Storie di personaggi

Vortici di Simonitto 2

“Vortici” di Rita Simonitto è di imminente uscita in libreria, ma  mi pare giusto avviare da subito la discussione  con  queste  riflessioni di Cristiana Fischer. [E. A.] 

di Cristiana Fischer

I quindici racconti che compongono il libro Vortici di Rita Simonitto (Besa Editrice, 2016) accostati tra loro formano un disegno ricco e misterioso come il fazzoletto di Desdemona: “Sí. C’è una malia nella sua trama. Fu tessuto in un’estasi profetica da una sibilla, che su questa terra per ben duecento volte aveva visto il volgere del sole. Sacri erano i bachi che ne produssero la seta, tinta nell’elisir di mummia che i sapienti ricavano dai cuori delle vergini. (…) Abbine cura, tienilo ben caro, come la pupilla dei tuoi occhi. Perderlo o darlo via sarebbe una rovina senza eguali” (Otello, Atto III, scena IV, citata nella nota 18 dell’ultimo racconto del libro, La trappola, l’unico ad avere note che rimandano tutte al testo di Shakespeare).
L’atteggiamento con cui Simonitto si inoltra tra i suoi personaggi mi ha fatto ricordare Pier delle Vigne: “Io son colui che tenni ambo le chiavi/del cor di Federigo, e che le volsi,/serrando e diserrando, sí soavi,/che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi”. Sono le chiavi del sí e del no, quella della condivisione empatica e quella dell’avviso e dell’allarme, con cui la scrittrice si avvicina ai personaggi intrappolati nella non conoscenza di sé e degli altri.
La insegnante che ha chiuso le paratie emotive dopo che il matrimonio è finito ma non riesce ancora a fare chiarezza nei propri confusi coinvolgimenti personali; la ragazza povera e intelligente che ha sposato il figlio del proprietario della ditta per cui lavora entrando a far parte di una società che cancella la sua identità originaria di bambina povera; l’ingegnere che ha rinunciato alla passione letteraria, al legame con la moglie e con il figlio ma si trova coinvolto in una vicenda crudele; il commendatore che ha raggiunto ricchezza e posizione sociale ma si sente succube di una nobile moglie che vive la ricchezza del marito come diritto acquisito; madri imperiose con doppia o tripla segreta vita amorosa e padri che dispongono della vita dei figli senza conoscerli, sono tra i personaggi del libro. Essi procedono in una condotta di vita impostata e consolidata, come se ne fossero certi possessori. Un’inquietudine li attraversa, spesso repressa o ignorata o manovrata per tenerla sotto controllo, poi succede qualcosa, un imprevisto che non sanno affrontare in modo sintonico, anche se apparentemente razionale. È il Caso, che rivela i nodi di cui era intessuta una vita in apparenza fluida.
I personaggi sono verosimili, umanamente credibili e affini a ognuno di noi, possiamo identificarci con loro, tuttavia sei tu che li hai creati e poi disponi gli eventi in modo che la contraddizione faccia saltare un incerto equilibrio, dico alla scrittrice. Gli eventi che fanno precipitare la loro esistenza, e li portano a una autorivelazione, o li condannano a perire sotto le proprie contraddizioni, quindi il Caso che funge da catalizzatore per la vita dei personaggi, sei tu che lo crei e lo inventi: la soluzione del dramma personale è nelle mani di chi ha disposto le carte della narrazione.
“Forse tu dai al ‘Caso’ una venatura destinale,” mi risponde, “in realtà è esso stesso un evento e dipende da come i soggetti lo vivono, se lo patiscono o se lo utilizzano. […] L’Autore è il ‘primum movens’ […] ma una volta innescato questo processo, il personaggio incomincia a prendere una sua vita propria, in teoria più consona a ciò che lui/personaggio vorrebbe essere, diventa ‘scalpitante’” (da comunicazioni personali con l’autrice).
Il libro di Rita Simonitto quindi si può leggere anche in una prospettiva verticale seguendo, nel montaggio dei racconti, le sue riflessioni da Narratrice di personaggi che si muovono con relativa autonomia. Uno speciale distacco che vale anche per la Morte, tradizionale deus ex machina delle storie. In un paio di racconti la morte è un personaggio come gli altri, farsesca figura delle nostre paure, e danza come gli scheletri ridanciani di certe totentanz fino a Dylan Dog. Anche alcuni animali diventano protagonisti, e rappresentano modalità diverse di intervento di chi sta scrivendo il libro. Durante la fuga di una tartaruga si materializza l’Autrice all’improvviso; una piccola civetta (protetta da Athena, la dea della sapienza), come fosse la Narratrice stessa, riflette sui doppi e tripli sensi delle parole degli umani e sul meccanismo della storia in cui è coinvolta.
I protagonisti del primo e dell’ultimo racconto, ad apertura e chiusura del libro, fanno parte del canone letterario occidentale, sono Prometeo di Eschilo, e Otello Jago e Desdemona di Shakespeare. Questi “eroi” sono accostati, il primo a un’umanità poco evoluta, i secondi ai topi, nostri indesiderati conviventi, disegnando forse l’intervallo in cui ci destreggiamo.
L’ultimo racconto del libro tratta della ricerca della verità dei personaggi in letteratura. Il topo protagonista divora a brandelli l’Otello di Shakespeare (suggerendo l’idea che è possibile incorporare passivamente la cultura e viverla come rendita) e si confronta poi con un topo saggio proprio sul processo di interpretazione di quei personaggi. “Lo sparigliamento delle carte nell’ultimo racconto, ‘La trappola’, la rottura di una trama assodata, permette al topo di farsi un’idea nuova rispetto a quella ‘classica’ istituita dal ‘topo di biblioteca’”, mi suggerisce Simonitto in una comunicazione privata. La conclusione sorprendente è che la letteratura può far capire agli umani quanto siano sconosciuti a loro stessi persino quando ingannano e tradiscono.
Riguardo alla vita reale però, la conclusione di questo ultimo racconto, quindi del libro, è più sconfortante. Le parole conclusive sono per il topo -forse un’umanità topesca- che, anche se consapevole della cecità conoscitiva, sa però che “gli intellettuali si salvano sempre perché molti di loro sono proprio quelli che di potere se ne intendono! Era lui invece che si doveva preoccupare per se stesso, salvaguardare sé e le sue provviste dalla imminente invasione dei topi fuggiti allo sterminio!
E ce l’avrebbe fatta, cosí vecchio com’era?”

 

da TRA-COLLO

(…)
Fu in quella calma che “lo” vide.
Era un ippocastano imponente che era stato colpito da un fulmine. La ferita della bruciatura si estendeva quasi in tutta la sua lunghezza risparmiando solo una fascia verde alla base. Sembrava diviso nel mezzo. Una parte, un tempo svettante e ora completamente bruciata, era planata con i suoi rami secchi sulle chiome delle piante vicine piegate sotto quel peso, e un’altra parte, un po’ piú ridotta ma ancora vitale – i cui minuscoli frutti attestavano il ritardo con cui era avvenuta la maturazione – cercava uno spazio fra le alte fronde. Ad una certa altezza, però poco distante da terra, aveva pollato un giovane ramo che si era fatto vittoriosamente strada verso l’alto e mostrava tenere foglie verdi e timidi fiori bianco/rossi al suo apice.
Quella anomala, e pur cercata, visione fu come uno schiocco, un lampo sonoro che lo abbacinò e lo frastornò. Nella luce tuonante in cui “lo” vide, si vide.
Realizzò che, contrariamente al suo sogno delirante, non era stato lui a ‘creare’ quell’incontro, non il suo desiderio, non la potenza del suo obiettivo! Lui si era solo venuto a trovare casualmente in quell’incrocio particolare.
La possibilità che la natura gli aveva messo davanti agli occhi lo aveva fatto sentire stupido e inetto. Piccolo di fronte a tanta potenza. Non era cosí che aveva immaginato quella sfida che doveva avere tutte le caratteristiche della grandiosità, cosí come aveva vissuto, fino a quel momento, tutte le sue sfide.
Si trattava di una spinta profonda a sfidare l’Assoluto, l’Irraggiungibile, l’Impossibile: misurarsi a tali condizioni avrebbe significato sentirsi partecipe di quell’aura di divino al punto che pure l’eventuale sconfitta ne sarebbe stata glorificata: beh, non si vince facilmente con il Dio.
Invece in quel frangente era emerso tutto il suo infantilismo, altro che magnificenza! Pensava davvero di poter essere cosí onnipotente da creare dall’impossibile il possibile?
Eccolo lì, se stesso, ancora e sempre piccolo, arrabbiato, umiliato e inerme: e non poteva assolutamente permetterselo. Vide anche, contemporaneamente e con lucidità, come il seguire le sue ossessioni di potenza che non accettavano il confronto con una realtà sempre in movimento e altra rispetto alle aspettative, lo aveva portato ad uccidere, giorno dopo giorno, ogni forma vera di vita, pur se piccola e non necessariamente fastosa. E che adesso la cosa era andata cosí avanti che non poteva farci niente.
Era finito. Tutto era finito.
Ancora allucinato dalla tragica scoperta di avere perso inutilmente la sua vita, e non tenendo conto che entrare in contatto con la verità, per quanto doloroso sia, ci permette comunque di operare dei cambiamenti, trasse il fazzoletto zuppo dalla tasca e, con l’occhio fisso a quel miracolo della natura di cui non sapeva che farne e che ora odiava, lentamente se lo strinse attorno al collo. Poi si sfilò la cintura dai pantaloni, se la passò tra collo e fazzoletto e con quel gancio si appese al giovane ramo e si lasciò cadere giù, a penzoloni.

La lettrice rimase sbalordita cosí tanto da quel finale inaspettato che chiuse il libro di botto lì, dov’era arrivata, al fondo della pagina. D’altronde, si sa, la morte porta con sé non solo la percezione dell’irreversibilità, ma anche l’esperienza tragica del taglio netto, oltre il quale c’è il vuoto, il nulla.
cosí mise il dito indice a segnare il punto ultimo a cui era arrivata, ruotò il libro di racconti, ormai chiuso come una tagliola su quel dito, e chiese alla scrittrice: “Ma perché lo hai fatto morire? E’ stato un gesto di crudeltà il tuo.
In fondo, avrebbe avuto piuttosto bisogno di un premio, nel senso che la sua speranza, per quanto gestita in modo infantilmente onnipotente, gli aveva dato una qualche risposta. Per lo meno gli aveva permesso di guardarsi dentro. Capisco che rendersi conto di quanto danno si può aver fatto può essere molto tragico! Ma portarlo alla morte…”.
L’accusa di cinismo era evidente, anche se non conclamata. Erano amiche, certo, ma la lettrice, dopotutto, faceva fatica a concepire che la realtà nascondesse oscuri enigmi. Paradossalmente tendeva piú a credere all’esistenza di forze magiche, potenti nella cattiveria come nella bontà, ma mai ciniche o sprezzanti. Il Fato è il Fato e la Volontà è la Volontà.
La lettrice intendeva che il Destino, forse, sarebbe stato benevolo nei confronti del protagonista, mentre la scrittrice, volontariamente lo aveva condotto alla brusca fine.
“Perché lo hai fatto morire?”.
Quello che risultava, invece, difficile per la scrittrice non aveva tanto a che fare con il rispondere a quelle domande, ammesso che quelle domande fossero pertinenti. Al limite, lei si sarebbe posta altri interrogativi (…)

6 pensieri su “Storie di personaggi

  1. Molte parole, molti pensieri stazionano in quel che accade, come se l’accaduto non avesse tanta importanza e si possa risolvere senza troppi giri di parole, anche sbrigativamente. L’autrice non se ne sente responsabile – del resto accadono nella vita, e in natura, tante di quelle cose inspiegabili, e senza preavviso, che anche a volerle inventare ci si adatta -. Ma io i racconti di Rita non li ho letti, almeno non questi. Solo alcuni postati sul blog. E avevo già notato questa sua preziosa puntigliosità nel dire tra gli accadimenti, come se il suo impegno lì si concentrasse maggiormente. Penso sia una sua caratteristica, non un difetto da correggere: scrive con intelligenza e certo l’esercizio dell’intelligenza la diverte più di ogni altra cosa. Può non sembrare, ma diverte anche me.

  2. …bello questo intrecciarsi di voci tra autrice e lettrice! Viene spontaneo entrarvi, quale ulteriore voce, pur non avendo letto la raccolta di racconti di Rita Simonitto. Molte domande di Cristiana probabilmente le avrei poste anch’io su come si costruiscono i racconti: se sia interamente la scrittrice a dirigere le vicende dei personggi oppure il caso, che come interviene a scompigliare la vita dei personaggi obbligandoli a entrare nei loro vissuti in maniera diversa, “se lo patiscono o se lo utilizzano…”(R.S.) ,essendo un evento, interviene anche a guidare la mano della scrittrice, orientandola a discrezione dei personaggi…Questa affermazione di R. S. mi suscita molto sorpresa, ma la trovo originale: perchè in fondo la scrittura dev’essere una sorta di avventura per chi la legge e non anche per chi la scrive? Non riesco ad approfondire la cosa, ma mi interessa…Mi viene in mente Collodi che crea il personaggio di un burattino, che sfugge completamente ad ogli controllo…Ricordo di aver letto che Collodi scrisse “Pinocchio”, un vero capolavoro, senza per altro mai più essere capace di uguagliarsi in altri scritti, come “travolto” dalla personalità della sua creatura…

  3. … dal punto di vista dello sviluppo dei racconti, credo che Rita Simonitto si assicuri conclusioni imprevedibili proprio perché lascia ai personaggi una certa autonomia di scelte, li segue invece di guidarli, si fa sorprendere …

  4. Innanzitutto un sentito riconoscimento al lavoro di lettura di Cristiana Fischer che è riuscita a centrare i due punti cruciali di questo volume di racconti: i Personaggi (e il loro movimento intrinseco), e il Caso (di cui anche l’autrice fa parte), e che a volte risucchia e condiziona il loro agire. Molte domande, implicite nelle varie storie, vertono appunto sui limiti entro i quali il cosiddetto “libero arbitrio” è veramente ‘libero’ oppure no, e anche sul fatto che, spesse volte, i personaggi possono essere i rappresentanti delle proiezioni inconsce di qualcuno senza saperlo e pertanto non sono ‘soggetti’ bensì ‘assoggettati’.
    Quest’ultima caratteristica riguarda anche il rapporto che intercorre tra il personaggio e lo scrittore, il quale deposita aspetti di sé, più o meno consapevoli, in una figura esterna atta a personificarli. Nella mia esperienza di scrittura succede invece che le varie figure vogliano prendere loro la scena e a me non rimane che assecondarle: non so mai come andrà a continuare o a finire e a volte rimango stupita anch’io di certi esiti che, all’inizio del racconto, mi sarebbero parsi impensabili o improponibili.
    E’ dunque una avventura, come acutamente nota Annamaria, che prende anche l’autore il quale, proprio per questo, ha un campo limitato di azione. La libertà di cui lui può disporre risiede nell’ambito dell’immaginazione, del gioco, a tratti puntiglioso (come lo ‘sguardo lungo’ di Mayoor annota), di infilarsi *nel dire tra gli accadimenti*, come uno spargere indizi utili al lettore per decrittare l’ambiguità di certe scene o di certa terminologia.
    Ulteriore elemento importante è l’intervento del lettore che entra a ‘piedi pari’ nella scena, come riporta la citazione di Cristiana, tratta dal racconto “Tra-collo”.
    Il lettore, soprattutto se si trova nelle condizioni di intervenire, fa da ‘terzo’, si colloca in mezzo tra autore e personaggio e, in questo movimento, permetterebbe a chi scrive di riflettere e di rompere l’eventuale idillio identificatorio tra sé e la sua rappresentazione.
    Ma il discorso qui si farebbe troppo lungo ed è meglio rinviarlo a un dopo l’eventuale lettura del libro.
    Grazie comunque a tutti per la vostra partecipazione: adesso so, in caso di bisogno di endorfine (sostanze chimiche che hanno la capacità di regalarci piacere, gratificazione e felicità aiutandoci a sopportare meglio lo stress) a chi rivolgermi.

    p.s. Un grazie anche a Ennio che tiene con tenacia le redini della carrozza!

    R.S.

  5. In bocca al lupo a Rita Simonitto per l’uscita della sua opera:Vortici. Sono convinto, come afferma la brava Fischer, che i personaggi di queste storie sono “verosimili” e “umanamente credibili” perché l’autrice, e ho avuto modo di sperimentarlo con il commento da lei fatto su alcune mie poesie, é profonda conoscitrice dell’animo umano.
    Ubaldo de Robertis

  6. @ Ubaldo de Robertis
    La ringrazio per l’apprezzamento, ne sono molto onorata.
    Sarei felice di farle invio del libro, così, per puro piacere personale.
    Il fatto è che il lupo-editore lo tiene ancora stretto tra le fauci e ne dilaziona l’uscita.
    Non mi (ci) resta che aspettare pazientemente.
    Con stima.

    Rita

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