Mary Ann

caschetto 2

di Arnaldo Ederle

 

Mary Ann

Mary Ann. Che splendido nome!
Quando ti ho vista, prima volta,
non ho saputo che pensare. Il tuo
caschetto! Nero me lo ricordo,
cornice assai ben indovinata
che voleva accarezzarti le guance.
Ricurvi i capelli, attorno.
Che strage di cuori lì intorno,
che grazia rimessa alla tua
tenue volontà di non comparire!
Oh, come l’ho annotata
nel mio screen oculare, come
l’ho sentita offuscata dentro
il tuo comportamento blu.

Ti dedico questo vento verbale
come a una principessa ben nata.

 

 

Mary Ann 2

Questa, cara Principessa mia,
Le scrivo nella speranza che
Lei la legga con un po’
di nostalgia.

Sono qui al mio tavolo perché
non ho nessuna voglia di distrarmi
con giochi o lazzi spregiudicati,
giudichi Lei il perché.

Se avessi lo sfizio di bearmi
con cento altre congiunture
o mille scacciapensieri, come farei
a scriverLe dei miei fantasmi?

Aspetti, e non le dico le fatture
che mi propinano le mie streghe
mentre La penso o Le sto sopra
con le mie dolci trafitture.

Giudichi se con tali beghe
non è meglio che presto salga alla
sua casa, e mi faccia curare da Lei
accomodandomi le piaghe bieche.

 

 

Mary Ann 3

Voglio farti un piccolo
patrimonio di parole, Mary Ann.
Potrai portartelo appresso
imbevuto nei begli occhi neri,
intrufolato nelle vene delle
mani, affogato
nei zuccherosi laghi della lingua,
oppure mollemente attorto
nelle tue labbra coralline.
La gente vedrà solo il brillore
degli occhi e l’azzurro delle
vene morbide, ma non ci sarà
mariuolo, per quanto scaltro,
che te lo saprà rubare.

 

 

Mary Ann 4

Tu spendi il cuore in parole
come marmo levigate,
in punta di dita disegnate
in classiche figure.

Sei maestra di sguardi neri
miranti al cuore di chi osservi
senza pensare di potervi
piantare i tuoi dardi.

Sei generosa, e quando vuoi
doni rose odorose senza spine
velluti opachi e blu che sono tuoi,

non sei donna di sorrisi e moine.
Le tue labbra corallo, se lo vuoi,
sono soltanto splendide regine.

Sono il tuo scriba,
il tuo servo gentile.

 

 

Mary Ann 5

Sono cosiffatto che sperando
la tua voce di ritorno
quando aspetto le tue parole
che sono anche il tuo sguardo,
le tue mani,
l’aspiro come l’aria che manca
a chi sta sotto il pelo dell’acqua.
Ora non so se sia l’assenza,
o il ricordo di te che stai
sui miei pensieri
come il passero sulla cresta
della betulla.
So che ti attendo
qui nella mia casa dove da tempo
rimane aperta una finestra perché
il passero entri finalmente,
magari per dodici minuti.

 

 

Mary Ann 6

Io penso a una morte
una morte carissima
che mi rimane avanti agli occhi,
come quando, meravigliati,
se la trovavano davanti e mi
sembrava che lei, la sua visione
dovesse essere eterna, benché
la scomparsa, ultima e insanabile,
non mi fosse estranea:
sei volte almeno
in un giorno
la palpo questa
morte assassina.

Dolce Mary Ann, i poeti hanno
questi sconsolanti pensieri.
Anche se, di qua da questo
grave confine, compare una figura
uguale alla tua: un angelo
con caschetto nero e la bocca
simile ai coralli che sforano l’onda
dei mari, e ti raggiunge calda
nel cuore e nelle mani
come il vento eccitante
d’una notte di maggio.

 

Mary Ann 7

Lei mi seguiva piano senza
rumori di scarpe, senza parole,
con labbra semiaperte e le mani
intascate nella giacca viola,

e poi suonando la sua viola
sulla spalla dritta senza
sfiorare le corde con le mani
aspettando forse le mie parole.

Ma quando mi voltai con le parole
pronte a interrogare la sua viola
e le porsi le mie mani
perché mi desse le sue senza

titubanza, con le labbra senza
profferire né tenui né forti parole,
vidi che le sue azzurre mani
ancora carezzavano la viola.

Così le dissi in una lingua viola
“Tu mi frastorni e sei senza
baci sulle dita delle tue mani
ed io manco di dolci e ardenti parole.

Perciò dico, baciamoci senza parole,
stendiamoci su quel prato viola
serrandoci il caro corpo, senza
paura alcuna, nelle nostre mani”

 

Mary Ann 8

O piena di grazia, madonna
colma di gioielli invisibili!
Se dovessi accertare che la donna
di siffatte sembianze mi dà
orecchio, e mi plasma nella sua
dolcissima figura, porgendomi
a sé come il suo principe, io credo
morirei di stupore e di letizia.
Dolce ragazza, ti sentirai
più modesta, ma non intimidita
da tanta profonda adulazione.
Io so che tu sei questa e quella,
e non mi stancherò di fartelo
imparare.

 

 

Mary Ann 9

Uggiosa la giornata come tante,
stagione detestabile.

Qui il sole non entra. Non c’è.
Se un raggio dovesse comparire

saprei che sei tornata nella tua
piccola casa calda, a passeggiare

tra soggiorno e camera, lenta
e quieta, con i capelli neri

attorno al tuo viso di stella.

 

Mary Ann 10

O prati azzurri e lune viola
soli sparpagliati nel cielo
nella più maestosa e larga stola

in un eterno impalpabile velo
che ti avvolge e ti traspare
nel brillante gelo.

Così t’immagino e voglio immaginare
un lume più luminoso del grande
cero che irradia il tuo camminare

sulle vie della quercia ombreggiante,
il fluido percorso che si avvita
nei tuoi arti e nella tua variante

vita.

 

 

Mary Ann 11

Non so dirti quanto tu sia bella
né decifrare il tuo essere donna,
so che il tuo fine spirito
giusto s’accoppia coi tuoi arti
leggeri e gonfi di giovinezza
in un mattino di sole ardente.

Ed io vedo che nell’astro ardente
si rispecchia la tua persona bella,
che accarezza la tua giovinezza
invidiata da qualunque donna
che rinserra nei suoi arti
la cara bellezza del suo spirito,

e che vorrebbe annidare nello spirito
di raggiungerti il suo volere ardente,
come rimettere al gioco degli arti
il résumé di primavera bella
che richiama ogni perfetta donna
alle virtù di prima giovinezza.

Se io dovessi chiamare giovinezza
la matta baldanza del mio spirito,
imiterei lo sguardo di una donna
che mi farebbe in un istante ardente
quasi una rara cosa bella
dentro il capo e in tutti gli arti,

ma forse rovinerei i miei arti
sciupando la mia poca giovinezza
come una vecchia farfalla bella
che non ricorda più il suo spirito,
e nel suo balzo d’uno slancio ardente
non troverebbe la grazia di una donna.

Per questo dico che amare una donna
come te forse mi proverebbe gli arti,
ma una corsa verso te franca e ardente
mi ridarebbe l’obliata giovinezza,
ridonando un poco al mio spirito
l’amore e la sua fragranza bella.

Perciò alla bella, alla gran donna
vorrei il mio spirito e i miei arti
donare: a giovinezza e alla bellezza ardente.

25 pensieri su “Mary Ann

  1. Undici inni alla giovinezza buoni per ogni età. Di Mary Ann, con varianti Anne e Maryann, ne esistono vagonate al mondo. In https://en.wikipedia.org/wiki/Mary_Ann ne vengono citate alcune, ma cercando con Google se ne trovano tante altre. Maryann, scritto proprio così, vuol dire anche una bellissima ragazza molto sexy. Quella della foto comunque assomiglia molto alla Valentina di Crepax. A chi mai si sarà ispirato l’autore? C’è forse una sua privata Mary Ann? Mi piacerebbe saperlo.
    Qui mi piace ricordare tre Mary Ann: l’omonima canzone di Ray Charles del 1956, quella dei Pooh del 1969 e La Pucceria di Mary Ann di Gaglione Carolina a La Spezia.

  2. Grande tecnica. Potrei riscrivere tutti gli undici pezzi segnando gli accenti tonici, ma ovviamente non lo faccio.
    * Noto: lo schema delle rime di Mary Ann 2: ABCA, BDEB, DFGD, FHIF, HLGH
    * Noto il sonetto caudato Mary Ann 4: ABBa, CDDc, EFE, FEF, in cui per “a” e “c” intendo assonanze “complementari, e non saprei come altro definire le corrispondenze -ole/-ure, -eri/ar(d)i
    * Noto in Mary Ann 5 e 6 l’accoppiarsi e l’alternarsi di accenti ritmici nei versi, che si leggono per il tempo occupato dai “piedi”, non per le sillabe
    * Noto in Mary Ann 7 le quartine con schema ABCD, DACB, BDCA, ABCD, DACB, BDAC
    * Noto in Mary Ann 8 i versi in 9, 10, 11 sillabe
    * in Mary Ann 10 le terzine ABA BCB CDC DED + E coda
    * in Mary Ann 11 la sestina lirica

    la figura è: una ragazzina, una guaritrice, una bambina, la dama ispiratrice, la salvifica, la giovane che presidia le soglie della morte, la Vergine celebrata, una fantasia, la dea lunare, il divino femminile duecentesco

    Che dire? meraviglia!

      1. Parole e figure, come neri e dardi, non rimano, eppure si richiamano: vocali più chiare e più scure, le liquide r e l… come non notarlo?
        E le assonanze invece che le rime, ora decidi tu se dipende da incapacità del poeta, o da padronanza: come in un bel disegno geometrico e simmetrico un particolare che rompe l’ordine ma vi allude, si allontana un po’ pur riconoscendo la necessità… gioca.

        1. parole-figure, neri-dardi al mio orecchio suonano molto diverse. Le definirei più “dissonanze” se non fosse che questa parola, non collegata ad un preciso sistema di regole, non significa nulla. Comunque io sono contrario alla moltiplicazione delle definizioni (Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem).
          Se si vuole mantenere il significato delle strofe è impossibile trovare rime sensate per bearmi, fantasmi, beghe, bieche. Bisognerebbe chiedere all’autore quale fosse il suo intento.

          1. No, Ricotta, non ho moltiplicato le definizioni, o lo hai fatto tu, cercandone di nuove: dissonanze. Ti ho sottolineato invece una ricchezza della lingua scritta, tale è la poesia, scritta, per cui esistono analisi fonologiche, che molta poesia usa consapevolmente, se non si preoccupa solo dei contenuti veicolati dalla poesia, ma anche della “funzione poetica” del linguaggio, come spiegava Jakobson.
            Io ho trovato piacevoli e raffinate le alternanze di vocali chiare e scure (lo yoga del respiro, Pranayama, spiega bene come la voce si innesta negli organi fonatori e il senso profondo dei suoni), il gioco delle liquide, e anche di “r” e “s” in bearmi e fantasmi, e di “k” e “gh” in beghe e bieche. Può darsi che non esistano rime sensate per quelle parole… allora bastava cercare sinonimi o altre immagini, no? Se il poeta ha scelto quelle forme aveva le sue intenzioni, anche sulle “sgrammaticature”.
            O la poesia deve incarnare regole da caserma?

  3. Molto mi manca, caro Arnaldo, sulla 3 e sulla 9 non so dire, poco so della canzone e della ballata (qui ci vuole Balestriere), e anche sulla prima di introduzione non ho una visione.
    Però…

  4. Cara Cristiana, una splendida analisi formale. Non saprei dire meglio. Sei straordinaria.
    Ti ringrazio dal profondo del cuore (e della mente). Ti saluto caldamente e ti abbraccio
    con forza. Grazie. Tuo Arnaldo

  5. …ballata, canzone…si può leggerla anche come serenata a Mary Ann scandita nel tempo? In 10 +1 appuntamenti, cioè che tende all’infinito, oltre la vita stessa, ma anche come una ossessione? Il viola è solo un colore o anche uno strumento musicale, la viola che accompagnerebbe il canto? Appassionata e triste?

  6. Mi sono segnato questi versi di Ederle:

    mentre La penso o Le sto sopra
    con le mie dolci trafitture.
    ….

    e mi faccia curare da Lei
    accomodandomi le piaghe bieche.

    Sono il tuo scriba,
    il tuo servo gentile.
    ….
    Perciò dico, baciamoci senza parole,
    stendiamoci su quel prato viola
    serrandoci il caro corpo, senza
    paura alcuna, nelle nostre mani”
    ….
    O piena di grazia, madonna
    colma di gioielli invisibili!

    Per questo dico che amare una donna
    come te forse mi proverebbe gli arti,
    ma una corsa verso te franca e ardente
    mi ridarebbe l’obliata giovinezza,
    ridonando un poco al mio spirito
    l’amore e la sua fragranza bella.

    Ma per dire che non condivido questa sua visione della donna. Capisco, cioè, fino ad un certo punto l’ammirazione per la «serenata a Mary Ann scandita nel tempo» (Locatelli) o per la «grande tecnica», ma – Ederle non me vorrà – questa figura angelicale di donna proprio non (mi) prende, non (mi) convince, tanto è aerea, senza dramma, tutta dentro una tradizione stilnovistica ormai estenuata, malgrado egli la riproponga con un linguaggio fluido, confidenziale, depurato (coerentemente con quella tradizione letteraria) da ogni asprezza.

    Proprio in questi giorni stavo rileggendo poesie da «I fiori del male» di Baudelaire
    e mi è venuto spontanea provocazione: al suo «servo gentile» Mary Ann risponde con le parole di questa poesia di Baudelaire:

    La Beauté

    Je suis belle, ô mortels! comme un réve de pierre,
    Et mon sein, OÙ chacun s’est meurtri tour à tour,
    Est fait pour inspirer au poëte un amour
    Eternel et muet ainsi que la matière.
    Je trône dans l’azur comme un sphinx incompris;
    J’unis un cceur de neige à la blancheur des cygnes;
    Je hais le mouvement qui déplace les lignes,
    Et jamais je ne pleure et jamais je ne ris.
    Les poëtes, devant mes grandes attitudes,
    Que j’ai l’air d’emprunter aux plus fiers monuments,
    Consumeront leurs jours en d’austères études;
    Car j’ai, pour fasciner ces dociles amants,
    De purs miroirs qui font toutes choses plus belles:
    Mes yeux, mes larges yeux aux clartés éternelles!

    La Bellezza

    Sono bella, o mortali, come un sogno
    di pietra, ed il mio seno su cui ognuno
    alternativamente s’è ammaccato
    è fatto per far nascer nel poeta
    un amore immortale e muto come
    la materia. Al pari d’una Sfinge
    incompresa, troneggio nell’azzurro;
    al candore dei cigni unisco un cuore
    di neve; il movimento che scompone
    le linee odio, e mai rido e mai piango.
    Dinanzi alle mie pose maestose,
    che dai più fieri monumenti sembro
    imitare, i poeti in studi austeri
    consumeranno i giorni; ché posseggo,
    per incantare quegli amanti docili,
    puri specchi che rendono più belle
    tutte le cose: questi larghi occhi,
    i miei occhi dalle luci eterne!

    (da C. Baudelaire, «I fiori del male», traduzione di Lugi De Nardis, Feltrinelli Economica, Milano 1964)

    P.s.
    Nel leggere: «ed il mio seno su cui ognuno/ alternativamente s’è ammaccato» mi è venuto da dire: se su quel seno ci si ammacca o almeno alcuni si ammaccano), allora non ho avuto tutti i torti a intitolare una mia raccolta «Donne seni petrosi».

    1. Tutti noi abbiamo storie sentimentali di dolore e sofferenza reali. Poi l’equilibrio dell’età introduce una distanza cristallina nei rapporti, astinenza e… ammirazione per l’altro nella sua differenza.

    2. Una bellezza statuaria quella di Baudelaire, dura fredda e lontana come un rigor mortis alla Benn o alla Poe. Una bellezza terrificante!
      Ma com’erano bravi questi poeti che sapevano scrivere un perfetto sonetto con metrica, rime e accenti giusti.

  7. Sì, Annamaria. “viola” io l’ho pensata proprio com lo strumento e i suoi melanconici
    suoni. Mi fa tanto piacere che tu abbia rilevato il valore di questo meraviglioso strumento. Anche se, qualche volta, l’ ho interpretata come colore. Grazie. Davvero un bel commento. Arnaldo Ederle

  8. Non posso proprio dire…
    mi ha ricomposto cuore e sensi
    Una storia da imparare a memoria
    da stringere
    per sempre.

    “Dolce ragazza, ti sentirai
    più modesta, ma non intimidita
    da tanta profonda adulazione.
    Io so che tu sei questa e quella,
    e non mi stancherò di fartelo
    imparare.”

    Respiro e ringrazio

  9. …trovo questa poesia di una ridondante intensità e musicalità, per questo, nel suo genere lirico, mi piace. Tuttavia non penso che, da parte del poeta, la donna vi sia solo venerata, come una madonna; vi traspare anzi un concetto di donna come fonte (elisir) di eterna giovinezza per l’uomo che possa amarla, ammirarla…quindi anche strumentale.

  10. @ cristiana fischer 5 giugno 2016 alle 10:35 “Ricotta…Se il poeta ha scelto quelle forme aveva le sue intenzioni, anche sulle “sgrammaticature”. O la poesia deve incarnare regole da caserma?”
    È strano questo tuo rilievo nei miei confronti. Io non ho mai pensato a “sgrammaticature2. Ho solo precisato che quei versi non erano in rima come tu avevi scritto e che non sentivo le altre assonanze che citavi. Era un appunto alle tue affermazioni non ad Ederle del quale so della vasta e pregevole produzione. Tutto qui. Capisco benissimo i meccanismi messi in atto da Ederle, li uso anch’io! Sulle regole mai affermato cieca, e neanche moderata, obbedienza. Nella mia modesta opera io le violo continuamente e intenzionalmente. Infine per le rime di bearmi, fantasmi, beghe, bieche era solo un’osservazione tecnica in quanto anch’io mi servo di rimari di vario genere e ho notato che con quelle finali non ci sono molte parole che possano rimare e perciò mi chiedevo se l’autore non le avesse usate intenzionalmente.

  11. Rispondo in forte ritardo ad Angelo Ricotta. Sì, le ho usate intenzionalmente, ma
    senza accorgermene prima di scriverle. Accade spesso ai poeti, sembra che le parole vadano per conto loro. Comunque grazie per i commenti. Arnaldo Ederle

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