica!
    Il discorso di Ezio Partesana sui poeti “di massa” si può estendere a qualsiasi altra categoria, non solo artistica, vale per chiunque ad esempio sia uscito/esce dalla scuola di massa.
    Quando un qualsiasi laureato in Economia viene definito: “Economista” e se in Chimica o in Fisica viene chiamato: “Scienziato”, e allo stesso modo costoro si presentano in pubblico, mi viene da ridere.
    Ha il facitore di poesie le caratteristiche del poeta? E se si, quali?
    Ha il laureato in qualsiasi disciplina le caratteristiche del ruolo se avrà la fortuna di essere chiamato a svolgerlo?
    O diventeranno, al pari dei poeti (pseudo), tutti profughi, tutti migranti…

    Qui non c’è soltanto la povertà dei Poeti…

    Ubaldo de Robertis

    1. “Ha il facitore di poesie le caratteristiche del poeta? E se si, quali?” Che bella domanda, quasi angelica!
      Gli angeli (o le Angelesse per collegarsi a Nova) hanno vestine leggere, sesso indefinito ma sono biondi di sicuro, annunciano e messaggiano, dipende da chi li vede e li ascolta. Ecco, gli angeli sono ascoltati, accolti. Subito o con lotte, accettati – e allora si vedono – o respinti, e allora sono combattimenti!
      Facciamo così, riportiamo l’angelico messaggio ai meno angelici in attesa, o distratti, o renitenti. Chi ha sentito l’angelo ne parli, chi ha subito la sconfitta dell’angelo la riconosca. Siamo noi i destinatari dell’angelico messaggio, un po’ intronati magari, con tutto il rumore che c’è in giro, e i fuochi d’artificio, e le intimidazioni conseguenti…
      Quando leggo però, io non mi perdo, se si guarda bene il bagliore traspare.
      (Ah, che ottimista!)

  28. Caro Ennio, non mi pare di “…arroccarmi nell’autoglorificazione della Tradizione e dello Studio; anziché spingermi invece verso «i confini della poesia»”. Certo posso sbagliarmi, non si finisce mai di conoscersi… E non è detto che, nella mia ricerca poetica, alla quale poco tempo fa hai dato spazio (grazie), riesca a arrivare a detti confini, pur provandoci seriamente da venticinque anni.

    Rispetto la Tradizione (proprio soprattutto quella con la T maiuscola…) e ancor più lo Studio. Ma non li ho mai (auto)glorificati: se no, sarei un clone di qualche autore da chissà quale glorioso passato; e nemmeno uno dei cloni migliori, oltretutto.

    Ma senza lo studio (anche quello con la minuscola) nell’Arte non si va molto lontano. Ecco, vorrei chiarire anche questo: per me i “barbari” non sono certo i migranti, o qualsiasi altra persona che porti, col suo arrivo, comunque nuova linfa culturale. Tempo fa speravo anzi che questo “sangue nuovo”, potesse cambiare in positivo e prima di tutto dal punto di vista culturale questa nostra società in decomposizione.

    Purtroppo (e a parte il fatto che la maggior parte dei migranti sono qui di passaggio, con la testa rivolta ad altri lidi) non avevo considerato che i simili si attraggono: così qui è più facile che resti chi sia adatta a vivere d’espedienti – vista l’italica propensione ad “arrangiarsi”, cioè a fregare il prossimo – piuttosto che altri.

    Quindi, dal mio punto di vista, i “barbari” non sono certo loro: sono quanti hanno fatto dell’ignoranza un vanto e della cultura e della sensibilità un optional fastidioso ed evitabile; e magari “io per carità non voglio essere un artista”, ma intanto ci propinano cose che dovrebbero essere arte.

  29. Questo è il mio ultimo post su questo sito. Il paragone dei migranti con i cosiddetti moltipoeti è del tutto fuori luogo. I migranti sono degli invasori, per lo più barbarici, che finiranno per sopraffarci a causa proprio degli atteggiamenti masochistici qui ben rappresentati e di un’imbelle classe dirigente che sta lì senza merito, corrotta e depravata.
    Inoltre ne ho abbastanza della spocchia di molti qui che credono di essere delle persone colte, raffinate, al contrario dei cosiddetti moltipoeti che sarebbero per lo più degli incompetenti. Ma perché di sentenziare a vanvera non andate a studiarvele le opere dei moltipoeti? Che ne sapete voi davvero dei moltipoeti? Adesso mi è venuto in uggia pure il termine perché è evidente che, al di là di ipocrite dichiarazioni, è inteso in realtà in modo spregiativo.
    Caro signore che hai scritto “Quando un qualsiasi laureato in Economia viene definito: “Economista” e se in Chimica o in Fisica viene chiamato: “Scienziato””. Ebbene io sono un laureato in Fisica e sono uno Scienziato perché ho svolto tutta la mia carriera nella Ricerca. Si informi. Lei può vantare altrettanto?

    1. Gentile Angelo Ricotta,
      io parlavo in generale. Per nostra sfortuna in Italia non c’è solo lei che ha tutti i requisiti per definirsi scienziato; lo attestano i suoi trascorsi lavorativi. C’è anche una gran quantità di supponenti, di inadeguati. Le assicuro che non pensavo assolutamente a Angelo Ricotta! Per farlo avrei dovuto conoscerla, sapere della sua professione, ma non è così. Nominare il Fisico è stato un caso, forse trainato/associato alla parola Chimico, potevo dire di uno che si è laureato in Filosofia e viene chiamato Filosofo o si definisce come tale a prescindere delle sue capacità di pensiero. Tutto qui. Mi creda.

      Ubaldo de Robertis

      1. Non pensavo che ce l’avesse con me personalmente. Mi sono risentito perché io e altri miei colleghi abbiamo sacrificato la nostra vita lavorando duramente, e per alcuni con pesanti ripercussioni familiari, per inseguire una conoscenza senza ottenerne nessun vantaggio materiale o adeguati riconoscimenti.
        Noi abbiamo creduto (il mio era un sogno da bambino) ad una scienza pura non toccata da interessi più volgari. Purtroppo in cattedra sono saliti i più mediocri che stanno producendo danni incalcolabili alla scienza qui da noi. Bisogna riconoscere che abbiamo fallito. Perciò chi più di me può condividere il fatto che ci sono persone che si pavoneggiano per una semplice laurea e magari rivestono cariche prestigiose senza merito?
        Sul sillogismo scherzavo (in parte) e ho apprezzato la frecciatina di Gide.
        Lei ha tutta la mia stima.

        1. @ Angelo Ricotta.
          Condivido queste sue riflessioni. Grazie e buon fine settimana. Ubaldo de Robertis

    2. @ Ricotta

      Ritirarsi dalla discussione per il mio paragone tra migranti e moltinpoesia? Questa è cosa amaramente sorprendente…
      Posso solo invitare a una lettura della nota poesia di Kostantinos Kavafis che di barbari e di civiltà se ne intendeva:

      Aspettando i barbari (Le invasioni barbariche)

      Che cosa aspettiamo così riuniti sulla piazza?
      Stanno per arrivare i Barbari oggi.
      Perché un tale marasma al Senato?
      Perché i Senatori restano senza legiferare?
      È che i barbari arrivano oggi.
      Che leggi voterebbero i Senatori?
      Quando verranno, i Barbari faranno la legge.
      Perché il nostro Imperatore, levatosi sin dall’aurora,
      siede su un baldacchino alle porte della città,
      solenne e con la corona in testa?
      È che i Barbari arrivano oggi.
      L’Imperatore si appresta a ricevere il loro capo.
      Egli ha perfino fatto preparare una pergamena
      che gli concede appellazioni onorifiche e titoli.
      Perché i nostri due consoli e i nostri pretori sfoggiano la loro rossa toga ricamata?
      Perché si adornano di braccialetti d’ametista e di anelli scintillanti di brillanti?
      Perché portano i loro bastoni preziosi e finemente cesellati?
      È che i Barbari arrivano oggi e questi oggetti costosi abbagliano i Barbari.
      Perché i nostri abili retori non perorano con la loro consueta eloquenza?
      È che i Barbari arrivano oggi. Loro non apprezzano le belle frasi né i lunghi discorsi.
      E perché, all’improvviso, questa inquietudine e questo sconvolgimento?
      Come sono divenuti gravi i volti!
      Perché le strade e le piazze si svuotano così in fretta
      e perché rientrano tutti a casa con un’aria così triste?
      È che è scesa la notte e i Barbari non arrivano.
      E della gente è venuta dalle frontiere dicendo che non ci sono affatto Barbari…
      E ora, che sarà di noi senza Barbari?
      Loro erano una soluzione.

      trad. Filippo Maria Pontani

      (da https://it.wikipedia.org/wiki/Konstantinos_Kavafis)

      1. Caro Ennio, se c’è qualcuno che sommamente apprezzo qui sei proprio tu. Mi permetto di darti del tu per semplicità di scrittura. Ho il massimo rispetto per te e anzi condivido tante tue idee e impostazioni ma non le tue tesi sui migranti (in qualcosa bisogna pur distinguersi!). Grande poeta Kavafis ma non condivido il suo giudizio sui “barbari” (se ho capito bene la poesia). Piuttosto io sono del parere di Emil Cioran “Il civilizzato è un uomo finito quando si lascia affascinare dal barbaro. E’ il momento in cui comincia a sperare in ciò che lo nega, definitivamente sedotto dal futuro di un altro. Da i Quaderni-1957-1972 Ed. Adelphi” perché io credo che i barbari esistono eccome e non sono la nostra speranza.
        Perciò si sappia che io non ce l’ho con nessuno, solo che mi occorre una pausa di riflessione. Sono tempi difficili e ho degli oscuri presentimenti.

        1. @ Ricotta

          Caro Angelo, la stima è reciproca, anche se il dissenso è reale. E per di più rinforzato da riferimenti culturali sicuramente contrapposti. (La frase di Cioran e la poesia di Fortini fanno a pugni…). Ma perché mai il contrasto tra noi dovrebbe indurti a non continuare il confronto, magari dopo la pausa di riflessione?
          Vedi che i tuoi presentimenti o le tue maturate convinzioni sono presenti anche fra quanti seguono Poliscritture; e anzi sono già diffuse e rappresentate politicamente.
          Per fortuna – mi permetto di dire io – ci sono anche altri presentimenti e altre convinzioni. E poi, visto che qui non dobbiamo prendere alcuna decisione politica sull’accoglienza o sul respingimento dei migranti, è bene approfittare della possibilità di ragionare ancora sui nostri contrastanti modi di sentire e volere.

        2. cristiana fischer 2 aprile 2016 alle 9:30

          … “solo che mi occorre una pausa di riflessione. Sono tempi difficili e ho degli oscuri presentimenti”, come non entrare in risonanza con queste parole?
          Ma non vedo altra strada che nel ragionare e nei confronti.

  30. Spiace per la decisione di Angelo Ricotta: io stesso – che sono piuttosto lontano dal punto di vista che va per la maggiore qui – trovo che ci sia molto da imparare; e se riuscisse a superare certe fragilità del suo ego ne avrebbe anche lui.

    Senza dire di quali contributi sarebbe capace di dare, una volta appunto superati. Mi auguro che ci ripensi.

    1. Grazie Alberto. Cercherò di tornare ma adesso sono un po’ sopraffatto da problemi personali. Volevo dirti che ho letto le tue poesie e le trovo molto interessanti sia per la forma che per il contenuto, come tutto ciò che scrivi.

  31. “Sono tempi difficili e ho degli oscuri presentimenti” (Angelo Ricotta), che un po’ tutti condividiamo, credo…Spero che A. R. resti a dialogare

    Quale roccaforte dobbiamo difendere?
    I barbari, quelli veri, sono già entrati
    arroccati sulle cattedre, ai posti di potere,
    l’abito traslucido color del fango.
    Gli straccioni, scuri e miseri
    sono davvero loro i barbari invasori?
    Mentre i signori doppiopetto li manovrano
    nell’ombra, quale coltello degli altri,
    potendo in tal modo continuare a pontificare?
    Noi sospesi, in attesa, su una polveriera!
    Quale mano nascosta scatenerà l’incendio?

  32. Da Pasquale Balestriere:

    “Però la poesia non è elitaria, almeno non in senso classista, perché oggi chi vuole può procurarsi tutti gli strumenti del poeta. Basta la volontà. Semmai la poesia è elitaria per un altro motivo: perché essa si realizza (o s’incarna), con maggiore o minore evidenza, solo in determinate persone che, per sensibilità, esperienze umane, sociali, politiche, culturali, letterarie e artistiche, le offrono ospitalità e terreno fertile per attecchire.”

    Ecco fatto, Ennio.

    E, per quel che mi riguarda, era ora che qualcuno scrivesse in maniera chiara e semplice (più chiara e più semplice – temo – di come possa farlo io) queste frasi.

    Poi ci possono essere molti inciampi, a crearsi o procurarsi i “ferri del mestiere”: ma è prima di tutto questione di volontà; potrei anche aggiungere di personalità (e quindi di autostima), di sensibilità di base. Ma per la mia esperienza – anche di insegnante – sono profondamente convinto che le cose stiano nel modo che le presenta Pasquale Balestrieri.

    E del resto tutte le Avanguardie del secolo scorso (a cominciare dall’Astrattismo) facevano conto proprio su questo: la cultura stava diventando di massa (che è una contraddizione in termini: ma rende bene l’idea, che tutti potessero avere la possibilità di farsela, la cultura); e questo metteva finalmente in primo piano la responsabilità del singolo, per comprendere e fare arte: cioè la sua volontà.

    Secondo me bisognerebbe partire da questo punto fermo (anche se può essere duro accettarlo), per qualsiasi discussione e progetto sul come, a quanti e a chi arrivare, con le opere che facciamo.

  33. Se il barbaro è colui che vuole stravolgere il sistema e mi interrogo su quale siano le modalità grazie alle quali intende farlo, allora la prima cosa che faccio è riflettere sul sistema stesso, sul tiranno da detronizzare.

    I migranti non attraversano il Mediterraneo per rovesciarsi in massa sul tiranno che li ha resi schiavi nel proprio paese, vengono per prostrarsi ai piedi di quello stesso tiranno e avere un pezzettino del benessere del quale il tiranno dispone, proprio grazie al fatto che li ha trasformati schiavi lì da dove vengono. E come dare loro torto?
    E noi compatiamo, giustamente, le vittime del sacrificio, e il sacrificio è sì compiuto a nostro beneficio, ma soprattutto a beneficio del tiranno.
    I vantaggi che noi traiamo dal sacrificio dei miseri del mondo sono un contentino, affinché non si indaghi e non ci si soffermi a pensar troppo che noi stessi siamo schiavi di quello stesso tiranno.

    Così, mi chiedo: dov’è la lotta? dov’è il tiranno? quale forma ha assunto oggi la tirannia perché nessuno vi si opponga?

    Il tiranno non è preoccupato che qualcuno possa capovolgere il suo dominio, è ben nascosto nelle stanze del suo palazzo e ha preso tutte le misure necessarie affinché la colpa venga data a qualcun altro. Il tiranno esiste, ma allo stesso tempo non esiste più. La gente ha smesso di credere che esiste e tanto basta.

    Il tiranno è politicamente corretto.
    Il tiranno è democratico.
    Il tiranno accetta qualunque critica, purché non sia seria al punto da trasformarsi in un guerra contro di lui. In ogni caso ha fatto in modo che qualunque vera lotta venisse screditata.
    Il tiranno a volte fa un passo falso e svela la sua vera natura: qui e lì, durante le rivolte del suo popolo non del tutto satollo di benessere, ci scappa il morto.
    Ma come sempre il tiranno se la cava incolpando qualche suo scagnozzo.

    Il tiranno odia gli intellettuali e la ragione perché sa bene che potrebbero smascherarlo.
    Così taccia gli intellettuali di intellettualismo e mette in atto tutte le strategie possibili per mantenere il suo popolo nell’ignoranza.
    E alla fine convince il popolo che gli intellettuali non son altro che poveri visionari, gente che vuol ostentare la propria conoscenza, gente che non vuol farsi capire.
    D’altra parte il popolo ha alcuna voglia né la capacità di comprendere l’intellettuale: come potrebbe? Gli sono stati tolti tutti gli strumenti per poterlo fare.
    Il tiranno odia gli intellettuali e gli intellettuali son scomparsi.

    Il tiranno convince il suo popolo che l’importante è l’ego di ogni singolo componente del suo popolo. “Voi siete il centro di tutto” dice, e il popolo gli crede mentre allo stesso tempo gli viene sottratto qualunque potere decisionale.
    E così lascia che il suo popolo si commuova e si indigni per le ingiustizie che gli propina: se è impegnato a fare questo, il popolo non si impegnerà a usare la ragione e a smascherare il tiranno stesso.
    Nessuno infatti si indigna per le azioni del tiranno, ma tutti lo fanno per le azioni del vicino.

    Il popolo è libero.
    Il popolo è libero di vendere la propria forza lavoro per una paga misera, bisogna essere grati al tiranno.
    Il popolo è libero di non studiare, la conoscenza non dà certo da mangiare né dà piacere immediato.
    Il popolo è libero di acquistare ciò che vuole.
    Il popolo è libero di desiderare ciò che il tiranno impone di desiderare.
    E il popolo, in totale libertà, obbedisce.

    La natura della barbarie dipende dalla natura della tirannia.

    Io, personalmente, nell’epoca in cui mi trovo a vivere, sono popolo barbaro.
    Se il tiranno ordina di essere ignorante, io studio.
    Se il tiranno richiede di perder la memoria, io ricordo.
    Se il tiranno nega la verità, io la perseguo.
    Se il tiranno impone di comprare, io faccio rinunce.
    Se il tiranno pretende di essere alla moda, io ne faccio un vanto di essere all’antica.
    Se il tiranno dà un prezzo a tutto, io regalo il mio tempo a chi ai miei occhi lo merita.
    Se il tiranno mente, io mi sforzo di essere onesta.
    Se il tiranno è senza regole, io vivo moralmente.
    Se il tiranno vuole emozioni, io gli restituisco la ragione.

    1. Davvero ottimo. Solo una precisazione, riguardo a quando Clelia scrive “D’altra parte il popolo ha alcuna voglia né la capacità di comprendere l’intellettuale: come potrebbe? Gli sono stati tolti tutti gli strumenti per poterlo fare.”:

      In realtà gli strumenti ci sono ancora tutti: come per l’informazione – mai così a portata di mano di chiunque la voglia, in questo periodo – mi limiterei alla mancanza di volontà; che a sua volta genera incapacità.

      1. Grazie Alberto della tua risposta.
        Quello che intendevo non è solo arrivare all’informazione e volerlo fare, è anche sentire la necessità di farlo, avere dei luoghi dove discutere e confrontarsi, avere dei referenti. Non ci sono né tempo né luoghi e nessuno ha interesse a che questi mezzi vengano messi a disposizione.

  34. Parto da questa affermazione di Ennio (27.3 ore 20.16)..

    *La mia critica è stata ed è, semmai, contro chi, sostenendo a ragione e realisticamente (come qui fa Ezio) che «le condizioni materiali e politiche rendano oggi possibile solo a una ristretta e privilegiata – ma sino a un certo punto immune dall’ideologia – casta l’accesso alla cultura», rischiano di accettare che il «pane»(della poesia, del sapere, ecc.) se lo spartiscono tra loro gli attuali colti o semicolti, che trovano – chissà perché – sempre immangiabile se non schifoso il pane che riescono a cuocere *in queste condizioni* i molti e non privilegiati.
    Il «pane» dei colti e semicolti non può essere distribuito a «tutti» né può essere moltiplicato miracolosamente, ma lo stesso la situazione non può essere accettata.
    Tenendoselo e spartendoselo tra loro, colti e semicolti negano qualcosa al “resto”.*

    Su questa ‘proiezione grandiosa’ a proposito di colti e semicolti il cui “pane *non può essere distribuito a «tutti» né può essere moltiplicato miracolosamente* avrei delle cose da dire.
    Premetto che non voglio generalizzare, ci sono anche situazioni diverse e di tutto rispetto, ma parto dalla esperienza che ne ho avuta (e non poca e non soltanto in un settore): c’è stato un momento ‘storico’, a partire dagli anni ’70, in cui si è potuto assistere ad un particolare movimento, una tendenza, direi, quella di ‘fare razza’ e che reclutava la cultura cosiddetta ‘di sinistra’, la quale si sentiva la sola depositaria del vero sapere e dei principi che lo governavano. Il modello era sostenuto e rafforzato da un frequentarsi tra loro, imparentarsi spesso tra loro (sposandosi o congiungendosi con incroci vari), parlando tra loro nell’idioma ad essi accessibile e riconoscibile. Feroci all’interno contro i dissidenti e blandamente sarcastici verso quegli esterni che, non sia mai, potevano diventare alleati, crearono una miniatura di società bizantina raffinata, ma corrotta e malata, senza elementi di vera creatività, ultima ‘forma’ di un impero in dissoluzione. Ma una ‘cultura di parte’ (so che la tendenza è sempre quella di prendere le parti, ma non così smaccatamente) non è cultura. In quel modo essa non è più un mezzo per esplorare il mondo, condividerne o confutarne gli esiti, bensì uno strumento per mantenere il mondo così com’è. Da qui, da questo decadimento da sangue malato, passare alla fantasia della funzione vivificatrice apportata dai “barbari”, poteva non solo essere vissuta come molto suggestiva e romantica (non trascuro assolutamente la parte tragica), ma anche come un cambiamento obbligato rimanendo però nella convinzione (illusoria) che le redini per gestire le potenzialità integratrici fossero ancora nelle loro mani.
    La paura di Ennio *La tendenza a chiudervi di fronte a questa pressione “barbarica”, a ridimensionarla se non a demonizzarla è una cosa che temo*, mi fa pensare invece che la sua visione dei “barbari” non sia ‘aggiornata’ alla reale situazione odierna.
    Nella situazione odierna infatti, ci sono dei profondi cambiamenti legati alle modalità degli ingressi, alla numerosità degli stessi, alle finalità che non sono ininfluenti.
    Esplorare il mondo significa anche incespicare, mettere in discussione alcune strade prese, ribadirne altre. Significa ‘mettersi in ascolto’, ma non in senso autoreferenziale e nemmeno idiosincratico, bensì critico.

    *La sola cosa che importa è
    il movimento reale che abolisce
    lo stato di cose presente* (Fortini).

    Ma, allora, che parte abbiamo noi nel movimento reale? Alla fine degli anni ’70, di fronte a cambiamenti che non riuscivano a capire (e che, ovviamente, detestavano) alcuni ‘vecchi’ dicevano “ci vuole una guerra”, nel senso di “Muoia Sansone con tutti i filistei”. Fino a due anni fa, molti pensavano: “Bisogna cambiare questo stato di cose e l’importante è che cada Berlusconi!”. Bene. E’ caduto. E adesso?
    Sempre rimanendo al testo della poesia citata da Ennio, “Gli ospiti” di Fortini, (ambigua, come è nella natura della poesia, ma che a un certo punto deve far virare l’ambiguità in una forma di chiarezza), il poeta risponderebbe: *La verità cade fuori della coscienza./Non sapremo se avremo avuto ragione.* Più che sottoscrivibile!
    Ma i versi conclusivi ci dispongono a ben altro! Che lettura dare a questa quieta rappresentazione * Ma guarda come già stendono le loro stuoie/attraverso la tua stanza./Come distribuiscono le loro masserizie,/come spartiscono il loro bene, come/fra poco mangeranno la nostra verità!/Di noi spiriti curiosi in ascolto/prima del sonno parleranno.* ? Una visione rappacificante sul modello “Graecia capta ferum victorem cepit”?
    In che rapporto sta il mio ‘sentire’ con la realtà che rappresento? E, una volta appurata questa (sia pure parziale) concordanza, come la presento agli altri? Vado a cercare soltanto il “mi piace” oppure mi serve interagire con quanto gli altri hanno capito? Quali sono i limiti (canoni?) entro i quali posso/devo far rientrare la mia capacità espressiva?

    Perché mi sono dilungata nella descrizione dei colti e semicolti?
    Perché è sviante pensare che lì siano depositate le ricchezze a cui si deve attingere.
    Sinceramente, non voglio di quel ‘pane’: è un pane che non ha lieviti, siano essi funzionali alle trasformazioni o dannosi.
    Forse mi devo rivolgere più indietro, alle tradizioni, sulla scia di P.P. Pasolini che scriveva “Io sono una forza del Passato. Solo nella tradizione è il mio amore”? No, con quelle modalità così automatiche, no.
    Ripeto, dobbiamo guardare la realtà ma non per fotografarla nelle sue asperità, contraddizioni e sovversioni, ma se vogliamo davvero, come suggerisce Fortini (e che Ennio richiama) *spingerci verso «i confini della poesia»* e favorire quella *tensione continua tra poetico ed extrapoetico*, dobbiamo andare a scoprire nella sua ‘sintassi’ quali combinazioni non reggono più e quali invece stiano diventando importanti e travolgenti.
    Se Fortini fosse vissuto oggi, lui stesso si troverebbe sul limite tra il poetico e un impoetico (o extrapoetico) molto difficile da rappresentarsi.

    *Tutti hanno diritto alla cultura e alla poesia, non solo i colti e i poeti.
    Siamo d’accordo, tutti siamo d’accordo su questo. Però il problema non sta nell’enunciazione di principio, ma nella verifica*. (Partesana, Appendice, 26.3, h: 6.07)

    Appunto. Nella verifica. In una verifica che, a mio parere, sta nel raccordo, nel caso di cui stiamo parlando, tra l’ars poetica, il poeta e il fruitore (tutti?).
    L’arte, per sua costituzione (non si tratta di una mia bubbola) ha una marcia in più per rappresentare quella parte di mondo che ci è oscura per un insieme (il più delle volte congiunto) di resistenze sia individuali che collettive (rapporti di forza, ideologie).
    In questo compito essa by-passa l’immediato, percepito attraverso i sensi, e ne scova delle relazioni profonde, dei nessi che collegano il particolare (del qui ed ora) ad un universale che attiene all’esperienza dell’umana gente nel suo sviluppo e nei suoi conflitti.
    Ma per rendere questa ‘costituzione’ operativa ci vuole un soggetto che ne capisca la portata, che ne patisca le contraddizioni interne (legate appunto alla difficoltà a cogliere il ‘reale’ in solitudine prima di affrontare la prova ‘attoriale’), che indaghi il non sempre fluido rapporto tra forma espressiva e contenuto (a volte il contenuto va a forzare le forme conosciute e non si sa dove si va a parare), e che tolleri il fatto che la sfida è alta e la remunerazione (non solo economica) è poca. Perché quel raggiungimento della verità di cui molti strombazzano a destra e a manca il più delle volte è un falso in atto pubblico.
    Il bisogno di poesia (e di arte) starebbe proprio in questo: nel dare al fruitore quel quid che le altre letture (non artistiche) non danno, perché sono condizionate dall’oggetto (vedi la scienza) e dagli strumenti/mezzi che le istituiscono (vedi la filosofia e/o le scienze sociali).
    Ma, parliamoci seriamente, quanti vogliono questo ‘quid’?
    Se per spiegare il fatto che molti affermano di volerlo, quel ‘quid’, ma poi si ritraggono e aspettano che le porte gli vengano aperte e, per illustrare meglio questa importante dinamica, ricorro all’arte, al racconto di Kafka, “Il contadino e la Legge”, che cosa succede? Quanti sono stimolati ad andare a leggere quell’autore e quanti invece pensano che si tratti di inutili orpelli, di oziosi perditempo?
    Allora mi chiedo: si tratta solo di un diritto alla cultura e non anche di un dovere a rispettarla! E che per rispettarla bisogna conoscerla?

    R.S.

  35. @ Clelia 30 marzo 2016 alle 19:35

    Affronto schematicamente alcuni punti del tuo appassionato commento:

    1. Tecnica e regole

    In generale anche per me non c’è nessun «male» nella tecnica o nelle regole. Ma ci sono molte tecniche e regole. E non sono neutre. Quelle affermate, canoniche, riconosciute come le più valide (ovviamente dalle comunità dei competenti) sono indubbiamente preziose per la loro praticità, evidenza e funzionalità. Poi ci sono quelle più annacquate e lasche, sedimentatesi – per esperienze vissute, per memoria, per nozioni assimilate attraverso la scuola e i mass media – anche nel «molto poeta». Nessuno è assolutamente incompetente o del tutto all’oscuro delle regole. Ci sono – credo – gradi e livelli di competenze. E c’è una continua tensione o attrito tra quelle dei saperi medio-alti e quelle dei saperi medio-bassi. Da qui continue contestazioni, aggiramenti, trasgressioni delle regole e delle gerarchie esistenti tra esse da parte di insoddisfatti, bastian contrari, ribelli, refusés, emarginati, esclusi, rivoluzionari più o meno coerenti, sognatori.

    Io metto ancora la questione della tecnica e delle regole nella dialettica ordine/ disordine, legge/illegalità, Stato/ rivoluzione. Che secondo me ancora sussiste: più carsica, sotterranea, non raggrumabile, non organizzabile, non esplosiva come nei movimenti dell’epoca moderna. Una volta – nell’epoca moderna appunto – questi due poli parevano quelli di una contraddizione che dovesse o potesse portare a un salto o superamento o progresso o socialismo o comunismo o almeno a una “contraddizione più alta” (Fortini). Oggi tutto è più liquido, caotico. Ma io lo stesso non mi sento di esaltare soltanto la regola. Perché dà più sicurezza? Forse, ma a chi? Perché dà risultati migliori sul piano poetico, artistico o sociale? Non mi pare. Spesso è solo ideologia: rassicurante, consolatoria, rituale. O serve a marcare le distanze: l’io o il noi “buoni” dagli altri, i “cattivi”, gli “ignoranti”, gli “incompetenti”, i “barbari”.

    2. Metrica

    L’esaltazione della regola, nel tuo discorso sulla poesia, si presenta come elogio della metrica. Tu chiedi che in poesia tutti sappiano *prima* di metrica. Che conoscano e s’impratichiscano, ad es., del settenario e dell’endecasillabo prima di farne a meno o stravolgerli. Scrivi: «Non posso pensare che [versificare] possa essere una scelta casuale». Oppure: « se non ci si confronta con la metrica, per esempio, scegliendo consapevolmente di utilizzarla o di superarla, perché fare poesia?».

    A me pare che: 1. non venga *prima* la metrica e poi, quasi di conseguenza, la poesia; 2. esistono varie metriche (e anche il “versoliberista” o il «molto poeta» ne segue qualcuna: capricciosa, disordinata, caotica; che non si sa dove porterà; ( ma mai scordare che anche un uso errato della metrica può entrare nelle pratiche della poesia e diffondersi, imporsi, come si sono imposti certi usi errati di un termine nella lingua; e più tardi divenire norma); 3. metrica e poesia non sono la medesima cosa; 4. la poesia (o non tutta la poesia) non s’esaurisce nella metrica (nella regolazione consapevole del verso).

    Per non mettere il carro (la metrica o una certa metrica) davanti ai buoi (i poeti, più ancora che la poesia), bisognerebbe convincersi di una cosa: che la poesia, come qualsiasi sapere (anche scientifico), è ricerca *aperta*; e che non si sa con certezza neppure cosa sia e se venga da qualche parte. (Non comunque solo dalla metrica o dal rispetto delle regole, che sono sempre transitorie, un po’ trasgredite, anche quando ossequiate, ecc.). E, quindi, imparare o conoscere le regole a priori (magari studiandole a parte) o capire com’è stata costruito l’abito metrico della poesia del passato non garantisce assolutamente che si faccia buona poesia o poesia adeguata al desiderio spesso oscuro che muove i poeti a scrivere e altri a leggerli, a studiarli, a vedere se lì c’è qualcosa che “serve”.
    Aggiungerei che, sì, impossessandosi di certe regole, conoscendo bene la metrica dei manuali (comunque sempre in ritardo rispetto alle pratiche metriche vive e oggi caotiche a detta degli stessi metricisti), il poeta può farsi riconoscere subito da un certo tipo di lettori. Io me li sono sempre immaginati come persone colte che, leggendo un libro in versi, s’aspettano e controllano se c’è la *propria* metrica, quella che ha studiato a scuola (di solito solo in alcuni residui buoni licei), che è l’unica in fondo che li culla, li attira, li fa sentire a proprio agio, li conferma come colti.

    Ma oggi siamo in un’epoca di *disordine*. Certi ritmi metrici a cui si era abituato un certo pubblico (colto) sono stati sovvertiti o dimenticati o abbandonati (in modo ragionato da alcuni, in modo non ragionato da altri) o tornano come memoria involontaria, parodia, maniera, citazione. Molti poeti o poetanti sono catturati da altri bisogni, che pure però hanno ottenuto qualche risultato notevole ( riconosciuto almeno da una parte del “pubblico della poesia”).

    3.
    Continuità/ discontinuità

    Non mi pare ci sia più la continuità che tu ancora vedi. E non solo nel campo della poesia. Non mi pare che si possa dire che « senza Bach e Beethoven o le avanguardie non ci sarebbe né il jazz né il pop né il rock». La storia non si svolge lungo una unica via maestra e mettendo mattone sopra mattone. Spesso imbocca vicoli strani, torna su strade per secoli perse completamente di vista, vede crollare imperi e concezioni che parevano solidissime se non eterne. Non capisco,perciò, in base a quale bisogno o spinta “continuista”, Picasso sarebbe passato ad un certo punto al cubismo. Perché non si accontentò di perfezionare le regole che aveva adottato da giovane (ad es. nel periodo blu)? Avrebbe potuto continuare su quella strada. Perché invece la interruppe e imboccò l’altra? Né mi pare che l’esperienza precedente sia stata un tassello necessario per il passaggio al cubismo. Ci fu rottura, discontinuità, risposta ad altro bisogno. (Si può discutere se poi fu un bene o un male…).

    E poi, ad un secolo quasi dalle avanguardie del Novecento, che senso ha sostenere che un poeta o un artista dovrebbe prima conoscere (scolasticamente, dunque) la Tradizione, la Metrica (quella classica) per…poterne uscire! Mentre abbiamo da oltre un secolo fuoriuscite di ogni tipo da quella norma (tanto che si è potuto parlare di “tradizione dell’avanguardia”…).

    Mi potrai – facendo un ragionamento estetico-politico – dire che proprio questo versoliberismo, questo disordine è “al servizio dei dominatori” e che per contrastarli bisogna tornare alla competenza della metrica (classica). Boh, le esperienze dei vari neometricisti mi paiono abbastanza fiacche e non meno subordinate al domino capitalistico dei versoliberisti. Se ha fallito la neoavanguardia a pensare di fare la rivoluzione sovvertendo il linguaggio, la sintassi, l’ordine del testo o del discorso, ecc., non è che il ritorno alla metrica classica possa fare di più. ( La rivoluzione sociale non passa attraverso la poesia. Al massimo, quando avviene, la sfiora o ne fa traballare le strutture…).

    Non si tratta neppure di pensare che bisogna aborrire il Passato o la Tradizione. Non è che Dante (ma perché solo lui?) sia «passato di moda» o sia stato «superato» o che non valga la pena conoscerlo e studiarlo. Ma io vorrei capire come posso arrivare al Dante *che mi serve* oggi, non al Dante, immutato monumento o feticcio scolastico. (E qui mi sono ricordato di un passo di Zanzotto, che – non importa se riferito a Manzoni, cioè ad un altro monumento-feticcio scolastico – metteva in guardia proprio dalla trappola di un certo tipo di studio; e te lo lascio in nota [1]

    4.
    Studio e tempo

    Aggiungi però – e credo che qui involontariamente t’accosti a un problema che a me sta a cuore: «Ma il sovvertimento del punto di vista, così come l’apprendimento della tecnica, sono questioni lunghe e faticose, ci vuole studio, sudore e tempo: e chi ce l’ha ormai il tempo?». E allora? Se oggi, appunto, nessuno ce l’ha più il tempo (l’«otium» degli aristocratici latini), come fai a proporre a chi vive in certe condizioni materiali, psicologiche e culturali (di massa) un studio eroico o «matto e disperatissimo» o dieci o più anni di ascesi culturale come si fa alla scuola d’arte drammatica di Mosca?
    Non si può proporre un modello per aristocratici antichi, provvisti di servi che li accudivano quotidianamente, o per borghesi benestanti, a giovani precari senza lavoro o a cetomedisti che si devono arrangiare a cavare il loro companatico facendo gli impiegati o gli insegnanti. Questo tuo modello “normale” per gli appartenenti alle classi alte è del tutto anacronistico e improponibile. Quindi e in pratica, tu li escludi dal tuo discorso di “educazione estetica”. Anche se mi pare di capire che un po’ della condizione materiale dei “molti” pesa su di te. E come pensi di fronteggiarla? Ponendo il problema in modo astrattamente doveristico e quasi autocolpevolizzante: «Il fatto però che ce ne sia poco non significa che siamo giustificati a tralasciare studio e sudore». (Un po’ come fa Rizzi quando insiste sulla *volontà* di un individuo altrettanto astratto).

    Da parte mia non posso dimenticare neppure un attimo gli impedimenti materiali che pesano sui “moltinpoesia”. Non è questione di pigrizia Quelli che, come noi, hanno dovuto spendere il loro tempo in un lavoro da cui ricavare i mezzi per vivere (o sopravvivere) o che oggi vedono peggiorare le condizioni per procurarsi il minimo indispensabile per campare, non saranno mai poeti, attori, artisti come li vorresti tu. Non tanto perché pigri o perché vogliono evitare la fatica o lo studio dei “normali” o “veri” poeti, ma perché costretti già a spendere gran parte del loro tempo per procurarsi da campare!

    Oggi si è del tutto appannata la consapevolezza della differenza (non oso più dire ‘contraddizione’ perché quasi più nessuno capirebbe il senso del termine) tra chi vive in certe condizioni benestanti e chi in altre modeste o precarie o addirittura povere; tra chi – direi – poteva modellarsi sulla classicità o sul romanticismo godendo di una condizione di vita prossimo alle aristocrazie o alle borghesie (Goethe per fare un nome) e chi invece doveva annaspare nei bassifondi della società (un Campana ad es). Il «contenuto di verità» di un testo di Goethe sarà comunque diverso da quello di un Campana. Resto fermo alla lezione di Brecht: Anders als die Kämpfe der Höne sine die Kämpfe der Tiefe! (Diverse dalle lotte sulle cime sono le lotte sul fondo![Dal frammento “La bottega del fornaio” ]).

    E perciò proporre, come tu fai, «un contenuto di verità che sia valido a un livello che vada oltre il semplice individuo, o privo di una scelta cosciente della forma che sostenga e sia sostenuta da tale verità» significa proporre un modello irraggiungibile ai molti, ai “moltinpoesia”. Ad esso potranno solo inchinarsi come credenti ossequiosi e intimiditi di fronte ai sacerdoti della Poesia (o del Teatro). Ma questo significa per me fare loro la predica, restare «sulle cime» e sbeffeggiare quelli che lottano «sul fondo».

    Poesia e parapoesia

    Quando, leggendo un testo di uno dei tamto “molto poeti” o “moltinpoesia”, concludi che è « una poesia che non mi dice niente», in parte ti do ragione. Esaminato da “lassù” quel testo – buttato giù in tempi stretti, forse con sciatteria, ignoranza della metrica “classica”, rimasto ad un livello di elaborazione troppo rozzo, ad uno/a abituato/a alle «lotte sulle cime» mostrerà una sola cosa: la sua bruttezza. Ma è a questo punto che dovrebbe sorgere il problema che sto cercando di porre: che relazione c’è tra questi testi brutti o noiosi o banali e i testi belli, puliti, eccellenti? perché una minoranza ha tempo, autodisciplina, fonti di conoscenza elevate e preziose, contatti con maestri e ambienti che contano professionalmente e una maggioranza, invece, non ha nulla di tutto questo?

    Perché tu competente in teatro (e non ne dubito) sei « contenta se queste persone hanno trovato una passione, grazie alla quale possono trovare ed esprimere se stessi e sentirsi realizzati», ma non ti poni il problema di cosa il loro “balbettio” ti *chiede davvero* e, magari, di cosa potrebbe *dare davvero* a te competente (anche solo come problemi, inceppi alle tue certezze o convinzioni)? Peeché li allontani da te (e dalla tua riflessione sul teatro) e non accetti di far lavorare in te il tarlo delle loro “pretese” e respingi quella loro «pressione barbarica»?
    Davvero troppo paternalistico o maternalistico – non so – è quel concedere lor da parte tua « che si emozionino pure nel farlo» o nel relegare la loro domanda scomposta e fastidiosa al livello basso dei «teatri di parrocchia [dove] i loro familiari e amici saranno felici di accoglierli e vederli e forse mi si vedrà anche fra il pubblico».
    È proprio questa separarti da loro, questo stabilire non solo una gerarchia ma una distinzione netta, un muro, tra la loro ricerca “barbarica”(balbettante) e la tua “informata” che io non sopporto; e non potendo far altro indico – come minimo – la necessità di mantenere fluidi gli scambi nei due sensi tra i vari livelli. O magari di stabilire altri tipi di gerarchie, visto che quelle esistenti, in fondo, tu stessa le riconosci fasulle, se aggiungi che «spesso e volentieri quelli che recitano anche nei teatri più grandi e noti, non sono affatto bravi attori». (Come si può dire in poesia dei poeti mondadoriani o einaudiani ecc. …).

    Nota [1]

    Un giudizio di Zanzotto su Manzoni

    Urtiamoci contro Manzoni, mandiamolo anche in malora in
    qualche momento, ma non è lecito privarsi della sua presenza,
    del suo alto senso della vita e della sua ambiguità, delle sue
    cupe devastazioni interiori e dei suoi progetti fortissimi – e
    insieme «tremolanti» come fu la sua psiche ferita. Ferita da
    verità.
    La responsabilità che anche nel campo dell’insegnamento si
    ha nel presentare correttamente Manzoni, in maniera da non
    provocarne poi un rifiuto totale, è grandissima. I Promessi Spo-
    si come fonte di noia se letti prematuramente o male, o, perfi-
    no, letti anche secondo la prospettiva in cui li voleva Manzoni
    stesso (cioè come libro soprattutto edificante) possono diveni-
    re un_libro pericoloso in quanto può in parte mascherare pro-
    prio tutte quelle questioni capitali che in realtà esprime. Gli
    insegnanti nel presentare Manzoni ai giovani dovrebbero tener
    conto di quell’intricatissimo nodo che che in questo grande au-
    tore, e darne un quadro realisticamente mosso, conturbante,
    anche se corretto dalle luci grandiose della sua fede, aspra ed
    insieme pacificatrice.
    La complicazione suprema di Manzoni gioca anche contro la
    sua facies che quasi tenderebbe ad essere rasserenante a tutti i
    costi (se pur sempre per ragioni etiche), ma nell’insegnamento
    si deve portare a un confronto col Manzoni vero, che seppure
    tenta sempre il maquillage provvidenzialistico, lascia terribili
    connotati a ciò che descrive. Ben venga questo confronto che
    può essere anche di odio-amore ma sicuramente provoca uno
    una presa di coscienza buona anche per domani e dopo-
    domani.
    E non si deve dimenticare quanto autenticamente Manzoni
    abbia pagato la sua scrittura, strappata con implacabile ostina-
    zione e si direbbe astuzia alla persecuzione delle sue furie inte-
    riori. Anche se in questi anni del dopoguerra sono uscite abba-
    stanza numerose ricognizioni della nevrosi manzoniana, e spes-
    so di alto livello, bisogna dire che il più dell’ «esemplarità» di
    questa sua ramificatissima e vibrantissima strutturazione pato-
    logica non è ancora stato appieno affrontato ed esposto.

    1985

    (Andrea Zanzotto, Fantasie di avvicinamento, p. 214,

    Mondadori, Milano 1991)

  36. @ Simonitto 2 aprile 2016 alle 17:05

    CHIARIMENTI

    1.
    Non capisco perché quello che ho scritto sia una «proiezione grandiosa».
    Ho paragonato la cultura, la poesia, i saperi al pane, intendendo dire che nutrono (le menti). Mi pare una metafora tradizionale e semplice (penso a Dante e al suo «Convivio»). Ho poi insistito sui processi di accaparramento e gestione corporativistica dei saperi da parte delle élites “competenti” ai danni di quei «tutti» a cui in teoria pur si riconosce il diritto di impossessarsene attraverso l’istruzione, la scuola, ecc. Mi paiono dati di fatto e non proiezioni mie.

    2.
    Il “mandarinismo” o lo starsene chiusi in cerchie più o meno privilegiate ed elettive sono fenomeni generalizzati e diffusi e riguardano (non solo negli anni ’70) i colti in genere, che siano di sinistra o di destra. Eviterei però di parlare per essi di «fare razza» e di«decadimento da sangue malato», perché mi pare una visione troppo biologistica. Leggerei questi fenomeni o nei termini classisti marxisti e gramsciani o in termini sociologici (in particolare ricorrendo al concetto di «capitale culturale» ( o simbolico) di Pierre Bourdieu) o psicanalitici alla Elvio Fachinelli quando parlò di gruppi chiusi e aperti.

    3.
    Dici che «le ricchezze a cui si deve attingere» (metaforicamente il «pane» di cui parlo io e che a me pare accaparrato più che distribuito) non stanno tra i colti e semicolti e neppure indietro nel tempo, nelle tradizioni come pensava Pasolini. Ma allora dove trovarle? «Sul limite tra il poetico e un impoetico (o extrapoetico) molto difficile da rappresentarsi»? Si tratterebbe di «scovare le relazioni profonde» al di fuori del patrimonio culturale acquisito e gestito in modi classisti o corporativisti o mafiosi (sempre a parere mio)? E possono i poeti o gli artisti – da soli e trascurando i saperi accaparrati o gestiti dai colti e semicolti – cogliere « quella parte di mondo che ci è oscura per un insieme (il più delle volte congiunto) di resistenze sia individuali che collettive (rapporti di forza, ideologie)»?
    Anche qui non capisco bene. E ancor meno quando accenni ad un «soggetto che ne capisca la portata, che ne patisca le contraddizioni interne (legate appunto alla difficoltà a cogliere il ‘reale’ in solitudine». ( Mi pare però un punto importante, perché lo collego alla discussione tra me e Clelia sulla necessità e/o possibilità di “fare i conti” o “impadronirsi” oggi della Tradizione, la quale sarebbe in fondo il sapere accumulato dai nostri antenati. Sotto sotto mi pare di cogliere nella tua posizione il modello dei mistici che cercavano Dio al di fuori del sapere dottrinario gestito dalla Chiesa o quello “esodante” che lascia un mondo e ne cerca un altro (non si sa dove) o quello della psicanalisi che interroga soprattutto quello che affiora negli interstizi o nei vuoti del Discorso culturale ufficiale e apparentemente condiviso…).
    .

    4.
    «Una ‘cultura di parte’ (so che la tendenza è sempre quella di prendere le parti, ma non così smaccatamente) non è cultura». È un’affermazione che cancella buona parte degli atteggiamenti che avevamo negli anni Settanta, quando si poneva l’accento proprio sul “prendere partito”, si esaltava la Resistenza *partigiana*, si insisteva sull’autonomia della classe operaia o si contrapponeva l’operaio massa all’operaio sindacalizzato. ( È curioso che anche Tronti parlasse dell’’operaio massa come «rude razza pagana senza ideali, senza fede e senza morale»), Ma allora qual è la *cultura*? (Perché alla cultura “particolare” o “di parte” si contrappone la cultura “universale”, che però sempre più risulta falsamente universale).

    5.
    Quanto ai “barbari” e alla «pressione barbarica» (termine quest’ultimo ripreso da Fortini che esemplificava su Goethe e Hegel) e più specificamente alle nuove migrazioni, escludo che il mio aggiornamento sia rimasto così indietro. Nel 2015 ho discusso di questo tema su FB con Buffagni (qui: http://www.poliscritture.it/2016/03/16/naissance/#comment-26397), ho su Poliscritture riportato le posizioni più che drastiche di Petrosillo e Terrenzio e di G. La Grassa (http://www.poliscritture.it/2016/03/16/naissance/#comment-26398), tutte abbastanza vicine a quelle di Ricotta e credo anche tue.
    Voi sottolineate soprattutto i rischi, i pericoli, i danni che possono venire – diciamo per intenderci – da *queste* immigrazioni. Non sono d’accordo. Ma non perché fantastico di una « funzione vivificatrice apportata dai “barbari”» o abbia lo sguardo “angelicale”, che mi attribuisce benevolmente de Robertis, ma proprio perché vorrei scavare nel problema, scavare nella *contraddizione*, mettermi “in ascolto” (come tu dici) cercando di essere appunto *critico* (né buonista né cattivista).

    Quanto ai versi di Fortini («Ma guarda come già stendono le loro stuoie/attraverso la tua stanza./Come distribuiscono le loro masserizie,/come spartiscono il loro bene, come/fra poco mangeranno la nostra verità!/Di noi spiriti curiosi in ascolto/prima del sonno parleranno.») io ci leggo, sì, una visione utopistica e rappacificata (un sogno ad occhi aperti alla luce della ragione, come diceva lui, per il quale la poesia era anche il luogo dove spuntava – almeno lì! – «la promessa di felicità»), ma tu perché ci vedi proprio il «modello “Graecia capta ferum victorem cepit”»?

  37. @ Alberto Rizzi 2 aprile 2016 alle 10:53

    « Ecco fatto, Ennio». Come a dire: sei servito! Anche Balestriere la pensa come me…
    Ma come non vedere che quell’« oggi chi vuole può procurarsi tutti gli strumenti del poeta» che sembra uno slogan della pubblicità progresso è subito smentito dalla tua stessa successiva affermazione: « Poi ci possono essere molti inciampi, a crearsi o procurarsi i “ferri del mestiere”»?
    A parte il fatto che gareggiare a chi la dice più giusta dell’altro non mi piace, io trovo molto ingenuo il tuo ossessivo elogio della volontà o il metterla «prima di tutto». L’utopia delle Avanguardie non s’è realizzata (almeno per il momento). Sì, ebbero anche per me il merito di capire che «la cultura stava diventando di massa», perché innanzitutto le masse delle società industriali erano più sveglie e curiose delle plebi di una volta. Ma, arrestatosi il processo rivoluzionario dopo l’Ottobre del 1917 in Russia e arrivata la reazione fascista e nazista in Europa al posto della sperata ( e indispensabile per Lenin) rivoluzione anche nei punti avanzati dello sviluppo capitalistico l’idea « che tutti potessero avere la possibilità di farsela, la cultura», compresi i proletari (vedi tutto l’entuasiasmo purtroppo effimero del «Proletkut»), su quelle ceneri abbiamo avuto solo il «surrealismo di massa»(Fortini) e il “fai da te” anche poetico di cui qui stiamo cercando – almeno io – di vedere i limiti (enormi) e le potenzialità (incerte e quasi invisibili). Cioè tutte forme di “volontà” che mettono – non «finalmente» ma purtroppo! – ancora una volta e solo astrattamente (come dichiarazioni da pubblicità Progresso) « in primo piano la responsabilità del singolo, per comprendere e fare arte». Una “responsabilità” o “volontà” facilmente incanalata e sottomessa a Das Kapital.

    P.s.
    Dalla prefazione che ho fatto al libretto (che sta per uscire) con le relazioni sulla figura di Fortini tenute alla Libreria di Via Tadino a Milano a vent’anni dalla sua morte, ti trascrivo questo brano:

    «Carosso parla del legame tra Fortini e le avanguardie del Novecento, e in particolare con il Surrealismo. Del quale, nonostante la sua formazione classica, condivise in un primo tempo, sia pur in modo ambivalente, il desiderio di trasformare non solo l’arte ma la condizione umana e politica. Quando però in Italia il Gruppo 63 tentò di collegarsi al movimento studentesco del ’68, esaltando delle avanguardie del primo Novecento soprattutto gli aspetti di negazione anarchica e di rifiuto di ogni mediazione, Fortini giudicò quel tentativo «un mero e semplice assestamento dell’arte all’epoca della tecnica». Finì perciò per contrastarlo, consapevole più di altri che l’industria culturale neutralizzava ogni carica anticapitalista del surrealismo e lo faceva diventare «di massa» solo attraverso innovazioni nei costumi politicamente innocue (musica pop e rock, look, moda, ecc.).»

    1. Ma dai, Ennio! Sempre secondi fini…

      Era solo per far prima a spostare qui la discussione, come mi pareva che suggerissi tu.

      Appena avrò un po’ più di tempo, controbatterò alle tue (e di altri/e) osservazioni. Nel frattempo, buon dibattito, gente.

    2. Andiamo bene! Neppure il tempo di metter piede su questo blog che già il factotum, forse per la lamentata stanchezza di cui al post Avviso del 14 marzo 2016, etichetta una mia frase come “slogan della pubblicità progresso”. Ho detto solo in modo semplice ciò che avrei potuto dire in modo molto più forbito, visto che me lo consentirebbe la mia preparazione specifica. Se ho scelto di parlare semplice è per farmi immediatamente capire, come ho fatto per una vita con i miei alunni.
      Per meritarmi l’offesa ho (solo) scritto (e Rizzi mi ha citato): “Però la poesia non è elitaria, almeno non in senso classista, perché oggi chi vuole può procurarsi tutti gli strumenti del poeta. Basta la volontà. Semmai la poesia è elitaria per un altro motivo: perché essa si realizza (o s’incarna), con maggiore o minore evidenza, solo in determinate persone che, per sensibilità, esperienze umane, sociali, politiche, culturali, letterarie e artistiche, le offrono ospitalità e terreno fertile per attecchire.”
      E questo è il peccato mortale: “Oggi chi vuole può procurarsi tutti gli strumenti del poeta”.
      Ma, Ennio Abate, lei non ha spiegato perché quella mia frase -oggi- meriti quella definizione di scherno. Avrebbe fatto prima a spiegarmi (paradossalmente) che non c’è istruzione obbligatoria, che non c’è la possibilità di acquistare materiale culturale, che non ci si può permettere un computer o internet, che non si può godere di amicizie con persone più colte in grado di dare qualche consiglio ad un qualsiasi autodidatta, che non ci sono, in questa nostra società, interrelazioni od occasioni che possano aprire nuovi orizzonti e offrire nuove possibilità ai meno colti. Non sarebbe stato vero, ma avrebbe fatto prima e, forse, meglio. Sicché, nel suo intervento al quale sto rispondendo, si è fatto un giretto per la storia (anche letteraria) per approdare all’immancabile Fortini (che, per carità, spesso dice cose condivisibili ma non è il Verbo).
      Per farle un esempio, io (non so lei), egregio Abate, pur essendo figlio di un umilissimo (e povero e pure vecchio) contadino, ora defunto da un pezzo, ho frequentato il ginnasio-liceo tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta (tempi difficilissimi, come ricorderà, ché neppure lei mi pare sia nato ieri) e, spesso fidando solo sulle mie forze (anche sotto il profilo economico, cioè facendo mille lavori), sono giunto alla laurea. Vuole dirmi lei che oggi , in Italia, per chi vuole imparare, il processo di acculturazione -nonostante tutto- sia tanto difficile o complicato? Questo vuole dire?
      Perché, in questo caso, potrei risponderle come Totò:
      “Ma mi faccia il piacere!”.
      (a cui, per divertirmi -mi sono calmato- aggiungo la rima)
      Pasquale Balestriere

      1. @ Balestriere

        Caro Balestriere,
        rispettiamo le proporzioni: una battuta ( la mia) non è un’offesa ; a una battuta meglio rispondere con un’altra battuta. Lasciamo perdere le competenze, i peccati mortali o veniali, gli antenati da cui proveniamo (quasi simili i suoi e i miei), le fatiche di liceali anni ’50-’60 ( ma ne potremmo parlare in privato, la mia mail ce l’ha). Abbiamo cose molto più serie e gravi di cui occuparci. Facciamolo al meglio.

        1. @ Ennio Abate
          Si può anche fare. Dico di occuparci di cose serie e gravi. Ma a me ha fatto male quella che lei chiama “battuta” e che io continuo a reputare offesa (ché tale è se ha la pazienza di riflettere), giuntami senza mia colpa e inopinatamente tra capo e collo. Capisco che ho reagito non debolmente. Mi è comunque dispiaciuto, a giudicare dal tenore della sua risposta, che le sia sfuggito il valore esemplificativo del riferimento personale (né gratuito né enfatico né esornativo) che andava a chiarire e a giustificare la mia affermazione (“Oggi chi vuole può procurarsi tutti gli strumenti del poeta”) che lei ha seccamente definito “slogan della pubblicità progresso”.
          Per me la polemica finisce qui. Io ho detto quel che dovevo. Se intende aggiungere o chiarire qualcosa, può usare il mio indirizzo mail che , come amministratore del blog, conosce bene.
          Pasquale Balestriere

  38. @ Ennio,

    anch’io procederò per punti, così sveltiamo (si spera!).

    1) La “proiezione grandiosa” non riguardava affatto *la cultura, la poesia, i saperi* che tu equipari *al pane, intendendo dire che nutrono (le menti)*. Non farmi così ghiozza! Ma riguardava i “colti e i semicolti”, tal quale come ho scritto, *Su questa ‘proiezione grandiosa’ a proposito di colti e semicolti…*.
    Infatti, stralciando dal tuo *le condizioni materiali e politiche rendano oggi possibile solo a una ristretta e privilegiata […] casta l’accesso alla cultura* il cui ‘pane’ *se lo spartiscono tra loro gli attuali colti o semicolti*, volevo ridurre la ‘proiezione grandiosa’ (e dicotomica) tra chi ha il potere (supposto) e chi non ce l’ha, quella visione antitetico polare che procurò l’ira funesta (ovvero irrazionale) che “infiniti addusse/ lutti” non solo agli Achei, ma anche a molti di noi.
    La ‘cultura’ non sta solo là. Non sono ‘loro’ i soli depositari.

    2) *Eviterei però di parlare per essi di «fare razza» e di «decadimento da sangue malato», perché mi pare una visione troppo biologistica*.
    No, parlo proprio di “razza” – so che fa paura questo termine – , intesa come istituzione di un gruppo eletto da parte di un ente superiore (Dio, Partito o Kultura che sia), e di “sangue malato”, inteso come perdita della linfa vitale. E questo a partire non da una visione biologistica ma dalla teoria psicoanalitica sui gruppi in Assunto di Base (Bion) quando espellono da loro ogni forma di pensiero che può vivificare o portare cambiamenti. E visto che hai parlato di Mandarinismo (o Mandarinato) ben venga la citazione di Gramsci, in Ordine Nuovo, a tale proposito: “i mandarini cinesi sono persuasi che il buono e misericordioso dio dei cinesi abbia creato apposta la Cina e il popolo cinese perché fosse dominato dai mandarini”.

    3) a) Interpreti: *«le ricchezze a cui si deve attingere» non stanno tra i colti e semicolti e neppure indietro nel tempo, nelle tradizioni come pensava Pasolini*.
    Preciso: le ricchezze a cui si deve attingere NON stanno tra QUEI colti e semicolti, i cui tratti ho descritto e che pertanto non possono essere visti come depositari di ricchezze culturali che dovrebbero essere ‘mobilizzate’, rese disponibili e non statiche. Forse depositari di potere. Ma allora, se vogliamo dare la scalata al potere è un altro paio di maniche. Quanto al rivolgersi alle tradizioni, citando Pasolini, non ho scritto categoricamente “neppure” bensì un “forse” dubitativo: “Forse mi devo rivolgere più indietro, alle tradizioni, sulla scia di P.P. Pasolini che scriveva “Io sono una forza del Passato. Solo nella tradizione è il mio amore”? No, con quelle modalità così automatiche, no”, escludendo con forza SOLO l’automatismo pasoliniano.
    b) sub 1) * E possono i poeti o gli artisti – da soli e trascurando i saperi accaparrati o gestiti dai colti e semicolti – cogliere « quella parte di mondo che ci è oscura per un insieme (il più delle volte congiunto) di resistenze sia individuali che collettive (rapporti di forza, ideologie)»?*
    sub 2) * Sotto sotto mi pare di cogliere nella tua posizione il modello dei mistici che cercavano Dio al di fuori del sapere dottrinario gestito dalla Chiesa o quello “esodante” che lascia un mondo e ne cerca un altro (non si sa dove) o quello della psicanalisi che interroga soprattutto quello che affiora negli interstizi o nei vuoti del Discorso culturale ufficiale e apparentemente condiviso…)*.
    Quando il poeta (o l’artista) interroga il mondo, da un lato è ‘da solo’, mentre dall’altro è impregnato da una popolazione interna costituita dai componenti della sua storia, della sua ideologia e dai rapporti più o meno consapevoli che egli ha istituito con quel bagaglio. E, oltretutto, sbrogliare quella matassa non è così facile anche perché non si può dire “fermi tutti, capiamo che cosa appartiene a me e che cosa invece appartiene davvero alla realtà esterna”: il mondo continua a muoversi, a prescindere.
    Come puoi capire, in tutto questo procedere non c’è nulla di ‘mistico’ (nel senso di ‘affidamento’ al “miste”, ‘colui’ o ‘ciò’ che è in contatto con il mistero), ma nemmeno una interrogazione che vada a saturare i ‘vuoti’ (atteggiamento molto pericoloso perché dà il via sia a modalità tossiche che feticistiche: ogni cosa andrebbe bene pur di saturare il vuoto), bensì un intendimento ‘trasformativo’, ovvero cogliere ciò che può essere passibile di trasformazione e ciò che invece non lo è.

    4) Sulla cultura di parte.
    Noi prendiamo sempre parte, anche nel senso di prendere partito. Lo facciamo con le nostre buone motivazioni. E cerchiamo di reclutare altri rispetto a questa nostra visione. E tutto questo movimento ne fa, di certo, una ‘cultura’. Ma è una cultura ‘parziale’, che quindi deve confrontarsi con altri tagli prospettici. Il problema si pone quando questa ‘cultura’ parziale si pone come, universale, come ‘pars pro toto’.
    E’ questo che rende farlocco l’universale, o, come dici tu, * la cultura “universale”, che però sempre più risulta falsamente universale*.

    5) Sui ‘barbari’.
    Ennio cita una mia considerazione che afferma che:* la sua visione dei “barbari” non sia ‘aggiornata’ alla reale situazione odierna.
    Nella situazione odierna infatti, ci sono dei profondi cambiamenti legati alle modalità degli ingressi, alla numerosità degli stessi, alle finalità che non sono ininfluenti.*

    Qui gli devo dare ragione quando ribadisce: *escludo che il mio aggiornamento sia rimasto così indietro* e cita le varie discussioni che ci sono state sull’argomento.
    Ma quando aggiunge *Voi sottolineate soprattutto i rischi, i pericoli, i danni che possono venire – diciamo per intenderci – da *queste* immigrazioni. Non sono d’accordo.*, “io” (e sottolineo “io” e quindi non “voi”), essendo perplessa su come chiamare questi movimenti, se ‘esodi’, ‘immigrazioni’, ‘invasioni’ o ‘traffico di merce umana’, non posso fermarmi alla sola risposta umanitaria, pur sacrosanta e legittima, ma devo interrogarmi su altro e non mettere subito etichette.
    Mi viene in mente quello che Freud ribattè al Reverendo Pfister allorchè quest’ultimo lo costringeva a voler contrastare la sua teoria psicoanalitica (che Freud voleva ‘scientifica’) con l’etica: “Lascio a Lei l’etica, Lei è il pastore d’anime. […] In media ho visto poco ‘bene’ negli uomini, sia che professino questa o quella dottrina etica, o nessuna”.
    Quanto al “Graecia capta ferum victorem cepit”, mi sembrava potesse accompagnare, “addolcendo”, il senso di “occupazione” che sottotraccia tesseva il testo.

    A conclusione, però, un pensiero che riguarda le dinamiche di chi dialoga in questo sito (al pari di altri): ho notato che il più delle volte si risponde alle intenzioni dell’interlocutore più che alle parole effettivamente dette. Questa ‘distrazione dalle parole e dal loro effettivo senso’ ha una ragion d’essere e si colloca da ambo le parti dei parlanti: dalla parte dell’emittente, l’idea che ciò che ci è chiaro in testa dovrebbe essere chiaro a tutti senza preoccuparsi della verifica. Dalla parte del ricevente, predomina l’idea preconcetta del “tanto so che cosa l’altro mi può dire”: alla fine le dissonanze vengono sentite immediatamente come ‘opposizioni’, ‘attacchi personali’.
    Non voglio fare la maestrina (con o senza la penna rossa) ma, se questo accade tra noi, dotati della stessa lingua madre, dello stesso iter culturale (a prescindere dalle scuole che abbiamo fatto) e, nonostante questo ‘patrimonio’ in comune, sperimentiamo come la “integrazione” sia difficile e problematica – difficoltà che poi vengono ulteriormente ampliate dalle condizioni socioeconomiche di questo momento –, che cosa ci muove nel pensare così disinvoltamente (ovvero senza che ci tremino le vene e i polsi) alla fattibilità di processi integrativi con “questa nuova tipologia di ‘barbari’?”
    Che lo si voglia o no, almeno in una prima fase, ci sarà una lotta e, come al solito, vincerà il più forte e non il più ‘giusto’. Ma chi è il più ‘forte’? Colui per il quale la morte non è categorizzata come ‘fine di tutto’.
    O, spostandoci di registro e per dirla con linguaggio economico, la moneta cattiva – soprattutto se più numerosa – caccerà quella buona.
    Può essere che le cose non vadano così, ma allora dobbiamo immaginare qualche cosa di nuovo anziché ripetere i vecchi slogan.

    R.S.

  39. Rita Simonitto, 2 aprile 17.05. “L’arte, per sua costituzione (non si tratta di una mia bubbola) ha una marcia in più per rappresentare quella parte di mondo che ci è oscura per un insieme (il più delle volte congiunto) di resistenze sia individuali che collettive (rapporti di forza, ideologie). (…) Ma per rendere questa ‘costituzione’ operativa *ci vuole un soggetto che ne capisca la portata, che ne patisca le contraddizioni interne* (legate appunto alla difficoltà a cogliere il ‘reale’ in solitudine prima di affrontare la prova ‘attoriale’), che indaghi il non sempre fluido rapporto tra forma espressiva e contenuto (a volte il contenuto va a forzare le forme conosciute e non si sa dove si va a parare), e che tolleri il fatto che la sfida è alta e la remunerazione (non solo economica) è poca”.
    Il richiamo al *soggetto che ne capisca la portata, che ne patisca le contraddizioni interne* (che attraverso i soggetti passano) collega due punti toccati in questo post: i Molti e la Tradizione.
    La testimonianza individuale delle contraddizioni del presente dispone di espressioni e di riflessioni comuni codificate. Codificate fino a che punto? Tutti viviamo, con maggiore o minore sensibilità “l’asprezza del tempo presente gravido d’incertezze, di timori, di negatività” come scrive Balestriere (3 aprile 22.51) in Trapassato prossimo. (Rispondo a Balestriere in questa occasione, credo che non gli sfuggirà e che allargherà il dialogo di ieri.)
    Tutti viviamo *questo* presente, e come non vedere che questo riguarda appunto i moltinpoesia (o i molto poeti)? Che proprio del rapporto con le contraddizioni presenti danno testimonianza.
    Ma la situazione è tale per cui in realtà manca la Tradizione del Presente in cui i Molti possano esprimersi. Forse essa Tradizione è in corso di lavorazione, in un periodo in cui sono state aperte le porte di un tempo futuro che un po’ spaventa. Siamo diventati miliardi, miliardi che vanno a scuola, e ognuno può dire e ha da dire, e quello che trova detto non basta mai al suo specifico bisogno, alla sua mancanza di essere.
    Oppure lo trova, io moltopoeta leggo molta poesia e trovo, sì, chi dice anche per me, mi acquieto un po’… e poi cerco di nuovo, e devio cercando altre tracce, e aggiungo una coincidenza che coglie anche la mia presenza in quel territorio indefinito, con riferimenti imprecisi e già alle spalle.
    Ennio Abate, riferendosi al soggetto-poeta di Rita Simonitto, introduce un elemento importante (2 aprile 17.05): “Sotto sotto mi pare di cogliere nella tua posizione il modello dei mistici che cercavano Dio al di fuori del sapere dottrinario gestito dalla Chiesa” ricerca di Altro che eccede l’esistente, che richiede nuova interpretazione e visione. Continua Abate, per riportare in terra la ricerca dei mistici, “o quello (modello) ‘esodante’ che lascia un mondo e ne cerca un altro (non si sa dove) o quello della psicanalisi che interroga soprattutto quello che affiora negli interstizi o nei vuoti del Discorso culturale ufficiale e apparentemente condiviso…”.
    Non siamo di nuovo e ancora oggi in una condizione che cerca qualche Altro per uscire da Orizzonti Soffocati? Mi pongo delle domande serie: chi crede davvero alla continuità tra il “nostro” passato e un futuro che immaginiamo del resto discretamente spaventoso? Chi dei molto o veri poeti pensa davvero che durerà nel futuro in cui non vivrà più? Chi crede di stare dando profondità alla Tradizione del Presente? Quelli che vivranno domani, di che passato avranno bisogno e come se lo formeranno?
    Forse la “nostra” storia non avrà più autonomia, alla nostra tradizione spetterà uno spazio ridotto e alle nostre individualità, che sono lingua, una proiezione piccolissima. Ecco perchè i Molti si sentono e si presentano polverizzati, non significanti perché poco c’è da significare… se non ci si immagina in una unità maggiore, nel breve periodo qualche società storica vivente, o qualche Impero che si dibatte, che si batte?
    Ma si può lanciare uno sguardo un po’ più lontano, e allora la situazione climatica planetaria, la armi a disposizione, le orribili disuguaglianze e distruzioni di massa, ancora di più ci azzittiscono, o ci rimbecilliscono, facendoci pestare acqua nel mortaio della brutta poesia dei Molti (e forse di molti Veri).
    Credo che Rita Simonitto chiami alla ragione scrivendo di diritto alla cultura e del dovere di rispettarla, e di conoscerla. E che Ennio Abate abbia centrato il problema: non per caso gira tanta riflessione sui mistici, che hanno cercato un senso trascendente (salire oltre) come dopo hanno fatto utopisti e ricercatori “in interiore homine” e non solo tra i conflitti di masse.
    Ma questa è la situazione, credo, siamo ancora alla partenza. Se invece qualcuno ha fatto dei passi avanti…

  40. E’ buffo, no? Noi le chiamiamo invasioni barbariche, i tedeschi le chiamano Völkerwanderungen, migrazioni dei popoli. Buffo come lo stesso identico fenomeno abbia un’accezione negativa se a parlarne è chi subisce l’invasione e positiva se invece a raccontarlo è chi, a parer suo, semplicemente si sposta da una terra all’altra.
    Ma allora questi barbari sono davvero così “barbari”?
    Il “barbaro” non cerca di invadere un paese così per caso, sceglie quella terra, ne studia il territorio, si arma fino ai denti per fronteggiare quella guerra, scova i punti deboli del nemico in modo da annientarlo, raccoglie le provviste, sa dove si trovano le fonti d’acqua e i villaggi più indifesi dove far razzia in caso di bisogno. Non parte impreparato, punta dritto al re per rovesciarlo.
    A noi sembra ignorante perché non ci capisce, ma d’altra parte nemmeno noi capiamo lui.
    Ai suoi occhi certamente siamo noi i barbari ignoranti.
    Ma forse qui si è fatta un po’ di confusione tra barbari e turisti.
    Non di quei turisti, però, che si prendono la briga di studiare un poco la storia del paese che stanno visitando, di conoscere qualche parola della lingua locale, di girare per le strade con una mappa in mano cercando di orientarsi come possono, chiedendo indicazioni alle persone per riuscire a ritrovare un monumento o il proprio albergo, turisti che ringraziano se viene fatto loro un favore, rispettosi di spazi che non sono i loro, del silenzio che vige all’ora della siesta, turisti grati se gli anziani del paese li accolgono nel bar a bere e ridere con loro, finendo poi col raccontarsi a vicenda ognuno le proprie storie.
    Sono un po’ goffi questi turisti, certo, ma fanno del loro meglio per conoscere la terra che per qualche tempo li sta ospitando. Molte delle cose che fan di quel paese quel paese rimarranno loro oscure, ma certo ci saranno un poco più vicini. E magari i vecchietti del bar li ricorderanno.
    Io però non parlo di questi turisti. Parlo di quegli altri. Quelli che partono con il tour organizzato, si siedono in aereo, decollano, atterrano, vengono prelevati con il pulmino e portati direttamente al villaggio turistico. Che di quel paese vedono solo la spiaggia dalla sabbia fine e il mare trasparente, che non hanno bisogno di sforzarsi di farsi capire né di capire perché nel villaggio tutti parlano la loro lingua, che frequentano la discoteca del villaggio, il ristorante del villaggio, il bar del villaggio, tornano all’aeroporto, decollano, atterrano, e una volta a casa dicono agli amici:”Quest’estate ho visitato il Kenya”.

  41. @ Simonitto 3 aprile 2016 alle 18:58

    1) « La ‘cultura’ non sta solo là. Non sono ‘loro’ [i colti o i semicolti] i soli depositari».

    Ma sta anche *là* o no? Oppure *là* proprio non ce n’è ed ogni sforzo per prendere e/o spartire *quel pane* è sprecato? Mi pare che tu propenda per la seconda soluzione, poiché in 3) scrivi: «[Colti e semicolti sono] forse depositari di potere» e «non possono essere visti come depositari di ricchezze culturali che dovrebbero essere ‘mobilizzate’, rese disponibili e non statiche». Per cui chi cercasse *il pane*(= cultura) *là*, sarebbe un illuso o un falsario o un bugiardo: dice di mirare alla cultura, invece vuole «dare la scalata al potere [che] è un altro paio di maniche». Perché – ne deduco io – il potere neutralizza ogni « intendimento ‘trasformativo’» e per esso la cultura è al massimo una maschera, una decorazione.
    Possibile? Possibile che in secoli di storia il potere non sia stato mai toccato dalla cultura, non abbia avuto la *sua* cultura?
    Gramsci distingueva una *cultura dominante* o *parziale* o «falsamente universale» più o meno contrapposta a un’altra, quella *subordinata* o delle “classi popolari e subordinate.
    Troppo ottocentesco? Può darsi. Ma che il potere non sia stato mai produttivo *anche* (se vogliamo) di cultura, come ha sostenuto Foucault, mi pare strano. In questo caso – e lo dico senza sarcasmo – s’impone una domanda: dov’è stata o dov’è mai la cultura o la “cultura vera”? Estremizzando il tuo ragionamento, si dovrebbe rispondere che non ci sia mai stata, poiché a avremmo avuto soltanto cultura dominante e falsamente universale (collegata o prodotta dal potere o dai potenti) e culture subordinate, necessariamente parziali o “di parte”. E, peggio ancora, non si sa neppure da dove oggi possa sorgerne, poiché tu giudichi – e in parte la storia del Novecento te ne dà conferma – «‘proiezione grandiosa’» (=infondata) «quella visione antitetico polare» che – chiamiamola con il suo nome – faceva capo a Marx e al marxismo e che dallo scontro tra classi e rispettive culture avrebbe potuto/dovuto produrre una cultura *veramente universale* o *più* universale.

    2) Sì, il termine ‘razza’ mi evoca teorie naziste e fasciste. Le mie conoscenze di Bion sono rudimentali, ma se egli usa il termine ‘razza’ nel senso che tu dici ( per cui – se intendo bene – “razzista” sarebbe chi, consciamente o inconsciamente (e psicologicamente non biologicamente parlando?) espelle « ogni forma di pensiero che può vivificare o portare cambiamenti») le mie riserve diminuirebbero o cadrebbero.

    5) Sui ‘barbari’.
    Forse concordiamo. Perché anch’io sostengo la necessità di evitare le posizioni “etichettate” (“buoniste”, “cattiviste”) e d’interrogarci più a fondo. Tuttavia non so se riusciremo a trovare una “terza via” o «qualche cosa di nuovo anziché ripetere i vecchi slogan». A me pare che – come provano gli accordi tra Europa e Erdogan – anche la «risposta umanitaria, pur sacrosanta e legittima» sta affondando…

    P.s.
    Sulle dinamiche di chi dialoga in questo sito. Dici: « ho notato che il più delle volte si risponde alle intenzioni dell’interlocutore più che alle parole effettivamente dette». Ma, secondo me, le parole nostre sono sempre cariche d’intenzioni. Non possono essere mai neutre, mai parole solo «effettivamente dette». E ha delle intenzioni per il lettore che le riceve. C’è voglia di farsi capire ma anche voglia – più o meno controllata – di far passare le proprie intenzioni e le proprie convinzioni. In modi più bruschi e secchi o in modi più suadenti o amichevoli o rispettosi.Non vedo però come si possa evitare questo dramma, questa lotta; che comporta un bel po’ di attriti o di equivoci o di *battute*. Tutte cose evitabili? Tutte cose davvero dannose?
    Per quel che mi riguarda non ho mai mirato nelle polemiche alla semplice distruzione o negazione dell’altro/a.
    Questo per quanto riguarda i confronti tra noi che partecipiamo all’esperienza di Poliscritture. Più complesso sicuramente il discorso del confronto tra noi e i “barbari” ( o tra “barbari che un po’ si conoscono” e “barbari che non conosciamo e non ci conoscono”). Prima di arrivare alla conclusione pessimistica che « come al solito, vincerà il più forte e non il più ‘giusto’» – conclusione che sicuramente ha più risonanze in noi che facciamo parte degli sconfitti o dei “sommersi” (o, per evitare equivoci, in me…) – farei di tutto per mantenere il confronto (o riportarlo, quando sfugge) sul piano razionale.

  42. @fischer 4 aprile 2016 alle 12:10

    1.
    Non capisco. Cosa è la «Tradizione del Presente». Per me la Tradizione è sempre sapere selezionato (da un singolo o da una comunità) che viene dal passato, conservato o strappato alla storia passata. Ad essere « in corso di lavorazione» sono le opere che si vanno producendo in quello che chiamiamo ‘oggi’ o ‘presente’ o ‘nostro presente’ o ‘contemporaneità’ e che *forse* i nostri posteri, se la storia non verrà interrotta da qualche catastrofe, collocheranno nella *loro* Tradizione.

    2.
    « Siamo diventati miliardi, miliardi che vanno a scuola, e ognuno può dire e ha da dire».
    Proprio oggi ho letto su «Le parole e le cose» un saggio di Guido Mazzoni, I nomi propri e gli uomini medi. Romanzo, scienze umane, democrazia. (http://www.leparoleelecose.it/?p=22492) Non ne condivido, come al solito, le conclusioni («« I tentativi politici di sovvertire questa condizione sono falliti. Lo dice la storia degli ultimi due secoli, due secoli che si concludono in un punto imprecisato degli anni Ottanta dopo il quale riemerge, come un destino»») che dicono in sostanza: questa democrazia è quella che è ma ce la dobbiamo tenere così: è il nostro insuperabile destino. ( E che, se applicate al discorso dei “moltinpoesia”, significherebbe accettare la caricatura che Ezio ne ha fatto col “molto poeta”…).
    Trovo però molto utile ( perché puntuale, accademicamente precisa) la ricostruzione storica del nesso tra i tre temi da lui studiato. Uniito a legger l’in tero saggio, ma stralcio alcuni brani che hanno a che fare più da vicino con la problematica dei “moltinpoesia”:

    « Da due secoli, per dire qualcosa intorno a una vita, ci affidiamo a due famiglie di discorsi: i primi rappresentano i singoli individui nelle particolarità minute o concedono loro il diritto di lasciare tracce e di esprimersi; i secondi ignorano le differenze e ricercano ciò che è comune, fissano la media. Da un lato la letteratura moderna, il giornalismo, la fotografia, i video, l’apparato delle attività mimetico-espressive contemporanee; dall’altro, i saperi concettuali sulla vita umana, la riflessione filosofica sul quotidiano, le scienze umane, la statistica: da un lato la singolarità di massa esposta nei dettagli, dall’altro la coscienza che le singolarità, osservate in quanto massa, sono parti di una serie. Da un lato la democrazia come differenza; l’ingresso degli individui qualsiasi nella sfera del dicibile e del visibile; dall’altro la democrazia come livellamento degli individui nell’unità delle forze anonime che agiscono dentro o sopra di loro. È un doppio regime di verità che noi tardo-moderni sperimentiamo ogni giorno. Si pensi ai due siti internet più visitati al mondo, Google e Facebook. Il primo è il più sofisticato dispositivo statistico che sia mai stato inventato: un algoritmo stabilisce quali siti corrispondano meglio alla ricerca digitata sullo schermo e classifica le singolarità sulla base di leggi. Il secondo è un diario in pubblico di massa che, democratizzando il diritto romantico a esprimere se stessi, invera le riflessioni di Christopher Lasch sul narcisismo di massa e il concetto di espressivismo così come si trova esposto nelle opere di Charles Taylor[23]. Facebook permette a un miliardo e mezzo di utenti attivi di pubblicare massime, aneddoti, riflessioni, storie, immagini, video, musica, di portare all’esterno le particole della propria vita, e in primo luogo di registrarle. Condensa due aspetti della mutazione antropologica di terzo livello che internet ha reso possibile: esprimere pubblicamente la propria ipotetica peculiarità e registrare la pura contingenza, memorizzare il flusso delle esistenze impermanenti. Considerati in quanto forme simboliche, Google e Facebook generano immagini del mondo in apparenza opposte. Questa antitesi ripete una bipartizione costitutiva della cultura occidentale, quella frattura tra poesia e filosofia, tra mimesi e concetto che emerge al termine di una lunga battaglia discorsiva combattutasi fra il VI e il IV secolo a. C. in Grecia, e sancita da Platone nel II, III e X libro della Repubblica. Oltre a ripeterla la porta all’estremo: la mimesis contemporanea scende nei dettagli con una precisione inedita; la riflessione diventa statistica e annulla le differenze nella più gelida delle identità – quella dei numeri. Che cosa significa questo doppio regime?
    […]
    Gli ultimi due secoli, in Occidente e nei paesi toccati dall’egemonia culturale dell’Occidente, iparticuliers si sono moltiplicati. È stata innanzitutto un’espansione quantitativa: il numero dei viventi è esploso, gli spazi fisici e mentali si sono saturati di corpi e di discorsi. Inoltre le masse hanno acquistato il diritto di vedersi riconosciuto uno spazio di autonomia privata, il diritto di avere dei diritti: perseguire i propri interessi, criticare, in teoria, ciò che è stato tramandato, partecipare, in teoria, alla creazione della volontà politica collettiva, costruirsi una sfera di valori. Ma l’epoca che accresce il peso nominale delle singole persone è la stessa che lega gli uomini in sistemi di reciproca dipendenza, moltiplicando le catene di azioni e reazioni reciproche: se i singoli conquistano autonomia e sicurezza all’interno delle piccole sfere che li avvolgono, l’orografia complessiva dei loro territori esistenziali li oltrepassa
    […]
    . La moderna narrativa in prosa nasce dall’abbattimento di quella scala degli esseri cui il sistema dei generi antico e classicistico implicitamente riman¬dava attraverso la regola della divisione degli stili. La disinvoltura con la quale il lettore medio si identifica coi mondi di personaggi completamente diversi fra loro, adattando ogni volta il proprio orizzonte di valori a orizzonti sempre nuovi, significa che tutti gli individui hanno conquistato il diritto democratico di lasciare tracce, di diventare, in teoria, interessanti.
    […]
    Guerra e pace è il correlativo estetico di queste considerazioni: un romanzo in cui le passioni di Natascia Rostova il giorno del suo primo ballo coesistono, su un piano di sostanziale parità, con le riflessioni di Andrej Bolkonskij sul senso della vita o con i pensieri di Napoleone. L’esistenza stessa di un genere che permette di condividere i desi¬deri degli altri senza giudicarne il significato intrinseco è eloquente: nel romanzo moderno gli individui agiscono per scopi privati all’interno di un mondo privato. Questo spazio ideologico e mentale si regge sulla massima che Thomas Buddenbrook applicava alla propria vita: «ogni attività umana ha un significato solo simbolico»[25]; poiché non esiste più una scala assoluta degli ideali, degli scopi e dei conflitti, «si può essere un Cesare anche in un modesto centro del Baltico»[26]; il destino di un commerciante di Lubecca merita lo stesso interesse che altre culture avrebbero riservato al destino di un principe, perché il contenuto di ciò che si persegue è infinitamente particolare. Ogni lettore è più attratto da certe storie e da certi personaggi che da altri, e tuttavia ciò che è davvero universale non è il contenuto dei desideri e dei mondi individuali, ma la forma del desiderare qualcosa in un piccolo mondo abitato da altri individui che a loro volta desiderano qualcosa di diverso. Il genere che garantisce agli individui il diritto di lasciare tracce scopre alla fine che tutte le vite moderne, nonostante le loro differenze di superficie, ripetono lo stesso schema: uno schema nel quale ciò che importa è la forma del desiderare, non il contenuto dei desideri, e prima ancora l’idea che sia interessante dare spazio agli individui qualsiasi, qualunque sia lo scopo cui tendono. Il romanzo comunica un’immagine tocquevilliana dello stato di cose presente: racconta un mondo diviso in nicchie poste in un intero che sfugge al controllo, ciascuna soggettivamente singolare nella sua oggettiva serialità, ciascuna assoluta nella sua assoluta relatività. «Mi chiamo Walter Siti, come tutti»[27], si legge nell’incipit di un romanzo che definirà il nostro tempo. Poco più avanti si legge anche «sono l’Occidente perché posso occuparmi di sciocchezze e chiamare sciocchezze le potenze che non controllo», perché mentre stati interi si dissolvono posso postare le foto del mio gatto su Facebook. D’altra parte occuparsi di sciocchezze è stata anche una conquista che molti di noi non baratterebbero mai. I tentativi politici di sovvertire questa condizione sono falliti. Lo dice la storia degli ultimi due secoli, due secoli che si concludono in un punto imprecisato degli anni Ottanta dopo il quale riemerge, come un destino inevitabile, lo stato di cose descritto centocinquant’anni fa da un aristocratico la cui famiglia era fortunosamente sopravvissuta alla Rivoluzione francese.

    3.
    Non per mettere le mani avanti, ma il mio riferimento ai mistici aveva una funzione circoscritta: intendevo capire se il discorso fatto da Rita (Simonitto) sulla cultura ricalcava magari solo parzialmente le esperienze di quanti – ecco l’esempio dei mistici – che hanno cercato vie d’uscite alla crisi che vivevano fuori dalle Istituzioni ( per i mistici la Chiesa, con le sue gerarchie e la sua dottrina da esse organizzata). Io però sono scettico rispetto alla via che tu sembri indicare: quella dei « mistici, che hanno cercato un senso trascendente (salire oltre) come dopo hanno fatto utopisti e ricercatori “in interiore homine” e non solo tra i conflitti di masse». Non riesco – per fortuna o sbagliando? – a separare «i conflitti di masse» da quelli «in interiore homine».

    1. 2 Avevo letto il saggio di Mazzoni ma fai bene a invitare a leggerlo, e credo sì che la conclusione non possa dirti niente. Ma che si sia bloccato tutto circa trent’anni fa mi lascia perplessa per la genericità dell’analisi.
      1 La Tradizione del Presente la intenderei così: che ci si sente parte di una tradizione e la si continua, anche negandola eventualmente. Ma chi si sente oggi di stare “continuando” qualcosa? E di stare proiettando nel futuro il proprio lavoro? (Forse Walter Siti, nel modo in cui lo cita Mazzoni).
      3 Non indico la via dei mistici, ma in essi trovo bene esemplificata la necessità che si ripresenta in certi periodi di salire oltre non lo stato di cose presenti, ma la comprensione, allo stato, delle cose presenti.

    2. Ancora qualche osservazione al punto 3. Il :200 e qualche decennio del ‘300 è stato un periodo fondamentale ancora per il nostro attuale presente. Pensa alla lingua italiana, agli stati nazionali Francia e Inghilterra, e pensa che i mistici hanno dato luogo a: il francescanesimo, gli ordini mendicanti, la separazione delle donne – le beghine- l’Inquisizione – i domenicani- … Allora, durante un certo numero di anni, la ricerca mistica ha originato direzioni che hanno attraversato i secoli, complicandosi e ricevendo contributi di ogni tipo, ma arrivando ancora fino ad oggi. Occorre oggi ripensare il mondo in modo radicale, inventando altro modo di esserci, al mondo, di starci? Credo di sì, se perfino su nascita e morte si sono resi incerti i confini… e l’idea di materia evapora in quella di relazione…

  43. @ Pasquale Balestriere 4 aprile 2016 alle 19:52

    Le devo una spiegazione e voglio che sia pubblica perché in pubblico, qui su Poliscritture, l’attrito tra noi è sorto e, se concordia ci deve essere, sia piena.
    Io non sono convinto che la sua frase (“Oggi chi vuole può procurarsi tutti gli strumenti del poeta”) corrisponda a un dato di fatto reale. E vorrei esplicitare le obiezioni che la mia battuta (ammetto drastica e indisponente) portava con sé.
    Non è dato di fatto reale, non perché in Italia non ci sia istruzione obbligatoria (e però le ricerche ci dicono che specie al Sud crescono l’” evasione” o l’”abbandono scolastico” (ad es. «al Sud la situazione diventa preoccupante, in particolare in Sicilia, Sardegna e Campania, dove ormai quasi un giovane su quattro lascia precocemente»: http://www.orizzontescuola.it/cresce-gap-sud-nord-nel-meridione-record-abbandoni-competenze-calo-pochi-diplomati)). Ma perché alla possibilità, spesso teorica ma – riconosco – reale per un’ampia fascia della nostra popolazione, di acquistare «materiale culturale» o PC o di accedere a Internet non corrisponde in automatico né una vera alfabetizzazione né un accostamento positivo e costruttivo alla poesia. Come stiamo cercando di capire in questa discussione sui “moltinpoesia”, l’espansione di questo fenomeno parapoetico ( e più in generale dell'”acculturazione”) è pieno di ambivalenze, contraddittorio, vischioso. Come tutti i fenomeni che oggi riguardano la cultura di massa, che è fortemente condizionata da poteri economici e politici niente affatto emancipativi o “progressisti”.
    Anche le «amicizie con persone più colte in grado di dare qualche consiglio ad un qualsiasi autodidatta» o « interrelazioni od occasioni che possano aprire nuovi orizzonti e offrire nuove possibilità ai meno colti» – cosa che non nego ma di cui non posso avere conoscenza diretta e documentata – sono aspetti del fenomeno che mi paiono circoscritti, minoritari; e mi lasciano perplesso, soprattutto perché il clima culturale generale di questo Paese negli ultimi decenni è andato – questa è almeno l’impressione che ne ho e non solo io – verso un crescente degrado. I luoghi stessi di incontri e confronti tra «persone più colte» e gente comune ma volenterosa e curiosa (librerie, scuole, associazioni culturali) per lo più non fanno che proporre autori “di successo” o iniziative mirate soprattutto alla commercializzazione più che ad un’educazione estetica o morale o politica.
    Ecco le ragioni della mia battuta, nata dall’impressione di un suo eccessivo ottimismo, “progressista” appunto.

    P.s.
    L’«immancabile» (ma purtroppo solo per me e per pochi) Fortini non è «il Verbo» (battuta o offesa?). Ho tirato in ballo ancora una volta quel nome – credo a ragione – perché Alberto Rizzi aveva parlato delle Avanguardie artistiche del primo Novecento in termini che a me sembravano troppo entusiasti e acritici; e, su questo tema, Fortini ha sviluppato critiche intelligenti e (sempre per me) ancora attuali.

    1. Per Ennio, che ha scritto: “Ho tirato in ballo ancora una volta quel nome – credo a ragione – perché Alberto Rizzi aveva parlato delle Avanguardie artistiche del primo Novecento in termini che a me sembravano troppo entusiasti e acritici”.

      Col tempo che ho perso fuori da questo argomento, non mi ricordo quello che ho scritto e non son riuscito a ritrovarlo, puoi riportarmelo? In effetti sono piuttosto entusiasta delle Avanguardie in parola: ma potrei comunque essermi espresso male.

      1. @ Rizzi

        Leggendo i tuoi commenti ho ricevuto due impressioni:
        – l’esaltazione della volontà dell’io;
        – l’esaltazione delle Avanguardie del primo Novecento.
        Sulla seconda posso anche aver esagerato per spirito polemico, ma il passaggio che più s’avvicina mi pare questo:

        “E del resto tutte le Avanguardie del secolo scorso (a cominciare dall’Astrattismo) facevano conto proprio su questo: la cultura stava diventando di massa (che è una contraddizione in termini: ma rende bene l’idea, che tutti potessero avere la possibilità di farsela, la cultura); e questo metteva finalmente in primo piano la responsabilità del singolo, per comprendere e fare arte: cioè la sua volontà.
        Secondo me bisognerebbe partire da questo punto fermo (anche se può essere duro accettarlo), per qualsiasi discussione e progetto sul come, a quanti e a chi arrivare, con le opere che facciamo”.

        1. Sì, la tua impressione è sostanzialmente corretta.

          Forse il termine “esaltazione” è eccessivo, perché si presta a interpretazioni anche negative; ma di sicuro metto in primo piano l’importanza della volontà del singolo in qualunque aspetto della propria vita.

          E quanto alle Avanguardie, il mio parere è che fecero un grandissimo lavoro: ci sono anche qui condizionamenti ideologici (basti pensare al Futurismo), a livello personale ho le mie preferite e quelle che stimo di meno. Ma compirono passi fondamentali – nel bene e nel male – per adeguare l’arte ai cambiamenti sociali in corso.

          Aldilà dei giudizi, dei gusti personali, se ci troviamo a dover gestire cambiamenti e problemi sociali ereditati da scelte compiute ormai almeno un secolo fa, per operare in campo artistico credo non si possa ancora prescindere del tutto da quanto fatto in quei decenni.

  44. @ Ennio Abate
    Leggendo la sua risposta mi accorgo che le nostre posizioni non sono così lontane, anzi. Quel che voglio capire è perché si divarichino enormemente negli esiti. Insomma perché la sua visione di questa realtà è, almeno sotto il profilo dell’istruzione e del processo acculturante, molto più negativa della mia (che, le assicuro, non brilla per ottimismo). Dopo attenta lettura e valutazione delle sue argomentazioni, pur ammettendo i grossi problemi odierni della scuola italiana (da docente ho potuto godere di un ottimo punto di osservazione) e tenendo nel dovuto conto le sue obiezioni, peraltro a volte piuttosto sfumate e temperate, non potendo rispondere a tutte una per una (mi manca il tempo e davvero occuperei troppo spazio), mi limito a dire che continuo a vedere maggiori possibilità di acculturarsi oggi rispetto al passato. E affermo questo, condividendo una consistente parte delle sue argomentazioni. Aggiungo che uno che senta vocazione alla poesia e voglia seguire questo percorso oggi può servirsi di strumenti impensabili fino a ieri; naturalmente in aggiunta a quelli di ieri. Penso che non si debba commettere l’errore, solo per il fatto che certe pur legittime aspettative non si sono realizzate, di negativizzare ogni odierna positività, ché sarebbe come buttare con l’acqua sporca anche il bambino .
    Quanto a Fortini, le assicuro che è un autore da me stimato e ammirato. Ma, ripeto, per me non è il Verbo, come non lo è – giusto per capirci- Dante o Leopardi o Manzoni o Ennio Abate. Pur, ripeto, stimando e ammirando tutti.
    P.B.

  45. “Nella mia vita, solo una volta mi è capitato di sentire (e leggere) un paio di belle poesie scritte da un signore con modeste conoscenze linguistiche. Che però non è stato capace di ripetersi”.
    (Pasquale Balestriere, commento su le poesie di G. Mannacio).

    Credo che questa constatazione di Balestriere vada a toccare il punto dolente di ogni poeta. Capita a tutti di scrivere alcune poesie particolarmente riuscite, che possono essere facilmente ricordate, e altre che non lo sono altrettanto. Le cose si complicano quando, tra scrittura metrica e verso libero, subentrano esigenze sociali tali da rendere necessarie anche modifiche sostanziali nelle forme dell’espressività. L’ingresso in poesia del linguaggio parlato e del verso libero assecondarono questa esigenza, ma ora? Che importanza possiamo dare alla sillabazione fonetica e ortografica se il problema sembra essere principalmente umano, sociale e culturale?
    Oggi non esiste solo un conflitto tra memoria storica e memoria individuale, ma anche tra ragione e utopia. E’ data a ciascuno la libertà di poter scegliere come uscire dal condizionamento sociale, dal sogno collettivo, per ritrovare quel che si è, con dignità.
    Le parole e le immagini della poesia arrivano portate dalla memoria; ragione e memoria sono sempre andate d’accordo, ma dalla poesia è lecito aspettarsi dell’imprevisto. Si fa gran fatica a dare forma alla propria immaginazione, forse Pasquale Balestriere saprebbe come spiegarlo ai bambini, io no. I molto poeti danno l’impressione di crogiolarsi nell’infanzia, e se cercassero di scimmiottare le forme tradizionali, senza averne gli strumenti, è sicuro che fallirebbero. Ma voglio vedere un poeta tradizionale svegliarsi un mattino e cominciare a scrivere da zero, nello zero che resta dal fallimento di tutte le utopie. Le buone maniere della scrittura – la conoscenza del novenario di cui si parlava ma anche lo stesso verso libero, che nel tempo si è fatto vieppiù elegante – possono bastare al gioco serio della poesia. Ma questa non è libertà. Di solito all’autodidatta riesce più facile inventarsi delle regole piuttosto che prenderle in prestito. E’ convinto che se ne possano trovare di belle anche nella propria discarica; anzi, oggi mi sa che se ne trovano più lì, di originali, che da qualsiasi altra parte. Perché ci si arrangia, e questa sarebbe anche una maniera per de-condizionarsi ( fase uno della rinascita).

  46. Riporto qui uno scritto dell’amico Paolo Agrati, poeta soprattutto noto negli ambienti del Poltry slam:

    Qualcuno ha provato a chiedermi cos’è la poesia. Ma la cosa più triste è che era assolutamente convinto di avere la risposta. La risposta non c’è, mettetevi il cuore in pace, se ne avete uno. Possiamo provare a capire cosa sia una poesia ben costruita, per cosi dire. E una poesia brutta, pure. Una che ci emoziona o una che non ci porta proprio da nessuna parte. Ma dal momento che una poesia è brutta, è già poesia non vi pare? Cercare una definizione esaustiva non solo mi sembra una cosa improbabile, ma altresì priva di interesse, per quanto mi riguarda. Per ciò io consiglio a tutti di scrivere, misurarsi liberamente con la carta. Certo è importante acquisire gli strumenti d’espressione, farli propri, seguire una spinta creativa che poi non necessariamente deve svilupparsi solo tramite la parola. Non si sa dove può portarci la ricerca. Per esempio mai avrei immaginato di divertirmi con la scrittura, di affrontare temi marginali, leggeri o apparentemente insignificanti. Pensavo fosse proibito e col tempo ho capito che non era affatto cosi. Che il sacro è ancora più interessante quando viene dissacrato. Che non c’è proprio nulla di proibito. C’è invece sempre il venerabile Jorge da Burgos di turno che ti dice che non c’è un cazzo da ridere, che il riso è un vento diabolico che deforma il volto e rende gli uomini simili alle scimmie. Ma le scimmie non ridono. E se vogliamo dirla tutta, la poesia è senz’altro una cosa seria. Come la comicità, del resto.

    https://paoloagrati.wordpress.com/2016/04/05/poesia-comicita-e-barba/

    1. Parlando d’animali e premesso che le scimmie ridono eccome, io taglio la testa al toro, sostenendo che c’è l’Arte e la “non-Arte”. Che cioè ci sono componimenti scritti, che mostrano una propria musicalità (o “anti-musicalità”) e che io chiamo “poesie”; e altri che proprio non hanno questa dote e che quindi non sono “brutte poesie”, semplicemente non lo sono.

      Perché se io scrivo “oggi sono andato al mare e faceva tanto caldo”, non ho scritto poesia; nemmeno se vado a capo dividendolo in due parti. Ho espresso un pensiero (“ho espresso me stesso”, come dicono – credo – i “moltinpoesia”), ma non è che abbia fatto un qualcosa di “molto poetico”. E forse a nessun lettore gliene fregherà più di tanto.

      Se invece scrivo “In un die uno di ferrocalore / ebbi il mare ai miei piedi”, m’illudo di aver scritto qualcosa davanti alla quale uno dice “ah, però…”. E’ logico che altri potranno ritenere, questi, dei brutti, bruttissimi, orribili versi. Dopotutto è la “mia ricetta” poetica e ce ne saranno senz’altro mille di meglio. Ma questo è qualcosa (ripeto, m’illudo…) di poetico, l’altro no.

      Come ho spiegato in un altro commento – appena postato – io credo che si abbia – per i più diversi motivi – il sacrosanto terrore, di ammettere che c’è chi ce la fa e chi no. Oso dire che, nella maggior parte dei casi, sia colpa di quel buonismo e di quel “politically correct” che tanti danni hanno fatto e continuano a fare alla società. Potrei anche aggiungerci – vd. sempre il commento a cui avevo accennato – un malinteso senso di ugualitarismo. Ma forse questi giudizi sono solo frutto del mio brutto carattere…

      Del tutto d’accordo per il resto su quanto riportato qui sopra da Mayoor, specialmente riguardo l’accettare la sfida del foglio bianco (o della tela, ecc.): rimane il fatto che se non c’è la coscienza di partire (più o meno) da zero e che scrivere poesia non significa troncare la frase prima del margine destro del foglio, si farà poca strada. E capire ciò è faccenda strettamente personale, che esula – a parer mio – da qualsiasi interpretazione ideologica o sociale; almeno fin che si resta a parlare della cosa in termini generali.

  47. …. di precisazione in precisazione

    … prima che Bion si rivolti nella tomba, preciso che lui non ha mai utilizzato termini come ‘razza’ o ‘razzismo’. Ha solo illustrato i processi regressivi e pericolosi che avvengono in quelle formazioni gruppali (che fanno parte dei Gruppi in Assunto di Base) allorché – per mantenere un Dio, una ideologia o una Istituzione da cui esse si sentono protette – non viene permesso né l’ingresso di un pensiero diverso né una storicizzazione. E’ un modello mentale arcaico che teme i cambiamenti interni e che porta alle conseguenti posizioni di ‘fare razza’, sentirsi i privilegiati e pertanto, ‘razzisticamente’, voler espungere e/o cancellare ogni forma che rischi di mettere in discussione tutto l’apparato.

    Sulla cultura/culture e sulla visione antitetico polare interverrò appresso, con più calma

    R.S.

  48. Provo a reinserirmi nel dibattito, dopo qualche giorno di “lontananza”; argomento sul quale la discussione è andata avanti, mettendo molta carne al fuoco. E non voglio certo rispondere al posto di Clelia alle (in gran parte) condivisibili affermazioni dell’ultimo commento di Ennio, però mi sembra utile precisare qualcosa.

    “Si sarebbe comunque arrivati a jazz ecc., anche solo passando da Bach…”: beh, in un modo o nell’altro, penso di sì: gli ultimi concerti per piano di Beethoven avevano parti, che se non funzionavano già per tempi dispari, ci andavano molto vicine; e l’idea di inserire il rumore nelle partiture musicali era venuta a Tchaikovski, senza aver ascoltato compositori afroamericani: anzi, con la rivoluzione industriale galoppante, lo scardinamento della musica dai canoni tradizionali (come di qualsiasi altra arte, a specchio di quanto stava accadendo alla società) sarebbe avvenuto comunque. Con la velocizzazione delle comunicazioni degli inizi del secolo scorso (il punto di partenza della globalizzazione), ci si è solo arrivati prima.

    Sempre a proposito di continuità (e qui parla l’insegnante di Storia dell’Arte…) t’assicuro che le scelte Cubiste di Picasso furono la prosecuzione delle ricerche intraprese coi “periodi” Rosa e Blu. Picasso partì, com’è noto, da Cézanne, aggiungendo man mano altri significati e campi di ricerca alla sua opera, fino a sfociare nel Cubismo Sintetico: ma il filo continuo c’è e si vede, facendo una bella carrellata di opere; tanto che il famoso “Demoiselles…”, non è ancora un quadro interamente Cubista (anche se è preso giustamente a Manifesto di quel Movimento), ma mantiene elementi dei due precedenti periodi picassiani. Stesso discorso vale per tutte le altre Avanguardie del Novecento (vedi il percorso di Kandinski dall’Espressionismo all’Astrattismo; o quello dei Futuristi – Boccioni in primis – partendo dal Divisionismo); forse l’unico artista al quale non si può applicare questo discorso, è Duchamp per il Dadaismo. Ma sono convinto che lui sia stato l’eccezione che conferma la regola.

    Poi la tanto terribile mancanza di possibilità per imparare che alcuni hanno a fronte di chi – in grazia a vantaggi politico-materiali – ha.

    Beh, è vero e non è vero: questo scoglio c’è stato e c’è ancora. Ma chi vuole si arrangia e lo supera, in qualche modo. Anche un autodidatta può (e deve) costruirsi un metodo; e arriverà dove arriverà, ma dando un prodotto dignitoso e che potrà per questo venir considerato “artistico”. Tanto, non c’è Cristo che tenga: anche 10 anni di studio “matto e disperatissimo” dietro al più bravo dei maestri, non ti portano tanto avanti, se non c’è quel quid (il “dono”), da far (e soprattutto da voler far) funzionare.
    E in questa sede dovremmo parlare di una situazione generale, non di singoli individui, credo. Nel senso che, appunto, chi non potrà permettersi i dieci anni di scuola full immersion, si costruirà tecnica e stile studiando 6 mesi qui, 6 mesi là; con le pause che la vita – purtroppo – gli imporrà. Ciò può essere spiacevole, sulla base di certe ideologie egualitarie: ma – dato che in Natura nulla funziona in maniera democratica – forse non è un sistema del tutto sbagliato. Per carità, forse. Ma, sarò cinico, con la pappa pronta non si arriva da nessuna parte, meno che mai nell’arte e nella cultura: così che una qualche difficoltà per strada la si deve incontrare…

    Credo che al fondo di tante prese di posizione qui, ci sia l’equivoco – frutto appunto di ideologie egualitarie, democrazia, Illuminismo e Positivismo, ecc. – per cui si vuole a tutti i costi equiparare il bisogno di esprimersi col fare Arte. Sì, in teoria, come punto di partenza può anche andar bene: ho bisogno di esprimermi, quindi provo a farlo in maniera artistica, perché così il messaggio sarà migliore. Sì, in teoria: in pratica ci si prova e, semmai, ci si riesce. Molto “semmai”.
    Questo discorso mi ricorda molto il teorema di Craxi “Tutti ladri, perciò tutti innocenti”: no, tutti ladri O tutti innocenti. Allora: l’Arte è sempre bisogno di esprimere qualcosa, ma il bisogno di esprimere qualcosa non sempre (raramente…) si tramuta in Arte. Altrove ho fatto l’esempio dell’atleta olimpico: ribadisco che funziona anche in Arte, anche se qui non ci sono cronometri ecc. E’ antipatico e frustrante, per qualcuno, lo so; ma mettiamoci il cuore in pace, è così. Come ho appena scritto sopra, tutti questi ragionamenti mi sembra che nascano da imprinting ideologici, duri da superare: perché – come qualsiasi imprinting – a non averli ci si sente come un trapezista senza rete (mentre quando si ha a che fare con il pensiero, ci si dimentica che non c’è bisogno di alcuna rete); per non dire del tempo che si ha l’impressione di aver buttato via, dietro un concetto che si rivela falso. E non scordiamoci anche un problema di amor proprio, in certe persone, nel riconoscere un simile errore.

    Comunque sì, in conclusione sono d’accordo di nuovo con Clelia, quando dice che è meglio tentare di dedicarsi all’Arte, anche senza cavare un ragno da un buco, piuttosto che occupare il tempo diversamente: in un modo o nell’altro si possono fare esperienze utili – se si vorrà – alla propria crescita personale. Non è poco. E se solo si riuscisse a ripristinare una sorta di confine (un po’ flessibile, magari; e di sicuro non basato sulla capacità o meno di scrivere in maniera corretta un sonetto) tra “l’esprimere se stessi” e il “fare Arte”, queste esperienze sarebbero ancora più utili.

  49. NOI SIAMO COMUNQUE MOLTINPOESIA: THIS IS A PROBLEM

      «Confesso di non avere gran feeling con la filosofia (contrariamente a parecchi in questo blog, mi pare): nessuno è perfetto. E sono abbastanza in dubbio se prendere o no questo libro, pur su di un argomento che mi interessa e che in qualche modo mi riguarda: arte è comunicazione e spesso propaganda, ecc., dopotutto. Ma l’idea che possa essere fondato su visioni ideologiche, mi turba, per quello che è il mio modo di ragionare». ( Rizzi)

      «Se esistesse una mossa che liberi d'un colpo solo gli uomini dall'ideologia essa assomiglierebbe molto, temo, alla rinuncia all'esistenza». (Partesana)

      @ Rizzi

    Caro Alberto,
    ti userò un po’ come testa di turco per questo mio esercizio critico. Tu ribatterai da par tuo; e dallo scontro delle nostre contrastanti *intenzioni* (Simonitto) vedremo se ne esce un tantino più di verità. È sempre meglio che certe cose ce le diciamo fuori dai denti (con qualche rischio ma senza offese) piuttosto che ricamandoci su diplomaticamente. Vado per punti:

    1.
    Uno, che scrive: «io credo che si abbia – per i più diversi motivi – il sacrosanto terrore, di ammettere che c’è chi ce la fa e chi no. Oso dire che, nella maggior parte dei casi, sia colpa di quel buonismo e di quel “politically correct” che tanti danni hanno fatto e continuano a fare alla società. Potrei anche aggiungerci – vd. sempre il commento a cui avevo accennato – un malinteso senso di egualitarismo», parla così perché è convinto che lui sia uno che ce la fa o ce la farà. Invece, io sono convinto del contrario: né Alberto Rizzi, né io né i tanti altri che oggi scrivono poesie anche “dignitose” *ce la faranno*. Almeno nel senso che comunemente s’intende. Cioè dell’arrivare ad ottenere il successo, il riconoscimento, a diventare “classici” (come si diceva per Mannacio qualche post fa) in questa società e grazie all’approvazione di “quelli che contano”. Parla per te, potresti replicarmi. E il discorso si chiuderebbe. Ma io vorrei insistere, spostandolo su un piano estetico-politico (ideologico, dirai tu!) che m’interessa. Per dire che tutti noi apparteniamo a un ceto medio colto/semicolto (in via d’impoverimento) che è stato sconfitto quando ha accennato il suo “assalto al cielo”.

    2.
    So che non puoi essere d’accordo con me, ma vado avanti. Nella mia riflessione il fenomeno dei moltinpoesia l’ho sempre collegato alla vicenda storica di un’area sociale (variamente indicata con termini ballerini e approssimativi: ex piccola o piccolissima borghesia, intellettuali massa, ceto medio, lavoratori della conoscenza), che ha fatto sentire la sua balbettante voce “poetico-politica” attorno al ’68 69. In parte s’appoggiò su un’altra voce (e in parte la contrastò), sempre per me “poetico-politica”, quella baritonale della tradizione di sinistra (socialista e comunista) e marxista. Per poi disperdendosi nei bassifondi o nel sottobosco della vita sociale e culturale di questo Paese.
    Ora l’atteggiamento critico e cautamente speranzoso che ho verso i moltinpoesia (di cui – ripeto – sento di far parte) mi fa pensare che, se non si costruirà un’altra prospettiva estetico-politica capace di non accantonare i suoi confusi bisogni (gli stessi dei *tonti*, dei *cretini*, dei *surrealisti di massa* di cui parlò Fortini), saremo – tutti, dico tutti – destinati a rimanere moltinpoesia o, nei casi peggiori, “molto poeti”, come dice Ezio. E quindi ad enfatizzare (come avete fatto tu, Ezio e Clelia) o a cercare di riavvicinare (come tento di fare io) le differenze tra (supposti) competenti e incompetenti.

    3.
    Sopportiamo, infatti, i postumi di quella sconfitta di cui ho detto. Che ci ha lasciato a dibatterci nella palude di una falsa democratizzazione della cultura (e della poesia). E oscilliamo – epigoni che si aggirano in mezzo alle rovine del moderno – tra due estremi: il volontaristico desiderio di metterci la maschera dei Grandi (più o meno idealizzati) del Passato, poco importa se italiano o europeo o internazionale (per avere esempi di queste tendenze prova a seguire un po’ il dibattito su «L’Ombra delle Parole»); la voglia di acquietarci in questa falsa democratizzazione, convincendoci che è *quasi* come la libertà (almeno per i “pochi ma buoni” o le “minoranze” che – come tu scrivi – saprebbero fare miracoli di volontà o avrebbero qualcosa in più rispetto agli altri, ad es. il sempre indefinibile “ talento”).
    Da qui, in questa crisi per ora senza via d’uscita, le piccole (e spesso meschine) gare a chi sfoggia più “Cultura” o citazioni di Autori rinomati della Tradizione – diciamo – da liceo classico (chi sa di metrica, chi non ne sa) o – su un altro versante, perché lo snobismo oggi ha anche forme non classiche – della Tradizione delle Avanguardie versoliberiste, ribelli, futuriste, sanguinetiane, underground, slampoetryste, ecc.
    Ma a che serve? Si va così alla sostanza delle questioni? Secondo me, no. Eppure tanti parlano di poesia (anzi della Poesia) come se ci andassero insieme a letto ogni notte e avessero da lei i *doni* necessari per distinguersi dalle masse dei moltinpoesia.

    4.
    E tu coi tuoi commenti, caro Alberto, ai miei occhi appari proprio come uno di questi che la sa più lunga degli altri, dei moltinpoesia; e che crede di potersene distinguere. Vediamo se è possibile ragionare su questo punto. Scrivi: «L’Arte [noto la maiuscola e già mi allarmo!] è sempre bisogno di esprimere qualcosa, ma il bisogno di esprimere qualcosa non sempre (raramente…) si tramuta in Arte».
    Com’è comoda, com’è ovvia (come non sopporto…) questa divisione netta tra arte e non-arte (o poesia e non poesia)! Ti sarai accorto che odio *ragionevolmente* (sì, c’è anche un odio ragionevole) proprio la filosofia o il pregiudizio consolidato di chi è convinto che, in poesia (o in arte) riuscito e non riuscito, bello e brutto, artistico e non artistico, poetico e non poetico vadano nettamente distinti e contrapposti. Lo considero un modo di pensare *estetico-politico* elitario, aristocratico o pseudo aristocratico da contrastare. Come si può.
    Ma, siccome tu sei di sicuro anche un po’ “democratico” (diciamo un “democratico critico”) e non ancora – credo – tra gli Eletti che discutono solo con Eletti loro pari ma anche con uno come me o come altri commentatori di Poliscritture, attenui un po’ il disprezzo (o la paura?) delle masse e sai mostrarti anche accondiscendente e paternalista. Ti accontenteresti, infatti, di mantenere o «ripristinare una sorta di confine (un po’ flessibile, magari; e di sicuro non basato sulla capacità o meno di scrivere in maniera corretta un sonetto) tra “l’esprimere se stessi” e il “fare Arte”». Diciamo che ti piacerebbe una chiara gerarchia tra Poeti e Dilettanti, tra Poeti “veri” e Parapoeti o Scriventi versi (Majorino). A tali condizioni, sei disposto anche a riconoscere – bontà tua! – che «queste esperienze [degli altri: i Dilettanti, Parapoeti, Scriventi versi, Moltinpoesia] sarebbero ancora più utili». O almeno – dai! – sopportabili. Tanto che importa se ci sarà «chi non potrà permettersi i dieci anni di scuola full immersion». Se è sveglio, «si costruirà tecnica e stile studiando 6 mesi qui, 6 mesi là; con le pause che la vita – purtroppo – gli imporrà».

    5.
    Ecco, io trovo proprio sbagliato questo modo di vedere il fenomeno e il senso possibile dei moltinpoesia. Non m’interessa chiuderli nel ghetto di quelli che dicono (o magari credono davvero) che la Poesia sia “esprimere se stessi”. No – ti sbagli! – non ho in mente nessuna pretesa di « equiparare il bisogno di esprimersi col fare Arte». Né cerco ricette per permettere a semipoeti, parapoeti, mezzi poeti di presentarsi al *pubblico della poesia* con l’abito rammendato o da domenica. Né ho il terrore di « ammettere che c’è chi ce la fa e chi no».
    Per me, *in questo tipo di società*, *con questi rapporti sociali* (capitalistici) è obbligatorio, è inevitabile che ci sia «chi ce la fa e chi no». È proprio così, perché il modo prevalente di pensare – eh, sì, qui torna la malfamata ideologia! – deve essere *necessariamente* questo. Ma nessuno convincerà me e molti altri – non solo nel campo della poesia, ma in tutti i campi, perché la poesia come tutti gli altri saperi è legata da mille fili alla restante vita sociale e ne risente (eccome!) – che tale *reale* situazione sia giusta, immutabile e soprattutto naturale. Come purtroppo tu sostieni: dato che in Natura nulla funziona in maniera democratica – forse [la non eguaglianza] non è un sistema del tutto sbagliato».

    6.
    L’ideologia del « c’è chi ce la fa e chi no» (la «struggle for life» dei darwinisti sociali) ti fa pensare che salvarsi o essere sommersi dipenda dalla volontà o dalla coscienza individuale. Che sia in fondo «faccenda strettamente personale». Il che ti permette certe uscite, che io trovo soavi, disinvolte e baldanzose. Del tipo: «Beh, è vero e non è vero: questo scoglio [dei «vantaggi politico-materiali»] c’è stato e c’è ancora. Ma chi vuole si arrangia e lo supera, in qualche modo». Oppure: «« con la pappa pronta non si arriva da nessuna parte, meno che mai nell’arte e nella cultura: così che una qualche difficoltà per strada la si deve incontrare…».
    A te interessa sottolineare sempre «quel quid (il “dono”), da far (e soprattutto da voler far) funzionare». A me capire da dove viene quel “quid”; e perché alcuni ce l’hanno e altri no, e perché è più facile averlo in certe condizioni di «vantaggi politico-materiali» e meno o per nulla in quelle di svantaggio.

    7.
    Questo gigantesco e mai risolto problema tu lo esorcizzi. Con insistenti frecciate contro i tuoi Mulini a vento ( «ideologie egualitarie, democrazia, Illuminismo e Positivismo, ecc»). Chi, invece, se lo pone ti appare uno che pensa «sulla base di certe ideologie egualitarie». (E ovviamente vedi bene gli «imprinting ideologici, duri da superare» nell’occhio altrui, non quelli antiegualitari ed elitari nel tuo).
    Devo aggiungere che il « malinteso senso di egualitarismo» – oggi così facilmente schernito da quanti hanno accolto con un respiro di sollievo la sconfitta dei movimenti o dei partiti che, tra metà Ottocento e inizi Novecento (con l’eco di breve durata del biennio ’68-’69), tentarono di correggere o s’illusero di ribaltare i rapporti sociali di classe in senso socialista e comunista – non si fondava sulla natura o su una filosofia naturalistica, ma su un progetto culturale e politico: quello marxiano. Che certamente si è caricato anche di attese egualitariste (anarchiche o cristiane), ma non è riducibile ad esse. Marx faticò, infatti, una vita per capire cos’è *Das Kapital* e come funziona e come modella i rapporti sociali. E in lui non c’era nessun «malinteso senso di egualitarismo», ma l’ipotesi di un processo storico che avrebbe reso possibile un differente sviluppo dell’umanità; con una più libera espansione delle potenzialità – comuni ma allo stesso tempo singolari – degli individui. Certo in futuro, quando non fossero stati più costretti a sopportare i rigidi e distruttivi rapporti di classe.
    Era uno che non rispettava il buon senso comune e non accettava le gerarchie impostesi con la storia senza chiedersene perché o dubitarne. Le criticava con gli strumenti della ragione. Come fecero anche le Avanguardie (almeno alcune). E come fece anche Walter Benjamin, quando, invece di rassegnarsi alla tua visione del «c’è chi ce la fa e chi no», s’accorse che il patrimonio culturale di un’epoca «ha immancabilmente un’origine a cui non si può pensare senza orrore». E, anche quando studiava la vita e le opere dei «grandi geni che lo hanno creato», non riusciva a togliersi dalla testa «la schiavitù senza nome dei loro contemporanei». Concludendo in modo sicuramente irritante, per chi «ce la fa», che tale patrimonio «non è mai documento di cultura senza essere, nello stesso tempo, documento di barbarie» (W. Benjamin, Tesi… cit., in Angelus Novus, Torino 1962, pp. 75-6).

    P.s.
    Su una questione in parte secondaria:

    «Le scelte Cubiste di Picasso furono la prosecuzione delle ricerche intraprese coi “periodi” Rosa e Blu. Picasso partì, com’è noto, da Cézanne, aggiungendo man mano altri significati e campi di ricerca alla sua opera, fino a sfociare nel Cubismo Sintetico: ma il filo continuo c’è e si vede, facendo una bella carrellata di opere».

    A me pare che questa continuità tra esperienze artistiche di diverse epoche o tra periodi diversi di uno stesso artista (specie di uno sperimentatore incallito come Picasso) sia più effetto ottico che realtà verificata. Quando un artista o un movimento di artisti (mettiamo il surrealismo) consolida una scoperta, un modo nuovo di vedere le cose, poi, a ritroso in un passato anche lontano, si trovano che anche altri artisti erano stati – a loro modo però (secondo i saperi della loro epoca)- surrealisti. Ad es. Bosch. E vengono definiti “precursori”, stabilendo un filo di continuità, ma a posteriori e tutta ideale. Il rischio è appunto di costruirla tale continuità. Mentre credo che l’arte proceda ora con una certa continuità ora con rotture.

  50. Woooooowwww!!!! Finalmente la possibilità di una Polemica con la maiuscola, come me la sognavo da una vita! Di quelle che, nei bei sani e vecchi tempi andati, si concludevano dritte con un duello!

    Battute a parte (alle quali spero che tu e gli altri che seguono questo sito si stiano abituando…), hai fatto benissimo, davvero. Spieghiamoci pure “a viso aperto”, non chiedo di meglio; anche nei confronti degli altri che partecipano qui.

    Ci sono molte cose (alcune giuste, alcune sbagliate – ovvio – dal mio punto di vista), ma tutte interessanti e meritevoli di risposta / approfondimento. E il più possibile serio, senza frecciatine e battute.

    Adesso abbi solo pazienza: hai messo molta carne al fuoco, mi copio tutto con calma e cerco di rispondere entro domani. E grazie, per tenere in vita in questo modo la discussione.

  51. Per Ennio Abate e le sue riflessioni del 7 aprile 2016 alle 23:42

    Chiedo scusa per il tempo che ci ho messo e la lunghezza: ho dovuto costruire le risposte un po’ qui e un po’ là, sfruttando qualche momento libero; e c’erano molte cose da dire: dubito che ti soddisferanno, ma risponderti cercando di soppesare le parole – non fosse altro che per chiarezza, anche verso gli altri che seguono questa discussione – mi sembrava fosse il minimo. Non so se ci sono riuscito, comunque ho organizzato la cosa punto per punto.

    1) Temo che tu parta dal presupposto – errato, ma comprensibile – che il mio fine sia il successo, i riconoscimenti, ecc.; e soprattutto, che chiunque sia meritocratico come lo sono io, ricerchi ciò. Che ci si creda o no, il mio scopo è quello di far arrivare quel che creo a più gente possibile. Punto.
    È dalla fine degli Anni ’70 che ho imparato a conoscere come funzioni il meccanismo dei riconoscimenti pubblici e che ne sto alla larga come dalla peste. Certo, i ringraziamenti fanno piacere a tutti, ma per quel genere di ringraziamenti, il gioco non vale la candela; e il “motto” che ho scelto per l’home page del mio sito, dovrebbe spazzar via ogni equivoco. Pertanto io “ho successo”, quando riesco a guadagnarmi un nuovo, piccolo, marginale spazio di visibilità: in una rivista, in un sito, con una lettura pubblica.
    Da questo punto di vista, sono anche convinto che molti ce la possano fare: sia a produrre una Poesia (nota la maiuscola…) degna di questo nome, sia ad arrivare a un buon numero di persone. Da quante di queste persone il mio (e loro) messaggio venga compreso, è un altro discorso e ci tornerò su più avanti.
    Siamo stati sconfitti? Sì, evidentemente per come vanno le cose oggi; e a prescindere dall’aver dato l’assalto a qualcosa oppure no. Per la maggioranza degli italiani la cultura è vista come un peso fastidioso, quindi quelli che ci credono e che la fanno sono molto antipatici. Ma se abbiamo perso, cerchiamo di imparare dagli errori fatti; e non corriamo dietro all’impossibile e frustrante pretesa di trovare qualità nella quantità: accettiamo l’idea, che “arrivare a più gente possibile” non è sinonimo di “essere compresi dalla maggioranza delle persone”. Nel caso si faccia un discorso di qualità, chiaro: se invece si scrive un testo alla Orietta Berti, essere compresi dalla maggioranza delle persone è molto probabile, se non certo.

    2) Forse ho capito male io, ma “molto poeta” non mi sembrava sinonimo di fallimento: vorrei dire che dovremmo sforzarci di essere “molto poeti”, anche se sarà difficile arrivarci, per la maggior parte di noi. Ma forse – ripeto – non ho colto la sottile ironia di Ezio Partesana.
    Detto questo, ammetto di non saperti rispondere: potrei azzardare, che una “nuova prospettiva estetico-politica” deve nascere da una società (o da un suo frammento), che voglia organizzarsi in maniera appunto nuova rispetto alla precedente. Creare prima tale prospettiva, mi sembra un po’ come mettere il carro davanti ai buoi; o cercare in laboratorio una soluzione a un problema, che va invece cercata sul campo: il quale è forse l’errore nel quale sono cadute le ideologie.
    Ma non essendo né un filosofo, né un sociologo, non so dare una vera risposta; o addirittura non ho magari capito del tutto quello che intendi in questo punto.

    3) Allora: premesso il discorso sulla sconfitta, dalla quale sei partito (anche nel punto 1), io mi sforzo di non oscillare fra i due estremi che dici: credo che questo modo di pensare (e di comportarsi) strettamente dualistico sia proprio da evitare, che sia l’equivoco che ha impedito all’umanità di progredire eticamente, moralmente, spiritualmente, come mi sforzo anche di spiegare ai miei studenti, quando posso.
    Credo che ci siano molti comportamenti possibili fra questi due estremi (i quali portano alle conseguenze che dici, in primis “le inutili gare”; e che non servono appunto a nulla) e cerco di trovarne uno che possa essere utile a insegnare qualcosa – attraverso l’Arte e in questo momento la Poesia in particolare – agli altri; e di riflesso “per feedback” anche a me, beninteso.
    In tutto questo – da qui non mi schiodo – sì, per riuscire in qualcosa c’entra anche il talento, il “dono” che solo una minoranza ha, per riuscire in quella cosa. E che ha sempre fatto e sempre farà, nel bene e nel male, la differenza. Con buona pace di chi si sforza di essere democratico.

    4) Ragioniamone pure, Ennio.
    Non ho la Verità in tasca, ma credo di aver imparato qualcosa dopo quarant’anni di esperienze artistiche, venticinque dei quali a livello professionale in campo poetico: diciamo più di qualcuno e meno di altri; e, più che di distinguermi, cerco di rendermi utile. Perché nei dibattiti si dovrebbe cercare di rendersi utili, a prescindere da chi e da quanti si riesca poi a convincere. Cerco di insegnare qualcosa e, nel contempo, di imparare qualcos’altro. Questo anche (soprattutto) per mezzo dell’Arte: vedi l’accenno al feedback appena sopra.
    Per il resto:
    La maiuscola serve per rispetto a quello che è il mio lavoro (per lo stesso motivo per il quale scrivo “Ennio Abate” e non “ennio abate”…); e per allarmare chi abbia preconcetti.
    Se non sopporti la differenza tra “Arte” e “non-arte”, non so che farci: la differenza c’è (è proprio per questo che tale differenza è “ovvia”) e il non accettarla è un problema tutto tuo: fondato sulla visione distorta che le ideologie danno della realtà, azzardo a dire; ma su questo potrei anche sbagliare: molti blocchi nella capacità di giudizio nascono da esperienze personali, nelle quali le convinzioni politiche, sociali, ecc. non c’entrano nulla.
    Diciamo – per tentare un rozzo paragone – che è come se non sopportassi la differenza, che c’è tra un Valentino Rossi (che ha “il dono”…) e uno che va in scooter, pretendendo che sia un campione anche il secondo.
    Questa mia posizione io la chiamo “meritocratica”; e se per te “meritocratico” è sinonimo di elitario, ecc., di nuovo non so che farci, anche perché a un certo livello si entra per forza a far parte di un’élite (come quei venti piloti che arrivano a correre in un campionato mondiale…); semmai quello che posso contestare, nel termine, è il senso di chiusura al quale spesso si associa: che ci può essere oppure no, dipendendo dagli individui che la compongono.
    Ma è questione di parole, se vuoi, e alla fine basta esserci capiti. Se poi desideri contrastare questa tendenza con tutti i mezzi, sappi che sei in buona compagnia; sono almeno trent’anni che i Governi italiani lo fanno alla grande: con la TV spazzatura, con le riforme “per la buona scuola” e via discorrendo.
    E no, non mi interessano gerarchie o graduatorie: già è difficile (e per certi versi inutile) stabilire chi è stato meglio di chi secoli fa, figuriamoci nel contemporaneo. No, mi interessa che ritorni la coscienza della differenza tra “Arte” e “non-arte”, che s’è persa per strada con cinquant’anni almeno (ma forse due secoli) di corsa al ribasso, in nome di una malintesa eguaglianza.
    Infine rispetto tutte le esperienze, sia “professionali” che dilettantistiche”: mi chiedo se non ci sia comunque qualcosa da imparare da esse e in caso non trovi nulla, saluto e passo via. O almeno ci provo: qualche volta, con chi pretende di avere certe verità in tasca, non resisto alla tentazione di mettere i puntini sulle i. Bontà mia, chiaramente…

    5) – Anche qui, non so che dirti, se questa situazione ti turba. Il punto è che in qualsiasi situazione, c’è chi ce la fa e chi no. Il capitalismo non c’entra. Spiace, ma è così.
    Sul fatto della mancanza di democrazia in Natura possiamo ragionarci.
    La pretesa di ordinare la società secondo norme democratiche, potrebbe essere espressione del fatto che l’umanità crede di essere qualcosa di separato dalla Natura; e in effetti quest’ordinamento (almeno nelle forme che conosciamo oggi) si sviluppa a partire dalla Rivoluzione Industriale, che segna l’inizio di questo distacco. Accettando questo punto di vista, la conseguenza è che l’umanità si farà del gran male (se lo sta già facendo, infatti): speriamo che impari e che riesca a venirne fuori.
    Un’altra possibilità sarebbe quella di partire dall’idea che l’umanità abbia una marcia in più; e in grazia di questo possa gestire appunto sistemi che naturali non sono. Vorrebbe dire, però, che l’umanità è particolarmente evoluta, anche senza tirar fuori salti quantici e allineamenti planetari. Ma mi pare che l’umano medio sia rimasto uno scimmione semideficiente, al quale è stata messo in mano una mitragliatrice. In futuro, chissà…
    Potresti ribattere, che è provata l’esistenza – nell’antichità – di società acefale, cioè “a democrazia diretta”, come si direbbe oggi. È vero, ma pur essendo “tutti uguali”, le specializzazioni all’interno di questa struttura c’erano; e quando si doveva risolvere un problema (o si era democraticamente trovato il modo di risolverlo), ci si affidava a qualcuno che mettesse in pratica tale soluzione, o vi sovrintendesse. Era una cosa a tempo, risolto il problema gli si offriva una bella cena e quello tornava a fare quello che faceva prima.
    Ma anche questo dovrebbe farti capire, che c’è sempre stato “chi ce la fa e chi no” in un modo o nell’altro.

    6) – Allora comincio con un’uscita “soave, disinvolta e baldanzosa”: “I fattori per riuscire o meno sono tantissimi (sociali, economici, ecc.) e si influenzano l’uno con l’altro; ma senza una forte volontà e una buona dose di coscienza individuale si ha perso in partenza. E spesso non si riesce più a ripartire.” Ma parliamo del “dono”, riguardo al quale ti poni domande più che legittime.
    Cercando di spiegarmi nella maniera più semplice possibile, il “dono” si potrebbe definire: “quello-che-una-persona-sa-fare-meglio”; magari nemmeno sa di averlo, ma ce l’ha, perché uno ce l’abbiamo tutti. Oppure è convinto di dovere e di saper fare una determinata cosa, ma non è quella. Ci si incaponisce e si batte la testa magari per tutta la vita e non c’è niente da fare. Dono (quello vero) sprecato.
    Se invece comprende che quella è la sua strada, può darsi che abbia avuto un “dono” inerente alla creatività e diventa artista; che sia inerente a saper gestire al massimo la dinamica del proprio corpo e diventa un atleta; e così via.
    Il “dono” è sempre positivo, dipende dal singolo individuo l’usarlo in maniera positiva o meno. Un “dono” fondamentale per essere leader è il carisma, il saper cogliere in un attimo lo stato d’animo della folla e piegarlo ai propri scopi, il che in teoria è un bene: ma abbiamo una ricca galleria di dittatori, i quali avevano forte carisma e sappiamo benissimo come l’hanno usato.
    Il fatto che ce l’abbiano tutti implica che eventuali “vantaggi politico-materiali” non c’entrano nulla: c’entrano, semmai, quando si tratta di svilupparlo e di metterlo in pratica.
    Da dove ci viene? Qui dipende da come uno vede il mondo: dio, l’universo, il caso… Lo spirito che decide di albergare in un certo corpo, con un determinato progetto di vita, se uno crede alla reincarnazione. Vedi tu.

    7) – Premesso che è chiaro che tutti noi tendiamo a vedere meglio gli altri che noi stessi; e che abbiamo il maledetto difetto, di pensare che gli altri ragionino come noi: cioè che abbiano più o meno gli stessi pregi, difetti, comportamenti, ecc.; ecco, il progetto marxiano.
    Ho il massimo rispetto di Marx come economista: la sua teoria sul Capitale rimane fondamentale ancora oggi; anche se comincia inevitabilmente ad essere datata (un po’ come la Teoria della Relatività), perché in un secolo e mezzo la società e l’economia si sono modificate.
    Ma sulla parte politica e culturale, resto delle mie opinioni; né poteva – a parer mio – fare le cose molto diversamente: l’Illuminismo si limita a “capovolgere” il sistema di pensiero che chiama “Oscurantista”. Ne cambia i simboli, ma non ne intacca la struttura; un po’ – per capirci – come fa il satanismo col monoteismo cristiano: il buono è Satana, il cattivo è diventato Gesù; ma pantheon e riti del primo sono la fotocopia speculare del secondo. C’è poco da fare: si è in una situazione dualistica e ci si sta troppo bene: così che si va da A a B e da B ad A, illudendosi che buttando via tutto e ricominciando da capo, si progredirà…
    Con questi presupposti e anche partendo da un’analisi economica pressoché perfetta Marx e il Marxismo non potevano fare molto di diverso, per trasporre in pratica le loro teorie politiche e sociali. Per cavare le castagne dal fuoco, ci serviva un Messia: ma Gesù non è mai esistito e comunque non poteva essere un dio. Però l’imprinting è quello, occorre una figura salvifica: e poiché gli era entrato bene in testa che Gesù prediligeva gli ultimi e gli ultimi, all’epoca, erano i proletari, basta sostituire una classe sociale a un singolo individuo.
    Un secolo e mezzo di storia ha dimostrato che la classe proletaria aveva una percentuale di minchioni pari più o meno a quella delle altre; e che le altre avevano una percentuale di persone in gamba pari più o meno a quella del proletariato. Ma questa considerazione rompe la rassicurante teoria che ci sia sempre un buono (se possibile noi) e un cattivo (mi raccomando, gli altri): così “avanti o popolo…” con quel che ne segue. (Ecco, chiudo questo pezzo di discussione con una battuta che farà incavolare qualcuno).
    Benjamin. È stato un grande, ma anche nel pessimismo; comprensibilmente, vista la sua storia. Ma comunque uno che vedeva il bicchiere mezzo vuoto, anche quand’era quasi pieno, se ci si deve basare sulle citazioni che riporti.
    Si potrebbe liquidarlo – sempre sulla base di quelle citazioni – dicendo che ha scoperto l’acqua calda: da sempre chi vuole sa, che cose e avvenimenti sono bipolari, che ciascuno di loro ha un lato positivo e uno negativo. E anche le persone: con le potenzialità che dimostrarono di avere, Hitler avrebbe potuto essere un santo e Madre Teresa di Calcutta un mostro: hanno fatto le loro scelte ed è andata com’è andata.
    Quindi sta a noi: dietro ogni accadimento positivo c’è qualche elemento negativo; e ogni accadimento negativo può offrire spunti di positività. Quale lato preferiamo guardare?

    7bis) – Adesso, a parte scherzi, semplificazioni, ecc., butto lì una proposta/provocazione: anziché chiedersi come mai non siamo tutti artisti (perdendoci il sonno, dato che la realtà si rifiuta caparbiamente di adattarsi alle nostre teorie), non ci si chiede come mai sono stati distorti i sistemi per la valutazione della qualità del lavoro di chi crea? Qui sì che c’entrano anche la società capitalistica, il sistema politico, ecc.
    a come porre riparo alla cosa. E’ questo il senso del mio “doppio canale”: siamo, per quanto riguarda la cultura, a un periodo tipo “anno zero”; e non solo qui in Italia, temo. La confusione è massima, le manipolazioni dietro ad ogni angolo, tutto è alla portata di tutti (a livello di informazioni, di conoscenza) ma nella maggior parte delle persone manca la volontà (e in molti mancano anche le capacità), per orizzontarsi e trovare con chiarezza il bandolo della matassa.
    Non ci vedo nulla di scandaloso, nell’affermare che occorre tornare a dare dei parametri di valutazione, per far capire la differenza tra (vogliamo chiamarle così?) “comunicazione convenzionale” e comunicazione artistica”. Che prescindano da certe rigidezze del passato (per esempio la capacità di padroneggiare una forma chiusa), va bene. Ma per evitare che si formi un enorme, ecumenico coro di poeti(?) solo perché – pare – che tutti ormai sappiano leggere e scrivere. Un coro nella quale la maggior parte raglierebbe.
    Una volta raggiunto il punto di non ritorno nella destrutturazione di questa società, si potrà pensare e provare a ricostruirne una, partendo da quel po’ di sano che comunque sempre rimane. Da qualche parte bisognerà ripartire; e io – da meritocratico – son disposto a metterci la faccia, prendendomi il rischio di sbagliare qualche volta; la qual cosa è in sostanza garantita, con i limiti che ho, ma non mi preoccupa granché.

    P.S. (su una questione in parte secondaria).
    Sì, quello che scrivi è vero, spesso accade così; e l’arte procede spesso a strattoni, proprio perché, come ogni processo umano, vive di dualismo: facci caso, a ogni Movimento o periodo artistico, se ne contrappone dopo un po’ uno di segno opposto; al Gotico (irrazionale) segue il Rinascimento (razionale), poi il Barocco (irrazionale) e via così.
    Però dal Settecento almeno abbondano le testimonianze di prima mano dagli artisti stessi e dai loro contemporanei: così che non è un’esercitazione accademica il filo che lega – per esempio – i Manieristi Veneti, El Greco, Turner agli Impressionisti, pur con tutte le differenze che fra loro esistono. E quanto a Picasso, in particolare, queste testimonianze dicono che appunto partì da Cézanne: aggiungendo come ovvio del suo e staccandosene alla fine in una ricerca autonoma, chiaro. Per fortuna in Arte gli insiemi chiusi non esistono.

  52. Certo la Poesia con la p maiuscola ha bisogno di un Pubblico con la p maiuscola….e qui sta il problema.

  53. SEGNALAZIONE

    A proposito dei Sapientoni che fanno l’apologia dei *migliori*

    Leggo su FB un’intervista a Massimo Cacciari, da cui stralcio questo brano:

    “Sarò breve: si ignora la cultura umanistica? Può darsi che una pianta possa crescere completamente sradicata, ma quello che è certo è che si parlerebbe senza sapere quello che si dice. Voi parlate costantemente di uguaglianza, di legge, di giustizia. Ma sapete cosa dite? Se non avete la minima idea del pensiero classico, degli autori classici, voi non siete dei parlanti ma dei parlati. Voi credete di parlare, ma in realtà la lingua parla in voi, perché ripetete termini ignorandone il significato, la radice. Ignorate il significato non solo in modo linguistico, ma in modo semantico. La conoscenza di questi autori vi dà questa arma: riuscire a dare ragione di ciò che dite. Credo che questo dia una certa superiorità.
    Voi dovete essere gli “àristoi”: una persona che fa un percorso di studi umanistici deve avere in mente di diventare àristos, ovvero il migliore. Solo così si può fare del bene alla democrazia. Non so se sia chiaro perché siete democratici. Probabilmente non lo è, poco importa: ormai sono democratici tutti! Ma perché siete democratici? Perché non siete per la monarchia assoluta? Eppure il re Sole era bravo. Qual è il motivo per cui non volete il re Sole?
    Io sono democratico perché credevo che, attraverso il mio voto e attraverso il ragionamento di sottoporre a critica razionale i programmi che mi venivano presentati, io potessi scegliere i migliori. Noi siamo democratici perché riteniamo di avere la ragione sufficiente e di essere sufficientemente informati e coscienti per scegliere a governarci i migliori. E come si dice “migliori” se non “àristoi”? Quindi, io sono democratico perché sono aristocratico. Voi dovete diventare àristoi e volere che la democrazia sia aristocrazia sul piano del merito, del valore, della conoscenza, della consapevolezza. E qual è la vera “paìdeia”? Secondo me sono gli studi liceali, ed in particolar modo il liceo classico. Nel liceo classico c’è tutto.
    C’è poi un secondo aspetto: come volete elaborare una coscienza critica se non attraverso determinate letture e conoscenze? Gli àristoi sono i migliori perché sono curiosi e non sono mai soddisfatti né contenti di quel che hanno, perciò sono sempre spinti a cercare di più. Ma la curiosità non basta, bisogna avere anche spirito critico, saper mettere in discussione. Come facciamo ad armarci dello spirito critico, unico mezzo che ci permette di essere liberi, se non attraverso determinate letture e determinati studi? È a scuola, nella scuola fatta come si deve che si impara ad essere àristoi ed è attraverso il dialogo e il confronto tra coetanei. Ognuno potrà fare poi il percorso che più gli si addice: medicina, legge, ingegneria… ma non ho mai conosciuto nessun grande medico, nessun grande fisico, nessun grande ingegnere che non avesse coscienza critica, cioè che non fosse appassionato di quei testi su cui soli ci si forma una coscienza critica. Nei classici noi ascoltiamo la voce di persona che hanno sconquassato il pregiudizio ed hanno messo a soqquadro ogni coscienza prestabilita. E se la scuola vi fa leggere i classici come un catechismo dovete ribellarvi. La ricchezza di questi studi sono le domande, i dubbi, le angosce, che hanno mosso tutti i grandi pensatori.”

    (http://fascinointellettuali.larionews.com/intervista-a-massimo-cacciari-senza-i-classici-non-ce-pensiero-critico-ne-democrazia/)

    Mio commento veloce:

    Quindi tutti quelli che sono usciti dai licei classici sono stati nei vari campi i “migliori”?
    Ma cosa hanno combinato tanti “migliori” lo vogliamo un po’ vedere o ci fermiamo all’etichetta?
    Corruzioni, latrocinii, servilismi verso i potenti, ecc. sono tutti “vizi culturali” prodotti dagli altri, da chi non è diventato “migliore” attraverso il liceo classico?
    Quindi si diventa “migliori” solo a scuola e anzi solo nei licei classici?
    Quindi i *molti* che esercitano la critica nei luoghi di lavoro o in tutti gli altri (famiglie, sindacati, partiti, ecc) senza essere passati per i licei classici non apparterranno mai alla categoria dei “migliori”?
    Di quante buone intenzioni (“avere in mente di diventare àristos, ovvero il migliore”) è lastricata la strada dei nostri inferni quotidiani?
    “Gli àristoi sono i migliori perché sono curiosi e non sono mai soddisfatti né contenti di quel che hanno, perciò sono sempre spinti a cercare di più”? Mentre gli altri – no – non sono curiosi e sono tutti soddisfatti e non cercano di più per “natura” (come i disoccupati…) e non per i durissimi impedimenti che li schiacciano?

    1. Per chi non avesse studiato al Classico o a Lettere, e si sentisse comunque folgorato dall’idea di scrivere poesia, può valere il percorso inverso: quello per cui ai classici ci si arriva poi, volenti o nolenti perché la poesia seduce ma, proseguendo, inevitabilmente si complica. Quindi nulla di strano se ti ritrovi a leggere Aristotele che sei alla mezza età… Aristotele o l’accozzaglia di letture che istintivamente, ma inesorabilmente, finiscono con l’attrarti. E’ quel che accade agli autodidatti, come me che ho fatto studi d’altro genere; poco importa che lo si faccia per curiosità o allenamento – col tempo capisci che non potrai rimediare a tutte le letture mancate – però, in compenso l’autodidatta si sentirà meno costretto a restare su sentieri prestabiliti. Va da sé che la lettura sia nutrimento… oggi non mi scandalizza il fatto che mio nipote voglia scrivere il suo primo romanzo solo per aver letto parecchi romanzi fantasy, per di più in inglese. Che ne verrà?

    2. Eh sì… A me Cacciari non sta proprio simpatico (in politica s’è dimostrato maneggione quanto altri, studi classici o no…) e l’uscita su Luigi XIV (che fu quello che avvio quel processo di sfruttamento selvaggio del popolo, che portò al 1789) è davvero infelice. Ma d’altronde, fra i filosofi che si buttavano in politica, aveva già cominciato Platone a far figuracce non da poco.

      Però pane al pane e vino al vino: senza Cultura (toh, beccatevi un’altra maiuscola…) non si va da nessuna parte; e – come ha scritto più sotto Mayoor – prima o poi, se si vuole tentare d’essere “migliori” (quanto orrore suscita questa parola?), ci si va a sbattere. Non necessariamente sugli autori classici ma, te lo dice un autodidatta, sugli autori che ci si accorge servono per la propria crescita; magari gli autori anglosassoni di fantasy, Mayoor: diamogli una possibilità, no?
      Intanto, se legge in inglese (contrariamente alla maggior parte dei miei studenti, che se li saluto in inglese, c’è il rischio che mi rispondano che il bagno è in fondo a destra…), metti mai che in qualche modo diventi un “migliore”…

      Però, per tornare al match Massimo / Ennio, chiaro: tutto ciò che tenta di arrivare al meglio, va buttato: perché il “meglio” è dei padroni, più o meno. Mi ricorda la faccenda dei treni yugoslavi: siccome la I classe era per i capitalisti, c’era solo la Seconda. Intendo dire, se dobbiamo tenerci una classe sola, teniamoci la migliore, no? Più orbi di così…

      Mi sa che ci rinuncio.

  54. Certo la curiosità è tutto o quasi, ma bisogna ammettere che non a tutti è concesso di fare critica tanto quanto lo sa fare colui che ha fatto studi umanistici con passione.
    Mi sbaglierò ma un certo tipo di cultura serve, e molto, ma solo se accompagnata dal desiderio di trasmetterla con intelligenza ed umiltà, il discorso di Cacciari manca in questo senso.

  55. Che il Grande Iddio mi stermini, per quello che vado a dire. Io ho fatto il classico e mio marito no, lui ascolta interessato tutti che parlano di Casaleggio (un Grande che ha creato un movimento che Esiste) io sbuffo.
    Io moltopoeta, giusto per non uscire dal tema, so bene della selezione darwiniana: che molti sono i chiamati e pochi gli eletti, ma non so tutto dei molti fattori presenti nella poesia dei molti, né so quali fattori sono “scelti” per proseguire. So comunque che la selezione (darwiniana-sociale) ha pagato alcuni destinati a sopravvivere e altri li sprofonda.
    Io rimprovero a mio marito di schiacciare il tempo su un presente gaglioffo, come se alla forca giustizialista non si fossero già impiccati, da 34 anni, Di Pietro, Berlusconi, Bossi e variegate “sinistre”. E’ la “confusione ancora più indecifrabile” di cui scrive Dal Lago postato ieri da Ennio su FB.
    I “classici” hanno dalla loro un lungo tempo, che misura, fin che siamo ancora nello stesso contesto culturale (di classe, politico, di impero), conflitti umani ancora presenti. Come scrive Mayoor “nulla di strano se ti ritrovi a leggere Aristotile che sei alla mezza età… Aristotele o l’accozzaglia di letture che istintivamente, ma inesorabilmente, finiscono con l’attrarti”. I classici danno la dimensione del tempo, ancora necessaria al presente. Quando la perderemo, quando il tempo sarà solo al futuro, sarà più duro e difficile, temo.

  56. Dico la mia. Io sto con Cacciari. Perché, al di là delle sue convinzioni qui espresse, è da una vita che penso (e ho pure scritto) ciò che leggo in questo spezzone di intervista. Con differenza di toni, rispetto a Cacciari. Ma lui è un provocatore, nel senso migliore del termine. Con qualche radicalismo. Certamente non dice eresie, anzi. Per restringere il discorso ed agganciarlo a qualche dubbio espresso in qualche commento, va precisato che, naturalmente, non tutti coloro che hanno frequentato il liceo classico sono degli “àristoi”. Bisogna saperli leggere i classici. Non supinamente, ma criticamente; senza divinizzarli o sminuirli a priori. Occorre confrontarsi con loro, interrogarli, interrogarsi. Riflettere senza fretta, dandosi tempo. “La ricchezza di questi studi sono le domande, i dubbi, le angosce, che hanno mosso tutti i grandi pensatori.” dice Cacciari. Questa è la classicità: così attuale, viva, vibrante (solo per gli incompetenti il mondo classico è qualcosa di morto e sepolto).
    Alla conoscenza di questo mondo si può giungere anche piuttosto tardi: ” … nulla di strano se ti ritrovi a leggere Aristotele che sei alla mezza età…”, afferma Mayoor. Rispondo: certo, meglio tardi che mai, ma intanto un individuo si è parsa una parte della sua vita senza una formidabile ricchezza interiore. La verità è che il liceo classico armonizza, meglio di tutti gli altri corsi di studi medio-superiori, una serie di insegnamenti che attengono alla sostanza umana nella sua più ampia portata, e perciò all’homo, all’humanitas (ma non però nell’accezione di “umanità” come insieme di esseri umani). Proprio per aver praticato ampiamente (italiano, latino, greco, storia, filosofia, storia dell’arte) la conoscenza dell’uomo, lo studente liceale intelligente, fattivo e consapevole terminerà il ciclo di studi superiore con una ricchezza spirituale e con una consapevolezza delle proprie radici che non temono confronti di sorta.
    Tutto questo non significa che gli àristoi debbano provenire necessariamente dal liceo classico; ma significa certamente che, se nel corso della vita non si fa seriamente l’esperienza del mondo classico, si avrà della realtà una visione molto più parziale e incongrua. Per mancanza di radici.
    Pasquale Balestriere

  57. …i migliori, potremmo chiamarli maestri, che vengano dagli studi classici o meno, possono avere davvero la possibilità di esserlo, ed in genere sono le persone capaci di offrire anche agli altri i loro lumi e di mettersi nella disposizione d’animo di riceverli, cioè avviano una ricerca e un operato comuni…Ma tra, “i migliori”, ci sono spesso quelli che dalle maggiori conoscenze ricavano solo una marcia in più per essere cinici e perfidi, aggirando e sottomettendo gli altri ai loro capricci e interessi… In sè, un determinato corso di studi non dà vere garanzie di profondità e di affidabilità…tutto viene ancora rimandato alla persona

  58. INVITO

    E’ meglio che la discussione su Cacciari, che pur ha implicazioni con questo post sui *moltinpoesia*, si svolga su “Poliscritture FB”.
    Quanti vogliono pronunciarsi su tale argomento sono pregati di commentare lì cliccando su “Leggi su Facebook” nella colonna qui a destra di “Poliscritture su Facebook”:
    SEGNALAZIONE A proposito dei Sapientoni etc*

    1. “…tutto viene ancora rimandato alla persona”: com’è giusto che sia, Annamaria.

      E grazie a Pasquale, che mi ha risparmiato di scrivere – in sostanza – quello che avrei scritto io, a livello di analisi del contenuto: ci sarebbero dei “distinguo” da fare sulla figura di Cacciari e sulle reazioni che questo testo può provocare, ma le rimando – come chiede Ennio – alla pagina FB.

      A meno che non decida di estrapolarlo e farne un post qui: continuo a ritenere che i social non siano proprio il massimo, per intavolare discussioni profonde.

    2. Faccio questo intervento qui perché non accedo (e non ho nessuna intenzione di incominciare adesso ad accedere) in FB.
      Anche se ogni tanto mi vengono gli attacchi viscerali nei confronti di una se-dicente cultura, qui non voglio assecondarli ma fare delle riflessioni.

      Quanto affermato da M. Cacciari ci dà dimostrazione pratica di quanto intendo io nel rapporto ideologia-propaganda.
      Cacciari parte da una cosa ‘vera’ e cioè dal fatto che si è perso il contatto con la parola, lo sviluppo (o l’inviluppo) del suo senso: * Voi parlate costantemente di uguaglianza, di legge, di giustizia. Ma sapete cosa dite? Se non avete la minima idea del pensiero classico, degli autori classici, voi non siete dei parlanti ma dei parlati. Voi credete di parlare, ma in realtà la lingua parla in voi, perché ripetete termini ignorandone il significato, la radice. Ignorate il significato non solo in modo linguistico, ma in modo semantico.*
      Solo che invece di storicizzare, il nostro ‘filosofo’ istituzionalizza: soltanto chi ha fatto gli studi classici è uno che sa e solo chi sa è un àristos.
      L’istituzionalizzazione ideologica ha poi bisogno di farsi sostenere dalla propaganda, anche perché istituisce un pòlemos, una battaglia polemica (vedi il clima, la forma delle argomentazioni di Ennio e di altri) tra due contendenti in opposizione polare (‘classico’ si/’classico’ no; Ettore/Achille; buoni/cattivi;comunismo (i migliori)/fascismo (i peggiori) e via di questo passo).
      Nello stesso tempo vediamo il flop delle sue stesse (di Cacciari) rivendicazioni (*Io sono democratico perché credevo che, attraverso il mio voto e attraverso il ragionamento di sottoporre a critica razionale i programmi che mi venivano presentati, io potessi scegliere i migliori. Noi siamo democratici perché riteniamo di avere la ragione sufficiente e di essere sufficientemente informati e coscienti per scegliere a governarci i migliori*) proprio perché, in assenza di storicizzazione (e di una certa umiltà), l’impianto ideologico cade e si affloscia su se stesso (ovviamente per chi vuole vedere!). Viene da chiedersi, appunto: ma in che mondo vive?
      La conoscenza non può essere fine a se stessa ma essere in contatto con la realtà, altrimenti diventa delirio.
      Però, se ci sono delle posizioni di potere da difendere, allora la propaganda diviene ancora più necessaria, perché a quel punto sono i “cretini”, gli “ignoranti” a inceppare il giusto percorso dell’àristos.
      Ancora una volta si procede per idealizzazioni (e, lasciatemelo dire, per banalizzazioni che il nostro fa con sommo sprezzo del pericolo. Tanto, che cosa mai lo può toccare – o ha da perdere – nella sua alterigia?): *Gli àristoi sono i migliori perché sono curiosi e non sono mai soddisfatti né contenti di quel che hanno, perciò sono sempre spinti a cercare di più. Ma la curiosità non basta, bisogna avere anche spirito critico, saper mettere in discussione. Come facciamo ad armarci dello spirito critico, unico mezzo che ci permette di essere liberi, se non attraverso determinate letture e determinati studi?*

      E, attraverso la lettura della ‘realtà’, no?

      R.S.

  59. Francamente tutto questo dibattito su cultura e non cultura, sugli studi che uno ha fatto o non avrebbe fatto, sui migliori, sui mediocri, su chi ce la fa o non ce la fa mi sembra insensato e anche sterile. Per quanto mi riguarda non m’interessa il pedigree di questo o di quello, i suoi titoli accademici o le feluche che ha ricevuto spesso da combriccole interessate. Quello che io valuto sono solo le opere di un individuo. Su queste si dovrebbe discutere.
    Quello ha preso il premio Nobel, l’altro ha vinto un famoso premio letterario, un altro passa per grande artista ecc.
    Andiamo ad esaminare le sue opere, facciamo i confronti con altri che non hanno ottenuto gli stessi riconoscimenti, e vediamo che ne viene fuori. Tutto il resto è noia…

  60. @ Rizzi 12 aprile 2016 alle 21:04

    Non mi sento troppo sollecitato da queste tue repliche sempre più personalizzate e a tratti degne del signor De Lapalisse, ma provo ancora a risponderti:

    1.
    Dicendo io: « Uno, che scrive: «io credo che si abbia – per i più diversi motivi – il sacrosanto terrore, di ammettere che c’è chi ce la fa e chi no», volevo mantenere il discorso su un piano generale e non personale.
    Rispondermi: « io “ho successo”, quando riesco a guadagnarmi un nuovo, piccolo, marginale spazio di visibilità: in una rivista, in un sito, con una lettura pubblica» significa per me aggirare la questione generale.
    Il nostro “successo” amicale, da blog, da FB oggi è a portata di quasi tutti, ma a me parrebbe ipocrita sostenere che ci soddisfa o coprire con una consolante filosofia del “piccolo è bello”, per me simpatica ma politicamente debole, uno stato di cose generale che è inaccettabile. E cioè che la vera visibilità (la TV), lo spazio veramente pubblico o più pubblico (grande editoria) debba essere gestito da “quelli che contano” contro *noi moltinpoesia*.
    Io tento cioè di porre il problema del *moltinpoesia* in termini politici (meglio: estetico-politici). Tu lo cancelli e proponi quello che a me pare un surrogato semiprivatistico. Di *personale* ( o di *risentimento* da esclusi) non c’è nulla nel mio discorso.

    1.1. Riconoscimento della sconfitta. Non so se ci riferiamo alla stessa sconfitta. Io penso a quella politica e storica dei movimenti del ’68-‘69 e più in generale a quella della ipotesi socialista e comunista. È il venir meno di quella prospettiva che permette di parlare dell’oggi in cui stiamo vivendo come di un’ altra epoca (post-moderna o ancora non ben definibile).
    Le nostre reazioni diametralmente opposte di fronte a questa “sconfitta” indicano ancora una divisione tra noi ( e non solo tra noi due) secondo me di grossa portata.
    Per te la “sconfitta” sarebbe la conferma che non bisogna correre «dietro all’impossibile e frustrante pretesa di trovare qualità nella quantità ». (Io interpreto – del tutto in disaccordo – così: lo scopo di quei movimenti del ’68-69 o del socialismo era quello di sostituire la quantità alla qualità; in altri termini la “massa” ai “migliori”; e, in poesia, il modello proposto era scrivere «un testo alla Orietta Berti» per «essere compresi dalla maggioranza delle persone»).
    Per me, invece, il riconoscimento della sconfitta comporta la revisione della mia/nostra storia (ma anche il «proteggete le nostre verità» di Fortini) e il non adattarsi – per essere fino in fondo polemico e capirci – alle ideologie del “piccolo è bello” e del « c’è chi ce la fa e chi no».

    2. Ti sfugge la carica sarcastica dell’espressione «molto poeti» usata da Partesana; e, come ammetti, «tutto quello» che ho svolto in questo punto. Ma in fondo una cosa è chiara ad entrambi: mentre io mi pongo nella prospettiva (fallimentare? utopistica?) di diminuire le *reali* differenze tra (supposti) competenti e incompetenti, tu tale problema non te lo poni e ritieni “naturale” tali differenze.

    3. Anche qui non intendevo e non intendo personalizzare il discorso. Non m’interessa sapere se tu oscilli o no fra i due estremi da me indicati (nostalgia dei Grandi del passato, rassegnazione a questa falsa democratizzazione). Vorrei capire se oggi tra poeti, poetanti e persone più o meno ancora pensanti si riscontri o no questa oscillazione.

    4. Ancora a partire da quello che hai imparato o fai tu? Ma basta!

    4.1. « Se non sopporti la differenza tra “Arte” e “non-arte”, non so che farci: la differenza c’è (è proprio per questo che tale differenza è “ovvia”) e il non accettarla è un problema tutto tuo».

    Non ho mai avuto difficoltà ad ammettere che attualmente e chissà per quanti altri secoli « la differenza c’è» e ci sarà anche per me. Ma scrivendo: «Com’è comoda, com’è ovvia (come non sopporto…) questa divisione netta tra arte e non-arte (o poesia e non poesia)!», intendevo porre proprio un problema *politico* (o ripeto: estetico-politico).
    Tu lo consideri “tutto mio” perché non riesci a vederne la *politicità*.
    E mi accorgo di avertelo già messo invano sotto il naso in un precedente commento (http://www.poliscritture.it/2016/03/27/molti-in-poesia/#comment-26795):

    «Faccio notare poi che non ho mai parlato di «abbassare i livelli» per ottenere un «risultato positivo» (cioè una maggiore diffusione della poesia) e diffido anche di un eccessivo “pedagogismo” obbligatoriamente – anche quando apprezzabile – a senso unico (da chi “sa” a chi “non sa”).
    Io ho parlato, invece, della necessità di una influenza *reciproca e permanente* tra livelli alti-medi-bassi e l’ho posto come problema al tempo stesso estetico e politico.
    Mi cito:
    “Qui il mio giudizio si fa politico-estetico: stabilire una gerarchia escludente (ad es. Croce: poesia e non poesia) ha avallato, sul piano simbolico-linguistico, inaccettabili soprusi, che sono omologhi a quelli storici sedimentatisi, con violenze materiali smisurate, nelle nostre società diseguali e conflittuali. Continuo, dunque, a immaginare che eccellenza e mediocrità, bellezza e bruttezza potrebbero avere un altro senso: includente appunto e non escludente. Di più: che bellezza e bruttezza – per me valori e disvalori provvisori, storici e dunque rimodellabili in sempre nuovi ordini, anche gerarchici, però nuovi e fluidi – debbano dialogare tra loro per trasformarsi anche *conflittualmente*. L’atto giudicante, che separa il bello dal brutto, l’eccellente dal mediocre, il riuscito dal non riuscito, è per me umano, soggettivo; deve cioè restare sempre rivedibile, mai presentarsi come oggettivo e definitivo».

    Al mio tentativo di riflessione tu contrapponi la banale osservazione: « è come se [tu, Ennio] non sopportassi la differenza, che c’è tra un Valentino Rossi (che ha “il dono”…) e uno che va in scooter, pretendendo che sia un campione anche il secondo».
    Pazientemente ma per l’ultima volta torno a ripetere che, sì, la vedo. E devo anche ripetere – sempre per l’ultima volta – che, mentre tu spieghi la differenza in termini “naturalistici” (Valentino Rossi è nato con il “dono” o – semplicemente – «ha “il dono”») e quindi, secondo la tua logica, ci si dovrebbe fermare all’accertamento: ce l’ha o non ce l’ha Valentino Rossi il “dono” per cui merita di più di chi non ce l’ha, chiudendo qui il discorso, io da questa constatazione ( che non è *verità* in sé ma un semplice dato di realtà storico-sociale) vorrei partire per ragionare sulle cause storico-sociali-antropologiche delle differenze tra il suddetto Valentino Rossi e il Tizio che va in scooter ( o tra i “pochi ma buoni” e i molti che sarebbero soltanto uelli che “non ce la fanno” e cazzi loro.

    5. « Il punto è che in qualsiasi situazione, c’è chi ce la fa e chi no. Il capitalismo non c’entra.». « c’è sempre stato “chi ce la fa e chi no” in un modo o nell’altro.»

    Chiuso. Qui la distanza è massima, non ha senso neppure continuare a discuterne tra noi due.

    6. « Il “dono” è sempre positivo, dipende dal singolo individuo l’usarlo in maniera positiva o meno.»; « Il fatto che ce l’abbiano tutti implica che eventuali “vantaggi politico-materiali” non c’entrano nulla: c’entrano, semmai, quando si tratta di svilupparlo e di metterlo in pratica».

    Anche qui massima distanza. Per me parli da reazionario e stop.

    7. « Ho il massimo rispetto di Marx come economista».

    Ma Marx non fu un”economista”, scrisse la *critica* dell’economia (della scienza economica del suo tempo)!

    7.1. « l’Illuminismo si limita a “capovolgere” il sistema di pensiero che chiama “Oscurantista”.»; «il buono è Satana, il cattivo è diventato Gesù; ma pantheon e riti del primo sono la fotocopia speculare del secondo. C’è poco da fare: si è in una situazione dualistica e ci si sta troppo bene: così che si va da A a B e da B ad A, illudendosi che buttando via tutto e ricominciando da capo, si progredirà».

    Mi spingi verso i reazionari De Maistre e Burke e mi sottraggo. Né ti seguo nelle tue semplificazioni della storia del pensiero che mi fanno venire i brividi e un rigurgito di bile…

    1. Caro Ennio, si è capito da un pezzo che siamo spesso su posizioni molto distanti, se non opposte. Ma gradirei un minimo di rispetto.

      Sono un autodidatta (i primi banchi di scuola che vidi furono quelli dell’Università, a parte quelli agli esami che facevo da privatista) e – malgrado la scelta degli studi Classici – la filosofia fu sempre in coda alle mie preferenze, battuta solo dalla chimica. Che sia un autodidatta, lo si capisce penso anche da certi svarioni che ogni tanto prendo: vedi “economista” dato a Marx, inteso come “esperto di scienza economica”, non come uno che lavorava per le banche; ma è chiaro che il mio termine era sbagliato.

      Però, anche se fatico spesso a seguire le discussioni a colpi di citazioni di alcuni di voi (te compreso), non mi sono mai permesso di dire “Di nuovo vi basate su Adorno, Fortini e fai un po’ tu chi altri. Basta!”

      Io parto dalla mia esperienza personale e da quello che vedo (o credo di vedere) attorno, che di solito si chiama “la realtà”. Sono fatto così, ho una cultura – per così dire – “pop”, sicché sarà molto più facile che ti citi Francesco De Gregori, il Mitico Thor, o un passo di Valerio Massimo Manfredi, che un sillogismo di Cartesio. Fattene una ragione, perché io vedo questo mio modo di fare come un valore aggiunto a queste discussioni; allo stesso modo di come io vedo le vostre citazioni e le vostre discussioni filosofiche dall’alto (o dal basso…) della mia cultura. In caso contrario fai prima a dirmi di stare fuori dal sito: grazie per lo spazio avuto finora, sopravvivrò.

      Nell’attesa, e anche se su certe cose dici che non vale la pena di discutere (e se lo dici tu, va bene anche per me, dato che non voglio convincere nessuno), magari quello che ho scritto interessa altri fra chi frequenta questo sito: per cui qualche precisazione la faccio.

      Visibilità: la realtà dice che i grandi mezzi di comunicazione sono in mano – come tu stesso sai – a poteri e persone, che della cultura in generale e delle masse in particolare se ne fregano alla grande. Per entrarci, ci si deve adattare alle loro regole: è per questo che, a suo tempo, il M5S fece l’intelligentissima scelta di non andare ai talk show. L’alternativa è farsi un’emittente, crearsi una casa editrice, che segua altre regole: il che però finisce con l’essere – orrore? – elitario.

      Tu capisci (anzi, voi capite) che, considerando alla fine l’acquisizione della cultura un fatto per forza di cose minoritario, io sono invece più che soddisfatto di raggiungere “pochi ma buoni”. Sempre pronto a sfruttare eventuali occasioni “a più largo raggio” (si lavora sempre e comunque per tutti) e a cercarle; ma senza perderci il sonno, se non le ottengo.

      Lo scopo dei Movimenti del ’68 era senz’altro qualitativo: non si possono mettere in discussione la buona fede e le buone intenzioni. Ma alla fine hanno aperto la strada all’irresponsabilità, che ha aperto il baratro in cui è caduta la nostra società. Un cavallo di Troia che molti ex sessantottini (non c’è bisogno di fare nomi) hanno usato benissimo, per disinnescare (o pilotare a loro tornaconto) quelle istanze rivoluzionarie che caratterizzarono il periodo.

      E’ quello che successe, fatte le debite proporzioni, già con la Rivoluzione del 1789 (che produsse Napoleone) e con quella del 1917 (che sappiamo tutti chi produsse): contadini e proletari, comprensibilmente convinti che le cose sarebbero cambiate, ma finiti con l’essere usati come massa d’urto e carne da macello di nuovi padroni.

      Riguardo alla “necessità di una influenza *reciproca e permanente* tra livelli alti-medi-bassi”, io sono convinto che ci sia sempre stata e che ci sia ancora; il problema è il livello di apertura mentale delle persone coinvolte (in alto, in basso e in mezzo): sono questo livello, questa capacità che per me finiscono con l’essere minoritarie, perché qualitative. Per me non è un problema, trovando la cosa assolutamente normale e naturale; capisco che per altri non lo sia…

      Quanto a “L’atto giudicante… è per me umano, soggettivo; deve cioè restare sempre rivedibile, mai presentarsi come oggettivo e definitivo”, sorridi: sono assolutamente d’accordo e non mi pare d’aver mai affermato il contrario. Anche il mio, in quel concetto del “doppio canale”, che ho sempre portato avanti, nelle rare volte nelle quali ho potuto.

      Sul “dono”. Certo, va benissimo: chi vuole, può ragionare con me sulle cause “storico-sociali-antropologiche” della faccenda. Certo che mi pare ci possa essere una certa distanza, come punti di partenza; forse bisognerebbe chiarire in che modo usare certi termini, “storico” per esempio: “storico” nel senso di periodo storico? Ma chiunque può iniziare una discussione, su queste coordinate; anche se – dal mio punto di vista – credo potrebbe servire solo a chiarire alcuni dettagli del problema. Che per me, come avrete capito, non esiste; e non certo per spocchia.

      “6. « Il “dono” è sempre positivo…”.

      Non sapevo che essere realista, significasse essere reazionario. Ma forse tu confondi “realista” = uno che si basa sulla realtà con “realista” = monarchico… (Scusate, ma ogni tanto una battuta mi scappa…)

      Chiudo rispondendo ad Angelo Ricotta:

      Penso che il tuo punto di vista su queste discussioni sia sbagliato: intendo dire che nessuno qui cade nella trappola di basarsi su premi, riconoscimenti, ecc., per valutare un autore. Sono io il primo a dire che pure nei premi di vertice, le cantonate si prendono eccome: per esempio l’Oscar a Benigni, dal mio punto di vista.

      Mi pare che – anche per via della “segnalazione del pezzo di Cacciari – qui si cerchi di ragionare (anche) sull’importanza o meno di una solida cultura, per produrre opere di valore: e questa discussione può interessarti oppure no, chiaro.

      1. @ Alberto Rizzi
        L’incomprensione continua. Ho detto chiaramente come secondo me andrebbe impostata la discussione, e i premi non sono il punto focale della mia proposta ma solo dei termini di confronto. Siccome nessuno raccoglie mi sfilo dalla discussione che considero erronea. Questo filmato rappresenta perfettamente la mia posizione https://www.youtube.com/watch?v=AhVYDh4l12E
        Vale più di migliaia di parole.

        1. @ Ricotta

          Non capisco perché *erronea* questa discussione.
          A me pare che si sia avvitata troppo in un confronto tra me e Rizzi e questo non va bene (anche se si sono chiariti due modi forse estremi di affrontare la questione).

          Come andrebbe impostata secondo te la discussione non mi è del tutto chiaro. Forse il modo – ma non ne sono sicuro – è quello accennato in questo tuo commento, che ti pregherei allora di sviluppare:

          Angelo Ricotta 30 marzo 2016 alle 2:59
          @ Ennio Abate
          “Non ha ragioni esistenziali e materiali più complesse, che sarebbe necessario indagare invece di sputarci sopra?”

          Penso che le persone abbiano sempre avuto questo desiderio di diventare esse stesse protagoniste e non solo spettatori. Ora ci sono le condizioni perché ciò avvenga anche se solo in una certa misura.

          “Quanta spocchia poi nel prendere in giro le «presentazioni, letture e dibattiti» organizzate dai «molto poeti», come se le forme di socialità costrette alla marginalità a cui in genere siamo costretti noi pure dovessero essere abolite e schernite, invece che incoraggiate o appoggiate per consolidarle e renderle meno abborracciate.”

          Ci sono siti di poesia che organizzano, almeno annualmente, un incontro con a volte concorsi a premi. Ho partecipato ad alcuni di essi. Mi aspettavo una maggiore affinità fra i partecipanti rispetto a quella che si sperimenta nei quotidiani rapporti umani. Ma non è stato così. Si è discusso poco e male di poesia. Ognuno sembrava preso solo dalla propria poesia e/o da quella di qualcun altro disinteressandosi di tutte le altre. Nessuna possibilità di approfondire. Alla fine si capiva che quello che interessava i presenti, inclusi gli organizzatori, era stabilire qualche rapporto di interesse, da quel che percepivo anche estraneo al fatto poetico, o essere premiati per pavoneggiarsi. Anche lì, ovviamente, i premiati erano spesso gli amici.
          Ho letto anche il tuo intervento del 2012 (inclusi i commenti). E’ ancora attivo questo Laboratorio di poesia? Fate degli incontri? Credo che, nonostante tutto, ci possano essere delle potenzialità in una iniziativa del genere se è però condotta in maniera più onesta e seria di quelle ho ho citato.

          Infine non capisco in cosa il filmato con Battisti che discute con il suo pubblico rappresenti la tua posizione….

          1. La mia proposta è semplice. Invece di starci a chiedere quanta cultura serve per fare questo o quello, se uno è titolato o meno, se devono parlare solo quelli che hanno studiato i classici (ogni volta riscopro che non c’è cosa in cui io sia d’accordo con Cacciari, e non solo con lui), andiamo ad analizzare le opere di chiunque si proponga e facciamo i confronti con coloro che hanno ottenuto riconoscimenti “ufficiali”.
            Il video è attinente nel senso che il pubblico, e in specie quel critico Nissim, continuavano ad avvitarsi sull’avere voce o non avere voce, sul saper suonare o meno ed eludevano l’unica cosa importante: l’analisi dell’opera che veniva presentata. Battisti cercava inutilmente di dire, giustamente, che la voce non è una qualità predefinita, che bisognava valutare l’impatto delle sue canzoni, ed io aggiungo che il saper suonare è lo stesso. Ovvio che se uno pensa che quella di Claudio Villa sia l’unica voce accettabile e che bisogna saper suonare Chopin per poter fare musica, tutto il resto non ha più senso: blues, jazz, pop, rock, pura spazzatura. La storia però ha fatto giustizia di questi pregiudizi e così oggi Battisti è un grande della canzone e la sua voce è ritenuta una delle più originali di tutti i tempi e, ad esempio, un chitarrista come Keith Richards dei Rolling Stones, insieme alla sua band, gode di un successo planetario da più di cinquant’anni! Ma avete visto che faccia da delinquente ha il tipo e come picchia sulla chitarra? Sicuramente i chitarristi classici inorridiscono, ma tant’è.

  61. SEGNALAZIONE

    *Analogie: gli antenati dei moltinpoesia*

    “Non si può capire il carattere elitario della letteratura italiana del primo novecento senza confrontarla con l’incerta prosa degli italiani lasciati ai margini della cultura istituzionale, quelli che si rivolgevano agli scribacchini o scrivevano da sé con tutta l’esitazione di chi ha avuto un’istruzione minima.”

    ( da “Dalla letteratura alla lingua. Una proposta sulla didattica dell’italiano” 15 aprile 2016, di Francesco Rocchi http://www.leparoleelecose.it/?p=22641#more-22641)

    1. Ad adjuvandum, analogie: per i moltinlettura
      … “uno studio di grandi quadri d’insieme delle singole epoche, in cui entrano le voci del contadino, del povero, del letterato, del notaio, dello scienziato, del nobile, tutte quante parte di una polifonia complessiva all’interno della quale i risultati letterari di maggiore bellezza, quelli dei classici, spiccano naturalmente e armonicamente”…

  62. @ Alberto Rizzi 15 aprile 2016 alle 22:31

    Solo su un punto. Non c’entra l’essere autodidatti o meno. Almeno per me. Quando discuto con qualcuno non chiedo se è laureato o meno. Valuto quello che mi dice e critico e accetto io pure di essere criticato, se scantono.
    E mai mi sognerei, per quanto fastidio potessi provare, di consigliare a te o ad altri/e anche indirettamente di «stare fuori dal sito» perché in disaccordo con le mie posizioni.
    Questo è uno *spazio pubblico in costruzione* e non un salotto privato, sia chiaro. E quanto tu scrivi può essere per altri più convincente di quel che io penso e dico. O viceversa.
    Per me, tra l’altro, è anche giusto partire dall’*esperienza personale* ( Vedi quanto detto da Edoarda Masi ma dallo stesso Fortini in NEI DINTORNI DI FRANCO FORTINI (9). 1986: Fortini e la rivista dei “periferici” https://www.facebook.com/groups/1632439070340925/permalink/1709465145971650/), ma è meglio – a meno di non esservi costretti – anche non basarsi interamente su di essa. Perché appunto – almeno col tempo- ci si accorge che non è la *realtà*. E ad avvicinarci a questa in qualche modo tendiamo tutti, impegnandoci appunto nella discussione, che non avrebbe senso se uno la conoscesse già intera o in misura soddisfacente.

  63. Per Angelo Ricotta.

    Onestamente non mi sembra di grande aiuto o interesse, esercitarci in un confronto tra opere di “chi si propone” e di qualcuno che abbia ottenuto “riconoscimenti pubblici”, Angelo: mi sembra una perdita di tempo, a meno di non voler dimostrare la tesi che valgono di più le une o le altre. Il che è molto relativo, perché si possono trovare ottimi lavori da entrambe le parti.

    Ma, quando si parla di un lavoro artistico, il “quanta cultura ci voglia” emerge da solo, anche se non se ne parla direttamente; cultura acquisita in qualsiasi modo, sulla strada o sui banchi di scuola, o per entrambe queste vie.

    Vogliamo parlare di Battisti? Bene (piaceva anche a me), ma chiariamo subito che era stonato come una campana fessa: non è questione di tifare per Pavarotti o per Johnny Rotten, un LA lo prendi o non lo prendi; e non ci sono mezze misure. Però il suo timbro di voce e il suo modo di cantare divennero un marchio di fabbrica imprescindibile, perché sottolineavano il tenore dei versi; un po’ come accaduto con Dylan e tanti altri; fino a Siouxsee, la cui versione di “Helter Skelter” è talmente stonata, da risultare un capolavoro. Un faccenda che prova come, se lo si sa gestire, un difetto possa diventare un punto di forza.

    Ma Battisti era un compositore e un arrangiatore coi fiocchi (i testi non erano suoi), un grande innovatore in quel campo: e ti immagini quanta cultura deve aver avuto dietro, per essersi espresso musicalmente così?

    1. @ Alberto Rizzi

      Prendo atto che la mia proposta di basare il dibattito sulle opere non ti pare interessante. Io penso invece che sia l’unica via sensata. D’altronde tu stesso affermi che -il “quanta cultura ci voglia” emerge da solo-. Appunto, che ne parliamo a fare allora? Parliamo direttamente delle opere, no?

      Sono stato per anni un cultore dell’arte musicale e di intonazione me ne intendo. Ho suonato e cantato moltissime canzoni di Battisti e che fosse stonato è proprio una novità (sbagliata). L’arretrato e provinciale ambiente canoro italiano dell’epoca rigettava (solo all’inizio però) la voce di Battisti perché riteneva il suo timbro non conforme a quello mellifluo che andava di moda allora. Dimmi una sola canzone in cui egli appare “come una campana fessa” e io ti dimostrerò tastiera e/o chitarra alla mano che ti sbagli di grosso.
      Certo che Battisti era un compositore e un arrangiatore coi fiocchi ma non aveva imparato da nessuno queste tecniche. Molti di noi che facevano musica all’epoca avevano ben più cultura e più studi alle spalle. Nel suo caso invece si trattava solo di ascolto delle opere altrui e di un enorme talento.

      1. Ad Angelo:

        “Nel suo caso invece si trattava solo di ascolto delle opere altrui e di un enorme talento”. Quello che dico sempre io: il “dono” e la costante applicazione; o con la scelta di insegnanti da seguire, o con lo studio da autodidatti. E’ così, che ci si fa una cultura.

        Vuoi un titolo? “Un’avventura” come la cantò a Sanremo. E anche con “Anna” (almeno dal vivo) non scherzava.

  64. Se anche quella per te è cultura siamo d’accordo, ma non è ciò che intendono altri, ad esempio Cacciari.

    Che emozione ritrovare Battisti sempre attuale dopo 46 anni! Un’avventura, San Remo 1969. Ho riascoltato questo brano insieme a mio figlio, Emiliano Ricotta, che è un bravo cantautore (un po’ d’incoraggiamento perbacco!). L’abbiamo seguita su una chitarra, non so se accordata a corista perché l’accordatura viene a volte cambiata. Non c’è stato tempo di verificarla neanche sulla tastiera ma non ha importanza perché quel che conta è il rapporto in frequenza tra le note. Sembra essere eseguita in Lab mentre il nostro spartito del 1968 è in Re. Un’ulteriore prova che questa non è musica scritta come per i classici. Girano diversi spartiti della stessa composizione, più o meno elaborati a seconda dell’uso che se ne deve fare. Ad esempio quello usato per l’orchestra di San Remo è sicuramente molto dettagliato e adattato alla voce che deve cantare, mentre il nostro è una riduzione per dilettanti e quindi semplificato e anche in una tonalità più facile. Quello depositato alla SIAE sarà stato proprio schematico in quanto lì, per le canzoni, importa solo la melodia.
    Non c’è ombra di stonatura! Se vogliamo essere pignoli c’è un punto in cui il canto anticipa leggermente l’orchestra, e al tempo 3:20, nella strofa non-è-u-na-pro-mes-sa, su mes Battisti anzichè continuare con la Lab prende il Sib che poi è la nona dell’accordo pertanto perfettamente in tono. Questa abitudine di variare la melodia e perfino l’armonia e le parole è comunissima nella musica pop, rock, jazz, blues perché questi musicisti non sentono l’obbligo, come per i classici, di attenersi scrupolosamente a uno spartito ma inseguono l’ispirazione del momento.
    Anche Anna, live del 1970 su RAI a Seimilauno, non presenta particolari problemi, anzi la trovo un’interpretazione molto intensa. C’è intorno al tempo 4:23 un lieve cedimento della voce nei vocalizzi ah!ah!ah!ah! ma nulla che possa inficiare l’impatto del brano. Ricordiamoci che Pavarotti ha preso, quelle sì, delle stecche storiche. Curiosamente la tonalità in questo caso è Fa la stessa del nostro spartito.

  65. Potrei rilanciare su De Gregori…

    E magari chiedere se le “variazioni melodiche” son volute, o dipendono dal non riuscire a seguire le note. Ma qui la faccenda diventerebbe oziosa, anche perché si finirebbe col fare il processo alle intenzioni.

    Però mi fa piacere vedere che siamo almeno d’accordo sul concetto di cultura, finalmente.

    Il che mi confermerebbe l’impressione che ho da un po’ di tempo: che qui molti la pensino allo stesso modo su molte cose; ma che poi, per preconcetti, schemi mentali ecc. ecc., al momento di spiegarsi nasca una gran confusione.

    Per esempio, io non so se Cacciari, con la puzza sotto al naso che deve senz’altro avere, intendesse dar fiducia al titolo di studio su pergamena, come conferma al sapere di una persona: per me è appunto un invito a farsi una Cultura su basi oggettive; non partire a razzo sulla base del benedetto “ho qualcosa da esprimere e solo per questo sto facendo arte”.

    1. Vero, funziona anche così: ho qualcosa da esprimere quindi commento. Che non è arte lo si capirebbe subito, anche perché, appunto, vuole essere soltanto un commento. Ma lo diventerebbe se ” la parola oziosa sul concetto di cultura partisse a razzo nella gran confusione, su basi oggettive ma non volute di tempo; anche se molti su molte cose, per preconcetti e schemi mentali non riusciranno a seguire le note. Tuttavia mi farebbe piacere e potrei rilanciare De Gregori sul concetto di scrittura sul naso del sapere: come un invito”.
      Cordialmente

  66. Commento mio di riepilogo

    BOLL_foto1

    Vi avevo *provocato* («NOI SIAMO COMUNQUE MOLTINPOESIA») ma non dev’essere piaciuto a nessuno. O forse mi sbaglio del tutto. Bene, ridimensiono le mie attese: quello che pensavo fosse “una foto di gruppo con problema” è semplicemente un mio autoritratto (e un mio problema).

    1. E dai, Ennio! Almeno l’onore delle armi…

      Io ce l’ho messa tutta per rispondere alla provocazione (e provocare); mi pare di esser stato l’unico a farti venire attacchi di bile o giù di lì.

      No, seriamente: non credo che questa discussione sia stata inutile; ed è un argomento (un problema?) così forte, che prima o poi tornerà fuori.

  67. …molto poeta no, ma far parte dei moltinpoesia mi sembra un onore: onora un’arte e una condizione, o scelta, sociale. Certo non posso generalizzare…

    1. Veramente si discuteva sul fatto che basi culturali solide (e forse impropriamente chiamate “classiche”) potessero o meno far da base a chi si definisce “artista”, o – visto l’argomento – più in particolare “poeta”. Con Battisti preso come esempio fra i tanti.

      La qual cosa non mi sembra particolarmente surreale.

      1. È surreale che si prenda a esempio di innovazione Battisti, che sarà anche stato un personaggio originale, ma innovatore musicale proprio no.

        1. Questione di opinioni. Io che suono, anzi ho suonato (non sono suonato!) lo trovo invece molto innovativo nella voce, negli arrangiamenti e nelle tematiche (anche se queste ultime le deve spartire con Mogol). Ad esempio nel tessuto armonico è il primo, almeno da noi che io sappia, che ha violato la regola base delle canzonette dell’epoca che voleva l’inizio, le parti salienti, e la fine del brano basate sulla tonalità stessa del brano. Infatti spesso iniziava con un giro completamente diverso e introduceva varianti impreviste qua e là. E che dire del tipo di melodia e di ritmica? Prima assolutamente sconosciute da noi, anzi proibite nella canzonetta. Se vuole potremmo analizzare qualche brano in dettaglio e le mostrerò come sarebbe stato un arrangiamento standard e quali soluzioni originali ha invece trovato Battisti.

          1. Concordo assolutamente; questione delle capacità vocali a parte, sulle quali si potrebbe continuare a discutere all’infinito, è stato uno degli autori più geniali nella musica leggera italiana di quel periodo. Può piacere o no (e a me piaceva), ma come compositore non si discute: nell’ambito aveva una cultura (pardon, Cultura…) vastissima e un gran gusto.

          2. Ecco, considerando gli anni nei quali Battisti suonava e componeva, mi mostra quali giri armonici o melodie e ritmica siano stati innovativi? Sarei proprio curioso di vederlo…

  68. Lettura

    Lungimirante il mio poeta
    minaccia la fine del suo mondo
    La storia opposta allo sguardo
    periodicità inutile e gli batte il cuore.

    Positivo nel suo alveo
    spinge le acque a cavalcare pietre
    Seguace di un pensiero da raggiungere
    spiazza il mio ridicolo sopra pensiero

    Così attraversa la strada del regime
    schiacciando la serpe del tempo
    soffrendo anche per noi
    che non sappiamo reagire al sogno.

    E.Banfi

  69. Per Ezio:

    Non si tratta di giri armonici o ritmici in sé: Battisti fece una contaminazione di generi musicali impensabile fra Anni ’60 e ’70 per la musica leggera italiana. E di “sperimentazioni” (le virgolette sono d’obbligo, trattandosi appunto di musica leggera e non delle Avanguardie del secondo dopoguerra): fatte appunto le debite proporzioni, l’inserto “finto giornale radio” di “29 Settembre” fu una bella novità, forse non solo qui da noi.

  70. @ Ezio 25 aprile 2016 alle 8:10

    Capisco dove vuole andare a parare. Senza riandare troppo indietro, alle avanguardie novecentesche, prima di Battisti, nell’ambito del pop-rock, c’erano già stati Chuck Berry, Bob Dylan, i Beatles, i Rolling Stones, per citarne solo alcuni. Per sua stessa ammissione egli si è ispirato a tutti costoro, ma ciò non significa che sia diventato un loro clone. Nulla nasce dal nulla. Ma Battisti fin dall’inizio ha mostrato una sua prorompente originalità. Prendiamo un brano per tutti: 29 settembre, del 1967. Il solito spartito semplificato dell’epoca che ho io è in tonalità Sib.
    Ascoltiamo ora la versione https://www.youtube.com/watch?v=QzDjV3Ww6YE che credo sia quella del disco. Qui la tonalità è Mib e l’attacco del canto, in levare, è con la nota Sib (quinta dell’accordo) che poi va in battere sistematicamente sull’accordo di Sib (un bell’effetto di simmetria musicale). L’intro è un terzinato in Mib4/Mib cui si aggiungono progressivamente il basso con la nota Sib (quinta dell’accordo), un pizzicato d’archi e fiati, il tutto senza batteria che inizia dopo con delicati piatti. La struttura non ha un vero e proprio ritornello ma è piuttosto circolare con dei riff insistenti di fiati e chitarre che si alternano e si fondono. Il tempo è 4/4 con passaggi a 2/4. Bello anche il finalino ad libitum sfumando con l’alternarsi del Lab con il Sol-7. Tra l’altro questi repentini passaggi maggiore-minore sono ripetuti in buona parte del brano e danno ad esso una leggerezza danzante. Nessuna canzone italiana , e probabilmente anche straniera, aveva mai avuto questa struttura. E che dire delle parole di Mogol anch’esse profondamente innovative? E la sua peculiare vocalità dove la vogliamo mettere, con quella sottile vena di malinconia sempre presente. Questa miscela di elementi produce un forte impatto emotivo. Quando ascolto Battisti mi vien sempre da pensare a Mozart.

    1. Premessa: alcune tonalità “strane” (nessun chitarrista con il cervello a posto scriverebbe mai una canzone in Mi bemolle) sono dovute a trucchi di studio per temperare gli strumenti a corda percossa (la terza corda della chitarra, per esempio, è un Sol bastardo), avere più armonici (senza elettronica era un bel problema) e accordarsi con gli strumenti traspositori. La celeberrima “Yesterday”, per fare un esempio, è riportata in tutti gli spartiti in Fa maggiore, mentre è evidente che Paul McCartney la suonasse in Sol.
      Detto questo il Circolo delle quinte ha come primo passaggio proprio la struttura armonica della canzone da lei citata; basta ascoltare un paio di pentatoniche per rendersene conto.
      Sulla modulazione modo maggiore e modo minore: facciamo finta che nessuno abbia mai scritto nulla prima di Battisti? Oppure un paio di canzonette, che ne so, dei Beatles, le abbiamo ascoltate?

      1. @ Ezio 25 aprile 2016 alle 15:10
        (nessun chitarrista con il cervello a posto scriverebbe mai una canzone in Mi bemolle)

        Ma non è così! Basta mettere un capotasto e via. Comunque a me risulta che le tonalità vengono scelte prima di tutto sulla base della voce che le deve cantare e sull’effetto sonoro che si vuole ottenere. In particolare sulla chitarra le tonalità non suonano tutte allo stesso modo dipendendo dalle posizioni sulla tastiera e i vari rivolti degli accordi. E’quello che ho sempre fatto io e anche mio figlio che ha composto almeno due belle canzoni in Mib: Fiocco di neve https://www.youtube.com/watch?v=eAo-RryFoyQ&index=29&list=PLLsBduj4rfAdFXPwXBt0GKZKNtpqs6zOP
        e Un sogno dentro http://emirik.altervista.org/musica.htm.
        Armonici del sol? Ma si riferisce alla chitarra acustica? Anche questo non mi risulta. Mai avvertito alcun problema. Esistono poi tanti tipi di corde, come fa a generalizzare per tutte? Vorrei proprio vedere con un analizzatore di spettro il fenomeno che dice lei. In Istituto ne avevo uno di grande precisione ma ora non ne posso più disporre. Comunque in quelle elettriche il problema non si pone proprio.
        Gli strumenti traspositori si accordano con tutto solo che le loro parti vanno scritte tenendo conto delle loro caratteristiche.
        Su Yesterday, l’ho riascoltata proprio ora: Fa lo spartito e Fa McCartney https://www.youtube.com/watch?v=lH5x1ChYhcI
        Mi faccia avere un link dove la esegue in Sol. Comunque non ci sarebbe nulla di strano perché McCartney ha un’estensione sufficiente anche in questa tonalità.
        Sul circolo delle quinte e le modulazioni. L’armonia tonale non l’ha inventata Battisti, ovviamente, ma egli ne fa un uso creativo e non copia di certo i Beatles.

        1. Nel video che ha postato McCartney suona in Sol, appunto.
          Per il resto è vero: con un capotasto si può suonare in Mi bemolle, ma senza capotasto resta, per un chitarrista, un delirio quella posizione.
          Sì, la chitarra moderna non è perfettamente temperata (come del resto non lo erano neanche le sue antenate). Non è questione di muta – anche se una o l’altra possono ridurre il difetto – ma proprio di “distanza” fisica, diciamo, tra una vibrazione e l’altra.

          1. @ Ezio 26 aprile 2016 alle 10:08

            Ho ricontrollato l’accordatura della chitarra: è a corista. A questo punto ci siamo messi davanti al video citato https://www.youtube.com/watch?v=lH5x1ChYhcI
            e abbiamo seguito il brano con la tastiera sempre a corista. All’ascolto McCartney suona in Fa e non in Sol, questo è pacifico. Per svelare l’arcano ci siamo messi ad osservare le posizioni di McCartney sulla chitarra e, sorpresa, abbiamo scoperto che prende le posizioni del Sol! Pertanto la soluzione è: la chitarra è accordata non a corista ma 1 tono sotto! A questo punto siamo andati a vedere/sentire varie esecuzioni dei Beatles nel tempo e abbiamo visto che usavano sempre la stessa tecnica. La ragione è semplice: sulla chitarra le sequenze basate sul Sol sono più facili da prendere di quelle del Fa.
            Sulla chitarra non perfettamente temperata non saprei, può darsi che lei abbia ragione. Noi non ce ne siamo mai accorti ad orecchio, ma non ho condotto uno studio scientifico sull’argomento o degli esperimenti con un analizzatore di spettro. Potrebbe darmi un riferimento bibliografico dove viene trattato il problema in modo esauriente?

          2. Ahahaha… bravo Ennio: colpiti e affondati!
            Chiudo brevemente con qualche risposta.
            1) Sì, era proprio quello che intendevo dire: per la musica Pop gli spartiti vengono presi, per lo più, dal disco, quel che si suona in sala – accordatura, posizioni, capotasto, etc. – è spesso un’altra cosa.
            2) Sì, di nuovo, lei ha ragione: il problema della temperatura riguarda la differenza tra le scale di numeri naturali e la necessità di “tornare al principio” dopo un numero ragionevole di passaggi. Si finge che due note sia uguali quando in realtà non lo sono.
            3) Volentieri le indicherei il manuale che a suo tempo studiai, ma temo che sia da lungo tempo nelle casse di libri che non riescono a trovar posto sui miei scaffali. Ricordo solo che era della metà dell’Ottocento e che il titolo assomigliava a qualcosa come “Manuale di accordatura per cetra, liuto, citarrone… etc”. Mi dispiace, ma di più non ricordo. Seguii anche una tesi su fisica e estetica musica – da correlatore – quando lavoravo in università, ma non sono certo di avere da qualche parte ancora le bozze; se le trovo gliele invio.
            Un abbraccio a tutti,
            Ezio.

          3. @ Ezio 26 aprile 2016 alle 10:08
            “Sì, la chitarra moderna non è perfettamente temperata (come del resto non lo erano neanche le sue antenate).”

            Credo di aver capito il problema che lei pone. Si tratta della differenza fra la scala temperata e quella pitagorica.
            Naturalmente non c’è alcuna difficoltà a posizionare le barrette dei tasti secondo la scala temperata. L’unico problema, potenziale, potrebbe venir fuori cercando di accordarla con gli armonici naturali ma questo comunque si supera utilizzando un accordatore come ormai si fa abitualmente anche per essere sicuri di stare proprio a corista. Io comunque non ho mai notato differenze disturbanti. Bisogna poi tener conto che è vero che una corda ideale ha dei modi naturali secondo la sequenza 1,2,3,4, ecc. ma una reale, che probabilmente ha una struttura non perfettamente omogenea, può discostarsi anche se lievemente da questa sequenza. Perciò le differenze potrebbero essere mascherate da queste imperfezioni. Non so cosa ne pensino i costruttori di chitarre. Infine, secondo lei, qual è la minima differenza percettibile da un orecchio allenato, espressa in cent, fra due note?

  71. Per completezza vorrei aggiungere altre brevi considerazioni, sollecitato dall’accenno di Rizzi alle avanguardie musicali del novecento (in realtà egli scrive dopoguerra). Ogni tanto mi costringo ad ascoltare musica dodecafonica, seriale, concreta e altre bizzarre sperimentazioni. Devo dire che questo tipo di musica mi lascia freddo come un ghiacciolo sia in senso emotivo che intellettuale. Capisco che un artista senta l’esigenza di andare oltre i propri predecessori e quindi deve sperimentare, è più che giusto è doveroso. Purtroppo però bisogna ammettere che, allo stato attuale, queste sperimentazioni hanno prodotto risultati insoddisfacenti. La totalità del pubblico, parlo di quasi tutti gli abitanti della terra, queste cose non le considera musica. C’è da chiedersi allora a che serve un’arte che si parla addosso? Mi pare che gli unici sbocchi per questo tipo di musicisti siano i colleghi, nelle chiuse Accademie e Conservatori, e nella musica da film, anzi film dell’horror: potrebbe essere definita musica horror! Siamo sicuri che una musica basilarmente tonale, magari commista ad elementi di queste sperimentazioni, abbia esaurite le sue capacità espressive? In realtà a me sembra che nelle produzioni migliori pop-rock si fa esattamente questo e il pubblico le recepisce pienamente. A volte magari con un po’ di ritardo, ma non più di tanto. Invece per le sperimentazioni di cui sopra ormai è passato troppo tempo per sperare, ragionevolmente, che esse vengano accettate.

    1. Lei non ha mai letto neanche il “Manuale di armonia”, vero?
      E meno male che erano i colti a liquidare i molto poeti con una alzata di spalle.
      Vorrebbe gentilmente spiegare in che modo lei giudica che Berg o Nono abbiamo “prodotto risultati insoddisfacenti”?

      1. @ Ezio 25 aprile 2016 alle 15:14

        Si riferisce al Manuale di Armonia di Schönberg? Ma naturalmente che l’ho studiato. La mia versione è quella de Il Saggiatore del 1973 (si capisce che sono vecchio!). Invece, per una serie di vicissitudini, l’altro testo, che l’autore definisce una sintesi del primo, “Structural functions of Harmony” ce l’ho, per l’appunto, in inglese nelle edizioni della faber&faber del 1983. Naturalmente ho studiato anche il trattato di Walter Piston e altri. Ma fra tutti mi stanno più a cuore due libri di Nino de Rose che insegnò alla Scuola Popolare di Musica del Testaccio alla quale io non potei partecipare, ma alla quale andò, credo nel 1975, il mio carissimo amico Livio Margadonna, eccezionale chitarrista, morto in giovanissima età. I libri sono “Tecnica dell’improvvisazione jazzistica” e “Armonia e fraseggio jazz”.

        1. @ Ezio 25 aprile 2016 alle 15:14

          Preso dal ricordo di Livio mi sono dimenticato di rispondere alle altre due domande. La musica si ascolta, la poesia si legge e poi si giudica. Mai mi sono permesso di fare un’alzata di spalle di fronte ad un’opera. Men che mai giudicarla senza averla ascoltata, vista o letta. Ho ascoltato Berg e Nono. Che le devo dire? Io preferisco ascoltare, ad esempio, un David Bowie. Lo trovo più vitale, più fantasioso. Guai ai musicisti che s’innamorano delle loro teorie scritte e non tengono conto del risultato sonoro!

          1. Che le devo dire io?
            Se secondo lei le avanguardie storiche “non tenevano conto del risultato sonoro”… c’è poco che io possa aggiungere.

  72. Per Ezio

    (“Quindi non armonia né melodia né ritmo; era solo un poco stravagante nel pescare di qua e di là.”):

    Abbia pazienza, sono decisamente ignorante: anch’io suonai (la batteria) ma da cani; forse perché non ho mai letto i testi che ha letto lei (e anche Angelo Ricotta, mi pare).

    Mi pare che la sua frase – nella sua rozzezza – equivalga a dire che Battisti plagiò a destra e a manca. Ma con sette note e un po’ di buona volontà, credo che si possa far passare questo concetto per qualunque musicista: dopotutto anche i grandi innovatori han sempre dovuto appoggiarsi sui predecessori e i contemporanei: né i Bach né i Mozart (e nemmeno i Berio o gli Stockhausen) hanno improvvisato tutto da zero.

    Rispetto a Battisti (o ai Beatles, o a Hendrix) può solo valere un discorso “di scala”; nel senso che nella musica leggera e pop ci sono problemi forse un pochino meno complessi, di quelli che può dare la gestione di un’orchestra di ottanta elementi.

  73. Non ho mai detto che Battisti abbia plagiato a destra e a manca. Ho solo scritto, e lo ribadirei volentieri, che dal punto di vista musicale grandi innovazioni non ne ha portate. Tutto qui.

  74. Trovo quasi surrealista questa svolta “musicale” della discussione.
    Dai moltinpoesia a Battisti. Perfetta evoluzione! Viva i suonatori di chitarra!

  75. SEGNALAZIONE

    Ah, il solito, vecchio Marx: “la concentrazione esclusiva del talento artistico in alcuni individui e il suo soffocamento nella grande massa…”

    Nella settima delle Tesi di filosofia della storia Walter Benjamin, dopo aver definito il “procedimento d’immedesimazione” al quale ricorre lo “storico dello storicismo” come ciò “con cui il materialismo storico ha rotto i ponti”, prescrive allo studioso di parte marxista uno sguardo distaccato nell’abbracciare il cosiddetto patrimonio culturale di un’epoca, perché quest’ultimo “ha immancabilmente un’origine a cui non si può pensare senza orrore. Esso deve la propria esistenza non solo alla fatica dei grandi geni che lo hanno creato, ma anche alla schiavitù senza nome dei loro contemporanei. Non è mai documento di cultura senza essere, nello stesso tempo, documento di barbarie” (in Angelus Novus, Torino 1962, pp. 75-6).

    Adeguata cornice alla riflessione benjaminiana mi sembra questo brano marx-engelsiano dell’Ideologia tedesca: “la concentrazione esclusiva del talento artistico in alcuni individui e il suo soffocamento nella grande massa, che ad essa è connesso, è conseguenza della divisione del lavoro”. Per cui, “che un individuo come Raffaello possa sviluppare il suo talento dipende dalla divisione del lavoro e dalle condizioni culturali degli uomini che da essa derivano” (in Marx-Engels, Opere complete, vol. V, Roma 1972, p. 407).

    Se l’opera d’arte nasce dall’accentramento del talento nel singolo artista, frutto della divisione del lavoro, a fronte dello spossessamento delle capacità culturali e delle condizioni creative nella gran massa dei suoi contemporanei, anche la sua fruizione è condizionata da questo duplice aspetto. Da una parte abbiamo la bellezza artistica in sé che cagiona un immediato piacere estetico (la jouissance di barthesiana memoria), mentre dall’altra la sua ricezione è mediata da fattori di natura extra-estetica, che inducono il fruitore a distaccarsi dall’oggetto dato in una sorta di astrazione determinata volta a comprenderne l’origine sociale. E’ la complementarietà di queste due modalità “valoriali” all’interno dello stesso oggetto artistico a far dire al fruitore: “quest’opera mi affascina, ma non posso non inorridire dinanzi a essa”.

    (DA “I Quaderni di Italo IV” di prossima pubblicazione)

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