Parole beate

barocco mascherone

di Antonio Sagredo

In Appendice:  7 note su “Parole beate” di Ennio Abate

Prologo o Epilogo ?

Per gli esiliati come me, ma non altri,
che non hanno mai scordato come
Io non sono, e che per questo mai
si possono smarrire in una novella storia.

Sanno conteggiare perfino i fiori appassiti
e gli animali ricordano che loro esistono,
proprio loro sono capaci di urlare: Ora o mai più!
Questo vuol dire : è l’oggi che non viviamo!

E con ostilità e scortesia, senza esempio alcuno, mi elevo
nel futuro e con uno stendardo malvagio e disonesto
urlerò come nella gioventù, quando scendevo
le scale di Giacobbe, di ogni cosa che si deve a tutti.

E imberbi non volevamo quel che sarebbe stato il nostro
futuro, quando ancora non lo possedevamo né ci era donato,
eppure avevamo tanta ragione, ambizione e smania
di appartenere oltre tutti i confini e i limiti.

Chi muore di gioia e di beatitudine mi sorprende
perché sono circondati dalle genti, da interi popoli!
Pure la verità non è stata mai gradita o così creduta:
non ci sono altri tempi in cui le vite non potranno che morire!

antonio sagredo
Roma, 6 novembre 2015

PAROLE BEATE

1

E se a un demone levassi il cuore
Io vivrei di più della sua stessa immortalità?
Perché all’orrore di vivere dobbiamo la vita
E lo sopportiamo quando vicini alla sua fine
Lo generiamo ancora intatto per la sua pietà?
E sulla soglia, insolito e tranquillo pellegrino,
Mi trattengo dal maledire quel demone in pianto
Come se da una culla un messaggio mi giungesse,
E a chi rifiutarlo se non ai bambini? Che al posto
Delle ali nel cerebro hanno il disprezzo per l’uomo
Che saranno e la fiducia barattano per uno sterminio!
E nemmeno un Nulla ci conforta laggiù nel bene
Che scambiammo per scintilla una preghiera.
E a questo sole di cui desideriamo ardenti una fine
Antelucana perché nella luce si concentri la sua cenere
E la pelle dei suoi raggi ci sveli la maschera di un idolo
Che noi amammo più dei nostri crimini inconfessabili…
Chi amare se amore non fu mai un inizio ai nostri affanni
E che ognuno nasconde nel suo cantuccio per non rivelare
La conoscenza di universi che recitammo…
Nei nostri corpi forse vi sono soltanto inverni, e che le resurrezioni
Cessino d’essere speranze di distruzioni volontarie!

E pareva una fine oltre un traguardo mai raggiunto
O sai tu quale è l’empietà che ci sorveglia e che
Nella notte era annuncio di ritorni a un mito
Oscuro che mai fra le nostre dita abbiamo stretto?
E la parola amata non conosciamo e solo nei disastri
Con un futile pensiero la riconosciamo disvelati
A un fittizio sacrificio… e per questo, e ti tormenti di mortalità
Inesistenti, e per questo che il nostro movimento
Sulla terra ha termine quando il canto è più mortale della vita!
Non sappiamo se prima di un principio mai saputo
E dopo un termine che mai sapremo una giostra ci governa
A una eterna sospensione.

E se noi ancora una volta procediamo per imitazione
Quali le nostre destinazioni se dai trascorsi impariamo
Se non il Nulla multiplo tanto da amarlo più degli dei?
Poi che per quell’amore dobbiamo sopravvivere nella finzione
Come la marina liberazione del battello davanti al molo,
E restiamo attraccati perché già prima delle partenze
sappiamo tutti i dove! E per questo non partiamo,
E il viaggio non esiste più!
E le ancore delle speranze sprezzanti doniamo all’oblio!
E quel viaggio, io, non feci per un selciato di bestemmie
Dalla soglia all’orizzonte!

E né dai demoni né dagli dei fu benedetto il pianto
Su quel tracciato nobile di una celeste stazione –
Consolazione per mentecatti –
E ascoltai il silenzio che giunse immune dai rumori di universi
– energie oscure o altro che non sapremo mai? –

Come le radici tentacolari delle luci metropolitane
E io nei singulti di un condannato alla deriva cercavo il mio patibolo!
E nella sua voce restai intatto come se avessi offeso un dio fittizio!
Ah, dalle schiere di leggende e dai giovani Poeti
Le torture ballerine di parole beate!
E nemmeno in un tempio pagano l’eco della mia gola è più presente!
E in una cattedrale nemmeno un accento di pietà crétienne,
E in una sinagoga quegli ondulanti piagnistei da teatro
E quei cavatappi di capelli oleosi sulle tempie,
E nelle moschee altre finzioni di lamentose scimitarre e sguardi doppi…
Non ne potevo più delle loro Scritture belluine, di divini elefanti e di serpenti!
E mi storpiai gli occhi per non più vedere questi cimiteri di umiltà,
questi ridicoli ossari, questi crimini umani!

E voltai lo sguardo mio verso me stesso – sarebbe stato meglio non vedersi – dentro!
Per non giocare più coi loro spiriti di cartapesta
E ricordai i miei versi che su Saturno trovarono un rifugio… amato!,
E mi insegnarono loro di non mirare più la Terra,
Di scordare la sua storia che da tempo non era più la mia,
Di scordare infine – e qui io piansi – la mia progenie
Padre mio! Madre mia!

E i fiori tutti da cui oramai non attendevo nulla…
Le lagrime mie non erano più cose umane!
Quel che ero stato prima, lo ero ancora!
I tradimenti non si addicono ai condannati della parola!
E nemmeno la mia identità abbandonai come fosse un truciolo!
Tutti i cari affetti mi si fecero intorno – i miei solitari idoli!
Tutti gli anelli mi circondarono teneramente…
Ero un agnello di zucchero che non sapeva lo scioglimento
Del Tempo e che pure la Morte lo adorava risentita,
Come se avesse la mia sostanza sottratta a lei l’immortalità!

2

E come in un mio verso antico mi riflettevo su Narciso
Che gli angeli scannava come agnelli,
Che spegneva i candelabri simili a patiboli
E oscillavano fiammelle orripilanti…
Fantasmi di quello spirito che scese non si da di dove
Per diffondere una fede inesistente… i cieli barocchi
Mi sono testimoni di coloro che s’attorcono come corde
Per artigliare le coscienze e soffocarle nelle oscurità
Delle credenze….
Spazi celesti che fra preghiere, canti e corali occultano violente
Perversioni e delitti innominabili
E per ogni grano di rosario è pronto un assassinio quotidiano.
E ancora anatemi
Come milioni di stiletti per torturare fin dalla culla alati spiriti
E nei cerebri infilare l’affezione a idoli gommosi,
Liquami di corpi eterei, scarti di gesso e di cartapesta fra le navate
In deliquio!…
E me ne stavo mirando nei miei stessi occhi le contorsioni di cagne,
Di madonne che nelle estreme voluttà dei loro corpi
Sanguinolenti nemmeno ai demoni somigliano
Nell’estasi!

Chi ero io su quella Terra ora che Saturno m’accoglie
coi suoi anelli?

Mi ricordai, la testa ciondolante fra le mani, le future costellazioni di Psiche
E della Terra snaturata le tenere catastrofi della materia.
Miravo coronato di ghirlande artificiali le viuzze della maliarda
salentina tracimare garofani come occhi insanguinati tra funebri corone;
E solitario come un fognesco ratto grufolare nel piscio asinino
Agli angoli sfatti delle cattedrali
Per espiare su presunti roghi i fallimenti di carboniose lacrime…
Siamo a Tolosa o no?

Giravo fra i sobborghi, i miei passi schiacciati dal fandango
e gli stendardi al vento.
Mi crollavano sul capo dai doccioni torrenti di muco delle salamandre
Estenuate – di pietra! – per un promesso fuoco che mai giungeva fatuo
E per le mie frenesie dialettiche aride come le chimere minacciose,
Una decorazione, dopo tutto!
Che potevo fare, io, se il mio corpo era una squarciata bocca
che urlava alle stagioni recidive le sue variopinte maschere?
L’umido malumore delle foschie autunnali,
Le mortali e desolate primavere dei lillà,
Le terrifiche nevi che tracciano le assenze di abbandonate civiltà
E i soli che liberati dai propri raggi la Terra divoravano come Saturno!

E mi sentivo orfano degli applausi inesausti della stoica Natura,
Come il defunto di un requiem qualsiasi…
Sorella, tormentarsi?
Perché davvero sappiamo chi siamo, ora!
Come se le nostre destinazioni non più dal Nilo nacquero,
ma dalle necropoli!
E non più s’addice ai morti il libro se l’ibis e lo sciacallo lottano fra di loro!

Mi afferravo agli anelli erranti che clementi come in una zana mi dondolavano
E in quel cantuccio, sotto una nera scala di servizio come il poeta
Vivevo e pensavo a ciò che dell’ignoto conoscevo…
E non era un errore questo mio viaggiare con loro
Come nel grembo la creatura si agita per il volto della madre che non sa
E per questo già vive nel mistero… proprio lui che è mistero del segreto!
Così noi viviamo in un linguaggio che non sa chi noi siamo!

Costruiamo invano cattedrali perché alla loro ombra dissetiamo
La nostra scienza, e il suo dire ci è caro come la bellezza di un numero
Ci traduce in quegli spazi che beati crediamo saturi d’orrore…
Recidivi siamo nell’errore…

Macchine già mitigano la sofferenza, ma è un inganno!
E questa offesa ci canta uno scabroso madrigale,
Come se lontanasse da noi uno specchio offuscato che è la tenera rovina
Di un trucco, e dietro la scena ignora il canto di un sospeso gesto…
fra le quinte la maschera che io ho scelto mi travolge come una novella
storia senza fine
E io ritorno in una pozza nera di periferia
Per un groviglio di dettagli nel mio volto
E celebrare fra me e gli Universi
Infine un armistizio…
E siamo insieme…
E insieme è questo vincolo…
È la vera comunione come nell’infanzia la carezza inesauribile di una Madre…
E di un padre tollerato.
E la risposta sono gli occhi che con le mani cercano uno simbiotico Sguardo.

Cercano e non sanno ancora la domanda che sulla pietra fossile è già data.
Non cercavamo che un incontro, non d’anime materiali,
Né di corpi immateriali,
Cercavamo una intesa che fosse gioco inaudito,
Disinvolta speranza fra gli anelli incontrare altre creature
Che in fuga compresero l’abbandono e il canto,
Da rifondare una terra
Che non fosse eguale a quella,
Che già per noi è l’ignoto che conoscemmo a fondo
e non vorremmo mai più conoscere.

3

E prima di un origine che non sapeva il Tempo
Iniziammo a danzare uniti, e nei rosari delle nostre preghiere
Nemmeno la pietà ci venne incontro poi che la colpa
Non conoscevamo ancora come se fra amanti
Le tenere labbra fossero un ignominia a toccarsi!
E il grido di Leuca somigliò a quello del falco
Per la mancata preda… nell’oscurità
Si consumano le voluttà della carne,
E il mancato desiderio è un delitto che mi umilia
I corpi… così gli spiriti cessano di essere consistenti, così
Il poeta canta senza voce! E se dalle labbra un rivolo
Madreperlaceo irrompe nella sua serra in fiamme
Ecco che l’aurora giunge come un sigillo per sospendere
Nell’urna i defunti amori e ai necrologi dona l’onore della fama
Postuma, così si consumano i tempi del futuro perché già
Tutto conoscemmo delle trascorse sfere come in un medioevo
Che restituisce baldanzoso le visioni alle vetrate!

Le avanguardie di tutte le arti risorgono soltanto nei ritorni
E i loro traguardi sono le armonie dopo le fratture e i conflitti
Che sono il sangue dell’evoluzione… come i litigi
Fra due amanti che evocano una fine che mai ci sarà
E incontri che come novelle storie raccontano amplessi
Senza fine, contorcimenti di due corpi, calchi delle loro
Deformazioni testimonianze di amori senza limiti…
Come a Pompei le soglie e i cardini applaudono
Trionfi di indistinti corpi!

Così, dunque, ad ogni quotidiano risveglio la notte
Si smarrisce per i carnali desideri della luce… gli abbracci
Detestano le lontananze e i confini, le dita che distanti
Si fanno evanescenti, gli occhi che nelle orbite smarriscono
Le visioni… i nostri passi che mirando indietro furono
Amanti nelle stesse danze, e i nostri gesti ancora una volta
Eguali!

Destinazioni si dice, e le direzioni?
Solo che gli altari e gli idoli lontanano i filiali prodigi,
I primordiali vagiti come i canti corali di milioni di poeti…
Come si somigliano le loro maschere si distinguono fra le innocenze!
Come gli specchi accettano la propria sconfitta nella luce!
E ancora una volta la veglia testimoniava il mio benestare…
Ancora sognai – nostalgia? – la Terra che detestai poi che
Fu sede di delitti e di stermini, non solo per gli idoli,
Perché il sangue – non più umano – svanisse
Disinvolto come un non c’è niente da dichiarare!
Così i carnefici perpetuano la loro specie e mai colpevoli, e molti
Furono e saranno sacerdoti che sugli altari detteranno
Nuove fandonie, pettegolezzi di teologie spicciole, ecc. ecc.
Dove trovare, e quando, un cantuccio per la propria autonomia?
Dove e quando difendere il proprio udito da parole scellerate
Sature di fittizie fedi, di credenze, di promesse, di insensate leggi?

E la discesa verso l’inconsistenza…
Dei corpi e degli spiriti!
I grandi amori: queste grandi finzioni!
Come si rinnovano i patiboli e i roghi
Per deserti, campi, giardini… sono sempre intorno!
Tutte le latitudini e longitudini sanno cosa sono le sofferenze
dei corpi e delle menti!

E quelli che appena nati morirono sono i soli beati,
Poi che non conobbero il sangue e la morte!
E i non-nati ancora più fortunati nel fiorire prematuro,
Ma quelli che seppero la prima infanzia furono già colpevoli
Per la loro testimonianza!
E altri che cessarono giovani?
Se ne andarono via disgustati già all’inizio di un orrore
Di cui non videro – la fine?
E quelli che restarono a vivere… per vivere soltanto
I più colpevoli e mai sazi di vedere, inattivi, le torture
E altro che io non dico…
Di chi la colpa d’esser nati? e viventi ce la coltiviamo
Come virtù e capriccio!
Ma noi che viviamo ancora come se la vita fosse un dono
E non una condanna, cosa speriamo ancora di vedere?

E nella notte, noi, ancora gli occhi sui fuochi teniamo desti
Perché nei terrori temiamo le nostre fluide maschere
Che di giorno si dissolvono per esser fuori da ciò di cui siamo formati
E dissipiamo i sogni sui capestri
E dopo i roghi raccogliamo, ciechi, le nostre ceneri – disperse!

4

Non sopporto più dei trionfi le sue ceneri…

E corrosi dalla nostra stessa mente siamo ossessi ad ogni passo
E senza sorrisi sono gli stendardi delle nostre follie – fossili
Nemmeno dissolti , senza storie, si dileguano i cammini dietro muri
A cui noi domandiamo se mai testimonianze dei trascorsi…
Taciturni non vollero dire le ossessioni, gli effimeri ritorni,
I rovesci dei destini e nell’oblio si traviarono… recidivi per antonomasia.

E allora a Narciso domandai:

– Perché non sei morto con la tua maschera riflessa?
– Perché continui ancora a specchiarti?

Mi rispose

– I poeti mi hanno escluso dai grandi miti, non sono che un accattone di riflessi!
Non ci sono più stagni, soltanto accidia di lagune!

Ma noi viventi ancora, solo in apparenza restiamo interdetti
E con la pece del sangue sigilliamo le tristizie…
Rendimi la quiete che un giorno donai al caos,
È da quel giorno che un calice, sugli altari, s’è mutato in rondine ferita
E non so più dove andare, sono decollato di visioni
E non ho che da cantare un madrigale oscuro…

Continuò

Se fossi stato per un solo istante un satiro o un fauno avresti
Dal tuo spirito cancellato la carnale frenesia, avresti avuto
Come sorella la Medusa a cui confessare fra serpenti i tuoi delitti!
Ora, come me, non sei che un accattone di versi altrui,
Non sei che uno dei quattro angeli di legno inchiodato a un carro
Funebre,
E nemmeno il cigolio delle ruote ti conforta… per te non è musica!

Intanto se ne veniva giù una voce lugubre : “qui, i poeti…”
E nei loro volti una pietà che invogliava l’animo… scendeva
Dalla soglia della Casa degli Artisti un corteo lunghissimo
E infine una donna di una bellezza velata e offuscata, ma non guasta
un tempo maestosa… sembrava in pianto, sembrava…

Perché dunque la Natura distinse il pianto dei poeti
Da quello delle donne?
E quelle donne che generarono versi come figli amati
Avevano un pianto eguale?
Così mi domandai stretto a quegli umidi muri sulla Kampa
Mentre con le dita mi cavavo gli occhi poi che m’avvicinavo al silenziario,
Dove i Morti preferiscono le orbite alla misericordia di una qualsiasi visione!

Non potevo lagrimare ed era un inverno delle solitudini,
Non un albero conservava, nemmeno per sbaglio, il ricordo d’una foglia
O la progenie delle proprie radici dove ancora una volta
Si ripeteva la farsa di Orfeo e Euridice… di questi due siamo stufi, infine!

E il muro si strinse le spalle e indossò un cappotto di muschio
Perché s’era dimesso dall’essere soltanto sostegno degli accattoni
E non voleva proteggere alcuno… alzò tacchi e mattoni e se ne andò via.

A far da quinta alle commedie c’era un dramma del bardo
Per imitare dei corvi le pere incenerite del loro piumaggio!
E ascoltai, paziente, se ancora era possibile udire quei due innamorati fantocci
Che ancora recitavano – già fuori di millenni! – lo stesso recidivo abbandono.
Non potevo più donare la mia carità a quei figuri… mutarli in pietra
Non era possibile – c’era già un mito per questo – pensai allora di vestirla
da Maria Stuarda, e lui da misero e coatto Amleto di periferia… e poi la loro fine! –

Ma i miti sono duri a morire e non accettano le repliche,
pure, talvolta, è necessario sapere cosa c’è fra una domanda e una risposta!

E ho saputo che un’ occhio di bue diviene basedowico quando
Un gesto è sospeso più di una parola che ha un senso obliato
E vale soltanto per i passeri a cui si gettano perline di rugiada invece
Di mollica… e allora che scatta il flash della mia misericordia per l’attore
Privo di una parte che non avrà mai e che nel suo risentimento
S’accuccia all’ombra di una quinta ospitale, e non vuole essere al centro
Di una scena… ah, Madre!

Così mi attraversava la città maliarda, attrice gesuitica, ogni mattino da Scuola a casa…
E fra le viuzze e le giravolte il fetore delle urine e quel quarto di romano anfiteatro
Come una latrina… un fetente orifizio sbattuto contro il cielo turchese, Volta
Celeste la madonna di cartapesta e null’altro… nella sua nicchia
Lacrimava… fu scoperta da Carmelo questa Nostra Signora…

Attraversavo la villa… gli sguardi esangui dei mezzibusti di pietra,
E piangevo, io, a vedere quella lupa adolescente torturata come me
Oscillante fra le sbarre – creatura vittima di un urbano simbolo,
orgoglio municipale – che schifo!
Miravo di Giulio Cesare ogni giorno lo sguardo ateista
Il suo sdegnoso volto… nemmeno di marmo, per la madosca! –

Aspettava da me un poema! – e l’ho scritto con le sue fiamme, sotto il Rogo, infine!

Infiammati di dio e d’arte: non si sono mai incontrati.
Avevano di che chiedere soltanto stagioni d’amori mai sognate,
E la necessità retrattile di una entità metafisica !

5

ah, questi mondi come mi sono noti fino al sangue!

Ma guarda come canto questo affilare il cuore,
Questo mestiere che ti traduce diritto alle parole,
Questo massacro del pensiero al nulla recidivo:
Non ho dunque atteso l’aurora per vedere la luce.

…e il vagabondare dello specchio che mi illudeva, ciondolante
E interdetto lui ad ogni mia visione, e mi condannava quasi fossi
Un esiliato dai riflessi franti e che il corpo accusava di domande:
Perché mi hai costretto a vivere?
Perché mi hai costretto alla vita
Simile alla Tua?

E nei sentieri, alleate di memorie fossili e cristallizzate lagrime,
Le selci tracciavano una retta dinoccolata e appuntita perché
Al pellegrino fosse un traguardo vietato infine, e limitare
A un solo suo gesto il movimento ellittico… il tenero riso
Di una galassia mi venne incontro – collassata d’amore!
E mi parlava lei dei suoi capelli corvini, invasato
Da linguaggi albini, componevo con la mia balbuzie
Disincantati versi e suoni che da quegli anelli mi giungevano
Intatti quasi fossero tasti di un sistema di armonie siderali
in grado di ordinare al sole di dilatarsi pulsando
e scoppiare in mille stelle come fanno soli invecchiati..*

E come mi smarrivo beato cantando i poeti amici – stordito!
Sussultavano i loro sogni ad ogni battito che qui disegnavano
Su quaderni quotidiani tutte le tristizie della Terra,
E le mie parole erano come legioni di nastri funebri.

Quanti misteri per me,
di felicità!

Un refrain che si ripete, terrifico come nelle stragi gli occhi di Diomede
O come quelli, privi di orbite, di un Arlecchino che ha smarrito
I suoi colori!
E per questo il nuovo ruolo è solo la nostalgia di un esangue balsamo del tempo
Che dai princìpi ancora ignoti ci divorano il pensare e il fare…
L’esistente che noto ci sorprende a una disarmonia feriale.

Noi, che circensi creature sappiamo la Rota e il Quadrato,
Che in loro tremanti affidiamo i nostri corpi alle acrobazie
In quegli angoli che ci oscurano la gioia di un applauso
Negato e che per questo sappiamo come infine riposare
In un sarcofago tranquilli poi che un epitaffio ci ricorda,
Come fu fissata la nostra vita a un filo fantoccesco!
Qualcuno in una comune fossa non sopporta il mito
Che fa pieno il vuoto di un comune oblio;
Altro, nell’acqua dissolve il proprio nome e il canto.

Dove il centro dell’oblio
o è il burlesque che crea la finzione?

* Robert Browning

6

Con la resurrezione senza pietà per i morti
– principio non umano, né divino –
Noi avviluppati da carnivore piante e da sogni barbarici,
Ma nella canapa o nel lino nudi siamo distinti dal miracolo.
La lacrima non è affilata dalla destinazione e il Nilo
Se ne va tradito dai deserti e dagli Dei,
E dei fiori di linguaggi non ci curiamo delle orbite,
Come se il maleficio della nostra risposta ci riscattasse
Da una altra vita che qui non viviamo
e non per il malaffare che ci governa…. il presagio
Nello specchio è un potere che s’ incurva coi suoi limiti
Per disfare il nostro volto, ma non la maschera.

E Flora mi tradisce mutando di me il mio martirio
E il senso, e il corso di un tragitto ingannato dai tracciati:
Amore che sfiorendo m’offende il disamore!
E nelle stanze il poeta s’ingravida di suoni e di parole
E ai girasoli si volge avvitando il centro della rotazione
Perché la linfa si muti in sangue, come sulla scena l’attore
Il grido in canto e il gesto in contumacia si dissolve.

E nei labirinti delle note scopre l’essenza
– Acqua dei suoni nella cisterna antica della mia sorgente…..
Vecchiezza del suono che da noi s’espande fino agli universi…
Universi?

Ma di noi s’infischiano, siamo interdetti ai loro confini
E in un moto che non sappiamo il nostro turbamento,
… e loro, i non esistenti senza legge,
E soltanto coi numeri immaginari i circoli invano decrittiamo.
E solo allora che l’orecchio cessa, strumento del sentire, di vibrare,
E l’occhio fare a meno delle orbite e visioni e i restanti sensi ammutolire
Davanti ai ricordi che dal futuro si fanno incontro con la dimenticanza.

E nelle mie Legioni cantai gli scannamenti degli angeli ossessi
Che alle ali negarono il volo come all’attore l’unico sospeso
Gesto e alla sua voce la giusta e sublime intonazione negare
Fin prima dell’origine primaria quando il kaos dominava
E in se stesso teneva tutto avvinto… ma l’ordine e la legge
E quel numero con cui noi tutti leggemmo del Tutto – un Nulla!

La divinazione era sul leggìo una lettura ordinaria e la chiarezza
Della nostra mappa era già segnata… noi uscimmo fuori quietati
Dai tracciati per amore o amati da una fortuita combinazione.
E fu uno stupore per la nostra soglia: dove volgersi? dove andare?
E in quale dove? E del tempo ancora non avevamo il senso!
E tante domande ancora e davanti a noi e a me il sangue dello Spazio!
….. che mi trascina e, recidivi lui ed io, rinasciamo nella ripetizione
Che mai ho conosciuto… Quel calice che svuoto dell’assenza!
Quel calice che mi colma di mancanze!

7

Tavolette d’argilla: umiliazione e vergogna del canto
E la parola cedette al disegno il suono… così finì la gola e il coro!
E fra le navate non una supplica s’elevò al numero per sollevare
La ragione dal fondo di uno ignoto cominciamento…
La volta che non era… il balenìo dell’arco sfatto dalle pozze!
E non ci furono più voli fra le risacche e quelle rocce a picco
Dove non sai se ali e spuma in fusione sonori si legittimano…

La domanda non muta il sesso di un eco in una conchiglia
Perfino gli autunni cancellano le cadute dalla propria natura!
Quei tonfi che testimoniano il via vai di stagioni non ci saranno più
E nessuna tomba sarà più squillante dello sguardo di un moribondo
Poi che le rimembranze s’addicono soltanto a chi le nega…
Così la giostra s’affossa nei futuri che per eccesso abbiamo preceduto.
E trovare una sorgente non so… se in un patìo dove un qualsiasi Antonio
sverna la propria inconsistenza e a un muro s’artiglia
Per smerciare fra i mattoni un muschiato trucco
O fra i cartoni una istanza che non fosse una preghiera
Votiva ad una luce antelucana…
E il poeta canta…
Nel mese dell’afa profonde sono le notti… E le stelle, come suonano…

Perché io vivrei pure nel futuro se solo sapessi i suoi confini
– questo richiede l’immortalità o l’eternità io non so…
Avrei modo di conoscere tutti gli astri e le sfere: sarebbe
Dunque questo l’unico amore che volevo o c’è dell’altro
Che non so, come p.e. i tumulti dei tumuli come fatui amori!

E allora dovrei ritornare su questa terra, io che sono oramai
Saturnino carnale, che canto i suoi anelli quasi fossero amorini
Da incorniciare vicino ad ogni cantuccio sperduto negli spazi?
No! È da tempo che sono un cittadino di tutti i luoghi possibili,
E sono in ogni dove accolto.
Anche là dove tutto si collassa!
Dove il Tutto non significa ogni cosa.
E questo non s’addice alla mia presenza o all’attimo che mi assenta…
sono la Metamorfosi che mi controlla della materia – i sogni!

I sogni.
Di chi sono i miei sogni?
Davvero se potessi non sognare i sogni non miei!
E sognerei metropoli… metropoli di chi? e di che cosa fatte?
Di terrestrità?!
Anche se altrove la materia si ripete… sono altrove: almeno!
Ho il non-spazio che m’attende e che conosco…
il viandante, il pellegrino… illimitati nei tragitti e nei sentieri,
e non esiste un non-luogo che non conosco
sono io che devono conoscere, trovare, cercare…
sono il loro Ignoto, il Nulla, il Vuoto, il Tutto
e il Resto!

8

a carlos gavito, il tanguero che balla il silenzio e la morte

E una sera di vigilie
Quando cessarono tutti i tramonti e le attese
E le aurore perdute nella notte conobbero la luce e l’onde
Nell’oscurità come sentieri inespugnabili alle spume
Io non seppi più se nate e dove le sorgenti…
E mi trovai in un millennio come in un cortile al centro
Di un ponte… gli spazi e i tempi: inesistenti, e amortali.

E nell’istante della creazione fra parola e parola
– O ponti, una volta arcobaleni! –
Ballano il silenzio e la morte un passo dopo l’altro,
Come in un tango che intreccia e tacchetta una condanna lenta
A due corpi appassionati: virtuosi sguardi e vuoti scellerati!
E nella destinazione ognuno s’affossa nell’essere
Ch’era stato e che mai era stato un essere altro!
E s’annulla il moto di una visione in ogni dove
Di uno spettro che non ha nostalgia dell’umano.
Labbra e palpebre sono un misero traguardo
Che già ai viventi abbandonammo quando la soglia
Era in tutte le rovine e le perdite una gioia preesistente
E ogni cosa e ricordo noi lasciammo insofferenti
All’inquietudine dell’oblio.

Orfani di tutte le maschere e le danze,
Noi che avviluppati nei mantelli abbiamo scordato i nostri volti
Umani… questo abbiamo voluto, per questo abbiamo
Vinto la rovina! Questo smarrirsi è la vita, ma non su
Questa Terra!

Avanzavo, e con le dita tagliuzzavo le maschere e i volti che mi somigliavano.
E ad ogni passo un volto, e una maschera a ogni altro passo!
Non volevo essere io in tutti i passi, in quest’io che mi inquieta dalla Nascita,
E che ancor prima m’hanno stampato un calco
E marchiato come un agnello in fiamme
Quasi fossi celebrato da millenni il mio avvento!
Come in un mattatoio questa nascita che non ha radici!
Questo ha dissipato la mia materia e il sangue
E la ragione!

Così su Saturno o altrove possiamo rinascere davvero nuovi
Come se a numeri infiniti un numero altro
Non infinito o la sua negazione…
Sarebbe leggerezza…
E poi essere lieve come uno dei qualsiasi numeri nei cristalli dei fiocchi
Di neve… e sciogliersi,
forse così la partenza, gli arrivederci e gli addii…
Lievezza, ovunque.

Non ci sono più ai crocicchi barocche lacrime,
Non c’è più Oriente.
Nessuno agiterà le banderuole ad ogni pietra miliare,
Nessuno i metallici galletti sui merletti consunti delle torri sveve.

Che armonia possedere in sé un altro canto!
Spazio che divorando altro spazio s’infiamma
Amore che sfiorendo s’innamora di nuovo Amore.
Celebrare la leggenda è dar vita alla Vita,
Non è nemmeno una nostalgia
Se né un bambino o un vegliardo la ricorderanno.

9

Dagli altari raffiche di viole d’amore, di violette e… foglie secche.
I suoni si spargevano come refrain per chi sa quali orrori recidivi
E i siderei fochi incoronarono i monti,
E gli smarriti soldati della memoria
Come demoni genuflessi tra raffiche di carne
Avanzi di ali e di fruscii…

Sapevo che non c’erano più strumenti senza note sui tumuli
E soltanto dalle creature di pietra crollavano esangui le lacrime,
E in tumulti non ero io tra queste che in corteo spandevo coriandoli
E confetti…
Tutte le maschere dell’Arte mi presero le mani,
Mi presero come un compagno di strada… mi presero gli occhi
E le mie visioni!

Nel mondo che sto lasciando non sono vissuto invano,
il mondo abbandonato vivrà senza di me,
ma resteranno le mie opere stampate e i germi –
già seminati nei cuori e nelle menti dei miei lettori.

Perché volete sapere dov’è? L’importante è che egli sia felice.
Perché volete sapere dov’è? L’importante è che egli sia felice.
Perché volete sapere dov’è? L’importante è che egli sia felice.

Si frantumò il tramonto in una tazza d’oriente,
Volò via come colomba con le ali a pezzi
Che uno specchio barattò per una fittizia falce
Incurvata come una non voluta Morte
Che da una alcova tradusse Amore in cenere
E in una urna esterrefatta l’ospitò a malincuore.

E non sopporto più di abbandonare l’inferno al suo destino,
Il nostro sguardo è differente nella somiglianza,
Le figure e gli stupori mirabilmente non protetti
E nel pensiero che m’oscura…
Immortalità – ti aspettiamo!

10

Il viottolo di latte oscurava il mio passo di quasimodo,
L’occhio m’implorava la rovina della visione e
In contumacia con l’unghia della ragione
Lo sguardo ch’era interdetto s’incurvò
Per l’orbita vermiglia sotto l’ombra del patibolo.

I merletti il falco conteggiò con le piume
Piegate dalle raffiche angolari degli scacchi.
Sospese dal meridione le direzioni magnetiche
I venti della rosa i poli i quadranti le clessidre
Le ceneri…
Le ceneri degli specchi
Federico mirò la sua creatura ottogonale.

Le grida in un circolo come sotto una tenda straziarono
L’inaudita acrobazia di un corpo esamine
Applausi reclamarono un vuoto inondato di volteggi.
Le quinte sature d’attese e di sospiri vomitarono comiche figure,
Ma il trapezio ha generato la nostalgia del volo.

L’eternità sigilla la mia destinazione all’infinito
E io so che la resurrezione fra terra e cielo è una tortura,
È un inganno risorto dalla vita per un cammino ignoto.
Supplicai la mia legge di sottrarre al pianto e al riso
La carne che ad ogni passo si mutava in legno.

Dalla marina sui moli gli occhi miei un cerchio
Ascoltarono di selce e d’ossidiana,
E invano l’Occidente generò un qualsiasi tramonto
E l’Oriente una qualsiasi aurora…

E mi specchiai nudo prima della mia creazione
E innocente con la mia apparente eternità.

Antonio Sagredo
Roma, 24 novembre 2015
25 febbraio 2016

APPENDICE


SETTE NOTE  A “POESIE BEATE”
di Ennio Abate

1.
Questo poemetto di Antonio Sagredo, «Parole beate», si rifà per il titolo  a Mandel’štam.[1]  Preceduto da un dubbioso «Prologo o Epilogo?» di cinque quartine, ha  un ampio e solenne respiro metrico. I versi, suddivisi in dieci stanze, sono circa 1000 ed hanno un ritmo ronfante e quasi monotono (da coro d’opera?) con  momenti – segnalati da punti sospensivi o esclamativi o interrogativi –  di accensioni emotive, più liriche.  Ciascuna stanza contiene un numero vario di strofe, anch’esse di varia ampiezza. Tutte però con versi di solito lunghi o lunghissimi (di venti o più sillabe) mai prosastici e miranti al sublime. Rispetto a precedenti poesie o raccolte di Sagredo, pubblicate anche qui su Poliscritture, versi e immagini mi paiono meno intorbidati  e più distesi. È così più  agevole individuare i suoi temi, che si inseguono e accavallano tra loro privi di un filo unitario che non sia  il consolidato nichilismo di fondo, che secondo me contrassegna l’opera di Sagredo.

2.
Provo ad elencare questi temi. Innanzitutto troviamo l’«orrore di vivere» in una condizione di sofferenza e d’illusione,[2]  dominata dal Nulla e condannata alla finzione e all’assenza di speranze.[3] Viene poi lo  scherno  verso tutte  le forme storiche di religione: paganesimo, cristianesimo, ebraismo, islam.[4]  Segue la dissacrazione (barocca, si dovrebbe dire…) dell’arte barocca, e in particolare quella  di Lecce,[5] che nel suo ambiguo e represso fascino sensuale ha svelato al giovane Sagredo la riduzione ad eresia della ragione materialistica degli antichi. Un altro tema, che a me pare molto importante, è la mitizzazione autobiografica dell’autore stesso (forse una vera e propria autobiografia interiore, ben mascherata e artisticamente sublimata) che s’intravvede sotto la congerie di immagini tratte dai miti e dalle religioni.[6]  Avanzando nelle stanze del poemetto, incontriamo, in coerenza con la visione di Sagredo, una  meditazione funerea[7] – critica e autocritica – sulla Poesia. Un altro tema, che sembra indicare la strategia di fuga del poeta, è quello dell’estraniarsi: un essere/non essere, scacciato da un innominato paradiso, rifiuta l’orrore del mondo, dove ogni mutamento è impossibile,  e, mentre rievoca la sua precedente condizione, cerca un rifugio, un «altrove», «un cantuccio per la propria autonomia», in fuga «da parole scellerate/ Sature di fittizie fedi, di credenze, di promesse, di insensate leggi». E, poiché  il terrestre è venuto a mancare e di esso non si riesce neppure più a provare nostalgia,[8] sembra trovarlo  in un «non-spazio» cosmico  e post-terrestre, in un “altro pianeta” (o  in un divenire  “altro pianeta”?).  Che potrebbe essere Saturno,[9] da intendersi non solo in senso astronomico, ma come figura mitica carica di simboli.  Forse qui Sagredo allude anche a  una dimensione spirituale  saturnina,  che come benda coprirebbe l’oblio del terrestre e della storia degli uomini.[10] Solo da tale rifugio  sarebbe ancora possibile vagheggiare la giovinezza, intesa molto romanticamente come regno del desiderio infinito che si proietta ambiziosamente «oltre tutti i confini e i limiti», quindi  in «una eterna sospensione»,   fuori dal tempo o dai tempi («non ci sono altri tempi») nell’attesa di una misteriosa rinascita.[11] 

3.
«Parole beate»  ripropone  tutti i tratti stilistici della poesia di Sagredo: oscurità, teatralità, aggettivazione barocca; e  quel suo pensiero che a me pare luciferino  e sublime. Lo straniamento prodotto dai suoi versi, specie se confrontati con la produzione oggi corrente in Italia,  è forte. S’insinua mano mano nella mente del lettore e lo stordisce. Non  però attraverso la manipolazione del linguaggio (frammentazioni, ellissi o sconnessioni) a cui ci ha abituato lo sperimentalismo neoavanguardistico. I versi di  Sagredo,  anzi, si dispongono in frasi grammaticalmente corrette, rispettano la sintassi  e i significati consueti delle parole. L’a-logicità  straniata e l’oscurità scaturiscono, secondo me, soprattutto dalla fitta messe di citazioni, allusioni, rimandi ad  autori di tutte le epoche da lui amorosamente studiati  e scelti.

4.
Per esemplificare, accenno  soltanto ad alcune delle citazioni di cui sono giunto a capo: Rimbaud («E restiamo attraccati /perché già prima delle partenze/ sappiamo tutti i dove!»);  Leopardi («E ascoltai  il silenzio che giunse immune dai rumori di universi»);  Manzoni («una donna di una bellezza velata e offuscata, ma non guasta»);  D’Annunzio («i siderei fochi  incoronarono i monti» ); Browning («in grado di ordinare al sole di dilatarsi pulsando/e scoppiare in mille stelle come fanno soli invecchiati»). E troviamo pure riferimenti ai miti egizi («E non più s’addice ai morti il libro se l’ibis e lo sciacallo lottano fra di loro!»), a quelli di Narciso, di Leucasia, la sirena di Leuca, di Orfeo e Euridice («Si ripeteva la farsa di Orfeo e Euridice… di questi due siamo stufi, infine!»),  a personaggi storici  come  l’imperatore Federico II («Federico mirò la sua creatura ottogonale») o  all’eretico  Giulio Cesare Vanini («Per espiare su presunti roghi i fallimenti  di carboniose lacrime…/Siamo a Tolosa o no?»), a città (dell’anima) come Lecce o Praga. Né mancano i riferimenti alle proprie opere precedenti («E nelle mie Legioni cantai gli scannamenti degli angeli ossessi»). E, in conclusione, i versi di uno dei filosofi di riferimento di Sagredo, il polacco Andrzej Nowicki: Nel mondo che sto lasciando non sono vissuto invano».

5.
Quella di Sagredo è poesia rifugiatasi nel sublime. Perché di molta poesia sublime, da lui sacralizzata e posta fuori dal tempo fino a chiamarla La Poesia, s’è nutrito. Si tratta in effetti – se non ci lasciamo sfuggire le radici storiche dei fenomeni poetici e consideriamo le poetiche in maniera razionalmente laica – soprattutto  della  tradizione simbolista/ermetica che ebbe la sua grande stagione tra fine Ottocento  e inizi Novecento. Ma, come  accadde per Mandel’štam, autore non a caso centrale nella formazione di Sagredo anche per il  tramite della lezione autorevolissima di Ripellino, mille altri fili collegano la sua ricerca poetica a quelle degli antichi e a diverse altre aree culturali non soltanto europee.  Poesia nutritasi di poesia, dunque. E forse fin troppo esclusivamente.  Tanto da far pensare – ma è solo una mia ipotesi – al  manierismo seicentesco. C’è, infatti, in Sagredo una predilezione  quasi ossessiva per figure poetiche eccelse  e  quasi nobiliari. La stessa che ritroviamo in  poeti colti ed eruditissimi, vissuti non a caso  in  epoche di crisi.  Dico questo  senza ostilità preconcette.  Il manierismo non equivale, infatti, a  bassa imitazione o a sterilità inventiva. Ma è però atteggiamento tipico di epoche in crisi. E mira,  in modi che a me paiono difensivi e nostalgici, alla valorizzazione estrema dell’artificio linguistico e della finzione a scapito del legame più diretto  che la poesia (o una certa poesia: quella di epoche di risveglio o di rivoluzioni) ha cercato e intrattenuto con le altre attività anche pratiche  e gli altri linguaggi umani (sociali e specialistici). Che non sono – è un dato importante – necessariamente sublimi.

6.
Da queste tradizioni poetiche e di pensiero  Sagredo  ha tratto i problemi conoscitivi che l’appassionano e che paiono provenire con una loro particolare aura da evi mitici. O, come si dice con spirito più scettico, “da un altro pianeta”.[12] In tali tradizioni s’è immerso e si è appassionatamente smarrito, rinunciando – mi pare –  a riordinare, secondo una qualche esigenza unitaria, le immagini e i miti che esse gli hanno in abbondanza suggerito. Sagredo ha perciò rivissuto questo “tutto culturale” fuori dal tempo storico, come fosse ancora  intatto, non calpestato, smembrato o deformato dalle vicende quotidiane e dai conflitti ricorrenti delle società umane.[13] La sua dedizione sacerdotale a questo vero Culto della Poesia  accresce oggi la capacità di seduzione esercitata dai suoi versi. Specie presso un pubblico di poeti e lettori, che in questo tempo di crisi e di confusione d’idee, stufi di affaticarsi sulle rovine delle Grandi Narrazioni otto-novecentesche, puntano  ansiosi ad una immaginaria Età dell’oro della Poesia o alla heideggeriana Origine. Essì, sì, sonoin sintonia con  l’oscuro sogno poetico di Sagredo. Che  è contraddittoriamente materialistico e metafisico allo stesso tempo; e si sottrae orgogliosamente  alla verifica della ragione  e – sempre ipotesi mia –  si avvolge nelle tenebre nichiliste. Perché, se irrazionalista Sagredo non lo è del tutto, resta intimamente antilluminista, ostile ad ogni distinzione tra vero e falso  o  tra oscurità necessarie  e oscurità superflue o insidiose.

7.
Come si è già  visto, anche  su Poliscritture, alla  poesia di Sagredo  – questo amalgama di pensiero-immagini-parole fuori dalla storia sospeso in un’astrtazione  cosmico-metafisica opportunamente velata – il lettore reagisce o respingendola o lasciandosi sedurre senza riserve. Potrebbe esserci una terza reazione, quella di un lettore ideale o da costruire per questi versi:  quella di chi li accosti guardingo verso  il  loro sostrato filosofico che, come ho detto, è anarchicamente  astorico libertario e antilluminista. Tale lettore non può accontentarsi di godere esteticamente della Bellezza lussureggiante e barocca delle immagini e delle metafore oscure di Sagredo. Ne riconosce la potenza poetica nichilista da cui sorgono, ma non se ne lascia sedurre. Non è vero, infatti, come ha scritto un suo acuto commentatore, che « Sagredo costringe il Nulla a uscire di scena». Lo mette invece inesorabilmente in tutti gli angoli della scena e, da teatrante consumato, ne officia ritualmente la presenza. Né c’è superamento in arrivo. Né vero conflitto. Che  in epoca di crisi sia questa l’unica possibilità della poesia (con la minuscola e cioè in rapporto coi saperi e gli «argomenti umani») non lo credo. Non mi sento però più di insistere, come feci nelle prime letture di questo poeta risalenti al settembre 2013 (Cfr. il blog «Poesia e Moltinpoesia»), a decifrare  l’indecifrabile (per me) dei suoi singoli componimenti in vista di un possibile confronto/dialogo. Sono però convinto che le doverose letture e riletture dei testi di Sagredo, analisi intertestuali più puntuali ed erudite o un’esplorazione completa della produzione poetica di Sagredo, ormai di vaste dimensioni e da ripensare nel suo complesso e non a frammenti, confermerebbero questo fondo nichilista e astorico. Che è assertivo e  forse invalicabile.  Da prendere o lasciare, insomma. Per  far intendere, con un’analogia, il problema critico che la poesia di Sagredo  mi e ci pone, direi che, come di fronte a un Céline del tutto impastato  negli orrori storici del Novecento, riconosco la  potenza della ricerca poetica  di Sagredo, ma  ne disapprovo gli esiti e non posso isolare questa bellezza dalle radici di un pensiero distruttivo.

[1] Ritroviamo l’espressione in questa poesia:

Pietroburgo ci incontreremo di nuovo,
quasi vi avessimo sepolto il sole,
e un’assurda parola beata
pronunzieremo per la prima volta.
Nel nero velluto della notte sovietica,
nel velluto del vuoto universale
cantano sempre i cari occhi di donne beate,
sempre fioriscono fiori immortali.

Come una gatta selvaggia s’inarca la capitale,
sul ponte sta una pattuglia,
solo un maligno motore fuggirà nella nebbia,
urlando come un cuculo.
Non mi occorre il lasciapassare notturno,
non ho paura delle sentinelle:
per un’assurda parola beata
pregherò nella notte sovietica.

Sento un leggero fruscío teatrale
e l’ah d’una fanciulla,
e un mucchio enorme di rose immortali
Ciprigna stringe fra le braccia.
Ci scaldiamo a un falò dalla noia,
forse i secoli trascorreranno,
e le care mani di donne beate
raccoglieranno la lieve cenere.

In qualche luogo le rosse aiuole d’una platea,
sfarzosamente rigonfi gli stipi dei palchi,
la bambola a molla di un ufficiale:
non per le anime nere né per i gretti santoni…
Ebbene, spegni le nostre candele
nel nero velluto del vuoto universale,
cantano sempre le sode spalle di donne beate,
ma il notturno sole tu non lo spegnerai.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam (25 novembre 1920)

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)
da “Poesia russa del novecento”, Guanda, Parma, 1954

[2] «I grandi amori: queste grandi finzioni!/Come si rinnovano i patiboli e i roghi / Per deserti, campi, giardini… sono sempre intorno!».

[3] «E le ancore delle speranze sprezzanti doniamo all’oblio!».

[4]  « Non ne potevo più delle loro Scritture belluine, di divini elefanti e di serpenti! /E mi storpiai gli occhi per non più vedere questi cimiteri di umiltà,/ questi ridicoli ossari, questi crimini umani!».

[5]  «i cieli barocchi/Mi sono testimoni di  coloro che s’attorcono come corde/Per artigliare le coscienze e soffocarle nelle oscurità/Delle credenze…. ».

[6] Si vedano questi versi:«Miravo coronato di ghirlande artificiali le viuzze della maliarda / salentina tracimare garofani come occhi insanguinati tra funebri corone». Ma anche: «Così mi attraversava la città maliarda, attrice gesuitica, ogni mattino da scuola a casa…/  E fra le viuzze e le giravolte il fetore delle urine e quel quarto di romano anfiteatro/ Come una latrina… un fetente orifizio sbattuto contro il cielo turchese». E, ancora, il richiamo al nesso bellezza barocca e pensiero libero: «Miravo di Giulio Cesare [Vanini]  ogni giorno lo sguardo ateista/Il suo sdegnoso volto… nemmeno di marmo, per la madosca! –». Sono allusioni che rimandano direttamente a « Lecce, la verde maliarda!

Lo spartito di una gorgiera sfogliavo di sghimbescio
dalla periferia del mio sangue ai sobborghi della tua carne.
Con la smorfiosa latrina del tuo cuore petulante  giocavo
per una manciata di ceri, di letanie – e  di rosari!

Era di magenta il tuo clitoride, come una reliquia notturna
che sotto l’occhio di bue brillava più di un’armilla di corallo!
Era un preludio di Sibelius questa scissura di note biforcute,
il pulsare di un orgasmo invernale che ciondolava dai balconi.

E la città, maliarda gesuita, sproloquiava da pulpiti d’avorio:
legni incarnati, svolazzi di palpebre, labbra dei confessionali!
Canti di cartapesta sgualciti dall’insonnia eretica!
Nicchie indiscrete delle giravolte!

Pietra dei respiri! Alito di cariatidi  mefitiche!
La taranta dilata le narici della lingua!
Nella notte messapica stiletti di orbite lupesche:
un addio ad ogni crocicchio, un arrivederci ad ogni trivio!
antonio sagredo
Vermicino, 11-15 gennaio  2007

[7] Sagredo pensa la Poesia non a caso come urna cineraria della Vita: «Nell’urna i defunti amori e ai necrologi dona l’onore della fama». Per lui essa non è mai  volta al futuro. E tantomeno al futurismo, nel senso italico e marinettiano che da noi  ha avuto tale termine: «Le avanguardie di tutte le arti risorgono soltanto nei ritorni/ E i loro traguardi sono le armonie dopo le fratture e i conflitti/ Che sono il sangue dell’evoluzione…». Non siamo, dunque, nella storia. Qui c’è al massimo Darwin e senza Marx. La poesia  è comunque sempre  volta all’indietro: «i nostri passi che mirando indietro furono/Amanti nelle stesse danze, e i nostri  gesti ancora una volta/ Eguali!». E i  Poeti-Narciso, dopo la catastrofe del Mito o dei Miti, per cantare – termine per Sagredo fondamentale –  possono solo farlo indossando una maschera funerea: <<I poeti mi hanno escluso dai grandi miti, non sono che un accattone di riflessi».  Essi sono «i condannati della parola!», costretti a muoversi  in un linguaggio-mistero che non li rende affatto più consapevoli: «Così noi viviamo in un linguaggio che non sa  chi noi siamo!», destinati inevitabilmente a sbagliare,ad errare: «Recidivi siamo nell’errore… ». O a cercare alla cieca un quid già fissato ab origine: «Cercano e non sanno ancora la domanda che sulla pietra fossile è già data». Aggiungo qui, per precisare l’atteggiamento antifuturista di Sagredo, l’interessantissima sua nota 86 pag. 18 che, come slavista e curatore del Corso su Pasternak di Angelo Maria Ripellino, 1972-73, mi ha messo a disposizione:
«Benedikt Livšic quando ebbe un concitato dialogo con Marinetti a Pietroburgo (fu dapprima a Mosca) nel 1914,  riferendogli della grandissima figura di Chlebnikov:”Noi abbiamo Chlebnikov. Per la nostra generazione egli è ciò che Puškin era per l’inizio del secolo XIX… A questo punto cercai di spiegare, grosso modo, al mio interlocutore quali fossero i meriti di Chlebnikov nei confronti della lingua e della poesia russa. Probabilmente non devo essere riuscito molto persuasivo a Marinetti…”. A un Marinetti attonito Livšic dice: ”I più audaci esperimenti di Rimbaud non sono che un balbettio infantile in confronto a ciò che ottiene Chlebnikov, facendo saltare in aria le stratificazioni linguistiche millenarie e immergendosi spavaldamente negli abissi articolati della parola primordiale”. Nella presentazione al capitolo di Livšic sul viaggio di Marinetti è scritto che fu “il viaggio della rottura coi cubo-futuristi russi e che Livšic ne dà la vera storia, ben diversa dalle versioni ufficiali…”. Sia Livšic che Chlebnikov in una memorabile serata al Salone della Borsa Kalasnikovskaja distribuirono manifesti al pubblico “quando Marinetti era già apparso sul podio”; i manifesti contengono una  dichiarazione diretta contro Marinetti e il futurismo italiano».

[8] Si vedano i versi: «l’eco della mia gola di angelo non è più presente»: «Le lagrime mie non erano più cose umane!»; «i carnefici perpetuano la loro specie e mai colpevoli, e molti/ Furono e saranno sacerdoti che sugli altari detteranno/ Nuove fandonie, pettegolezzi di teologie spicciole, ecc. ecc.»., Gli antecedenti possibili di una tale ricerca vanno cercati, secondo un suggerimento di Sagredo stesso, nel filone dei grandi visionari orientali fino agli occidentali. E poi in Quevedo, William Blake e oltre. E per la modernità nella traccia che da Poe va a H. P. Lovecraft e a Borges.

[9]  Se si dice:  «E ricordai i miei versi che su Saturno trovarono un rifugio… amato!» o «Tutti gli anelli mi circondarono teneramente… » o «Chi ero io su quella Terra ora che Saturno m’accoglie/ coi suoi anelli?».

[10]  «E mi insegnarono loro di non mirare più la Terra,/Di scordare la sua storia che da tempo non era più la mia,/ Di scordare infine – e qui io piansi – la mia progenie/Padre mio! Madre mia!».

[11]  «Così su Saturno o altrove possiamo rinascere davvero nuovi/Come se a numeri infiniti un numero altro /Non infinito o la sua negazione…».

[12] Si rifletta, ad esempio, su questo verso: «se a un demone levassi il cuore/ Io vivrei di più della sua stessa immortalità?».

[13] Per un approfondimento di tale complessa questione io rimanderei a «Mito» di Furio Jesi (ISEDi, Milano 1973), che trovo ancora fondamentale.

Un pensiero su “Parole beate

  1. Sono poesie che non si possono commentare da un giorno all’altro. Per intanto noto che sono state scritte in quest’anno; che vi è stato un cambiamento climatico, come sole che rivede la Terra dopo un lungo temporale. Versi nudi, una maturità stilistica che non cambia la sostanza ma, anzi, pulisce il metallo prezioso dei suoi versi.

    Fino a non molto tempo fa vedevo i suoi versi oscuri, come perché posti all’ombra della sua persona, o ero io in qualche gabbia mentale…

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