6 pensieri su “quando le patatine fritte crescono sugli alberi

  1. Mi è piaciuto molto questo racconto.
    Quietiamoci perdinci! Nel silenzio e nella nostra dimensione (quella che più desideriamo) troveremo il mondo che davvero non ci ha mai abbandonati!
    Complimenti ad Australi, complimenti.

  2. il tema mi è piaciuto.
    La scrittura forse l’avrei preferita un po’ più alla Carver, ( per questo genere di situazioni mi sembra che questo autore sia stato eccellente )
    Mi scuso per l’intervento.

  3. …sì, davvero un bel racconto questo di Angelo Australi, pieno di rabbia repressa che si condensa nella frase di chiusura:”E’ la quiete che rende tutto relativo, non il contrario”… Una giornata tipo imbrigliati in percorsi stabiliti, spronati in direzioni programmate, sia se lavori a buoni livelli in un’impresa, ma subisci le direttive assurde e sempre uguali di amministratori delegati, sia se infante ti bevi da qualche cartone animato la storia delle patatine fritte che maturano sugli alberi, una pseudo fantasia imposta sulla realtà…Quest’ultima se la neghi ai bambini, ne fai dei disadattati, afferma una mamma…E in un certo senso ha ragione, poichè oggi sembrano essere due le forme di disadattamento per i giovani: disadattati nei confronti della realtà realtà che ormai trascende le menti oppure nei confronti della realtà virtuale che imperversa nelle menti dei coetanei (anche meno giovani), ai quali si devono pur rapportare…E allora comunque caschi, sarai un disadattato…La signora senza figli non ha tutti i torti…ma investire nella vita è sempre una scommessa…Allora andare per luoghi e musica selvaggi può fare la differenza, allora il paradosso arriva a sconvolgerti e ti chiedi: Perchè noi così supini?

    1. Cara Annamaria Locatelli, ma fa parte del mio carattere andare a scoppio ritardato, e me ne scuso. Sono contento che il racconto le sia piaciuto. Nasce da una discussione reale avuta con alcune colleghe di lavoro, tra le quali una raccontava il fatto del bambino che pensava le patatine fritte fossero dei frutti da cogliere dall’albero.
      Chiaro che a me questo mondo non piace molto, ma ci devo vivere, e allora cerco di trovare, almeno nella scrittura, quei punti di conflittualità riflessiva.

      un saluto

  4. Un testo feroce, politicissimo. All’inizio il protagonista si abboffa di pasta all’amatriciana (si abboffa di una disgrazia reale, il terremoto, di cui tutti ci siamo – o meglio siamo stati – mediaticamente abboffati), e quel buon piatto – come l’evento che ha suscitato reale coinvolgimento nel paese – ha lasciato (come l’evento pompato dai media) una sonnolenza. Causata anche dal tentativo di evitare, mangiando, il fastidio prodotto dalla conversazione di due colleghe con lui al tavolo su figli e politica, con argomenti “che poi restano come avanzi nel piatto”. La conversazione tra le due donne è piena di battute che rispondono bene al generale clima di finzione in cui viene trasformata la realtà dai media.
    “… i bambini sono suggestionati da tutto ciò che vedono. Oggigiorno è come se abitassero in un mondo che travisa la realtà”, racconta una delle due donne, che non vuole avere figli.
    Qui il testo entra nel tema, il generale clima di finzione cui tutti partecipiamo. L’altra donna è mamma, convinta del fatto che occorre non prospettare ai figli “un futuro incerto, da disadattato”, come sarebbe spiegare al bimbo di sei anni che sugli alberi non crescono le patatine già fritte.
    In realtà c’è indifferenza da parte della mamma nei confronti della credenza del bambino, non gliela vuole togliere ma non sa come agire per spiegargli che non è vero. Così si lasciava correre una volta l’idea di vivere in fondo nel migliore dei mondi possibili, o di sognare gli alberi della cuccagna su cui crescono patate fritte e salsicce. Quindi… attacca la politica, o meglio espone la sua idea su ciò che la politica dovrebbe fare e non fa: “Oggi nessuno ci aiuta, come ben sai. Noi genitori siamo lasciati soli a fare i conti con un mare in tempesta.” Il mondo è un mare in tempesta (diverso dal solito?); la politica è intesa come un genitore potente che non si prende cura (così è lei stessa); mentre “noi genitori” cioè lei mamma, che dovrebbe essere quella che introduce i figli in un mondo di alberi e patate vere “siamo lasciati soli”.
    “Certo, lavorando non abbiamo tempo per seguirli, ma se crescono avendo nella
    mente un foglio bianco pieno di fiori e farfalle dipinte a caso, tanto vale non farli!” risponde la donna che invece non vuole un figlio, anche se ha il senso di un “dovere di mamma”. Cioè se siamo schiavizzati dal lavoro e istupiditi dal falso ottimismo è meglio vivere come se tutto dovesse finire con noi.
    Due belle posizioni politiche, non c’è che dire, quelle delle due colleghe! Per cui il protagonista, che si chiama Spartaco come lo schiavo ribelle e vinto, si mette in un viaggio da flaneur “scalo e inserisco le marce in sequenza continua”. Una venatura misogina è in questa frase: “fa sempre una certa impressione quando è una donna ad avere tutta questa fretta; è come se fosse un messaggero di morte, in un certo senso”, una frasetta leggera! Benchè poi Spartaco riconosca che “è un gesto riflesso scaricare addosso a qualcuno tutte le cose che appena uscito dal lavoro ti restano da fare e non ne hai voglia”, e immagini che questo varrà anche per la signora che mostra fretta nella macchina dietro di lui, la critica che Australi fa ai due personaggi femminili è il tema serio della poca comunicazione politica tra i sessi.
    Riassume bene lo stile di Australi questa frase, in cui sono presenti in poche righe tre registri linguistici: “… usando termini che ho imparato a memoria come l’ave Maria o il Pater Nostro, lasciano sempre le procedure stratificarsi incompiute sul vecchio sistema organizzativo dal quale, noi dirigenti che dobbiamo applicarlo, non ci caviamo più le gambe”. Ave Maria e Pater Nostro è un chiasmo, in cui il ricordo della formula in latinorum della penitenza: “recita X Pater Ave Gloria” mette i due termini latini alle due estremità di un asse e i due termini italiani Maria e Nostro ai capi dell’asse incrociato. Poi c’è un segmento in linguaggio aziendale, quindi un’espressione locale. E’ uno stile che predilige il registro medio, con incursioni in quello basso, dove si manifesta l’amarezza sbeffeggiante dell’autore.

    1. Cara Cristiana Fischer,
      parole molto importanti le sue, su questo breve racconto.
      E’ far politica questo? Sì, …credo di sì, soprattutto quando la società ha preso la piega che ha preso, nella quale non mi ritrovo quasi per niente.
      Ho fatto una scommessa con me stesso alcuni anni fa: se le persone semplici di cui voglio raccontare le storie hanno un linguaggio ridotto a cento parole, devo esprimermi con quelle cento parole per cercare la poesia. Non è facile lo so, soprattutto oggi che il libro si riconosce principalmente un un prodotto da vendere, editori ed autori hanno ben chiaro di scrivere ciò che il lettore vuole sentirsi raccontare, molto simile poi a ciò che ci viene propinato ogni giorni con l’informazione giornalistico-televisiva.
      Io non sono così, ecco perché in questa società non mi ci riconosco poi tanto.

      un saluito

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