Scusi, posso protestare anch’io?

Ricotta poesie

di Angelo Ricotta

Nero

Di una nuova luce oggi mi vesto
nera come il fondo del buio
aspetterete invano il mio ritorno
Sono occupato ad arginare il nulla
che straripa sulla pelle e arde
nelle frasi insensate dei retori
di sentimenti disumani e contro natura
dai volti di pietra grigi e putrescenti
Non voglio più ascoltare
sto erigendo un muro gigante
che mi schermi dall’orda dei barbari
dall’arroganza impudica di questo sole
Ho scelto un pozzo senza fondo
un algido cantuccio interstellare
vuoto assoluto cui appendere questa vita
corpo davvero opaco un buco nero
Fuggo dal caos rintanandomi nel suo nucleo
nella morte della notte la nera luce m’inghiotte
la vita corrompe guasta inquina infetta

Ode a Lord Byron

Un tempo i poeti
erano degli eroi
Rinunciavano agli agi
e andavano a combattere
per la libertà dei popoli
Lord Byron poeta dissoluto
infine si sacrificò per la Grecia
ove morì di malattia
Il sud del mondo
è di nuovo in rivolta
ma noi che facciamo?
Ancorati ai nostri schermi
nel caldo di quiete stanze
amenamente poetiamo
Che tempi! Che insipidi tempi!
Niente più slanci ideali
eppure tanto ci sarebbe da fare
invece ci lasciamo turlupinare
Ribelliamoci rivogliamo le ali!

Maschere

Hanno facce di bronzo
velenosi sorrisi
Avulsi dalla vita
da noi e da dio
Decidono per sé
con freddo cinismo
Burattini e burattinai
si parlano addosso
Siedono nei parlamenti
sugli alti scranni del potere
Strappiamogli le maschere
e brindiamo col bicchiere
È il rito di Galois
non l’abbiamo scordato
è passato di qua
e l’ho salutato
Caro amico mio
noi siamo sempre pronti
dacci la soluzione
e varcheremo i monti

Senza speranza

Pulsa l’onirica barriera all’approssimarsi del sonno
Dormi abbracciata al tuo morbido sogno
Le pallide guance appena rosate
Veglio solitario in queste fredde silenti nottate
La nebbia e la neve occultando ogni cosa
Nel buio nuda la verità m’appare
Sono giorni tormentati
Non sappiamo dove andare
Cosa siamo cosa fare
L’orologio confitto nel cervello
Scandisce con assoluta precisione
I secondi i minuti le ore
Tutti gli appelli sono esauriti
La condanna pronunciata
La pena eseguita
L’innocente è morto
Il colpevole vivrà
Ridotti siamo al silenzio
Costretti all’inazione
Straripano i mediocri e gli arroganti
La vita rendono una desolazione
Tasche piene e pance satolle
Mentre ormai tutto crolla
Predicano i potenti l’ottimismo
Incitano alla misericordia al perdono
Ma di noi nessuno ha pietà
Tempi degenerati e drammatici
Fosche prospettive sul futuro
Impazzano i malevoli dovunque
In sindromi d’onnipotenza avviluppati
Da diabolica furia di autorealizzazione accecati
Il male è tra noi ci istiga gli uni contro gli altri
Dissolve tutti i buoni sentimenti
Infine oggi anche tu sei nato
Ma qui da sempre si muore
Senza pace senza amore
Sotto un vitreo cielo traverso
Una luna sfasata e bava dalla bocca

Gli esclusi

A quale dio appartengono gli esclusi
Non al Dio delle Chiese
Non allo Stato non alla Società
Sono i figli miei i figli tuoi non altri
Con la loro dignità soppressa
Senza una vita senza un futuro
Figli di nessuno come i fallimenti
Ingannati e mandati allo sbaraglio
Dalla presbiopia degli stolti
Che vedono una lontana umanità dolente
Ma sono ciechi alla moltitudine prossima

Lettera al Che

Che vieni a fare qui
resta dove sei che è meglio
ti sfugge il senso che volevi

Anche le parole sparlano
gli uccelli che hai visto
forse neanche esistono

L’inverno che c’incontrammo
è passato presto non c’è che dire
ami ancora del che mi rallegro

A che pro cambiare adesso allora
che ne è stato veramente del Che
me lo chiedo ogni giorno che passa

Il Che ti ha dato una lezione caro Castro
avresti dovuto farne tesoro
in Venezuela mancai il Che

Perché avevo troppo pochi anni
e in Europa perché ne avevo troppi
era destino che non incontrassi il Che

Ma da allora il che mi perseguita
sia che mi piaccia che non mi piaccia
così ti dico lunga vita al Che

18 pensieri su “Scusi, posso protestare anch’io?

  1. Ci sarebbero anche oggi validissime ragioni per andare a morire in Grecia, e non solo lì. A parte questo faccio i miei complimenti a Angelo Ricotta per queste sue poesie di buon impegno umano e politico. Il suo punto di vista non è di chi vede le cose dall’alto: è quello degli esclusi. Ne ha coscienza. Se è un inizio lo trovo promettente.

  2. …sono poesie queste di Angelo Ricotta che si leggono volentieri per il loro linguaggio limpido e il messaggio trasparente…Chi scrive è un uomo colto che intende rappresentare l’uomo di strada di oggi in una società “Senza speranza”, in quanto il male prevale largamente sul bene e, come in un tribunale spietato, il colpevole è stato assolto e l’innocente condannato, prima di tutto al silenzio, “Ridotti siamo al silenzio/Costretti all’inazione…”. La cosapevolezza tragica del presente porta l’autore a costruirsi difese abnormi di straniamente dalla realtà ” Non voglio più ascoltare / sto erigendo un muro gigante…Ho scelto un pozzo senza fondo/ un algido cantuccio interstellare…” (“Nero), ma in altri versi, invece, il poeta manifesta, davanti alle ingiustizie, un mai sopito spirito di rivolta: …”Noi siamo pronti/ dacci la soluzione/ e varcheremo i monti” (“Maschere”) o riferisce l’esempio di persone del passato con il coraggio, che oggi purtroppo non c’è più, di affrontare battaglie, di promuovere rivoluzioni…La poesia “Lettera al Che”, mi sembra rivelare una grande nostalgia per i tempi ancora pieni di promesse , ma anche un’occasione mancata…

  3. Grazie Angelo Ricotta. Mi aspettavo prima o poi una poesia come la sua.
    Una denuncia senza rabbia ma piena di dolore e dignità.
    Difficile mantenere ritmo in questi argomenti ma il poeta ci riesce. Complimenti.

    1. Vorrei sottolineare il fatto che, in queste poesie, Ricotta non parla degli oppressi, degli sfruttati, degli impoveriti eccetera: è uno di loro che finalmente parla. Ti incoraggio a proseguire, Angelo.

  4. Trovo che abbia ragione chi ha scritto che queste poesie sono figlie del disincanto, della rabbia, delle occasioni perse. E che non vi si parla degli “ultimi”, ma che vi parla uno che si considera tale, o che almeno si sforza d’essere loro vicino.

    Tutto questo è un bene, anche se il linguaggio è (parecchio) migliorabile, in senso strettamente poetico. Sono le sue prime poesie? Se sì, è di sicuro un buon punto di partenza. C’è molto da lavorare: sul linguaggio puro e semplice, non necessariamente andando verso una sua forma “colta”; sul liberarsi da sfoghi, coinvolgimenti, ecc.: che preparano la trappola di cadere nell’ovvietà e nella retorica.

    La mia “ricetta” di poesia prevede che l’autore raggiunga un certo distacco dall’oggetto del suo scrivere. Il che non significa isolarsi in una torre d’avorio, proporsi con l’algidità di uno scienziato. Ci mancherebbe: son leciti l’incazzarsi, lo sdegnarsi, (vd. quanto Ennio ha avuto la bontà di pubblicarmi qui, un paio di mesi fa), il commuoversi; ma solo una volta “digeriti” gli argomenti dei quali si vuol scrivere.

    Per insegnare qualcosa agli altri, mi sforzo – ma è sempre la mia ricetta personale – di superare lo strettamente personale. Immagino che chi ama citare qui Fortini, Pasolini o altri intellettuali “di sinistra”, storcerà la bocca; io cito Neil Gaiman (uno dei massimi sceneggiatori di fumetto britannici), che in una sua storia fa dire (più o meno) a Shakespeare: “Quando mio figlio morì, ero al culmine della disperazione. Ma ero anche felice, perché riuscivo a vedere il mio dolore da lontano; e sapevo che così avrei potuto spiegarlo agli altri, attraverso le mie opere.”

    Cosa posso dire sul contenuto delle singole liriche:

    “Nero”. Chiudersi dietro un muro, non è mai una buona idea, quando ci si deve confrontare – per scelta o per forza – con gli altri. Anche perché molto spesso i “barbari” non lo sono poi così tanto; e i nostri “ultimi” sono i barbari degli altri.

    “Ode a Lord Byron”. I poeti sono ancora adesso degli eroi, Angelo: scrivere (anche) per una massa di ignoranti, che disprezza ciò che è utile perché bello, sta al confine tra eroismo e follia. E si muore ancora, anche se magari non nel corpo: come scrisse Massimo Fini “Una dittatura cerca di eliminare i dissidenti fisicamente; la democrazia li ignora”. Da manuale (ideologico) la fine: “Ribelliamoci rivogliamo le ali!”, non “Mi ribellerò e troverò le mie ali”. La rivoluzione si fa meglio in compagnia, se poi cominciano gli altri, è pure meglio.

    Maschere. Ci si dimentica sempre – e non solo al bar – che questi individui siedono ai posti di potere, perché la maggioranza ha dato il suo consenso, o comunque glielo permette; e in questa maggioranza ci sono pure molti “ultimi”, che dovrebbero ribellarsi per primi. Lo trovo uno sfogo sincero, ma (proprio perché sfogo?) poco propositivo: pare che la soluzione debba sempre offrircela qualcun altro, se non ho frainteso gli ultimi versi.

    Senza speranza. Fin dal titolo avanti tutta con l’impotenza, eh… Le cose stanno come vengono descritte e cosa possiamo fare? Nulla! E in effetti, finché si sta in mezzo al problema, non si possono prendere decisioni autonome: ci si lascia portare dalla corrente, finendo dritti nell’ultima poesia da lei scritta…

    Gli esclusi. Non so se le cose stiano come dice: se cioè gli esclusi siano tali solo per la miseria di alcuni stolti; dal mio punto di vista non è che questo atteggiamento – di pochi o molti che siano detti stolti – lo ritenga sufficiente. Comunque fra tutte è la migliore, ferme restando le riflessioni sul linguaggio, poste in apertura del mio commento. La vedrei bene – immaginando una raccolta – come “introduzione al problema”
    .
    Lettera al Che. Ah, il Mito… Ti pareva, che non saltasse fuori… Cristo forse è passato di moda (ma mi piacerebbe sapere quanti l’abbiano capito), però c’è solo l’imbarazzo della scelta: per qualcuno andrebbe bene perfino Balotelli… Fra tutti gli equivoci (i miti spesso non sono nient’altro) che si sono visti “a sinistra”, questo è uno dei più grossi: militarmente fu un disastro (la Rivoluzione cubana trionfò sul terreno più per merito di Cienfuegos che suo) e dall’Africa alla Bolivia risultò micidiale per i suoi compagni, più che per i nemici.
    Però, vogliamo mettere il carisma? Se pensiamo che tante donne hanno trovato bello Berlusconi (e che tanti uomini vorrebbero essere al suo posto, infarto a parte), quello basta e avanza. Nella logica del “molto fumo e poco arrosto”, ’importante è che ci sia qualcuno di affascinante da seguire.

    Grazie per l’attenzione; sono antipatico, ma se avrò innescato una nuova polemica, non era comunque il mio fine.

  5. Ho trovato altre volte una bambina nelle poesie di Angelo Ricotta, qui “Dormi abbracciata al tuo morbido sogno/Le pallide guance appena rosate”, in realtà si affaccia anche un’altra venuta “Infine oggi anche tu sei nato”, ma in un ambito di luce nera che inghiotte, mentre “la vita (: qui è soggetto, credo) corrompe guasta inquina infetta”.
    Che ci siano aperture però si mostra nella “Lettera al Che”, che congiunzione “dato che”, quindi seguito e possibilità, e anche quando il che è relativo “il senso che volevi”, o interrogativo o indefinito “non c’è che dire”. E se come realtà storica, o personale, è occasione mancata “Perché avevo troppo pochi anni/e in Europa perché ne avevo troppi/era destino che non incontrassi il Che”, l’augurio è comunque di lunga vita a un seguito, tra principale e secondaria, al collegamento, a una possibile continuità (i due piccoli che credo di avere trovato in “Senza speranza”?).
    Andando a rintracciare la cupa principale presente in tutte le poesie, quella che regge lo svolgersi futuro, ritrovo “la vita corrompe guasta inquina infetta”, i “giorni tormantati”, “tutto crolla”, i “tempi degenerati e drammatici”, gli esclusi che sono “i figli miei i figli tuoi … figli di nessuno”.
    Tuttavia non mi ingannerò, la cupezza dei testi anche si spezza in rivolta, in comunanza “brindiamo col bicchiere”, si apre “Ma da allora il che mi perseguita/sia che mi piaccia che non mi piaccia”. Punti fermi sono la sua fisica “il rito di Galois/è passato di qua”, la certezza di avere avuto delle ali e di rivolerle indietro: il buco nero pozzo senza fondo vuoto assoluto non lo avrà, la pratica necessità “ci sarebbe tutto da fare” lo mobilita per la ribellione.

  6. Lo dico en poète: E’ meglio per i cittadini greci che i poeti non vadano a morire in Grecia. A parte il dettaglio che sono già morti qui, in Grecia farebbero solo disastri. Semmai, resta l’opzione d’andare a morire a Bruxelles, sparati dall’eurogendfor.
    Una domanda: quale sarebbe la lezione del Che di cui Castro avrebbe dovuto far tesoro? Se la lezione del Che era di portare la rivoluzione agli altri Stati latinoamericani, Castro non l’ha maturata perché aveva un’altra visione del post-rivoluzione (lo si è visto), ed in certo qual modo è stato “felice” d’essersi liberato del Che.
    Comunque, poesie grintose, la cui cifra è (concordo con chi qui ne ha parlato) disillusione, dello status quo, e rabbia, per lo status quo.

  7. Grazie a tutti per l’attenzione. Tento di rispondere alle considerazioni di ciascuno.

    @ Mayoor
    Poiché siamo circa 7,5 miliardi al mondo c’è sempre qualcuno più escluso di un altro. Ma anche da noi gli esclusi sono una moltitudine, non dimentichiamolo (come troppo spesso accade). Io credo di appartenervi anche se forse non sono tra i casi più gravi.

    @ Annamaria Locatelli
    Condivido tutto ciò che hai scritto. Hai colto perfettamente il senso delle poesie e persino le contraddizioni nelle quali mi dibatto e che io ho onestamente espresse. L’esercizio della logica mi porta verso un disperato pessimismo ma la mia natura (almeno così la percepisco io) è fondamentalmente ottimista, in fondo crede nella possibilità di un futuro migliore.

    @ Emilia Banfi
    Credo fermamente nella protesta ma non nei violenti e mi piace che tu abbia messo in evidenza questo aspetto. Grazie per aver percepito anche un ritmo nelle poesie, era quello che volevo ottenere. Ero cosciente della difficoltà di mettere in versi argomenti di questo tipo. Ma sentivo l’urgenza di manifestare questi miei sentimenti/ragionamenti e così ho tentato.

    @ Alberto Rizzi
    Mi rendo pienamente conto che il mio linguaggio è migliorabile. Se avessi assecondato la mia natura terribilmente perfezionista probabilmente non avrei mai pubblicato nulla. Sul lavoro scientifico il mio professore si lamentava del fatto che io riscrivevo continuamente gli articoli perché non ero mai soddisfatto del risultato. Mi diceva: “Meglio un’opera imperfetta di una che non vedrà mai la luce”. Avendo egli fatto la sua carriera accademica negli USA mi ricordava il sinistro motto ivi imperante “Publish or Perish”. Certe volte, esasperato, mi ha tolto di mano gli articoli e li ha pubblicati così com’erano.
    Tanto di cappello per Shakespeare ma io non sono mai riuscito a sorridere sulle disgrazie, neanche sulle più antiche: mi sento ancora coinvolto! ( però la frase la dice Neil Gaiman non Shakespeare)
    Nero. La logica mi porta spesso a formulare pensieri molto pessimisti e anche antitetici che non riesco a risolvere in una sintesi. Sono voci che dibattono dentro di me. Pensieri in evoluzione.
    Ode a Lord Byron. Va bene quel che dici, però rimane sempre una bella differenza tra lo scrivere e l’azione effettiva. Non mi aspettavo che cominciassero gli altri. Era un immedesimarsi in tutti coloro che avvertono l’impotenza della propria condizione. Un grido per se stesso e per gli altri.
    Maschere. Non credo che basti che ci siano le elezioni perché ci sia una vera democrazia. Chi ha il potere è in grado di condizionare le elezioni anche contro la volontà dei più.
    Senza speranza. Sì, penso proprio che le cose stiano così. Però in questa denuncia c’è una sotterranea volontà di reagire per non finire morto sotto “Una luna sfasata e bava dalla bocca”. Così finì un caro amico mio e la sua fine è diventata per me il simbolo di chi si lascia morire per mancanza di reazione.
    Gli esclusi. È una poesia che sento molto anch’io.
    Lettera al Che. Con il Che ho un rapporto sentimentale che va al di là dell’effettiva realtà storica. Il Che passò per il Venezuela la prima volta nel 1951 e la seconda credo nel 1953 quando andò a trovare l’amico medico Alberto Granados che all’epoca lavorava al lebbrosario di Cabo Blanco, a pochi chilometri da Caracas sulla costa nei pressi de La Guaira. Noi abitavamo a El Sombrero (Estado Guarico) dal 1951, a circa 200 km di distanza ed eravamo sbarcati a La Guaira e passati per Caracas. Questo però lo seppi solo molti anni dopo che eravamo tornati in Italia, anzi dopo la morte del Che. Così mi misi a fantasticare di cosa sarebbe potuto accadere se avessi incontrato il Che. Un incontro impossibile ché allora avevo 4-6 anni!
    Caro Alberto, ma quale antipatico! Ho trovato molto utili le tue osservazioni, come d’altronde tutte le altre.

    @ Cristiana Fischer
    La bambina è nel contempo reale e un simbolo. E anche la vita è nel contempo soggetto e oggetto: la vita corrompe e la “vita” viene corrotta. Hai colto nel centro sul Che. Sì, i piccoli sono la speranza. Giusta l’interpretazione del buco nero in connessione a “ci sarebbe tutto da fare”. La storia di Galois (credo abbastanza romanzata) viene raccontata da Leopold Infeld in un suo libro la cui idea nacque dalle discussioni che egli, i colleghi e gli studenti tenevano in una università degli USA subito dopo la caduta della Francia in mano ai nazisti. In questo libro si afferma che Galois, ad una riunione conviviale con i suoi amici repubblicani [lunedì 9 maggio 1831] , si alzasse per brindare con un coltello nella mano destra e un bicchiere di vino nella sinistra esclamando “A Luigi Filippo” [il re].

    @ Roberto Bugliani
    Naturalmente non in Grecia e neanche a Bruxelles. Direi che è meglio morire qui da noi che di esclusi ne abbiamo tanti anche se molti non li vedono e li vanno a cercare altrove, forse perché fa più chic.
    Castro avrebbe dovuto sostenere gli ideali del Che, che poi erano i suoi stessi ideali all’inizio della rivoluzione. Invece si è messo a fare il dittatore di Cuba con scarsi risultati. Grazie comunque per la valutazione. Volevo proprio esprimere disillusione e rabbia e anche incitamento a non cedere mostrando come sia brutta una vita da rassegnati.

    1. Beh, innanzitutto va bene così: decidere di pubblicare qualcosa per quanto imperfetto, è sempre buona cosa; se si crede in quello che si sta facendo, prima o poi lo si deve sottoporre al giudizio degli altri: se no si cade nell’egotismo, nello scrivere per sé e/o fine a se stesso.

      Inutile dire che alla fine anche troppa pignoleria guasta: volendo, non si finisce mai di (ri)scrivere un proprio lavoro, ma è bene comunque darsi un termine, un punto d’arrivo. Anche e soprattutto se si ha fiducia che quello che si sta facendo, lo si sta facendo prima di tutto per gli altri.

      Un paio di precisazioni, ora, per spiegarmi meglio:

      La citazione da Gaiman (condivisibile o meno, supportata o meno dalla biografia di Shakespeare che sia) riguarda il trovare un motivo di felicità – ma forse sarebbe meglio dire d’utilità – in un proprio dolore; non certo in quello degli altri.

      Su Byron ti dirò che io non faccio molta differenza tra agire e scrivere (o comunque creare): premesso che molti avrebbero magari fatto meglio a creare, che ad agire, penso che ognuno debba dare il proprio contributo al cambiamento come può e non necessariamente agendo.

      Il massimo sarebbe poter fare entrambe le cose, come a un certo punto decise di fare Byron, anche se forse non solo per i nobili motivi della libertà del popolo greco. Però non sempre il “supporto creativo” ha meno importanza dell’azione pura e semplice: se parliamo di artisti in generale, il loro valore può anche essere misurato dal grado di “militanza” (scritto fra virgolette, perché non si intenda ciò come la semplice affiliazione a una forza politica) dimostrato nel portare avanti le idee proposte dalle loro opere, credo.

      1. Alberto Rizzi 16 giugno 2016 alle 22:54
        Giustamente ognuno faccia quel che gli riesce meglio. Io sottolineavo però una differenza oggettiva.
        Aggiungo una risposta ad una frase del tuo precedente post del 12 giugno 2016 alle 15:30 “Il che non significa isolarsi in una torre d’avorio, proporsi con l’algidità di uno scienziato.”
        In realtà la scienza è intrisa di intensa emozionalità. Molti scienziati hanno raccontato della loro forte commozione nel riconoscere che avevano trovato qualcosa di nuovo, di aver risolto un problema. Lo stesso interesse per la scienza scaturisce da un profondo senso emotivo che si prova nel porsi domande sul mondo e tentare di darsi delle risposte. L’attività scientifica è molto affine a quella artistica.

        1. Sì, sì. Lo so anch’io che, a certi livelli, l’arte e la scienza si fondono. Ma io ragionavo per stereotipi: l’intellettuale che si isola dentro il suo cervello e lo scienziato che si isola nel suo laboratorio; sono queste figure che hanno combinato (e combinano…) un sacco di guai.

          Tornando al tuo scrivere, penso che dovresti insistere sulla “fisicità” di versi come per esempio quelli delle prime tre strofe del “Che”; senza trascurare la capacità evocativa di versi meno “quotidiani”, ma proprio per questo più forti, come quei cinque o sei che aprono “Nero”.

          Da evitare scelte come la “onirica barriera”, se non si è ben sicuri delle proprie capacità lessicali e della propria conoscenza della musicalità: l’aggettivo davanti al sostantivo lo rafforza, nella percezione che ne ha il lettore; ma non necessariamente con risultati positivi.

  8. Si è “militanti” anche vivendo coerentemente con le proprie scelte. Ma porre avanti le proprie scelte, in poesia, senza considerare che le si sta già vivendo è necessario e bisogna dirlo? Tutti scriviamo per “il bene” di qualcun’altro, credo anche chi si compiace di sé… no, non tutti; alcuni perché si sentono chiamati da un sé che non vogliono credere tanto malridotto. Ahahahahhhh

    1. @ Mayoor 16 giugno 2016 alle 23:04
      Infatti non è che bisogna giustificarsi ad ogni passo, anzi non bisogna farlo mai. “chiamati da un sé che non vogliono credere tanto malridotto” e perché no, va bene quasi tutto!

  9. …scusate, una reminescenza, oggi sono un po’ pessimista, mi riporta alla mente “la crociata stracciona”, che partì per liberare il santo sepolcro, il “bene”, in realtà per allontanarsi dalla propria miseria… la giusta causa…

  10. …Angelo Ricotta, il mio pessimismo era riferito alla miseria, non all’agire per allontanarsene, cioè quella che ritengo anch’io la giusta causa, non quella mascherata in “buone” intenzioni dei potenti. A volte anche i poveri si mascherano, mi vengono in mente Pulcinella e Arlecchino che servono i loro padroni ma è la fame che li comanda…

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