Vespeide

vespa rai

 

di Francesco Di Stefano

Pe la vespa te provo n’impressione
che vista puro pe televisione
dar ribbrezzo t’envoco er Padrenostro
come denanzi ar più schifoso mostro.

Forze perché pe strana bizzaria
de Greco Sanza so’ rincarnazzione
e m’è rimasta drento la fobbia
verz’ogni forma de bacarozzone.

È da nun crede eppuro io l’ho visto
che na sera ner Ber Paese Nostro
na vespa ha pizzicato an poro cristo
da fallo diventà un vero mostro.

Sta vespa è n’inzettaccio assai vojoso
che cerca er dorce e nun se ne vergogna
de ammette ch’er più bono e zuccheroso
lo trova ne la merda d’ogni fogna.

E deve avecce puro na devianza
che a la mosca necrofica l’accosta
e sempre coll’odore sta de posta
a caccia de chi spara o che te spanza.

E poi è na ruffiana sopraffina
che in base a come la vendemmia svorta
se cerca er mejo vino de cantina
bussannoce magara porta a porta.

Er buffo è che sta vespa da tant’anni
ancora te va in giro impunemente
che quanno ch’entra in casa de la gente
de certo je combina grossi danni.

Da na parte me sento affortunato
perché de norma st’inzettaccio bruno
va in giro quanno a casa mia nissuno
sta svejo da restacce pizzicato.

La cosa che pe me è sconvorgente
è che sta vespa è come n’attrazzione
che pe vedella drent’an baraccone
fanno pagà ‘r bijetto a tanta gente.

Se dice: “Si nun vòi nun te la vedi!”
Ma è come quanno ar bare ar tavolino
stai in pace a rigustatte un bicchierino
e lei te ronza sempre fra li piedi.

Ma certo nun è mica corpa sua
si sta vespa te gira indisturbata
a pizzicà la faccia mia e tua!
Perché nun l’hanno ancora svanculata?

Pe carità, nun me capite male!
Nun vojo sterminà mo st’animale
cor DDT pe bomboletta sprai!
Ma solo penzionallo, casomai!

8 pensieri su “Vespeide

  1. 1) Bello e simpatico poemetto nella tradizione dialettale romanesca e, mutato dialetto, della Toscana e in genere dello stile popolare colto, tanto spesso satirico e scherzoso insieme, dove il racconto in versi diventa anche allegoria e favola “seria”, ridente e moraleggiante. Operazione che rimane abbastanza diffusa nella poesia dialettale di impronta tradizionale (metrica classica, spesso in quartine e/o rime baciate, sestine e ottave, andamento narrativo, intento critico / satirico / sarcastico o realistico con apologo), mentre è sempre più rara e difficile in lingua.
    2) Mi resta però oscura l’espressione «de Greco Sanza» con le due iniziali maiuscole. È il nome di un personaggio? Se è così, non lo conosco e perciò l’espressione mi è oscura. Mi risulterebbe più chiara senza le maiuscole, con “greco” come aggettivo etnico e “sanza” come “senza”.
    3) Potenza degli accostamenti. L’immagine, nell’illustrazione di apertura, di Bruno Vespa e di “Porta a Porta” induce a leggere “Vespeide” come satira contro Vespa, ma poi il testo (salvo il riferimento alla televisione della prima strofa) non legittima questa lettura, anche se l’accostamento, sotto sotto, continua a operare e spinge il lettore a cercare Vespa nella vespa, magari come riferimento di secondo o terzo livello.
    Ma se ci si libera di Vespa la lettura migliora e ci mostra uno di quei quadretti da capriccio pittorico così gustosi nelle loro scene realistiche un po’ stravolte dall’ironia.

  2. PS.
    Naturalmente si possono intendere come riferimenti alla televisione e a Bruno Vespa le espressioni “bacarozzone”, ” porta a porta”, “st’inzettaccio bruno” e altre, ma solo come allusioni criptiche, il cui primo significato è altro. La satira politica e di costume richiederebbe una forma più diretta ed esplicita, salvo che non ci siano ragioni forti di censura, il che non è il caso attuale in Italia. Per questo mi pare che la Vespeide ci guadagni ad essere letta senza pensare a Bruno Vespa.

    1. E invece, gentile Luciano Aguzzi, leggere la Vespeide senza pensare al noto conduttore televisivo la svuoterebbe quasi totalmente di significato, riducendola a una sorta di satira debole e generica. Con chi ce l’avrebbe poi l’autore? Con una non meglio identificata vespa, intesa come persona fastidiosa, o, letteralmente, con l’animaletto “incazzoso” e punzecchiante? No, è fuor di dubbio Bruno Vespa il protagonista di questo componimento: a lui si allude chiaramente in ogni singola strofa per le numerose spie linguistiche ricorrenti nell’immaginario collettivo e, qui, sparse in ogni singola strofa.
      Venendo più specificamente all’esame dei versi, è opportuno notare la loro complessiva gradevolezza, connotata di sfumature ironico-sarcastiche. Ma un paio di piccoli rilievi vanno fatti.
      1) L’incipit è, a mio parere, un po’ “brusco” (“ribbrezzo”, “schifoso mostro”) e anche forzato, forse per motivi di rima (Padrenostro-mostro).
      2) Le strofe sono tutte bloccate alla fine da un segno di interpunzione forte (punto o punto esclamativo) che di fatto isola al loro interno ogni singolo pensiero, rendendone meno fluido lo svolgimento. E questo, per me, è un aspetto tipicamente popolare (ed elementare) della poesia burlesca.
      Per concludere Vespeide è un testo che si legge piacevolmente, come spesso capita in tele tipo di composizioni.
      Pasquale Balestriere

  3. Grazie Aguzzi. In effetti ho avuto fin da subito il dubbio che Greco Sanza potesse risultare di difficile comprensione e perciò oscuro. Ma poi ho invece creduto, evidentemente sbagliando, che i due versi successivi fossero rivelatori della sua identità. Come visto, mi sbagliavo e me ne scuso. Allora, Greco Sanza è nient’altro che la storpiatura (mia, quindi arbitraria) in romanesco di Gregor Samsa, protagonista de La metamorfosi. La sua osservazione, comunque, mi insinua una necessaria riflessione più generale, e riguarda proprio i nomi propri delle persone che entrano nel mio linguaggio. Finora, come capirà, ho sempre seguito la regola di storpiarli (esempio, Giullio Tremmonti), ma è giusto? Beh, ci rifletterò sopra, ma senz’altro la sua osservazione mi è stata preziosa.
    Di nuovo grazie, Francesco Di Stefano

    1. I nomi storpiati, ma comunque leggibili, come “Giullio Tremmonti”, possono andare bene. Soprattutto se la storpiatura è coerente con la pronuncia dialettale, perché anche i nomi hanno – spesso – una loro forma dialettale. Se invece il personaggio è poco noto e la storpiatura troppo lontana dall’originale, allora si crea una zona di oscurità. Almeno per me, che non guardo mai la TV e che proprio non avrei potuto tirar fuori Gregor Samsa da Greco Sanza, nemmeno – come ho cercato di fare – con l’aiuto di Google e di Wikipedia, che mi hanno rimandato solo a due personaggi del tutto marginali rispetto al mondo della TV, cioè a Mimmo Greco e a Giuseppe Sanza. Per altri, più assidui frequentatori dei programmi TV, magari la tua storpiatura è risultata subito leggibile. Auguri per la tua scrittura.

      1. PS. Naturalmente ciò che dico è un esempio di come, l’accostamento con Bruno Vesta, a mio parere poco esplicito e diretto, induce all’errore. Ho pensato a Greco Sanza come a un autore o personaggio TV, e non al personaggio creato da Kafka, e ho cercato di sciogliere l’oscurità cercando fra i personaggi e programmi TV. Solo il tuo riferimento a La Metamorfosi mi ha aperto gli occhi.
        Questo per dire anche a Pasquale Balestriere che i riferimenti a Bruno Vesta mi sono sembrati troppo indiretti. Quando la poesia satirica e burlesca non è esplicita, può capitare che non si capisca da parte dei contemporanei e tanto meno dai posteri, salvo che il testo non si zavorri di note erudite. E le note erudite uccidono la poesia. Se il Belli in romanesco e, in lingua, il Guadagnoli, il Giusti e altri sono ancora leggibili con gusto, è perché si riesce a leggerli e capirli anche senza note.

  4. Simpatica! Vespa deve il suo grande successo proprio a questi sentimenti che suscita nei più. E la tv è, come al solito, talmente cinica che ne approfitta per fare audience; proprio quello che intende Ezio Partesana nel post “La società della comunicazione” quando afferma che ” La propaganda struttura, insomma, anche il dissenso […].(pag. 7-8)”. Ne abbiamo avuto tanti di questi esempi: Mike Bongiorno, Vittorio Sgarbi quando sbavava, i vari personaggi dell’epoca, mai tramontata, della cosiddetta tv spazzatura. E infatti la tradizione gode oggi di ottima salute.
    Mi interessa la grafia usata. Tutto il romanesco che conosco lo imparai da un bravissimo poeta vernacolare, vivente: Enio Orsuni. Egli usava però un’altra grafia, e mi diceva che aveva semplificato quella del Belli e anche di Trilussa, quest’ultimo da egli conosciuto personalmente da ragazzo. Per esempio Pe’ per Per ‘na per una e sònanno per suonando. Insomma la regola era: l’accento sulle vocali normalmente non accentate significa che, rispetto alla corrispondente parola in italiano, si omettono delle lettere all’interno della parola mentre l’apostrofo iniziale e finale su una parola o una lettera indica un’elisione ovvero la soppressione di una o più lettere rispettivamente all’inizio o alla fine della parola. Mi chiedo: non esiste un accordo in merito fra i grammatici? Infine che differenza farebbe nello scrivere voio anziché vojo?

  5. @ Aguzzi

    No, no. Bruno Vespa qui non ci sta.
    La poesia ha solo insetti di qualità.

    Impossibile un Vespa nell’ «Eneide».
    Bruno può ronzar solo in «Vespeide».

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