Letture pubbliche di poesia: servono alla poesia?  

moltinpoesia Laboratorio

RIPRESE(1)
Sintesi intervento alla Casa della Poesia Milano 21 marzo 2006

 di Luca Ferrieri

 Pubblico nella sezione “Riprese”  un’antologia  dei materiali più significativi circolati nel LABORATORIO MOLTINPOESIA. [E. A.] 

 

La domanda a cui vorrei tentare di rispondere, nel breve spazio di dieci minuti, è la seguente: sulla strada di una diffusione della cultura poetica e della ricerca di un pubblico della poesia (con tutta l’ambiguità insita in questa espressione e in questa volontà) le letture pubbliche, i reading, pos­sono essere uno strumento utile? e in questo caso a che condizioni?

Per non sottovalutare (ma nemmeno per riprendere ora) la ricca discussione che sull’argomento si è già sviluppata in Italia e all’estero, mi sembra necessario chiarire che quando parlo di letture pubbli­che di poesia alludo proprio a quelle realmente esistenti, cioè a quegli eventi, a volte spuri e molto spesso contaminati da elementi che con la poesia hanno poco a che fare, che si sono diffu­si negli ul­timi anni (anzi, se volessimo dare un’occhiata retrospettiva, fin dall’inizio del Novecento) in molti paesi e recentemente anche in Italia.  Dunque i reading poco o nulla hanno a che vedere con  la spe­cifica forma e modalità della poesia sonora, come tante volte ci hanno ricordato i nostri poeti neofu­turisti (e Arrigo Lora Totino in particolare); e tuttavia con la poesia sonora condividono l’esistenza di uno spazio, di una scena, l’utilizzo di alcune tecniche.

Anche mi sembra opportuno sgombrare il campo da un’altra eccessivamente frettolosa contrapposi­zione – che comporta una altrettanto pericolosa semplificazione -: quella tra la cultura scritta e cultu­ra dell’oralità, tra il segno e la voce. Personalmente sono convinto che nessuna lettura pubblica, me­glio ancora, che nessuna declamazione del verso, potranno mai sostituire la lettura silenziosa, la co­llocazione grafica e visiva della poesia nella pagina, l’utilizzo poetico dello spazio tipografico, dei bianchi e dei neri, dei pieni e dei vuoti; ma, appunto, questa modalità di fruizione della poesia non è in discussione, e si tratta solo di capire quanto sia utile e legittima un’altra modalità, non sostitutiva né nemica, di approcciarsi al testo poetico. L’idea che l’oralità, magari la seconda oralità, come vuo­le Ong, sia fatalmente destinata a soppiantare il testo scritto, mi è sempre parsa una aspettativa fon­data più su una testimonianza profetica (di natura catastrofista o liberatoria, non importa) che su una analisi delle tendenze in atto. Così come le ricorrenti geremiadi sulla fine del libro e della cultura scritta. E voglio citare a questo proposito alcune parole, queste sì “profetiche”, che alla questione dedicò, anni fa, un poeta come Franco Fortini in un libretto assai poco conosciuto[1]. Dopo aver se­guito, anche storicamente, le alternanze tra “lettura ad alta voce” e “lettura silenziosa”, come un gio­co delle parti tra “arbitrio estetizzante” e “teatralizzazione spettacolare”, Fortini conclude che in ogn­i esibizione pubblica la poesia subisce una “torsione” (“nella più benevola delle ipotesi è la tras­crizione per orchestra di una sonata per violino”) e che quindi ogni lettura pubblica deve rispettare quello “spazio di inadempienza e di incompiutezza” che sempre si pone tra il tempo del testo e que­llo della lettura, tra la voce dell’autore e la relazione con il lettore o l’ascoltatore.

Fatte queste precisazioni, vengo rapidamente al punto. Dobbiamo quindi cercare di vedere le letture pubbliche come una modalità di fruizione, ma anche come un evento creativo, ben diversi da quello della composizione e lettura di una poesia scritta, e che quindi richiedono tecniche e accorgimenti specifici e particolari. Balza agli occhi quindi il primo errore che tante volte viene compiuto dai poe­ti, quando partecipano a un reading, che è quello di elargire, senza nessuna mediazione e senza opportuna conoscenza dello specifico medium, i propri testi così come sono stati scritti sulla carta, spesso, oltretutto, letti con tonalità monocorde o cantilenante, come un dono venuto dal cielo a miracol mostrare. Diciamo che questa è a mio avviso un’altra manifestazione di una malattia (senile?) della poesia, in specie italiana, ossia quella spocchia e quel settarismo che spinge a mettere non la poesia, ma il poeta, il suo egotismo poetico, al centro del mondo. Da questa modalità, nonostante le apparenze dissacratorie, non si distanziano nemmeno molti reading della beat generation, che si trasformavano molto spesso in happening adoranti intorno alle gesticolazioni del vate (certo, meno ingessato) sul palco, e al suo ego bisognoso di esibizioni e conferme. La pretesa che la poesia vada letta come un telegiornale, che non abbia bisogno mai di rendersi comprensibile, appetibile, desiderabile, godibile, non ha tra l’altro alcuna ascendenza nobile, anche se i poeti che la praticano così credono, perché si potrebbe fare un  elenco lungo come un’enciclopedia di come austeri e famosi poeti leggevano i loro versi: Foscolo e Majakovskij urlando, Dylan Thomas e Saba cantando, Pasternak con un filo sottile e intimo di voce, Montale vibrando e Ungaretti ruggendo. Tutti insomma cercando, quantomeno, una cifra diversa da quella del testo scritto.cantabilità

Sia chiaro che non sto parlando di teatralizzazione del testo poetico, errore speculare che si basa molto spesso sull’equivoco che la poesia per piacere debba molto concedere e cedere alla spettacola­rità e alla industria della comunicazione. Sto parlando di una lettura attorale ma misurata, che si rap­porta al pubblico della poesia diversamente che a quello del teatro o del cabaret, che fa ricorso a tecniche per rendere più efficace la dizione ma non alla continua sottolineatura enfatica, o alla lirica e vibran­te esasperazione degli effetti, che spesso finisce a risultare caricaturale o aulicamente anacronistica. In sostanza sto parlando di qualcosa che potremmo chiamare “cantabilità”, ossia della traduzione di un testo scritto in un altro linguaggio, a volte abbassandone addirittura il tono (ecco la differenza con una declamazione teatrale), rendendolo più colloquiale e mettendolo così in grado di “arrivare” al pubblico, di colpirlo emotivamente e intellettualmente, a volte anche di provocarlo. Che il canto abbia una dimensione poetica appare ovvio; che la canzone possa incontrare, pur non essendo poe­sia, la poesia con risultati ad alto livello letterario, dovrebbe esserlo altrettanto (basta ricordare le es­perienze di poeti e scrittori come Fortini e Calvino con il “Cantacronache” negli anni cinquanta e sessanta).

Come notava il poeta e critico americano Dana Gioia[2], un altro grave limite delle letture di poesia è quello per cui ogni poeta legge e propone se stesso: in questo modo esse ancor di più divengono letture di poeti, più che letture di poesia. E invece sarebbe di molto maggior impatto se i poeti leggessero anche altri poeti, se proponessero gli autori che più hanno amato, senza vivere questa condizione come subal­terna e poco gratificante. Tutti sanno quanta importanza, per quel che riguarda il testo scritto, abbia la tra­duzione di un poeta fatta da un altro poeta; la stessa cosa vale per la lettura orale. Così come le let­ture pubbliche finiscono ad essere incentrate intorno alle figure dei poeti che (si) leggono, allo stes­so modo il pubblico finisce ad essere composto prevalentemente o solamente da poeti e aspiranti  tali, generando quella asfittica autoreferenzialità che è tipica di queste manife­stazioni. Anche in America, dove pure i reading hanno avuto un ruolo molto più importante che da noi nel rendere più “popolare” la poesia, essi in genere hanno alimentato una “subcultura poetica” (dice Dana Gioia) ri­volgendosi a un universo di persone tutte già legate alla produzione, alla critica, all’insegnamento della poesia. Teniamo presente che in America questo mondo, grazie agli insegnamenti universitari di scrittura creativa, grazie a una maggiore attenzione da parte dei mass media, è comunque molto più esteso che da noi; eppure anche qui si tratta di fare il salto per proporre l’esperienza della poesia a una massa molto più vasta di lettori, certamente facendo anche opera di educazione poetica, per­ché, come in ogni altra arte, sono l’ascolto, la conoscenza, la consuetudine che affinano il gusto.

Un’altra critica che spesso viene rivolta alle letture di poesia riguarda l’incapacità o la non volontà di fondere linguaggi diversi facendo ricorso fino in fondo agli strumenti della multimedialità. Vale an­che qui, a mio avviso, il discorso fatto per la attoralità della lettura ad alta voce: il ricorso al multi­mediale può e deve essere percorso nel tentativo di rompere la separatezza della poesia e di favorire la contaminazione dei linguaggi; non può però dar luogo ad un altro linguaggio, come è quello per esempio, della poesia visiva o sonora, perché questo porterebbe ad un approdo diverso, sicuramente auspicabile (come può essere quello di favorire sperimentazioni poetiche in questi campi) ma lontano dall’obbiettivo delle letture pubbliche di poesia. In queste, infatti, rimane un rapporto ombelicale con il testo scritto (sia pure attraverso la “traduzione orale”) che le distanzia per esempio dai concerti di poesia sonora, in cui non dovrebbe nemmeno esistere un “testo scritto” se non come partitura sempre revocabile e sempre provvisoria.

Con tutti questi distinguo e queste precisazioni, io penso che le letture pubbliche di poesia possano avere un ruolo importante nel costruire (e nell’educare) un pubblico della poesia; che possano am­pliare il numero di lettori della poesia che, come noto, rappresenta uno degli indici più bassi in un panorama di statistiche sulla lettura già di per sé deprimente. Come spesso si dice, in Italia rischiano di esserci più persone che scrivono che persone che leggono poesia; spesso chi scrive poesie non si preoccupa nemmeno di leggerne (altre); il che crea una ulteriore forte separazione tra “poeti laurea­ti” e “moltitudine poetante” (per dirla con Ennio Abate[3]), tra poesia colta e poesia popolare.

La lettura pubblica potrebbe rappresentare un ponte (uno dei ponti) gettato tra queste opposte rive, per favorire la ripresa di senso e  di valore sociale dell’agire poetico. Uno dei compiti prioritari che esse, in tutte le loro forme possibili (reading, slam, maratone), dovrebbero porsi, è proprio quello di costruire una comunità di lettori, facendo circolare testi che non possono o non debbono arrivare alla pubblicazione, facendo conoscere autori, facendo partecipare i lettori al giudizio e al gioco dell’agone poetico. Potrebbero rappresentare così anche un correttivo o un controcanto rispetto alla tendenza, oggi dilagante, alla autopubblicazione (a proprie spese o su internet), che appare sem­pre di più un fenomeno improntato e condannato alla virtualità se non all’autismo comunicativo. Na­turalmente tutto questo non è un obbiettivo che possa riguardare le sole letture pubbliche, ma l’inte­ro mondo di azioni ed eventi che ruotano intorno alla poesia, a iniziare da quelle editoriali, come an­tologie e riviste.  E senza attese miracolistiche. Si potrebbe concludere, parafrasando il Brecht ricor­dato anche da Fortini alla fine del suo libretto[4][4]: “Lettore, non aspettarti altra risposta oltre la tua”. Ma si tratterà forse di una risposta più consapevole e meno solitaria.

Note

[1] Franco Fortini, La poesia ad alta voce, Siena, Taccuini di Barbablù, 1986.
[2]
 Dana Gioia, Disappearing Ink. Poetry and the End of Print Culture, Saint Paul (Minnesota), Graywolf Press, 2004; Idem, Can Poetry Matter?, “The Atlantic Monthly”, maggio 1991.
[3]
 Ennio Abate, Il presente del Capitale e la poesia esodante, “Qui – appunti dal presente”, 12, ottobre 2005, http://www.quiappuntidalpresente.it/Poesia%20e%20presente.htm#Abate ; Idem, Moltitudine e poesia, “Il Monte Analogo”, 1 (2004), 1, p. 53-59.
[4]
 Franco Fortini, Op. cit., p. 28.

27 pensieri su “Letture pubbliche di poesia: servono alla poesia?  

  1. …trovo davvero molto interessante questo testo di Luca Ferrieri sulla lettura pubblica di poesia, per quel suo tracciare delle linee guida per chi la pratica e per chi la ascolta…anche se poi una certa variabilità di proposte può starci. Giusto tenersi lontano dalla lettura ad alta voce declamatoria e teatrale di testi poetici, come di forme troppo dimesse di lettura “…con tonalità monocorde e cantilenante…” Mentre una interpretazione attoriale moderata valorizza il testo, la sua musicalità di canto, come alle origini, credo, fosse la poesia…Anch’io penso comunque che la lettura silenziosa sia intralasciabile, anche perchè spesso durante i reading poetici, se per la prima volta si ascoltano i testi, facilmente non si comprendono le parole, i passaggi, le connessioni e non c’è lo spazio per un riascolto…I testi inoltre in genere sono brevi e resta più impressa, in positivo o in negativo, la modalità di lettura che non il loro reale valore. Personalmente ho anche qualche problema di udito, ma ho sentito molte altre persone lamentarsi per lo stesso problema, per cui non sarebbe male avere a disposizione anche i testi scritti, per una doppia lettura o, magari, vederseli scorrere in video…

  2. concordo sulla utilità di diffondere la poesia anche con reading, a condizione che la dizione non sia quella del presidente Mattarella o dell’attore Carmelo Bene, entrambi deprimenti.

  3. A distanza di 10 anni da queste riflessioni di Luca Ferrieri, alle quali ammetto di non avere prestato allora grande attenzione, oggi sono arrivato alla conclusione (tranciante ma rivedibile…), che la stragrande maggioranza dei reading di poesia che vengono fatti non servono a niente. E non solo per un problema di dizione…A cosa dovrebbero servire? potrebbe obiettare legittimamente qualcuno. Io credo che non dovrebbero semplicemente essere eventi fini a se stessi. Dal mio punto di vista la poesia è anche una riflessione, in forma diversa dalla prosa, sul senso possibile della vita, personale e collettiva, sulle sue contraddizioni, sulla morte che di essa è il suo esito finale. Dunque in un reading io mi aspetto che si affrontino e condividano anche questi aspetti, magari con uno sguardo critico alla realtà, per vivere una esperienza che mi arricchisca nella consapevolezza personale. In questo senso quello che di solito viene proposto non trovo che corrisponda a questo tipo di aspettativa. Sicuramente i reading servono a gratificare chi li tiene, a fornire quel tipo di piacere (compulsivo?) che alla poesia fa sostituire il poeta, come dice Ferrieri. Questo penso sia innegabile.
    Mi domando inoltre se la tendenza generale a proporre in questi ultimi anni reading in maniera sempre più spettacolarizzata, con le “contaminazioni” di musica, danza e altre forme di arte, a volte con i versi a “contorno” anche di pranzi e cene, non contribuisca a fare della poesia una delle tante forme dell’intrattenimento. Non che ci sia qualcosa di intrinsecamente errato nell’intrattenimento, ma l’assimilazione della poesia nella industria culturale dominante è un esito da dare per scontato? A conferma di ciò potremo anche notare come è pressochè scomparsa da qualsiasi reading di oggi la discussione, il dialogo, la critica rispetto a quello che viene proposto. Pare che quello che conti sia solo l’atto declamatorio, la sollecitazione dell’emozione e poco altro…In questi anni me ne sono reso progressivamente conto sia partecipandovi, sia assistendovi.
    Forse l’unica eccezione, con altri limiti, è quella degli slam dove comunque ci sono dei “molti” che giudicano i poeti e viene fatta una gerarchia di valori. Probabilmente mancano le ragioni per le quali una poesia/poeta è più apprezzata/o di altre ma questo fa parte della cultura propria di chi legge ancora poesia ed è un altro discorso ancora.

  4. Considerazioni indubbiamente interessanti e in gran parte condivisibili, alle quali vorrei aggiungere qualcosa.

    Fatto salvo che la lettura “privata” è importantissima a livello di fruizione poetica, considero comunque altrettanto fondamentale il reading, se tenuto con la dovuta professionalità. E mi sembra chiaro che, quando si punta il dito contro le magagne che affliggono questa forma di fruizione, bisognerebbe specificare che esse nascono dal degrado della società, non dall’idea di reading in sé.

    L’autoreferenzialità e il dilettantismo spacciato per genialità creativa son problemi della nostra società, non dell’ambiente poetico in quanto tale: raddrizzata essa (o rifondata, perché mi sembra sciocco tentare di rianimare un cadavere), questi problemi dovrebbero tornare ad essere occasionali.

    Riguardo al modo di porgere la poesia al pubblico, dal punto di vista specificatamente tecnico, penso che il problema nasca dall’equivoco, secondo il quale l’autore dovrebbe dare un surplus qualitativo ai suoi versi, solo per esserne l’autore. Non so altrove, ma qui in Italia (Paese di dilettanti allo sbaraglio) ci si è dimenticati di far presente, che se una voce “particolare” (vedi il caso di Ungaretti) può davvero essere un valore aggiunto, questa è più l’eccezione che conferma la regola, che la regola stessa. In linea di massima, se non c’è una preparazione professionale al leggere, si fa pena tanto quanto se si strapazzassero gli Area di Demetrio Stratos sotto la doccia, credendo di essere un cantante solo perché si sta usando la voce.

    Inoltre – sempre ragionando sulla lettura pubblica delle poesie – mi pare che l’abitudine a leggere “fra sé e sé” qualunque testo sia relativamente recente, risalendo all’Alto Medioevo. Non so se ciò sia vero, ma in ogni caso la poesia è stata sempre un fatto pubblico, prima che di lettura nel chiuso della propria stanza: non foss’altro che per la rarità e i costi di un libro (in qualunque forma lo si immagini) nei tempi passati.

    Quanto alle altre forme di presentazione (con accompagnamento musicale, drammatizzazione, ecc.), preferisco vederle come la possibilità di ampliare le suggestioni della poesia stessa, che un ostacolo; sempre che la cosa sia offerta con la dovuta professionalità: dopotutto la prima immagine del poeta che ci viene in mente, è quella dell’aedo che racconta le gesta di Beowulf o di Achille col dovuto sottofondo musicale.

    La drammatizzazione fa intervenire altre forme artistiche e non si può quindi più parlare di poesia in senso stretto. Rimane il fatto che anch’essa può aggiunge valore allo scritto, offrire punti di vista, riflessioni, ecc., che il testo stesso di primo acchito non offre. L’interpretare così un testo alla luce della propria sensibilità e cultura, lo dovrebbe comunque arricchire; o quantomeno stimolare ulteriormente il fruitore a trovarvi, o a dire, qualcosa di suo.

    Un altro punto di forza della drammatizzazione nel contesto attuale, può nascere dalla progressiva perdita della capacità di attenzione, sul parlato e soprattutto sullo scritto, del lettore (ma anche dell’ascoltatore) medio: che ha quasi bisogno di “diversivi”, per poter portare a termine la fruizione di un prodotto altrimenti solo verbale. Una tale forma può quindi fungere anche da stimolo, per portarlo a sentire il bisogno di confrontarsi poi “in privato” con la semplice pagina scritta.

  5. DA “POLISCRITTURE FB” A “POLISCRITTURE SITO”

    Alcuni commenti:

    Lucio Mayoor Tosi

    Come la sessualità emotiva può generare problemi di insoddisfazione, così può crearne l’ascolto emotivo che caratterizza ogni reading. Ritengo perciò importante che i poeti leggano in pubblico e considerino questo atto al pari di una terapia.

    Ennio Abate

    ” e considerino questo atto al pari di una terapia” (Mayoor)

    Per loro che leggono o per chi deve ascoltarli?

    Lucio Mayoor Tosi

    I poeti non sono terapisti, se mai sono amanti. Nei reading si perdono molti dettagli dei testi, e questo per la poesia è un dramma. Il poeta dovrebbe trovare la forza di non lasciarsi soggiogare dall’ansia di prestazione, o cose simili, che nel momento della lettura sono presenti in modo latente in entrambe le parti (sia in lui/lei che nel pubblico). Al buon esito ci si può arrivare col tempo e facendo esercizio.

    Lucio Mayoor Tosi

    So di un gruppo di terapia chiamato “voicing” dove si affrontano, tentando di risolverli, problemi psicologici relativi all’uso della voce. Beato Majakovskij che non ne aveva!

    Lucio Mayoor Tosi

    Luca Chiarei, ad esempio, ha una bellissima voce (nel suo caso il problema potrebbe essere inverso ahahah! scherzo Emoticon wink

    Ennio Abate

    Non sono contro i reading. In parte equivalgono alla pubblicazione di un testo su FB o di una raccolta in cartaceo. Quello che prima era solo nella tua testa o nel tuo PC inizia a circolare fra altri (amici, sconosciuti, ecc.). E certamente nel reading la comunicazione emotiva ha una fisicità più evidente. Ma perché parlare subito di ‘terapia’? Ci potrebbe essere anche conflitto tra il poeta che legge e il pubblico che lo ascolta. Importante è preservare la sostanza del testo quando lo si diffonde attraverso la lettura in pubblico o un libro (che ha pur esso una sua fisicità). Se questa sostanza si perde o non c’è, il reading o il libro sono entrambi sprecati.
    E poi c’è la questione ‘pubblico della poesia’. Beato Majakovskij che non aveva problemi psicologici? Non credo che non ne avesse, come poi si vide, ma erano connessi con tutto il resto. Aveva un pubblico che ribolliva di tensioni e non un pubblico intorpidito o consumatore come quello costruito da decenni di industria culturale.

    Lucio Mayoor Tosi

    Vedi perché serve terapia? ovviamente i problemi di Majakovskij non riguardavano la sua voce, ma ti sei risposto da solo. Però non so immaginare Majakovskij mentre legge col vigore e la presenza scenica di un Maurizio Cucchi ( ponendo che Cucchi possa scrivere qualcosa di meno sussurrato, s’intende)

    Cristiana Fischer

    Come si può credere che il poeta che scrive sia lo stesso poeta che legge? Rivolgersi direttamente, teatralmente, non implica lo stesso atteggiamento interiore di chi si rivolge idealmente, con alea e dubbio, a lettori ipotetici.

    Lucio Mayoor Tosi

    Bisogna crederlo, Cristiana. A meno che non si voglia mettere in dubbio l’intera storia.

    Ennio Abate

    @ Mayoor Tu trovi terapia dove io vedo conflitto. Ma i conflitti non si sanano con le terapie individuali ( e forse neppure con le collettive).

    Lucio Mayoor Tosi

    Questa è solo la strada che ho intrapreso io. Ma questo non mi esime dall’impegnarmi per la soluzione dei conflitti planetari. Sai bene anche tu che la psicanalisi è perfettamente inserita nelle meccaniche sociali e politiche, altrimenti molte nevrosi non si spiegherebbero. Ma, nevrosi a parte, penso sinceramente che la terapia ci aiuterebbe a non cadere nello sconforto e nella ripetizione.

    Cristiana Fischer

    Assolutamente no, Mayoor, ricordo Gianni Toti, e una sua “interezza” quando diceva, scriveva e faceva poesia visiva. Per non parlare di Giulia Niccolai! Ho letto anch’io a trent’anni ma oggi non leggerei affatto. Immagino Ranchetti che legge il distico in latino che ho ricordato sopra… E, in tema di storia, la scrittura è appunto “storica” molto più dei canti… Insomma, cose diverse che a volte e in parte si fondono.

    Lucio Mayoor Tosi

    Sì, be’ oggi nemmeno io leggerei in pubblico una poesia in latino – ne fossi capace – nemmeno se avessi una voce tenorile Emoticon wink però, se scrivi, qualche responsabilità te la devi pur prendere, no? Di solito il mio pensiero, prima di incominciare a leggere è: tanto peggio di così non mi può andare ( per quanto si sa che il peggio non abbia limite). Di fronte non ho il pubblico, solo la mia timidezza.

    Ennio Abate

    “Di fronte non ho il pubblico, solo la mia timidezza.” (Mayoor )

    E siamo daccapo! Ma i reading si fanno per far vincere la timidezza ai poeti? Per me dovrebbero essere i *comizi* della poesia. E allora dovrebbe essere chiaro che il destinatario della lettura è il pubblico e che oggi il pubblico della poesia è costruito come lo vuole l’industria culturale, si aspetta certe cose e non altre ( ad es. una poesia in talino) e il poeta deve decidere prima se accontentarlo per avere l’applauso o contrastarlo (provocatoriamente o pedagogicamente) o persino ignorarlo e starsene a casa a preparare i suoi messaggi per ipotetici “venturi” meno condizionati dalle odierne Sirene.

    1. Personalmente, quando affronto un reading, penso “c’è di sicuro uno di loro in grado di comprendere e apprezzare: per quello io leggo”; e questo a prescindere dal numero di persone che ho davanti.

      Per un uso “terapeutico” della poesia, credo che rivolgersi al reading non sia una buona idea: potrebbe funzionare, se il poeta scrivesse degli aspetti simbolici fondamentali della società. Ma sono passati i tempi nei quali anche i bovari sapevano a memoria Dante o Omero: con la polverizzazione della società e la banalizzazione dell’espressione artistica (o meglio, con lo spacciare per arte ciò che è compreso solo perché lapalissiano), l’aspetto terapeutico della poesia è fruibile solo nell’intimità della lettura per se stessi.

      1. ” l’aspetto terapeutico della poesia è fruibile solo nell’intimità della lettura per se stessi.”
        Bellissimo

  6. ” l’aspetto terapeutico della poesia è fruibile solo nell’intimità della lettura per se stessi.” (Rizzi)

    Ahimè, terapia non fa rima con poesia!

    Rileggete per favore “Che cos’è la poesia”, l’intervista di RAI Educational a Fortini che ossessivamente ( ma perché voi sorvolate sempre) vi ripropongo:

    «E’ difficile pensare a un giovane adolescente studente che non si sia cimentato, perlomeno una volta, con la scrittura di una poesia. Ecco, perché in ogni età, cultura e condizione si scrivono versi?
    Effettivamente con la successione delle tendenze letterarie e delle tendenze culturali o, diciamo ideologiche, degli ultimi due secoli a partire pressappoco dall’età della Rivoluzione francese, la scrittura in generale e la scrittura poetica in particolare sono diventate uno strumento di introspezione, sono diventate una via alla ricerca della propria identità. Insomma ogni scrittura che non abbia delle finalità puramente pratiche, sembra guidare alla scoperta di se stessi: allora scrivere versi diventa, in misura minore, anche tenere un diario o scrivere delle lettere reali o immaginarie. Scrivere versi diventa un modo rapido, un modo economico e, ahimé, un modo illusorio di risparmiarsi una crescita psicologica o un trattamento psicanalitico».
    (http://moltinpoesia.blogspot.it/2010/10/proposta-di-lavoro-n1-ottobrenovembre.html)
    Ridurre la poesia a terapia (a sostituto di un’analisi) è cosa pessima.
    Come fu cosa pessima, secondo Michele Ranchetti, ridurre la psicanalisi al suo elemento terapeutico.
    Avevo già cercato di riportare l’attenzione su questo aspetto. Ecco uno stralcio di uno scritto di Ranchetti in un mio commento:

    «Ci si può chiedere se era un’alleanza possibile [col marxismo], e risponderei di no, per la radicale differenza di prospettive e per l’impossibilità direi quasi statutaria di una alleanza “disciplinare” da parte della psicoanalisi. Inoltre, per quanto riguarda la storia del movimento,
    avviene una cesura che si potrebbe indicare come il tempo prima e dopo l’esodo della generazione prima e di alcuni membri della generazione seconda (gli apostoli e qui sì i loro
    successori). Nell’esodo, come alcuni di loro hanno scritto, essi per ottenere accoglienza nelle nuove terre hanno dovuto rinunciare al messaggio originario nella sua integralità, nella sua
    prospettiva di dottrina universale, per limitarsi ad una competenza terapeutica di tipo particolare. Si potrebbe dire che hanno dovuto rinunciare a portare la peste [1]. Fuori del movimento, Freud ha continuato a pensare e a scrivere, questa volta veramente da solo, e sono tra gli scritti più straordinari.»

    (http://www.poliscritture.it/2014/08/23/nota-sulla-psicoanalisi-lacaniana/#comment-3047)

    Ma andrebbe riletto almeno «Freud in Italia» ( M. Ranchetti, Scritti diversi III. Lo spettro della psicanalisi, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2000), da cui stralcio questo passo dove Ranchetti accenna all’ *addomesticamento* da parte della Chiesa cattolica della psicanalisi in funzione appunto “terapeutica”:

    «È invece il magistero [della Chiesa] che fInirà per assumer-
    si il compito di una ben diversa “resistenza”, molto più sottile
    e intelligente e formalmente, si direbbe, ineccepibile: ricono-
    scerà, cioè, per poter distinguere; accoglierà, per poter dirotta-
    re l’attenzione verso il fenomeno della psicoanalisi in un’area
    che è sempre stata propria. Per usare una formula sernplifi-
    cante: riuscirà a trasformare, con un processo inverso a quello
    compiuto da Freud, i casi clinici in *casus conscientiae* secondo
    una tradizione vecchia di secoli e quasi sempre vittoriosa.
    È un processo graduale, il suo […]: il magistero inter-
    viene, soprattutto con la parola del pontefice Pio XlI solo a
    precisare, non a prescrivere, ma la precisazione, l’asserzione
    sempre ribadita trova un ascolto sempre maggiore perché sem-
    bra consentire un apparente sviluppo alla scienza, e quindi,
    agli elementi positivi, validi, della psicoanalisi in essa, mentre,
    in realtà, recupera, nella forma della adesione prudente, un
    sopravvento del suo compito *mater et magista* e in quei
    campi che sembra abbandonare alla scienza “positiva”. In re-
    altà, quindi, è la Chiesa a rinnovare la concezione di
    un’integrità morale che non può essere scalfita da alcuna indagine,
    perché corrisponde a un’unità provvidenziale, propria solo
    dell’essere umano così come è stato creato una volta per sem-
    pre, dal sommo creatore. Quando questa unità si disintegra, e
    questo può avvenire per la malattia, è compito della scienza (e
    quindi anche della psicoanalisi) ricomporla ma nel rispetto della
    volontà del paziente, e non contro di essa. L’unità è un pre-
    supposto ed un fine, ed ha per fine, a sua volta, l’obbedienza
    alle leggi dello spirito. È così l’aspetto terapeutico, l’unico ad
    essere considerato presente nella “dottrina” psicoanalitica; anzi,
    la dottrina è totalmente disattesa. Come per altre “ideologie” –
    sarà il caso, alcuni anni dopo, dello stesso materialismo – la
    premessa può essere sbagliata, ma utile, proficua, può essere
    la conseguenza. E la psicoanalisi (o meglio il metodo terapeutico
    psicoanalitico) serve a curare, a recuperare il malato, non ha
    alcuna importanza che Freud avesse altre idee relative allo spi-
    rito e alla materia, che iscrivesse il suo processo in un ordine
    conoscitivo de1 tutto estraneo a quello della professione di
    fede cattolica. Errate dottrine possono avere conseguenze fe-
    lici. Ma, per fare questo, occorreva che la psicologia, la psico-
    terapia, “prevalessero” sulla psicoanalisi, imponendole il ruo-
    lo “secondario” di ausilio clinico; inoltre che queste scienze
    psicologiche si riconoscessero tutte debitrici di una morale
    che le trascende. L’ordine morale non può essere trasgredito,
    non solo non deve, non può esserlo.
    Ai medici, agli scienziati, alle infermiere, il magistero, in
    occasione di diversi congressi ribadisce solo questo: non con-
    siglia, afferma ma senza che la sua parola sembri significare
    un limite “alla scienza”, piuttosto un limite “naturale” e per-
    tanto perfettamente accettabile perché dato per sempre».
    ( M. Ranchetti, Op. cit, pagg. 34-35)

    1. Forse Alberto Rizzi voleva dire “terapeutico” inteso come “piacere”, perciò lettura che soddisfa.
      Scomodare la psicanalisi mi sembra troppo.

      1. No, Emilia, intendevo dire proprio un mezzo per conoscersi, crescere e – non dico “guarire” – almeno poter affrontare meglio i propri problemi, le proprie zone oscure.

        Ovvio che una cosa (la poesia) non sostituisce l’altra (la psicanalisi propriamente detta); ovvio pure che chi usa l’arte in questo modo (sia dal punto di vista attivo che passivo), deve avere coscienza dei suoi problemi e capacità per confrontarsi con essi attraverso questo mezzo.

        Ma tutta l’arte può servire – sottolineo “può” – anche a questo: Munch (fra gli autori) insegna. Piaccia o non piaccia questo aspetto a qualcuno; aspetto che, peraltro, non trovo affatto riduttivo: nei tempi andati artista, sacerdote e medico erano una figura unica; poi, con la frammentazione delle società sempre più moderne, anche queste figure hanno preso strade separate.

        1. @ Rizzi

          Grazie per la gentile risposta.
          A questo punto devo dirle che anch’io ho visto casi di gente psicologicamente fragile ( Centro psico sociale di Saronn0) che attraverso l’arte compresa la poesia, hanno risolto problemi di timidezza eccessiva, paura del pubblico ecc. in un modo che ha sorpreso persino gli psicologi.
          L’importante che tutto questo non sia il fine che l’arte deve raggiungere, ma solamente un mezzo.
          Un mezzo davvero grandioso.

  7. Forse chiedo troppo ma troverei interessante sapere da Luca Ferrieri a distanza di 10 anni come aggiornerebbe il testo su cui stiamo discutendo (se naturalmente per lui è da aggiornare…).

  8. DA “POLISCRITTURE fb” > “POLISCRITTURE SITO” (2)

    Ennio Abate “Di fronte non ho il pubblico, solo la mia timidezza.” (Mayoor )

    E siamo daccapo! Ma i reading si fanno per far vincere la timidezza ai poeti? Per me dovrebbero essere i *comizi* della poesia. E allora dovrebbe essere chiaro che il destinatario della lettura è il pubblico e che oggi il pubblico della poesia è costruito come lo vuole l’industria culturale, si aspetta certe cose e non altre ( ad es. una poesia in talino) e il poeta deve decidere prima se accontentarlo per avere l’applauso o contrastarlo (provocatoriamente o pedagogicamente) o persino ignorarlo e starsene a casa a preparare i suoi messaggi per ipotetici “venturi” meno condizionati dalle odierne Sirene.

    Lucio Mayoor Tosi

    Tu guardi le cose da un solo punto di vista: davanti al pubblico c’è una persona, non la registrazione di una voce al megafono. Quel che accade durante un reading è faccenda di tutti, tanto di chi ascolta quanto di chi parla. La politica senza volto lasciamola ad altri.

    Ennio Abate

    “incatenarli alle sedie”?
    Questa è la logica dei mattatori! Basta! Bisogna puntare a costruire un pubblico non di consumatori estatici e leccaculo ma di gente che *interroghi* la poesia alla luce dei suoi bisogni.

    Lucio Mayoor Tosi

    Un tempo non potevamo interagire come stiamo facendo qui, adesso. Non lo potevi e non lo puoi fare leggendo un libro. E’ la novità saliente della comunicazione, diciamo una scivolata di chi l’ha creata per poter meglio gestire i propri affari. Facciamolo anche di persona, col pubblico dialogando quando è possibile. Anch’io sono contrario alle passerelle e agli applausi facili: studio, cerco di capire dove fare delle pause; mi sento responsabile per quello che scrivo. E non scrivo solo per me stesso, fosse così probabilmente farei fuori qualcuno, e poi andrei a ballare.

    Lucio Mayoor Tosi

    Quanti ne conosci di persone che interrogherebbero la poesia “alla luce dei suoi bisogni”? Sicuramente meno di quanti si recano al supermercato perché han “bisogno” di fare la spesa. Sei fermo a quando bene o male si lavorava un po’ tutti e le questioni erano altre.

    Lucio Mayoor Tosi

    Se ai reading di poesie ci vengono solo consumatori estatici e leccaculo, alle gallerie d’arte, quelle che danno sulla strada, non ci entrano nemmeno i cani quando piove. Fai te…

    Lucio Mayoor Tosi

    ma via, non siamo pessimisti

    Lucio Mayoor Tosi

    Funziona così: che se prima di te entra il tuo nome, è meglio. Tu scrivi qui, gestisci un blog e quant’altro: quando leggerai in pubblico verranno più persone, perché? probabilmente perché non penseranno di sprecare il loro tempo. Faccenda troppo complessa per me, preferisco l’imprevisto. Oltre tutto mi diverte.

    Cristiana Fischer

    Alle gallerie d’arte sulla strada non entrano quelli che si aspettano di dover pagare per il mercato dell’arte quello che non ha necessariamente valore per il mercato. Pagherei il lavoro di un artista, non quello dei regolatori del mercato. La povertà di mezzi, penna e carta, o computer ( fin che dura), non fa mercato della poesia. Certo alcuni si industriano, premi, case ed. ma certo non Lucini, critica in cattedra. Quasi tutto passa di là, anche il meglio, ma non tutto. La poesia è diffusa, malgrado essi.

    Lucio Mayoor Tosi

    Alla mostra che ho appena terminato ho avuto quasi più spettatori stranieri che italiani ( Como è zona di confine). Un gruppo di ragazzi italiani, prima di entrare mi han chiesto imbarazzati se si può! vi sembra normale?

    Cristiana Fischer

    Rispetto alla discussione di stamane tra leggere e scrivere poesia, a mezzogiorno Mayoor introduce la “solitudine” di ascolto del pittore, a cui ho opposto che forse l’opera pittorica sta in un mercato, come non può essere per la poesia, dati i suoi strumenti.
    Ma ripensandoci, quanto alla poesia e al mercato: se la poesia diventa collettiva, diffusa – non conta sia la poesia mia o tua, è poesia in generale, di ceti, di pieghe culturali, di individualità particolari o eccezionali.- se è quella la poesia allora la “privatizzazione” economica conta, in rete, nei blog, più in generale nella critica, nelle tendenze editoriali…
    La poesia come merce collettiva, collettivamente prodotta, con particolari artisti significativi – come gli sportivi – del general-generico, quella poesia entra bene, benissimo, in un nuovo mercato della poesia.

    Ennio Abate

    Sì, «un tempo non potevamo interagire come stiamo facendo qui, adesso». Non è detto però che questa (per te) « novità saliente della comunicazione» abbia portato a una comunicazione migliore di quando si potevano leggere soltanto libri o scrivere lettere con la biro o con la Olivetti. Non è il mezzo in sé che fa la differenza. Il progresso tecnologico non porta di per sé il miglioramento dei rapporti interindividuali e sociali né ne corregge o supera i tratti classisti, gerarchici, conflittuali, violenti (dall’alto e dal basso). E il modo come tu pensi il rapporto con il *pubblico* (sensatamente: «dialogando quando è possibile») a me pare di adattamento al livello di attesa che esso può avere. Trascuri cioè che non è studiando e cercando di « capire dove fare delle pause» che si può arrivare ad un dialogo con esso (o una parte di esso) che lo scuota dal torpore invece di “incatenarlo alle sedie”. Bisogna studiare e cercare di capire come sottrarci e sottrarlo all’industria culturale! E, come dicevo, questo può comportare anche la necessità di « contrastarlo (provocatoriamente o pedagogicamente) o persino ignorarlo e starsene a casa a preparare i suoi messaggi per ipotetici “venturi” meno condizionati dalle odierne Sirene».
    Ma da quest’orecchio non ci senti. E ironizzi facile: « Quanti ne conosci di persone che interrogherebbero la poesia “alla luce dei suoi bisogni”? Sicuramente meno di quanti si recano al supermercato perché han “bisogno” di fare la spesa». Certo, ti rispondo. Ma la poesia è messa in discussione (indirettamente) proprio dall’esistenza bloccata di una popolazione ridotta ( quando ha ancora i soldi) a fare la spesa o a consumare in modi storditi.
    E non mi pare che la soluzione sia nell’adeguare anche la poesia alle leggi del mercato (di *questo* mercato in particolare). Di questo abbiamo parlato, credo, nel post di Marco Gaetani: «Poesia come gadget» (http://www.poliscritture.it/2016/05/04/poesia-come-gadget/).
    A me pare che anche a discutere di reading si arrivi primo o poi ai nodi irrisolti di questa società di massa in cui la poesia sta ai margini e non sa decidersi se adattarsi, neutralizzando quel tanto di antimercantile ( e anticapitalistico) che ancora trattiene, oppure resistere nella sua povertà e solitudine non inchinandosi a sponsor che ne vogliono fare la loro puttana. E cercarsi – ricerca ardua davvero e che non si fa migliorando i reading – alleati tra gli esclusi, tra quelli che odiano o non possono neppure interessarsene, perché « han “bisogno” di fare la spesa» o, peggio ancora, di sopravvivere.

  9. @ Mazzocchini

    Leggo sul suo blog: «il carattere libresco e ultra-elitario di tanta poesia (o pseudo-poesia) moderna cozza con la pretesa di divulgarla in contesti e con mezzi propri della cultura di massa. Inoltre, anche ammesso che esistano forme di poesia accessibili ad un ampio pubblico, io non vedo utilità né decoro nel fatto che un autore di poesia si proponga oggi quale primo presentatore (lettore, commentatore e recitatore) dei propri testi, un po’ come p.e. Benigni fa con quelli di Dante. Non solo la cosa è sconveniente in sé (mi pare) ma è anche didatticamente e artisticamente poco credibile, se si parte dall’assioma difficilmente contestabile che un autore è di norma, e in tutti i sensi, il peggiore interprete di se stesso. Non solo: se la fortuna di un autore dipende soprattutto dalle sue capacità di autopromuoversi davanti a un pubblico reale o virtuale, allora giocoforza si affermeranno non proprio i bravi poeti, ma soprattutto i bravi intrattenitori, recitatori, attori ecc. Aggiungiamoci poi che l’accesso agli ‘eventi’ che permettono la maggiore visibilità (festival, recital, reading ecc.) è regolato spesso non dal valore effettivo dell’autore, ma dalle sue ‘entrature’ con le varie lobby e conventicole letterarie ed editoriali, ecco allora che il quadro meritocratico è completo…
    Ma al di là di queste poco confortanti controindicazioni, il poeta che promuove se stesso è un controsenso più che altro perché un testo letterario, una volta che sia stato prodotto, non ha (e non dovrebbe avere) a mio parere nulla più a che fare con il suo autore: diventa un patrimonio di tutti quelli che vogliono leggerlo, recitarlo, interpretarlo. L’autore che si intromette nei suoi testi per mediarli con la sua presenza fisica, mimetica e vocale, vincolandoli alla sua persona individuale e storica, rischia di ridurre o compromettere – anziché dispiegarla – la loro sovrapersonale e universale ampiezza di significazione»
    .

    Io non sarei così drastico. Non capisco cosa ci sia di indecoroso o addirittura «sconveniente in sé» se uno legge in pubblico i suoi versi. Lo si è sempre fatto magari nei salotti, tra amici e colleghi. E ancora lo si fa. La poesia, anche del genere più lirico, presuppone dei destinatari. Si scrive sempre per altri. Per sé solo quando si è in fase di ricerca o si è in rotta con la gente che si conosce o di cui si sente parlare, ma perché si cerca un pubblico “migliore” o lo si spera tra i posteri, in “venturi”. In discussione dunque non è il reading in sé, lo sono i modi come oggi sono organizzati e gli scopi cui si mira. I cosiddetti “eventi” hanno i difetti che anche lei denuncia. Ma potrebbero anche essere pensati e fatti diversamente e per scopi più criticamente didattici. (Vedi le critiche di Gaetani a certe forme di divulgazione che possono essere riferite anche ai reading: http://www.poliscritture.it/2016/05/04/poesia-come-gadget/) Non capisco, altrimenti, come farebbe « un testo letterario, una volta che sia stato prodotto [a diventare] patrimonio di tutti quelli che vogliono leggerlo, recitarlo, interpretarlo». Ci penseranno l’editore, il critico, gli amici ammirati e generosi (o invidiosi)? Non si vede, comune, perché l’autore, senza fare la diva o il mattatore o il personaggio di se stesso, non possa dare il suo apporto a una buona ricezione dei suoi testi.

    1. Perfettamente d’accordo, Ennio.

      Come ho scritto in precedenza i problemi nascono dal degrado della società, che si riflette a 360° su tutto quello che si fa, non dallo strumento in sé.

      Le primedonne e gli ignoranti che si credono geni sono sempre esistite e, con la sempre maggiore importanza che si è data alle apparenze sulla sostanza (vedi mezzi di comunicazione di massa) e il tentativo di imporre la logica democratica anziché qualitativa alle arti, adesso entrambe queste figure hanno gioco facile.

      Ma se applicassimo alla lettera il ragionamento che hai appena commentato, dovremmo concludere che Omero era un coglione.

      1. Omero non è minimamente paragonabile ai poeti di oggi: era una poesia, quella, nata dalla e per l’oralità. Era già intrinsecamente concepita per una pubblica esibizione coram populo, e i rapsodi, per di più, si ritenevano strumenti dell’ispirazione divina: qualcun altro recitava attraverso di loro…

    2. Capisco che la mia posizione possa sembrare un po’ drastica, quasi una fisima personale. Ma intanto io non condanno – ripeto- la lettura di poesia in sé, non la considero affatto un peccato (tantomeno un reato): semplicemente non condivido l’autopromozione, la recitatio autoriale che mi ricorda tanto quelle (non a caso molto discusse già tra gli antichi) del mondo classico. Ritengo insomma che apparire in pubblico, leggersi e auto-commentarsi sia fuori luogo, innaturale, non faccia parte del mestiere del poeta e dello scrittore. È come l’oste che decanta il suo vino: è pubblicità, per capirci, non letteratura. Preferirei (come dice l’articolo) letture fatte da altri, attori, comunità di poeti ecc. Quanto alla necessità di una didattica della poesia, la condivido certamente: ma mi risulta (correggetemi se sbaglio) che sia assai scarsa in questi reading, dove tutti fanno finta di capire gli altri e di apprezzarli, mentre nessuno si azzarda a commentare o parafrasare certi testi semplicemente perché sono incomprensibili e perciò incommentabili.

      1. @ Mazzocchini

        Si trattasse solo di preferenze individuali e di denuncia dei limiti dei reading, nulla da obiettare. Ma nella sua distinzione tra pubblicità e letteratura colgo una visione del mondo e delle cose che non esiste più. Non c’è una ordinata separazione di “mestieri”. Ammesso che sia esistita in passato, l’industria culturale l’ha spazzato via.
        Insomma, ripropongo la questione elementare e un po’ elusa: come farebbe « un testo letterario, una volta che sia stato prodotto [a diventare] patrimonio di tutti quelli che vogliono leggerlo, recitarlo, interpretarlo»

        1. Ennio Abate 2 giugno 2016 alle 19:19
          “Insomma, ripropongo la questione elementare e un po’ elusa: come farebbe « un testo letterario, una volta che sia stato prodotto [a diventare] patrimonio di tutti quelli che vogliono leggerlo, recitarlo, interpretarlo»”

          Credo che bisognerebbe chiederlo a chi riesce a compiere tale operazione, sperando che risponda e lo faccia onestamente.

  10. …oltre ai reading, so di un’altra modalità: esporre le poesie sulle pareti o muri di svariati luoghi, come scuole, carceri o piazze…convenuti gli autori e i lettori interessati, si leggono silenziosamente e si scelgono una o più poesie per il loro personale ma anche comune significato, come messaggi in bottiglia, poi chi vuole può leggerle ad alta voce a tutti i presenti…In questo modo la comprensione e il coinvolgimento sono assicurati..

  11. A proposito della poesia, di quando si appresta a fare la sua uscita in pubblico, voglio raccontarvi una mia esperienza in una iniziativa culturale che si concluderà il 12.06 e che in questo periodo mi ha tenuto lontano, non tanto dalla lettura quanto dall’intervenire su Poliscritture, e quindi anche su questo post “Letture pubbliche di poesia: servono alla poesia?”.
    Per cui lo faccio, anche se un po’ in ritardo, adesso.

    Sono stata coinvolta – dando un contributo sia sul versante “psi” che “poetico” – a coadiuvare, a latere, la fattibilità di una Mostra di ceramica contemporanea che un gruppo di ceramisti del luogo desiderava portare alla cittadinanza, nell’intento di creare uno spazio che andasse al di là della esposizione stessa, ma rappresentasse anche un momento di riflessione sui tempi frammentati in cui viviamo. Alla Mostra è stato dato il titolo “FRA M MENTI” intendendo sia rappresentare gli aspetti scissi, ma anche i momenti di quello che avviene FRA le MENTI quando queste costituiscono un Contenitore pensante.
    Attraverso l’esperienza visiva e ‘concreta’ delle trasformazioni del manufatto – espresse in varie forme a seconda della personalità e intendimento del singolo artista – si voleva coniugare in un progetto comune l’analogia fra un percorso artistico (che parte dalla materia prima, informe e plasmabile come la creta, fino ai lavori più sofisticati delle ceramiche), un analogo percorso di pensiero (che parte da sensazioni oscure e pensieri informi, fino alla costituzione di un pensare più complesso).
    Pertanto gli artisti, che hanno collaborato assieme per produrre questa esposizione, non hanno solo espresso nell’opera la loro spinta creativa, ma hanno plasmato, nei singoli oggetti in creta esposti, i vari passaggi di vissuti emozionali, da quelli più semplici, arcaici a quelli più complessi, strutturati. Illustrando momenti significativi che fanno parte anche della nostra quotidianità, dal ‘sentirsi a pezzi’, al funzionare come teste vuote, al produrre un circuito di pensiero che può essere delirante o costruttivo; diventare una Torre di Babele o una tessitura narrativa.
    Nelle varie stanze, ad accompagnare il percorso, erano affisse sui muri, delle mie poesie che aggiungevano, sempre per rimanere nel campo artistico, ma sul piano della produzione per immagini, ritmi e parole, ulteriori sfaccettature di pensiero.
    A sostenere questo disegno di mettere in contatto il pubblico con la poliedricità dell’arte erano stati pensati tre eventi, in uno si sarebbe dato rilievo al fascino del canto corale, in un altro – attraverso una Tavola Rotonda interattiva – si sarebbe sottolineata l’importanza dello scambio di parola nella sua funzione contenitiva, e, nell’ultimo evento, il dire poetico come luogo di simboli e metafore per poterci rappresentare il mondo e nel mondo.
    In quest’ultimo evento si è data lettura di mie poesie, interpretate dalla voce recitante di un’attrice e intervallate da pezzi musicali al vibrafono. Io mi sono limitata solo ad accompagnarle, prima della lettura, con due brevi cenni introduttivi. Esse comunque vertevano sul tema della realtà e delle sue finzioni, dei legami e delle separazioni, e altro, comunque in tema con il concetto “Fra m menti” della Mostra stessa.
    L’esperienza è stata interessante perché ha permesso – o almeno quello era l’intento originario – di far sentire al pubblico la compresenza di vissuti e di risposte emotive diverse rispetto alle varie forme d’arte che venivano lì, nello stesso luogo, rappresentate. Infatti, pur estendendosi la Mostra nell’arco temporale di poco più di un mese, lo spazio rimaneva quello: una deliziosa chiesetta sconsacrata, molto suggestiva. Ma lì le avventure emotive erano diverse: più empatiche al contatto con gli aspetti immaginifici delle crete esposte e quelli ‘cantati’ dal Coro, più problematici nel contatto con l’arte dialogica che presuppone il linguaggio il quale, di per sé, è un separatore, anche se poi unifica. E anche la poesia è un’arte dialogica in quanto presuppone un ‘altro’ da sé a cui si rivolge, o a cui fa riferimento sia nel suo esserci ma anche nel suo ‘non-esserci’.
    La poesia stava pertanto in una linea di mezzo: immagine, ritmo ma anche linguaggio.
    Questo mio lungo preambolo descrittivo-narrativo mi serviva ad arrivare qui, all’importanza del contesto sia inteso come spazio fisico che come spazio mentale.
    In questa esperienza è stato possibile mettere assieme le due facce della poesia, quella più tipicamente privata, intima, e quella pubblica.
    Nel primo caso, si crea un colloquio silenzioso tra lo scrivente e il lettore che può prendersi i suoi tempi entrando in contatto con il suo sentire rispetto a quanto legge (ed è così che faceva il pubblico quando si fermava a leggere le poesie affisse: vengono esaltati gli aspetti iconici e la fantasia di un dialogo diretto, “è proprio con te che sto parlando”).
    Nel secondo si esprime una maggiore ‘coralità’, dove però entra il linguaggio e dove il sentire ‘soggettivo’ viene, in qualche modo, trascinato, obbligato a stare al passo con il ‘coro’.
    E’ mia opinione che, nel portare la poesia in pubblico, voglia o no, essa debba adeguarsi alle circostanze: non dico che deve mettersi il vestito ‘buono’ della festa ma non può essere del tutto se stessa. E’ concepita nel mistero (non intendo una accezione divina) e la eccessiva luce potrebbe essere di disturbo anziché di facilitazione. Quindi ci sono delle situazioni, dei contesti in cui non serve né a se stessa né al pubblico. Può ‘servire’ al ‘poeta’, se ha bisogno di lei per mostrarsi.
    Un’altra esperienza che mi ha dato da pensare è l’utilizzo di una lettura recitata.
    Essa a volte ‘snatura’ il senso che il poeta voleva dare al suo lavoro – e non è detto che sarebbe riuscito a renderlo ‘veramente’ se la poesia l’avesse letta lui stesso, ne abbiamo avuto l’esperienza con sommi poeti! – ma lo mette in contatto con il doloroso distacco dalla sua opera, col sentire che non è soltanto sua ma che è suscettibile di letture altre, più o meno pertinenti.
    E’ come ‘dare un figlio al mondo’. Ci si abbassano un po’ le alucce! Non sono dunque ‘cretini’ quelli che non hanno capito, sono soltanto ‘altri’. E’ una esperienza dura ma utile. Ciò non toglie che il poeta non debba rimanere legato alla sua relazione privilegiata tra ciò che ha sentito e la sua resa in versi, ma si dà un po’ una calmata nel pensare che solo lui è ‘toccato dal divino soffio’.
    Allora capisce anche che un ulteriore momento importante non è quello della condivisione piena, della apoteosi osannante, ma quando qualcuno ti fa vedere un aspetto che tu non avevi colto e che funziona meglio del tuo.

    p.s. Anche se la Mostra chiuderà ormai il 12 giugno, se a qualcuno interessa la brochure dell’iniziativa, bisogna chiedere a Ennio perché io non sono capace di inserirla.

    R.S.

  12. Ciao, interessante articolo. Sai? mi sento chiamato in causa in quanto sono un lettore per così dire pubblico. Ho un sito internet http://www.poesiainvoce.it dove impacchetto letture di poesia di autori noti ed altri meno noti, comuni autori “di strada”.
    Ora mi sto preparando per un reading in qualche locale della mia città, spero. Una grande novità per me che in realtà sono un profano della poesia, della cultura in genere.
    E da profano mi farebbe molto piacere un suo giudizio per capire, se non altro, se sono sulla buona strada, quanto meno, verso una buona condivisione della poesia grazie

  13. @ Antonio

    Se la richiesta era rivolta a Luca Ferrieri, proverò ad avvisarlo, perché in questo periodo è molto preso e non so se segue i vari commenti. Io ho comunque visitato il suo sito e ascoltato alcune delle sue letture. Che mi sembrano buone: lei ha una voce calma, pacata e non enfatica e i sottofondi musicali mi paiono adatti. Restano i problemi: cosa la voce aggiunge di suo a un buon testo? e se rende bello o attraente anche un testo debole o addirittura banale? ne rispetta sempre il senso profondo? e certa poesia ha davvero bisogno di stare in compagnia di una bella voce o di una buona musica? in ogni caso?
    La recente assegnazione del Premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan ha suscitato discussioni sciocche ma anche riflessioni serie; e nei prossimi giorni ne pubblicherò una interessante e controcorrente di un collaboratore di Poliscritture come Marco Gaetani. La invito a leggerla. Per finire, ho meno fiducia di lei che in ogni caso “con la poesia invochiamo questo: Pace, amore, fratellanza e rispetto fra noi e ciò che ci circonda. Pensieri più puliti, liberi, belli”.

    1. Sarò folle ma per me la poesia è questo. Una preghiera, magari inconscia. Non proprio convenzionale ma che alla fine ti cambia ogni volta. Rende migliori, credo.
      Comunque grazie sei stato gentilissimo

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