Sirtaki (danza di Zorba)

sirtaky

 

di Lucio Mayoor Tosi

Così come stavo
con quel che avevo in mano
sono uscito a guardare la pioggia
mentre cadeva in un cerchio

su cumuli di fazzoletti, circondata da figure danzanti.
Un cameriere puliva i tavolini del bar
strofinando a tempo di videomusica.

Emozione ravvicinata di nessuno-è-sé;
tutti sono centomila, quanti sono
se piove ma nemmeno la pioggia è
e nemmeno l’aria è.

Anch’io, sebbene chiuso nel mio monitor.

Trasportato al centro
della semisfera terreste
come sul fondo di una scodella
guardando il cielo.

La realtà non è finanza e squallore di vita
ma un musicar di sentimenti, magiche solitudini
e abbracci secolari.

13 pensieri su “Sirtaki (danza di Zorba)

  1. La poesia di Mayoor sembra riferirsi al “…problematico ritorno alla realtà” (G. Simonetti).
    Il poeta esce in prima persona per andare incontro alla realtà atmosferica, la pioggia, ma “con quel che aveva in mano”, ovvero nella testa (un cellulare, un telecomando?), il mondo intero imprigionato, si colora di finzione. Assume centomila facce, esclusa quella vera, “nessuno-è-sé” : la pioggia è racchiusa in un cerchio…”Anch’io, sebbene chiuso nel mio monitor”…Nelle ultime due strofe c’è una ripresa di coscienza, il poeta cerca, rannicchiato nel suo io più profondo, di venire a contatto con la realtà non mistificata e ritrova “…un musicar di sentimenti, magiche solitudini/ e abbracci secolari”. L’immensità del cielo apre la mente

  2. L’autore e il soggetto della poesia entrano in un cerchio di fazzoletti bianchi, di dervisci tourneurs, di gocce luccicanti di pioggia ed è estasi fuori dal tempo e dalla individuazione, nella scodella graal coppa mistica.
    Ma essendo io che adesso scrivo e rivolgendomi a chi ha scritto in altro momento, quel tempo staccato e non più continuo, quel divenire cosalizzato in pezzi, di tempo e in persone, quello “è”, eccome se è, anche finanza anche squallore.

  3. @ Annamaria
    L’affermazione nessuno-è-sé non fa riferimento all’essere nella “realtà non mistificata” ma sostiene il principio per cui tutto ciò che è poi non sarà: esiste qualcosa che sia, che è sempre stato e sarà, senza che questa domanda vada a cadere nel divino e nella religiosità?

    @ Chris
    Quel “eccome se è” lo sappiamo tutti, bene o male. Ma sappiamo ricordarci di quel che purtroppo non é, o non è concesso che sia? Un poeta ci pensa a queste cose, non si limita a tirare calci, non s’ingabbia.
    Poi, mi dispiace che tu abbia un’idea tanto stereotipata – new age – della mia persona ( graal, dervisci tourneurs e gocce luccicanti); pensa che ho scritto questa poesia dopo essermi commosso per un video dove si vedevano, nella Grecia di oggi, molte persone riunirsi e mettersi a ballare in cerchio: il sirtaki, appunto. Te, se uno balla coi tempi che corrono, pensi subito che sia un irresponsabile?

    1. Ma no, figurati! in realtà proprio la tua poesia mi ha fato collegare il sirtaki ai dervisci tourneurs, e mi chiedo davvero se dalla loro danza del sole non sia derivata la danza greca, proprio per quel suo carattere corale e collettivo. Anche le gocce di pioggia iridescenti le ho collegate alla danza solare dei dervishi.
      Quello che ho messo in rilievo è il carattere sostantivato del divenire, in momenti, in pezzi singoli, nei punti geometrici come negli atomi come nelle persone, che è proprio del divenire “nostro” rispetto al “non è” di cui hai scritto.
      Quanto al graal new age… ma se è una scodella! :-))

      1. Do qualche info:
        Il Sirtaki è una danza greca nata nel 1964, creata appositamente per il film “Zorba il greco”. Si fa in gruppo e si possono formare dei cerchi di persone che danzano mani sulle spalle, come nell’immagine che ho tratto dal film.
        La danza dei Dervisci invece è la più solitaria che esista perché, di fatto, non è una danza ma una meditazione sostenuta da musica. Ti sarà capitato da bambina di giocare ruotando su te stessa fino a che il mondo gira gira e poi cadi. Ecco, è quella roba lì; solo che il derviscio resta in piedi perché si è dato una tecnica. E’ una meditazione difficile ( io l’ho praticata) perché al minimo pensiero che ti arriva rischi di cadere. Quindi, le persone che vedi danzare, i dervisci quando fanno spettacolo, non sono altro che ricercatori del proprio centro, di se stessi. Non credo c’entri il sole, o il mito di Zoroastro.
        Quanto al Graal la mia opinione è che, sì, è una scodella, ma piena di sciocchezze. Però l’immagine che mi è arrivata si presta a questa interpretazione : una semisfera, quindi un globo terrestre scoperchiato (non chiuso in se stesso) in cui, magari in futuro, potremo stare per rimirar le stelle.

  4. No, Mayoor, è troppo semplice quello che affermi. La danza non è “solitaria” perché è assunta, in una composizione sessagesimale, nel ritmo circolare. Lo stesso ruotare di ciascuno con la gonna bianca intorno al proprio asse riproduce, nei singoli, il ritmo celeste (della circonferenza, del tempo, della successione che si chiude e ricomincia).
    Ho incontrato la danza dei dervisci – la parola significa poveri, mendicanti, erranti- attraverso Gialaluddin Rumi, siamo seicento anni prima della tua imputazione del sirtaki al 1964.
    I dervishi “spettacolo”, dipende dall’occhio che guarda, no? Li ho visti a Milano nel giardino di via Palestro nel 1992, e prima avevo frequentato il diwan di Rumi. Ma ero stata, da turista imbarazzata, anche a Konia.
    Ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne “sogni!!!” la nostra filosofia.

    1. Vero, ma non consideri la danza, in questo caso quella sei Sufi, vista dall’interno, da chi sta danzando. Lo spettacolo può prestarsi a innumerevoli interpretazioni ma per chi danza non è così, anche se nell’animo ci può essere celebrazione per qualcosa di divino ( Rumi era un “infuocato” di Dio-Allah). E’ tuttavia una bella immagine, per la quale ti ringrazio, a cui non avevo pensato.

  5. Che bella la foto con Anthoni Quinn e il suo socio, non trovate? Erano vestiti bene, con la cravatta, perché avevano appena terminato di inaugurare la teleferica che li avrebbe resi ricchi… e invece fu un disastro: le strutture della teleferica cedettero e fecero una misera figura davanti a tutta la gente del paese. E loro due come reagirono? si misero a ballare… non l’avete visto? è un vecchio bianco e nero, di esagerata bellezza.

  6. …nel Sirtaki quell’intreccio di braccia che lascia le gambe e i corpi liberi di danzare ascoltando musica insieme, potrebbe essere una terapia collettiva allo smacco del fallimento…è pure una danza un po’ meditativa: tenere braccia e mani fermi in un vincolo di gruppo potrebbe significare interrompere l’ossessione al fare che caratterizza i nostri giorni, lasciando spazio alla semplice felicità di esistere

    1. Grazie, Annamaria
      è il il senso di questa mia poesia; cha da un quesito filosofico se ne esca con un passo di danza. Manca il soggetto ma io sono al mondo anche per disimparare.

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