José Agustín Goytisolo: verità in maniche di camicia

Goytisolo

di Alessadro Scuro

Restava ben poco, alla fine della guerra civile, del patrimonio artistico ed intellettuale dei primi decenni del Novecento. Molti dei protagonisti di quell’epoca erano stati ridotti al silenzio, uccisi, incarcerati o costretti all’esilio e le loro opere bandite dalla censura. Il dibattito estetico precedente il conflitto, come qualsiasi altro rapporto, aveva ormai assunto definitivamente le forme dello scontro ideologico. Rappresentativi di quel contesto sono i versi de «Los celestiales» [1] di José Agustin Goytisolo (1928-1999), nome col quale il poeta barcellonese si riferiva ironicamente ai componenti di Juventud Creadora il gruppo poetico che tra il 1943 e il 1946 pubblicò la rivista «Garcilaso» [2]. Erti sulle macerie della guerra i poeti celestiali cantavano eventi meravigliosamente privi sostanza, versi vuoti ma sonori e melodiosi, capaci di placare gli animi, per dimenticare il passato; nel mentre, indifferenti ai loro insegnamenti, i poetas locos, persi nel tumulto delle strade, cantavano l’uomo, e gridavano, chiedendo pace, chiedendo patria e chiedendo aria pura.

Gli ultimi versi si riferiscono chiaramente all’opera di Celaya e di Otero, che nel 1955 avevano pubblicato rispettivamente Cantos Ibéros e Pido la paz y la palabra, le raccolte fondamentali della poesia sociale, nello stesso anno in cui Goytisolo aveva esordito con El retorno [3]. L’influenza che quei poeti ebbero, sui giovani che si affacciavano allora al malconcio palcoscenico della lirica spagnola, è comprovata dalla presenza di Blas de Otero nel già citato omaggio a Machado, nel cimitero di Collioure. Goytisolo ha però sempre rimarcato tanto l’imprecisione di quell’accostamento, così come la limitatezza dell’etichetta generazionale che gli venne attribuita, come a molti, suo malgrado. «Più che di denominatori comuni parlerei di affinità» sosteneva, riferendosi alla sua supposta appartenenza alla generazione del ‘50, spiegando: «Quasi tutti eravamo amici. Alcuni sono morti: Alfonso Costafreda, Carlos Barral, Jaime Gil de Biedma. Alcuni non si sono mai inseriti nel gruppo, ce li hanno messi per errore, perché appartengono al gruppo anteriore, per nulla affine al nostro» [4].

Goytisolo preferiva la definizione di gruppo poetico a quelle di generazione o di scuola che furono attribuite a lui ed ai suoi coetanei, accomunati dall’esperienza della guerra civile vissuta durante l’infanzia o l’adolescenza, oltre all’avversione contro i responsabili di quello scempio e della realtà che si erano trovati a vivere, ancor prima di riuscire ad interpretarla. Fu certamente significativa nella formazione di quei giovani la pubblicazione di Hijos de la ira (1944) di Dámaso Alonso, così come incoraggianti furono i versi dei poeti sociali, ma differente fu certo la maniera di esprimere un disagio inevitabilmente riconducibile alla medesima origine.

Fu il tono, l'attitudine poetica di tutti noi, nei suoi diversi aspetti, ovvero, il modo di trattare il componimento, la tematica e il ricorso alla sperimentazione attraverso l'esperienza per giungere alla conoscenza attraverso il testo e per cercare di trasmetterlo. Questo ci differenziò da molti buoni poeti degli anni quaranta, da Blas de Otero, il migliore tra loro, da Gabriel Celaya, da Eugenio de Nora o Victoriano Crémer, ossessionati com'erano dal tema della «Spagna», parola che ripetevano ed impiegavano a mio parere in eccesso. Questa parola, «Spagna», che ho utilizzato in una sola poesia, non appare oggi in nessuna, poiché  l'ho poi cambiata  nella seconda edizione del libro al quale appartiene il componimento nel quale apparve, ripeto, per l'unica volta. Mi dava fastidio impiegarla come lamento per emozionare, più politicamente che poeticamente; era come una consegna estremamente facile, quasi grossolana.

In virtù della dicotomia descritta in «Los celestiales», non esistono dubbi sull’affiliazione di Goytisolo alla schiera dei poeti pazzi; la sua biografia, le sue posizioni e il suo attivismo lo pongono coerentemente tra coloro che decisero di esprimere in versi la propria avversione a quella realtà opprimente, nonostante i rischi ed i pericoli che il mestiere di poeta, inteso in tal senso, ancora comportava. In Spagna il reato d’opinione continuava, e continuò per lungo tempo ancora, a dare lavoro ai funzionari della censura e del sistema repressivo, ragione per la quale durante la dittatura Goytisolo soleva recitare pubblicamente i propri versi rivolgendosi solo di profilo alla platea. Secondo una testimonianza della moglie, riportata da Vásquez Montalbán, questo serviva a ridurre le possibilità di essere colpito nell’eventualità di spari da parte de los grises (i grigi), i poliziotti sempre presenti a recitales e concerti.

Quel che però tale opposizione ideologica nasconde è la varietà di forme con il quale questo dissenso venne espresso durante la lunga epoca franchista, così come lo scontro frontale della guerra civile aveva spazzato via le molteplici ragioni che avevano composto il fronte repubblicano. Ciò che univa tutte queste opinioni era la ferma convinzione della necessità di porre fine al regime instauratosi al termine del conflitto; l’urgenza non si era di certo esaurita nella seconda metà degli anni Cinquanta, all’epoca in cui si situano i fatti qui esposti, e le grida di protesta di Celaya e compagni furono fondamentali nel fomentare gli animi, nel mantenere vive le speranze di chi non vedeva più fine a un incubo che sembrava destinato a durare  quanto una vita intera. Erano ormai passati più di tre lustri dall’instaurazione del Caudillo e la repressione del regime non si era affievolita, ma esso contava su un certo appoggio delle potenze liberali, definitivamente sancito dalla visita di Eisenhower in Spagna nel 1959 [5]. Gli aiuti statunitensi, oltre all’apertura delle frontiere ai turisti ed ai capitali esteri, significarono anche l’imposizione, nella peculiare situazione spagnola, del nuovo stile vita occidentale.

L’ambigua situazione della Spagna che si affacciava agli anni Sessanta è descritta da Fernando García Cortazar e José Manuel González Vesga in Storia della Spagna dalle origini al ritorno alla democrazia.

Nel caso spagnolo, paragonato ad altri sviluppi del dopoguerra, non si è trattato in realtà di un così grande miracolo come di frequente si è detto. […] Ostinati nel rifiutare qualsiasi traccia  di libertà e liberalismo, il generale ed i suoi governatori ottengono di far sì che gli americani ritardino il loro inevitabile arrivo creditizio per più di un lustro. Quando finalmente negli anni Cinquanta il prestito si concretizza, l’Europa, ossia l’Europa per antonomasia secondo gli spagnoli – Francia, Inghilterra, Germania e Italia – ha già ricostruito la propria economia e, oramai avviata sulla strada della prosperità si prepara a creare un modello di integrazione. […] L’avvicinamento progressivo ai paesi occidentali, l’alleanza con gli Stati Uniti e l’accettazione nel regime dell’ONU, che significano la fine della quarantena politica, sono tutti fatti che contribuiscono ad accrescere il flusso turistico internazionale. […] C’è quindi una Spagna che emigra verso l’Europa, dove conosce altri tipi di regime fondati sulla libertà d’espressione, e un’Europa, attratta dal turismo in Spagna, che sbalordisce gli spagnoli con nuovi modi di comportamento sociale.

Barcellona e la costa catalana offrivano un punto di osservazione privilegiato su quella trasformazione e suoi nuovi scenari europei, influenzate com’erano soprattutto dalla vicina Francia, oltre a rappresentare un esempio della complessità delle ragioni che avevano portato alla guerra civile. Lì, rispetto ad altre zone della Spagna, il cui sviluppo seguì ritmi meno accelerati, erano già evidenti, oltre ai limiti insopportabili imposti da un regime opprimente, le ambiguità e le contraddizioni di quella modernità tanto anelata, di quella libertà sognata e assaporata ora soltanto nella sua apparenza. La poesia di Goytisolo, tanto negli anni della dittatura, così come in quelli successivi della transizione e dell’instaurazione della democrazia, rende conto di questa situazione ribaltando una realtà inaccettabile in un mondo al rovescio, come si intuisce già a partire dai versi di Góngora con i quali si apre Salmos al Viento: «Oyente, si tu me ayudas / con tu malicia y tu risa, / verdades te diré en camisa».

Goytisolo rifiutava l’ambizione di quei poeti vati, colmi delle voci della moltitudine in nome della quale cantavano. La sua poesia fu caratterizzata sin dal principio da toni intimistici, da una continua sperimentazione formale e una profonda ricerca lessicale ed altre furono le armi con le quali difese le proprie convinzioni personali, come spiega in questa intervista rilasciata a José Luís Merinos:

La missione dello scrittore è quella di conoscere e sviluppare bene il proprio mestiere. [In tempi di oppressione] ognuno segue la propria coscienza; io posso soltanto dirti quel che credo di dover fare, senza cercare di parlarti in nome di altri. Dico o scrivo fin dove posso o mi lasciano, e a volte dico di più di quel che mi è permesso. C’è gente che non può sopportare la tutela della censura e sceglie la soluzione di pubblicare all’estero o di esiliarsi. Altri hanno chinato la testa, per sopravvivere, dicono, e li hanno messi a tacere. Però in questo mestiere ci sono alcuni modi per eludere qualsiasi tutela e bisogna approfittarne. Questo, per quanto riguarda il lato scrittore; ma gli scrittori sono anche cittadini, e in questo senso devono agire secondo le loro convinzioni. Il contrario è un codardo o un ipocrita.

Note

[1]
La poesia è contenuta nella raccolta Salmos al viento (1958), la seconda pubblicata dall’autore.

[2]          La rivista, fondata e diretta da José Garcia Nieto, prendeva il nome da Garcilaso de la Vega, autore del Siglo de oro e militare, rifacendosi a una poesia di stampo neoclassico e religioso.

[3]          La prima raccolta di Goytisolo è una raccolta di elegie dedicate agli eventi della guerra civile e, in particolare, alla morte della madre durante i bombardamenti di Barcellona

[4]          La citazione è tratta da un questionario sottoposto al poeta dalla rivista «El Urogallo», al principio degli anni Novanta. Come le altre interviste citate in quest’articolo, sono estratte dai materiali disponibili sulla pagine del sito dell’Università Autonoma di Barcellona, tra i documenti liberamente consultabili del fondo José Agustín Goytisolo : http://www.bib.uab.cat/human/fonspersonals/goytisolo/planes/publiques/inici.asp

[5]          Secondo Tuñon de Lara, nel dicembre del 1959 Franco aveva accolto Eisenhower al suo arrivo  nella base americana di Torrejón de Ardez. Nonostante il maltempo il presidente americano fu accolto in grande stile, con grande soddisfazione da parte di Franco e dello stesso Eisenhower che, al suo ritorno negli Stati Uniti,  dichiarò :  «Non mi è sembrato che ci fosse paura in Spagna ; tutti quelli che ho incontrato mi hanno parlato liberamente».

3 pensieri su “José Agustín Goytisolo: verità in maniche di camicia

  1. …sempre molto interessante l’articolo di Alessandro Scuro. Mi ha colpito il titolo
    J. A Goytisolo: verità in maniche di camicia. Infatti il poeta in tempo di dittatura franchista, durante le letture in pubblico, sfidava le pallottole del regime a causa delle verità scomode denunciate. Come, nel famoso dipinto di F. Goya, la fucilazione del rivoluzionario in camicia bianca davanti al plotone di esecuzione?

  2. Sono grato ad Alessadro Scuro perché di José Agustín Goytisolo so ben poco. Nella mia immaginazione Goytisolo figura come un poeta popolare, amato e considerato.
    L’avversione alla realtà franchista, alla censura e successivamente l’insoddisfazione per la società che si stava realizzando con l’avvento della democrazia, lo fa assimilare ai non pochi intellettuali europei che in un determinato periodo della loro vita hanno cercato di impegnarsi direttamente nel Partito Comunista. Molte storie sono finite amaramente. La sua non la so.
    So appena che José Agustín Goytisolo ha fatto conoscere traducendoli i nostri Pavese e Pasolini, che ha sempre reso omaggio a Machado, e che nel 1999 si è tolto la vita gettandosi dal balcone di casa.
    Ora che lo Scuro ha inquadrato, pur brevemente, questo poeta spagnolo nel contesto storico e sociale sarebbe un buon motivo per andare alla ricerca delle sue opere, perché le risposte che un poeta può dare si trovano nelle proprie poesie più che in tutto il resto.
    Ubaldo de Robertis

    1. Grazie ad Annamaria Locatelli e Ubaldo de Robertis per l’interesse e il supporto. La rubrica inizierà a seguire un corso più strutturato, analizzando l’opera dei singoli poeti in più puntate. Seguiranno quindi a questo altri interventi su Goytisolo, che resta ingiustamente misconosciuto nel nostro paese.

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