Ancora su Trump, il razzismo e altre amenità

DIALOGANDO CON IL TONTO (8)

di Giulio Toffoli

La discussione su Trump e dintorni si è andata allargando e direi che è anche cresciuta. Ringrazio tutti gli amici che hanno in modo variegato fatto sentire la loro voce ponendo critiche e sollecitando un approfondimento , Ennio, Cristiana, Annamaria, Franco e tutti gli altri. Un grazie particolare a Donato che mi ha risposto in modo puntuale fornendo ulteriori materiali per approfondire il discorso. Ho cercato in queste righe di mettere a fuoco alcuni aspetti che non erano stati adeguatamente chiariti, ben sapendo che vi sono fra di noi divergenze di interpretazione a cui solo il tempo potrà dare risposta …

*

“Lo sai – dico al Tonto mentre siamo seduti al bar Centrale con il solito bicchiere di spremuta fra le mani – che alcune tue affermazioni hanno sollevato un dibattito piuttosto vivace. In particolare le tue asserzioni sul caso di Follonica, che sono apparse tendenzialmente giustificative nei confronti di una violenza venata da razzismo e sessismo, sul presente che sarebbe “sotto il segno del capitale” e perciò caratterizzato da una staticità sostanziale, sul richiamo al comunismo. Soprattutto la tua posizione su Trump ha generato molti dubbi … “.
Prendo fra le mani il tablet e dopo una breve ricerca inizio a leggergli le critiche più forti. Vedo che il mio amico ascolta con molta attenzione e ogni tanto scuote la testa. Finita la lettura lo vedo poco propenso a rispondere, è li che si beve a lenti sorsi la spremuta, e allora cerco di provocarlo:
“Insomma Follonica sì, Follonica no …”
“Se non erro, l’altra volta, quando iniziammo la discussione ti segnalai quattro casi successi qualche giorno dopo, hai avuto sentore di particolari reazioni? Soprattutto il caso irlandese avrebbe dovuto innescare un dibattito a largo spettro. E’ un caso di violenza perpetrata per decenni nella cattolicissima Irlanda. Forse sbaglierò ma il tutto è finito rapidamente nel dimenticatoio. Non ti dice qualche cosa?
Perfino il caso di Rignano e del Gran Ghetto non ha avuto l’incidenza che mi sarei aspettato. Pensa, un caso di caporalato, di lavoro bracciantile che ricorda gli anni cinquanta e sessanta per le forme di degrado della condizione dei lavoratori. Eppure trattandosi di tema legato al lavoro poco ha interessato i media e ancor meno i politici; al massimo si è posto l’accento sull’origine della manodopera e non sul fatto che si tratta della punta di un iceberg che riguarda tutto il meridione e in parte anche il resto d’Italia. E’ come se l’attenzione sul mondo del lavoro fosse, questa sì, segnata da una maledizione: è bene parlarne il meno possibile.
Parliamo di psicologia, di sessi e diritti di ogni tipo e colore ma non parliamo di lavoro.
Se fermassimo lì la nostra attenzione ci troveremmo forse a scoprire che esiste ancora una massa infinita di schiavi del lavoro, in una miriade di fabbriche e fabbrichette, nei campi e nelle stalle, ma loro non fanno audience. Non è “figo” fermare l’attenzione su di loro, potrebbe forse riemergere lo spettro di una classe lavoratrice, sfruttata, bistratta che non corrisponde alla modellistica del “capitale umano”, delle “startup”, e di altre amenità radical chic. Perfino gli operaisti d’antan, quelli duri e puri per i quali gli operai non erano mai troppo rivoluzionari, hanno per tempo abbandonato questa realtà umana stigmatizzandola come “marginale, reazionaria, residuale” e altre raffinatezze del genere.
No, io resto dell’idea che il caso Follonica sia sostanzialmente un caso mediatico … altri potranno pensarla diversamente. Ci si scandalizza per Salvini e non si fa il mea culpa per aver abbandonato un intero universo sociale, quello del lavoro e dello sfruttamento, nelle sue mani.
E non nascondiamoci dietro alla violenza”.
“In che senso … non ti capisco” gli chiedo.
“Se è vero che la storia è, come diceva il nostro grande maestro Engels, lastricata di sangue, questo non vuol dire che non sia anche stata segnata da un innegabile progresso. Gli ultimi decenni sono stati caratterizzati da una incredibile ondata di irrazionalismo sia a livello filosofico sia a livello storico. E’ tutto un ciarlare del secolo dei crimini, dei massacri, del terrore; e in questo modo si è fatto passare un pensiero unico che vede nel più sfrenato liberismo la bandiera della piena libertà. Sono quattro secoli che la borghesia, sia nella sua fase in statu nascenti sia dopo che è giunta al potere, compie inenarrabili violenze ma riesce, grazie a una incredibile campagna di manipolazioni delle coscienze, a uscirne vergine, come se la colpa fosse sempre quella degli altri. Inutile che te lo ripeta, dal 1945 in poi gli USA hanno insanguinato il pianeta con una serie infinita di guerre. Se qualcuno non ci crede, dimmelo che prima o poi gli faccio avere una lista che dimostra come non c’è stato anno che non sia stato segnato da guerre dirette o eterodirette dagli USA. Rammentiamoci, fra le altre piacevolezza, che la storia del XX secolo è segnata da un avvenimento che viene il più possibile nascosto, ovvero dal fatto che gli USA sono l’unica nazione che ad oggi ha l’onta di aver usato l’arma nucleare.
Questa colpa storica non la si può in alcun modo lavare”.
“Visto che sei finito direttamente sugli USA vediamo di mettere a fuoco il caso Trump…”
“Vorrei – mi dice il Tonto facendosi stranamente serio – che venga ben messo in chiaro un punto: non credo di avere mai minimamente pensato che Trump avesse qualche cosa a che fare con un astratta dimensione di “sinistra”, un essere “compagno”, ove poi questa parola abbia oggi un qualche senso. Ho parlato di un linguaggio nuovo, rude e del fatto che il Time – attenzione loro, ovvero la pubblicistica liberal – lo ha sbattuto in prima pagina con il pugno chiuso.
Come dite voi io posso anche essere Tonto ma non stupido.
Quello che contesto è la definizione di un Trump “fascista”, in primis perché non sopporto più un uso pervasivo di tale termine. Per una vita le sinistre, quelle istituzionali e anche le altre, hanno urlato “al lupo al lupo” individuando in ogni momento il fascista di turno. Troppi fascisti, tanto da logorare il senso di una definizione che per altro era fin dall’origine ampiamente ambigua …
Trump è un capitalista, o se vuoi, come amo dire, un detentore di un capitale e lo usa spregiudicatamente sul mercato. Ha anche, e per motivi che mi risultano non chiari, deciso di giocarsi sul mercato della politica. Si è scontrato, mi duole ripeterlo, con suoi pari, come lui pescecani cinici e senza alcun rispetto per nulla che non sia la gestione del potere, e il caso ha voluto che gli riuscisse qualche cosa di unico. Vincere, schiacciando sia l’oligarchia repubblicana sia quella democratica, che di democratico non ha proprio nulla, tanto per essere chiari fino in fondo.
Quali le cause che hanno consentito il realizzarsi di questo paradosso? Vista la dinamica dell’elettorato statunitense sarei portato a credere che i motivi economici interni abbiano come sempre prevalso. Di fronte al cinismo della Clinton e dei suoi accoliti, il populismo – ma sì usiamo questa parola tanto vituperata – di Trump ha avuto ragione. Se guardiamo in modo disincantato i dati elettorali scopriamo che Trump ha vinto nelle contee con meno di mezzo milione di abitanti e in modo ampio senza che incidesse la differenza di reddito. La Clinton ha vinto nelle grandi città, fra i plutocrati, l’alta borghesia e il mondo “intellettuale”.
L’aspetto che a me ha più colpito è che coloro che hanno beneficiato dell’Obama care non sono andati a votare, ciò in particolare fra coloro che hanno un reddito inferiore ai 30.000 $.
Insomma se si guarda la realtà con l’occhio disincantato, come ci ha proposto Pierluigi Fagan, possiamo dire che negli USA è in corso un sommovimento che vede il popolo minuto rivoltarsi contro chi negli ultimi decenni, senza distinzione di casacca, ha nei fatti peggiorato la sua condizione di vita favorendo una ristretta oligarchia. E ciò avviene con gli strumenti che ha fra le mani.
Non solo, Trump ha mostrato, almeno durante la campagna elettorale, un volto meno guerrafondaio della Clinton e questo dovrebbe essere, almeno dal nostro punto di vista, cosa di non poco conto. Visto che abbiamo la guerra in casa, o almeno a poche centinaia di chilometri da noi”.
“E sul Trump razzista cosa dici. Certo alcune sue uscite sono abbastanza preoccupanti …”
“Anche qui forse un poco di chiarezza e onestà potrebbe guidarci a uscire dal rovello. La domanda giusta, a mio vedere, è: può uno stato stabilire delle regole per l’ingresso nei suoi confini di individui provenienti da altri stati. Non vedo come si possa dire di no.
Forse la questione assume un altro volto quando si va a vedere e si scopre che la rovina delle diverse nazioni da cui provengono i profughi è da addebitasi alla politica occidentale. I nostri crimini si riversano su di noi ed ovviamente qui il problema si fa molto più difficile da risolvere perché indubbiamente emerge una questione di accoglienza e di rispetto di chi soffre.
Non so dirti, è questione che mi angoscia e a cui non sono ancora riuscito a dare una risposta che sia convincente, ma certo coloro che accusano Trump di razzismo sono degli ipocriti della più pura razza se è vero, come è stato dimostrato, che durante l’amministrazione Obama sono stati espulsi almeno due milioni, c’è chi dice molti di più, di clandestini. Solo che Obama aveva dalla sua parte la stampa, l’establishment e il tutto era fatto con i dovuti modi …”
“Questo vuol dire che a tuo avviso l’esistenza di un razzismo di fondo in qualche forma diffuso nella società non sia un problema se trova una voce politica capace di amplificarlo …”
“Come negarlo, il problema può esserci. L’uso di un capro espiatorio su cui riversare le colpe e il risentimento dei popoli è strumento tradizionale della politica. Ma almeno in questo caso mi sembra che coloro che fermano la loro attenzione su questo aspetto è come se guardassero il dito invece che la luna … Capiamoci, il fascismo non sarebbe giunto al potere se non avesse avuto sostanziose iniezioni di danari dal mondo agrario e da quello industriale, se non avesse avuto l’avallo della casta militare e il sostegno del sovrano. Discorso analogo per Hitler, quando qualcuno mi parla di pazzia o stupidaggini del genere gli dico: “Hai letto il volume di Fritz Thyssen, I payed Hitler. Leggilo e poi ne riparliamo!”
E fermiamo l’attenzione sul nome dell’autore, è un segnale decisivo.
Il caso di Trump non ha nulla a che fare con queste esperienze storicamente segnate, anche se non si può negare che la situazione economica difficile potrebbe generare qualche preoccupazione.
D’altronde ti chiedo: una presidenza Clinton avrebbe meglio risposto alle nostre esigenze di europei? Vista la chiara tendenza della signora a assumere una posizione sempre più aggressiva nei confronti della Russia. Ho paura di no”.
“Certo siamo davanti a un Risiko fra i più tragici degli ultimi decenni. Rifacendosi a Fagan si possono usare le sue parole quando dice: “Forse avremmo preferito vivere in un’epoca quieta … ma non è andata così”. Qualcuno ha notato che ci siamo lasciati andare a formulazioni un poco astratte … In particolare ha colpito la frase: “Fino a che vivremo sotto il segno della proprietà privata, del primato del mercato e di una penuria indotta artificialmente nulla verrà risolto”. Proviamo a chiarire meglio …”
“Come ben sai sono contrario a usare la parola comunismo che mi pare sia stata pronunciata proprio da te … Marx non sapeva cosa fosse il comunismo e nulla disse se non una o due formulette di poca sostanza. La storia successiva ha prodotto le più variegate esperienze e il termine è stato usato e abusato oltre ogni misura.
Io credo che ci siano però alcune cose chiare e inequivocabili. T. Piketty ci ha insegnato che il primo decile dell’umanità detiene i tre quarti della ricchezza mondiale e che 60 individui ne detengono quasi quanto 3,5 miliardi. Le spese militari sono in continua crescita e, come dice un antico proverbio, le armi si producono per usarle e non per lasciarle nei depositi delle fabbriche. Sono segnali a dir poco preoccupanti. Potremo aggiungerne altri, molti altri. Il problema è che esiste uno iato che invece che ridursi è andato crescendo fra la vita della gente e le oligarchie che gestiscono il potere”.
“Allora ha ragione chi dice che il nostro discorso appare segnato da un determinismo che potrebbe ridursi alla formulazione: “nulla si può risolvere fino a che si giunga a una piena liberazione”, ma visto che la “liberazione” è lontana ciò ci porta alla formulazione di una qualche forma di pensiero religioso, una fede senza alcun fondamento …”
“No, il fondamento ce lo danno i nostri nemici che stanno costruendo un mondo sempre più invivibile per infinite masse di uomini e donne. Il problema è che abbiamo a che fare con gente ricattata e schiacciata da ritmi di lavoro sempre più pressanti, che deve sottostare alla “mission” delle imprese pena il licenziamento e sostanzialmente essere a disposizione 24 ore su 24, grazie ai nuovi dispositivi elettronici. Gente che lavora ma non riesce a fare quadrare i conti, che deve rispondere agli input del dover essere e che scopre guardando i dati concreti che esiste una distanza sempre più ampia fra il desiderare e il potere. Gente carica di un sordo rancore, disillusa, in fuga dal sociale e messa in scacco nel privato, con una crescente difficoltà di dialogare e di corrispondere a un ruolo sociale che è costantemente messo in discussione dalle mode e dai più vari mutamenti degli stili di vita. Insomma un mondo disorientato, disilluso dai tradimenti della sinistra, di qualunque sinistra; e da una storia che sembra davvero asfaltare ogni speranza. D’altronde, almeno io non ho saputo rispondere a un amico che, dopo aver letto un’intervista a Bertinotti in cui a una domanda se avrebbe rinunciato al vitalizio ha risposto che “sarebbe stupido dire di sì”, ha scritto proprio su Facebook: “Tra lui e Capanna una decina di schede elettorali che se avessi messo di fianco al cesso avrebbero avuto miglior destinazione”.
E’ questa gente che dobbiamo incontrare di nuovo ed accanto ad essi dobbiamo riavvicinare i giovani che non hanno speranze, non hanno una formazione ideologica e sono schiacciati un lavoro flessibile di merda che proprio la sinistra gli ha destinato.
Il tema è immenso ed ancora una volta mi chiedo se non convenga rifarci alle parole del maestro Bertold quando ci ammoniva: “Torniamo a parlare della proprietà privata”; e aggiungerei torniamo a parlare con la gente, i lavoratori, le lavoratrici, gli studenti e le studentesse non di ideologie più o meno modaiole ma delle loro paure e dei loro bisogni”.
“Il tema è davvero immenso e sono convinto che torneremo a ragionarci …”.

33 pensieri su “Ancora su Trump, il razzismo e altre amenità

  1. OBIETTANDO VELOCEMENTE

    @ Toffoli

    1.
    «Parliamo di psicologia, di sessi e diritti di ogni tipo e colore ma non parliamo di lavoro….Perfino gli operaisti d’antan, quelli duri e puri per i quali gli operai non erano mai troppo rivoluzionari, hanno per tempo abbandonato questa realtà umana stigmatizzandola come “marginale, reazionaria, residuale” ….Ci si scandalizza per Salvini e non si fa il mea culpa per aver abbandonato un intero universo sociale, quello del lavoro e dello sfruttamento, nelle sue mani.»

    Non mi pare possibile sottrarsi del tutto al discorso pubblico che i mass media, proprio con la loro potenza manipolatoria, riescono ad imporre ai più. Non è (per me) una soluzione fare gli eremiti o gli snob. « Parliamo di psicologia, di sessi e diritti di ogni tipo e colore». Sì, ma come ne parliamo? Se su questi temi riusciamo a metterere nell’orecchio dei quattro gatti a cui riusciamo a parlare un dubbio, una critica, un no contro le opinioni più becere che circolano, mi pare un atto di resistenza non disprezzabile. «Non parliamo di lavoro». Oh bella! Ma si tratta di capire che non basta parlarne per dimostrare coerenza con un nostro passato “operaista” o “militante”. Bisogna pur capire perché oggi non se ne può parlare *in modi efficaci*. O nel social. Se è venuta meno tutta una cultura marxista (o quantomeno laburista) e il politichese o il sindacalese degli anni ’70 del Novecento è diventata *lingua morta*, che senso ha fare « il mea culpa per aver abbandonato un intero universo sociale, quello del lavoro e dello sfruttamento»? Bisogna ricostruire una cultura e un linguaggio capaci di rendere conto (e permettere la comunicazione ampia) su un mondo del lavoro completamente mutato. E qualcosa in giro di positivo, magari di poco, si trova proprio nelle cerchie minoritarie ( e non necessariamente “radical chic”) dei vituperati “post-operaisti”. Non certo tra le fila di Salvini o del PD.

    2.
    «“Se è vero che la storia è, come diceva il nostro grande maestro Engels, lastricata di sangue, questo non vuol dire che non sia anche stata segnata da un innegabile progresso».

    Ma siamo sicuri che il «progresso» sia «innegabile»? E che, pur continuando la storia ad essere «lastricata di sangue», noi dobbiamo ripeterci questa giaculatoria del «grande maestro Engels» e assentire pensosi e ossequiosi? Abbiamo attorno a noi folle di idealisti che mettono fiorellini nelle canne dei fucili dei contractor e dei marines o folle che si sono assuefatte a una TV «lastricata di sangue» ridotto a un bel colore rosso?

    3.
    «Quello che contesto è la definizione di un Trump “fascista”, in primis perché non sopporto più un uso pervasivo di tale termine. Per una vita le sinistre, quelle istituzionali e anche le altre, hanno urlato “al lupo al lupo” individuando in ogni momento il fascista di turno. Troppi fascisti, tanto da logorare il senso di una definizione che per altro era fin dall’origine ampiamente ambigua …Trump è un capitalista, o se vuoi, come amo dire, un detentore di un capitale e lo usa spregiudicatamente sul mercato. »

    Ma è più importante curare l’orticaria prodotta da un «uso pervasivo» del termine “fascista” o è più importante stabilire con esattezza se il Trump «capitalista» corre *effettivamente* il rischio di portarci a qualcosa che al fascismo somiglia troppo? E l’«uso pervasivo» che Trump e gli uomini del suo staff fanno di certi termini “razzisti” è sopportabile? È sopportabile che urlino loro «“al lupo al lupo”», individuando in ogni immigrato una minaccia e in ogni islamico un terrorista?

    4.
    «Insomma se si guarda la realtà con l’occhio disincantato, come ci ha proposto Pierluigi Fagan, possiamo dire che negli USA è in corso un sommovimento che vede il popolo minuto rivoltarsi contro chi negli ultimi decenni, senza distinzione di casacca, ha nei fatti peggiorato la sua condizione di vita favorendo una ristretta oligarchia. E ciò avviene con gli strumenti che ha fra le mani.»

    Beh, non siamo più ragazzotti e un po’ di memoria “marxista-leninista” ci resta. Dunque, riusciamo ancora chiederci, credo sensatamente: ma dove va a parare probabilmente questo « sommovimento che vede il popolo minuto rivoltarsi contro…una ristretta oligarchia»? non è sempre ad «una ristretta oligarchia» (trumpiana) che ha dato la sua approvazione? e davvero « gli strumenti che ha fra le mani» (il voto in sostanza) ce li ha e sono efficaci?

    5.
    «coloro che accusano Trump di razzismo sono degli ipocriti della più pura razza se è vero, come è stato dimostrato, che durante l’amministrazione Obama sono stati espulsi almeno due milioni, c’è chi dice molti di più, di clandestini. Solo che Obama aveva dalla sua parte la stampa, l’establishment e il tutto era fatto con i dovuti modi …”».

    Respingere l’accusa di razzismo nei confronti di Trump obiettando che lo è stato anche Obama non mi pare argomento né solido né tranquillizzante. Se razzisti sono entrambi (cioè, entrambi rappresentano umori razzisti ben diffusi tra repubblicani e democratici statunitensi), vuol dire che il problema – non solo per gli americani ma anche per noi – è ben più grave. Come minimo non possiamo metterci a tifare per l’uno o per l’altro. (Come dall’inizio di questa discussione ho tentato di dire).

    6.
    «Il caso di Trump non ha nulla a che fare con queste esperienze storicamente segnate, anche se non si può negare che la situazione economica difficile potrebbe generare qualche preoccupazione. D’altronde ti chiedo: una presidenza Clinton avrebbe meglio risposto alle nostre esigenze di europei? Vista la chiara tendenza della signora a assumere una posizione sempre più aggressiva nei confronti della Russia. Ho paura di no”».

    Idem, come al punto 5.

    7.
    «“Come ben sai sono contrario a usare la parola comunismo che mi pare sia stata pronunciata proprio da te … Marx non sapeva cosa fosse il comunismo e nulla disse se non una o due formulette di poca sostanza. La storia successiva ha prodotto le più variegate esperienze e il termine è stato usato e abusato oltre ogni misura.»

    Ammesso che Marx non sapesse «cosa fosse il comunismo» (altra cosa è dire che non ha potuto riflettere sulla questione approfonditamente, come ha invece fatto sul Capitale), mi chiedo perché noi non dovremmo *pensare il comunismo* o riflettere sul problema. Eserciti di teologi si occupano da secoli di Dio, Einstein *pensa* la relatività senza poterla toccare o mangiare (come il budino di Engels) e noi non possiamo concedere alcune ore della nostra esistenza a *pensare* (ripeto) al comunismo? Ma dai! Cos’è questo “ipse dixit” applicato proprio a Marx? E ancora: se un termine « è stato usato e abusato oltre ogni misura», l’unica scelta possibile è censurarsi, non usare più quel termine? In ossequi a chi, mi chiedo. E senza neppure andare a vedere che *cosa* (esperienze concrete mai completamente “buoniste” né completamente “cattiviste”), individui e gruppi hanno combinato in varie occasioni storiche, pensando e lavorando e lottando o anche orientati da quella parola e da quel concetto diventati oggi tabù?

    8.
    «E’ questa gente che dobbiamo incontrare di nuovo ed accanto ad essi dobbiamo riavvicinare i giovani che non hanno speranze, non hanno una formazione ideologica e sono schiacciati un lavoro flessibile di merda che proprio la sinistra gli ha destinato.»

    Vale, anche in questo caso, quanto detto al punto 1 sul lavoro.

  2. COME INTERPRETARE LA VITTORIA ELETTORALE DI TRUMP.
    Giulio Toffoli scrive:
    «Se guardiamo in modo disincantato i dati elettorali scopriamo che Trump ha vinto nelle contee con meno di mezzo milione di abitanti e in modo ampio senza che incidesse la differenza di reddito. La Clinton ha vinto nelle grandi città, fra i plutocrati, l’alta borghesia e il mondo “intellettuale”.
    L’aspetto che a me ha più colpito è che coloro che hanno beneficiato dell’Obama care non sono andati a votare, ciò in particolare fra coloro che hanno un reddito inferiore ai 30.000 $.
    Insomma se si guarda la realtà con l’occhio disincantato, come ci ha proposto Pierluigi Fagan, possiamo dire che negli USA è in corso un sommovimento che vede il popolo minuto rivoltarsi contro chi negli ultimi decenni, senza distinzione di casacca, ha nei fatti peggiorato la sua condizione di vita favorendo una ristretta oligarchia. E ciò avviene con gli strumenti che ha fra le mani.»
    “Il popolo minuto che si rivolta”?!…Questo modo di interpretare la vittoria di Trump è profondamente sbagliato. Al primo “dialogo”su Trump di Giulio col Tonto relativamente a questo punto avevo opposto le parole di un articolo di Loris Caruso apparso sul Manifesto del 16 Novembre 2016:
    «Ma il voto popolare è stato determinante nella vittoria di Trump? No, questo al momento non può dirlo nessuno. Se vogliamo prendere per buoni gli unici dati che abbiamo, gli exit poll della Cnn, il quadro che emerge è completamente diverso da quello che domina i commenti post-voto. La vittoria di Trump è massima tra i ceto medio-alti. Tra chi ha un reddito inferiore ai 30.000 dollari, Clinton prende il 53% e Trump il 41. Nell’elettorato tra i 50 e i 100.000 dollari, Trump vince 50 a 46. Tra i ricchi (più di 100.000 dollari) sono quasi pari, ma vince Trump: 48 a 47.»
    È vero che Trump ha vinto nelle città rurali e nei piccoli centri cittadini. È vero che Clinton in queste aree geografiche ha fatto peggio dei suoi predecessori. Ma ciò corrisponde a un trend storico che vede i democratici superare i repubblicani nelle zone più urbanizzate e i repubblicani sfondare nelle aree rurali del paese. È vero che la Clinton stravince nelle cosiddette Megacity (con più di 5 milioni di abitanti) e vince fra i laureati (non tutti “intellettuali”, tra virgolette!). Ma non mi risulta che vinca tra i “plutocrati”.
    Per me l’interpretazione più corretta è quella di un post di Paolo Gentili pubblicata su “L’Huffington Post” il 10/2/2017
    «Anzitutto, si consideri un quadro demografico dove, tradizionalmente, il candidato repubblicano ottiene maggiori consensi presso i bianchi non ispanici, gli uomini, le persone di mezza età e anziane, quelle con un più alto reddito, gli abitanti delle aree rurali e quelli più religiosi. Il candidato democratico ottiene maggiori consensi nelle categorie di elettori complementari a quelle sopra. Ciò non è cambiato nel 2016, ma, nell’ambito di questo schema, si sono viste significative variazioni, evidenziate dai sondaggi realizzati presso gli elettori all’uscita dalle urne.
    Trump ha migliorato rispetto a Romney la performance tra coloro che non dispongono di un diploma di laurea e, in modo più significativo, tra i bianchi appartenenti a questa classe elettorale. Viceversa, la Clinton ha migliorato rispetto a Obama la performance tra coloro che hanno almeno una laurea e, ancor più, tra i bianchi della medesima categoria. È senz’altro sovrapponibile a questi dati l’evidenza che Trump abbia ottenuto maggiori consensi di Romney tra coloro il cui reddito annuo è inferiore ai $30.000, mentre la Clinton ha sensibilmente fatto meglio di Obama tra coloro il cui reddito annuo è superiore ai $100.000.
    Questo da solo spiega buona parte del successo del candidato repubblicano negli stati del Midwest, che contano un’ampia rappresentanza di elettori bianchi colletti blu.
    Da notare poi anche il miglioramento di Trump nei voti delle persone più religiose e in particolare tra i cattolici (52% contro 45% della Clinton), che preferirono Obama a Romney (50% contro 48%), e tra gli evangelici bianchi (81% contro 16% della Clinton), che preferirono Romney a Obama con un margine più ridotto (78% contro 21%).
    Infine, il voto femminile non è variato in modo rilevante dal 2012, mentre Trump ha tenuto – e anzi leggermente migliorato rispetto a Romney – il livello (comunque basso) di voti da parte degli elettori ispanici (29%) e neri (8%). Questi ultimi, in particolare, hanno anche mostrato una minore affluenza alle urne rispetto a quattro anni fa.
    Come è stato da più parti già sostenuto, l’analisi demografica dei risultati sopra riassunta suggerisce una coalizione di votanti a favore di Trump che, rispetto al più tradizionale elettorato repubblicano, vede l’aggiunta di una forte componente anti-establishment.»
    Quando si dice “anti-establishment” non si intende soltanto élite democratiche e/o repubblicane. Paolo Gentili mette giustamente in evidenza l’influenza enorme che la Corte Suprema ha avuto negli ultimi decenni. Le sue decisioni possono essere modificate soltanto o da un emendamento costituzionale (con maggioranze assai ardue da ottenere) oppure da una successiva decisione contraria della Corte medesima. I nove giudici che ne fanno parte sono di nomina presidenziale, devono essere confermati dal Senato, e rimangono in carica per tutta la vita.
    Il potere “legislativo” della Corte è stato esercitato sulla base di un “liberalismo moderno” caratterizzato da due elementi: individualismo radicale ed egalitarismo radicale
    «L’individualismo radicale -scrive Paolo Gentili – è stato variamente “costituzionalizzato” dalla Corte Suprema. Per esempio, con un’interpretazione innovativa del primo emendamento alla Costituzione, la parte in cui si protegge la libertà di parola è stata estesa anche a espressioni non verbali, per cui leggi statali che vietino la dissacrazione della bandiera americana sarebbero incostituzionali (Texas v. Johnson).
    Ancor più sorprendente è l’invenzione di diritti su cui la Costituzione è totalmente silente, quale il diritto alla privacy, che portò a dichiarare incostituzionali le leggi statali che proibivano l’aborto (Roe v. Wade); tale diritto alla privacy sarebbe, secondo la maggioranza della Corte, da rinvenire nelle “penombre” e nelle “emanazioni” di altre protezioni costituzionali.
    L’egalitarismo radicale è anch’esso stato più volte imposto dalla Corte Suprema. Sono state pronunciate sentenze favorevoli alla discriminazione positiva, che di fatto garantisce una discriminazione di certe categorie di persone per portare a un’eguaglianza di risultati; lo scorso anno, si è sostenuta la costituzionalità dei criteri di ammissione all’Università del Texas, Austin, che prevedono la considerazione della razza e dell’etnia, discriminando così gli studenti bianchi in nome di una diversità. Un altro riconoscimento costituzionale dell’egalitarismo radicale è rappresentato dalla celebre sentenza del 2015 (Obergefell v. Hodges), con cui sono state ritenute incostituzionali le leggi statali che vietavano i matrimoni omosessuali.
    Nel suo dissenso all’opinione della maggioranza della Corte in quest’ultimo caso, il giudice Antonin Scalia scrisse: “Questa è una cruda rivendicazione giudiziaria del potere legislativo, – meglio, super legislativo – una rivendicazione fondamentalmente opposta allo spirito del nostro sistema di governo. Nei limiti dei divieti costituzionali accettati dal Popolo, gli Stati sono liberi di adottare qualsiasi legge vogliano, anche quelle che offendono il “ragionevole giudizio” degli onorevoli Giudici. Un sistema di governo che rende il Popolo subordinato a un comitato di nove giudici non eletti non merita di essere chiamato una democrazia. […] E permettere che la questione politica del matrimonio omosessuale venga considerata e decisa da un gruppo di nove persone, patrizie, altamente non rappresentative, equivale a trasgredire un principio ancora più fondamentale del “nessuna tassazione senza rappresentanza”: “nessuna trasformazione sociale senza rappresentanza”.
    Proprio questo sembra il grido della coalizione trumpiana: nessuna trasformazione sociale senza rappresentanza.
    La coalizione trumpiana è quintessenzialmente americana. Americana nel senso originario, come espresso nel secondo articolo del Federalist da John Jay nel 1787: “La Provvidenza ha voluto affidare questo Paese ben collegato ad un unico popolo, un popolo che discende dagli stessi antenati, che parla la stessa lingua, che professa la stessa religione, attaccato agli stessi principi di governo, con usi e costumi molto simili”.

    Questa parte d’America si sente oggi offesa, emarginata da un multiculturalismo secondo cui l’immigrazione non ha più come obiettivo l’assimilazione nella cultura americana, ma l’affermazione di diverse culture, tutte egualmente legittime e meritevoli, anzi tanto più meritevoli quanto più lontane dalle radici eurocentriche. Così le tradizioni religiose e morali considerate per secoli sacre, sono ora derise ed etichettate come retrograde; persino augurare “buon Natale” non è più stimato opportuno, poiché riferendosi alla nascita di Cristo si potrebbero urtare le sensibilità dei non cristiani.
    L’America tradizionale è chiamata dall’establishment politico, accademico, mediatico a un perenne mea culpa per peccati forse commessi dai propri antenati, ad accettare di essere quindi discriminata, umiliata, ghettizzata. Norme derivate dal processo democratico – come abbiamo visto – vengono costantemente disattese dalla Corte Suprema, il federalismo ridotto a un concetto vuoto. Allo stesso tempo, accanto alla crisi culturale, si è manifestato anche un disagio economico, con l’industria pesante sofferente per via della globalizzazione, “Fabbriche arrugginite sparpagliate come lapidi nel paesaggio della nostra nazione”, come enunciato da Trump nel discorso inaugurale della sua presidenza.»
    Questi mi sembrano i punti di fondo: situazione “culturale” (la sacra bandiera della patria, l’aborto, il matrimonio omosessuale, ecc.) e il disagio economico sociale. Cio che interessa a chi ha votato Trump è la promessa di rendere l’America (bianca) nuovamente grande, di nominare giudici della Corte Suprema ( i repubblicani hanno bloccato per oltre un anno la nomina di un giudice da parte di Obama), di abbattere la regolamentazione, di difendere i confini, di pensare solo all’interesse americano (il che non significa fare meno guerre. Giulio ti risulta o no che Trump ha proposto un rilevante aumento delle spese militari?)
    Scrive ancora paolo Gentili:
    «Tutti hanno ascoltato ma forse pochi compreso, vista l’imponente Women’s March on Washington che ha avuto luogo il giorno successivo all’inaugurazione e dove si è manifestata tutta la rabbia del movimento femminista contro quegli uomini e quelle donne dimenticati di cui (e a cui) ha parlato Trump. Durante tale marcia, l’attrice Ashley Judd ha recitato una poesia in cui, oltre a esprimere vari insulti al nuovo presidente (tra cui quello di essere la reincarnazione di Hitler e di desiderare sessualmente la propria figlia), diceva “Non sono tanto disgustosa quanto lo sono il razzismo, la truffa, il conflitto d’interesse, l’omofobia, l’aggressione sessuale, la transofobia, la supremazia bianca, la misoginia, l’ignoranza, i privilegi dei Bianchi”.
    In sostanza, al grido di Trump e dei suoi sostenitori contro il politicamente corretto, contro la reverse discrimination dell’uomo bianco eterosessuale, le femministe rispondono con le stesse medesime accuse […]»
    Questi alcuni aspetti della battaglia che si sta combattendo negli USA. A me non sembrano questioni “radical chic”. Forse non possono essere affrontate con “l’individualismo radicale”, “l’egalitarismo radicale”, l’ideologia del “globalismo di mercato”.
    Ciò che, comunque, non si può fare è rinunciare alla lotta contro questo nazionalismo di estrema destra o autoritarismo reazionario o “fascismo post-moderno” (ognuno si scelga la categoria politica più gradita, ma la sostanza non cambia)

  3. Media e fascismo. Il post di Toffoli riguarda in gran parte i media, che hanno esagerato l’idiozia al lavoro nel supermercato e mostrificato il nuovo presidente americano perchè estraneo al gruppo finora dominante. Crede a questa visione farlocca (fake) dei fatti chi qui da noi lancia allarmi sul fascismo risorgente.
    Invece Donato Salzarulo contrappone altri articoli (“per me l’interpretazione più corretta è quella di un post di…”) e conferma che il pericolo di un sostegno attivo al fascismo-sempre-latente esiste.
    L’articolo in questione però, di Paolo Gentili sull’Huffington, afferma anche che nella “Women’s March on Washington […] si è manifestata tutta la rabbia del movimento femminista contro quegli uomini e quelle donne dimenticati di cui (e a cui) ha parlato Trump”.
    La rabbia è stata, e sarà ancora nelle manifestazioni dell’8 marzo, rivolta contro il machismo e il sessismo di quelli e di altri uomini, Trump compreso, dimenticati e no. La frase di Gentili trasmette invece l’idea che i e le dimenticate siano senz’altro sessisti. Occorre allora ricordare l’analisi di Nancy Frazer, due articoli pubblicati da Rifondazione comunista il 13 febbraio, sull’alleanza equivoca tra il neoliberismo e i nuovi movimenti sociali, le femministe ne sono consapevoli ma Gentili no. Usiamo meglio i media.
    E’ diffuso il pensiero che in Europa il fascismo è latente (“importante stabilire con esattezza se il Trump ‘capitalista’ corre *effettivamente* il rischio di portarci a qualcosa che al fascismo somiglia troppo” scrive Abate) in Salvini e Le Pen, e conclamato in Orban. Con la Brexit la svolta verso chiusure razziste e protezioniste ha fatto passi avanti. Anche Toffoli non nega il pericolo: “Questo vuol dire che a tuo avviso l’esistenza di un razzismo di fondo in qualche forma diffuso nella società non sia un problema se trova una voce politica capace di amplificarlo…” “Come negarlo, il problema può esserci”.
    Se restiamo vicini alla vita corrente, chi non avverte inquietudine per le guerre continuate e vicine da 25 anni, e chi non è coinvolto dall’impoverimento degli ultimi 10 o forse 20 anni? Si può credere che paura e miseria favoriranno politiche autoritarie, aggressive, sbagliate, l’esperienza è vicina e sappiamo come andò a finire. Però i partiti fascista e nazista sono stati votati dopo anni e anni di violenze estreme e continuate. Anche il giro di anni ’60 e ’70 ha concesso licenze alla violenza reazionaria più di oggi, teniamone conto, se si teme un fascismo riemergente. E’ però anche vero che la violenza oggi è un meccanismo rivolto all’esterno, agli immigrati.
    Riporto da altri articoli. Il primo è di Domenico Losurdo su Sinistra in rete del 13 marzo. Losurdo ricorda due frasi di Togliatti: “A noi, partito della classe operaia, spetta, in questo momento come nei momenti più gravi del passato, riconoscere e difendere gli interessi di tutta la nazione […] non esiste contrasto tra una politica nazionale e una politica di classe del partito comunista”. Losurdo avverte: “Sia chiaro: non si tratta di abbandonarsi al gioco delle analogie […] è contro questo pericolo di guerra concreto che siamo chiamati a lottare. E potremo affrontare questo pericolo crescente con tanta più efficacia quanto più sapremo tener conto, adattandola ovviamente alla situazione odierna, della grande lezione di Palmiro Togliatti.” Temi dell’odierno populismo.
    Marcello Foa su FB, dal suo blog sul Giornale: “chi fino a una settimana fa pareva intenzionato a votare per Wilders, all’ultimo minuto ha scelto Rutte […] a livello globale questo risultato segna, ovviamente, una battuta d’arresto dei movimenti antiélite, dopo tre vittorie travolgenti in occasione della Brexit, dell’elezione di Trump e del successo del no al referendum costituzionale in Italia […] Se non si fosse messo di mezzo Erdogan, in extremis, il risultato sarebbe stato meno confortante per l’establishment.” Dunque: positività dei movimenti antielite, senza allarmi sul fascismo.

  4. SEGNALAZIONE. A PROPOSITO DELLE NOSTRE OLIGARCHIE.

    Perché dico che sta crollando la Seconda Repubblica?
    Scritto da Aldo Giannuli

    Stralcio:

    E questo ci fa capire che c’è un “difetto di progettazione” nella Seconda Repubblica. Essa sorse da una curiosa “emulsione populista liberista” per la quale, ad una retorica fondamentalmente ipo-politica (se non antipolitica) corrispondeva un disegno sostanzialmente elitario oligarchico, attraverso la liquidazione degli istituti della democrazia di massa e l’emergere di partiti-azienda raccolti intorno ad un leader più o meno carismatico. Questa pasticciata mescolanza ha funzionato per qualche tempo, ma, come ogni emulsione, alla fine ha separato “l’acqua dall’olio” e non funziona più.
    L’inganno populista, che in qualche modo è stato tentato non solo in Italia, ha finito per ritorcersi contro i suoi stessi artefici, che oggi devono affrontare la rivolta populista che essi stessi hanno suscitato.
    Il punto è che, piaccia o no, la democrazia ha messo radici, pur con tutte le sue carenze ed il popolo non rinuncia a dire la sua.
    Un personaggio sostanzialmente estraneo alla democrazia come Giorgio Napolitano (come dimostra il suo giovanile stalinismo, il suo appoggio all’invasione sovietica dell’Ungheria, poi la sua lunga adesione alle regole disciplinari del Pci, infine, in età senile, la sua adesione toto corde all’elitarismo neoliberista) può anche pensare che ci siano materie come l’adesione agli organi internazionali da sottrarre alla decisione democratica, perché il popolo non è in grado di capire e che questo è stato l’errore di Cameron. Ma, per fortuna, è una posizione destinata ad infrangersi contro la solidità dei fatti.
    Dunque, dissoltosi l’inganno dell’emulsione, è venuto fuori il carattere genuinamente antidemocratico ed oligarchico del neoliberismo, rivelato dall’urto della crisi. E questo sta travolgendo anche la costruzione iper tecnocratica della Ue. E con questa sta venendo meno un altro pilastro dell’ordine neoliberista e, di riflesso, del sistema politico italiano.
    Al pettine stanno venendo, uno dietro l’altro, i nodi intrecciati in questo quarto di secolo ed a questo si aggiungono le specifiche ragioni italiane.
    Non una delle promesse della Seconda Repubblica ha trovato attuazione: non il bipartitismo, non il governo di legislatura, non un ceto politico più corrispondente alla volontà popolare (anzi.), non la fine della corruzione, non la fine della grande criminalità organizzata, non un ordinamento più moderno e funzionale della pubblica amministrazione, non la riduzione del debito pubblico, non la riqualificazione della spesa pubblica e minore pressione fiscale, non servizi pubblici migliori e ci fermiamo qui. Nessuna delle “riforme” tentate ha prodotto gli esiti promessi e spesso ha comportato pesanti effetti controintuitivi.
    Con un bilancio così negativo, c’è da meravigliarsi del come la protesta abbia tardato tanto. Ma adesso siamo al redde rationem.

    (da http://www.aldogiannuli.it/crollo-seconda-repubblica/)

  5. 1. – Ho cominciato la mattinata, leggendo un’intervista di Marco D’Eramo a Rossana Rossanda. Ha 93 anni e una grande lucidità. Siccome, il mio amico Giulio è “contrario a usare la parola comunismo”, riporto la penultima domanda e risposta:
    – «Ma sei ancora comunista? Perché io sono anticapitalista, ma non mi è più ben chiaro cosa voglia dire essere comunisti, cioè come possa realizzarsi in concreto una proprietà collettiva che non sia un capitalismo di Stato.
    A me non è ben chiaro cosa voglia dire essere “anticapitalista sì, marxista e comunista no”. Cioè tutta l’accumulazione di teorie e di vite che è avvenuta almeno dal ’48 sulle spalle del lavoro. E poi io resto persuasa di una battuta di Mario Tronti: con il movimento comunista si è avuto una grande civilizzazione del conflitto. E non accetterò mai che il mondo resti non solo pieno di povertà ma con le disuguaglianze in aumento, come riconoscono le Nazioni Unite. Certo, i “socialismi reali” non sono stati una società augurabile, ed è su questo che, se il movimento comunista esistesse ancora, si dovrebbe lavorare. Io comunque vi appartengo. Ho commesso tanti errori e ammetterlo fa parte di una vita capace di riflettere su di sé. Non penso che siamo sconfitti per l’eternità; mi dispiace non riuscire a vedere la società che desidero.»

    2. Guardando velocemente i giornali, ho appreso che è morto l’Omero dei Caraibi, Derek Walcott. Mi dispiace. Il suo primo libro che ho letto è “Mappa del Nuovo Mondo”. Ricordo una sua poesia. “Amore dopo amore”. “Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io”. Forse è una cripto-citazione di Rimbaud (“L’Io è un altro”). Di sicuro è l’atteggiamento migliore da assumere nei confronti degli stranieri.

    AMORE DOPO AMORE
    Tempo verrà
    in cui, con esultanza,
    saluterai te stesso arrivato
    alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
    e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,
    e dirà: Siedi qui. Mangia.
    Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
    Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
    a se stesso, allo straniero che ti ha amato
    per tutta la tua vita, che hai ignorato
    per un altro che ti sa a memoria.
    Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,
    le fotografie, le note disperate,
    sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
    Siediti. E’ festa: la tua vita è in tavola.

  6. SEGNALAZIONE
    (dalla bacheca FB di Giuseppe Masala)

    Leggevo che i tedeschi minacciano di ricorrere al World Trade Organisation qualora Trump imponga dazi sull’importazione di automobili tedesche negli USA. Ho provato una certa sensazione di spaesamento uguale a quando ascoltai – un paio di mesi fa – Draghi che dichiarava al Parlamento Europeo che “l’Euro è irreversibile perché lo prevedono così i trattati”. Questa sensazione è dovuta al fatto che con queste dichiarazioni la dirigenza europea sembra imprigionata in una bolla temporale, in un eterno presente immutabile. In altri termini, queste dichiarazioni chiariscono che la dirigente europea è priva di una pur minima prospettiva storica: da che mondo e mondo i trattati, gli accordi, i patti tra nazioni vengono stracciati da una o più parti quando le circostanze storiche, nelle quali i trattati sono maturati, mutano e sono necessari nuovi accordi (a volte questi nascono dopo che le parti misurano le proprie forze attraverso uno scontro diplomatico, economico e a volte anche militare). Se era sconcertante la dichiarazione di Draghi (comunque accettabile perché siamo di fronte ad un economista, dunque per definizione ad una persona mediamente ottusa) quella tedesca assume venature grottesche: di grazia cosa faranno i tedeschi agli americani se questi ultimi mettono i dazi? Denunciano al WTO? E se gli americani escono dal WTO (cosa peraltro già dichiarata da Trump)? Gli dichiarano guerra? Cioè un nano militare (peraltro pieno di basi militari del paese nemico) va alla guerra con una superpotenza di cui è difficile anche misurare l’enorme capacità militare in tutti i campi? Semplicemente i tedeschi non hanno strumenti né diplomatici né militari per contrastare la decisione americana. Al massimo potrebbero controbattere con dei contro-dazi che agli americani farebbero comunque il solletico visto che non hanno nulla da perdere avendo una bilancia commerciale in forte passivo dall’ormai lontano 1971 (e non è una data a caso). Semmai sono i tedeschi ad avere tutto da perdere da una guerra commerciale considerato che il 50% del PIL tedesco è destinato all’esportazione.
    Ecco, qui sta il punto ineludibile: la globalizzazione e l’apertura dei mercati ha arricchito qualcuno sfacciatamente e ha impoverito altri. Sfortunatamente tra gli impoveriti ci sono quelli che hanno il potere militare. Gli USA si ritrovano con 43 milioni di persone che mangiano con i buoni governativi perché in stato di grave deprivazione materiale, oltre 100 milioni di persone di persone inattive, ovvero che non risultano disoccupati perché le statistiche sono congegnate in tal modo che pure essere disoccupato è un traguardo: questa è la realtà sociale peraltro peggiorata durante la presidenza “di sinistra” di Obama. Non solo, hanno le infrastrutture civili che cadono a pezzi peggio che in Italia, dunque la situazione non può continuare.
    Trump ha vinto per questo: riportare il lavoro in patria a qualunque costo prima che esploda una guerra civile e ha l’appoggio di quel capitalismo old stile che va dall’edilizia fino all’energia e che prospera solo se il popolo sta prosperando. L’apertura dei mercati invece conviene alla finanza che sposta capitali da una parte all’altra del mondo in una frazione di secondo e a quel capitalismo della new economy che non crea posti di lavoro ma semmai li distrugge. Sfortunatamente per i tedeschi il candidato di questo new capitalism (Hillary Clinton) ha perso. E assieme a loro hanno perso i tedeschi. Ecco, la Merkel per capire cosa sta succedendo dovrebbe aprire qualche libro di storia e provare a imparare la lezione che quando cambiano le condizioni materiali cambiano anche gli accordi esistenti; con le buone o con le cattive.

  7. a) *Parliamo di psicologia, di sessi e diritti di ogni tipo e colore ma non parliamo di lavoro.* (Toffoli)

    Rita: Ma esiste forse oggi un’analisi che tenga conto del fatto che, parlando di lavoro, non ci si possa limitare solo al concetto di sfruttamento, al concetto di rapporto di produzione, ad una classe operaia che non c’è, alla povertà di molti e alla ricchezza di pochi?
    Senza un’analisi economico-sociale adeguata, viene semplice al Papa Buono (Francesco) uscire dal suo ruolo di pastore di anime e affermare che è un gravissimo peccato licenziare i lavoratori, mettendo così nel mucchio anche (e soprattutto) coloro che, imprenditori non più competitivi sul mercato, devono chiudere. Si suicideranno, al pari dei dipendenti licenziati. Ma chissenefrega!
    Mi sa che la cooperazione auspicata dall’analisi di Marx – che riguardava il lavoratore collettivo e che accomunava “l’ingegnere all’ultimo manovale” – si sia in questo modo raggiunta: ma tragicamente all’incontrario. Ambedue espulsi da quel processo di lavoro che si poteva profilare anche come un processo di realizzazione di un nuovo corso sociale. E che ha prodotto la crescente povertà dei ceti medi.

    b) *Inutile che te lo ripeta, dal 1945 in poi gli USA hanno insanguinato il pianeta con una serie infinita di guerre*. (Toffoli)

    Rita: Ma non solo. Questo è l’aspetto trucido sì, ma abbastanza manifesto.
    La perversione drammatica sta da un’altra parte. Negli anni ’30 i grandi industriali americani sostennero i partiti ‘fascisti’ (parola ‘bagaglio’, come giustamente rileva Cristiana) in Europa – a contrastare la paura del ‘comunismo’ (leggi URSS) da una parte e per fare i loro biechi interessi dall’altra – sostenendo le spese per sovvenzionare il potere di Mussolini (e le sue guerre coloniali) in cambio di opere d’arte di Leonardo Da Vinci e altri artisti e che la storica dell’arte Margherita Sarfatti, amante di Mussolini, cercava di utilizzare come merce di scambio. Idem, con altro tipo di favori (fabbriche di armi), con l’emergente nazismo.
    E aggiungiamoci anche la filantropia di John Davison Rockefeller, il quale la utilizzava ai fini di imbrigliare l’arte nella sua spinta verso la libertà d’opinione.

    c) *durante l’amministrazione Obama sono stati espulsi almeno due milioni, c’è chi dice molti di più, di clandestini. Solo che Obama aveva dalla sua parte la stampa, l’establishment e il tutto era fatto con i dovuti modi …”* (Toffoli)

    *Respingere l’accusa di razzismo nei confronti di Trump obiettando che lo è stato anche Obama non mi pare argomento né solido né tranquillizzante* (Ennio)

    Rita: Il punto sollevato da Toffoli non mi sembrava essere quello del ‘todos caballeros’, colpevoli tutti e quindi nessuno è colpevole. Bensì l’uso ipocrita che viene fatto di una certa informazione. E’ il principio dei due pesi e due misure che è inaccettabile e alimenta l’ambiguità. E, inoltre, si corre il fondato rischio di stabilire una specie di idolatria aristocratica che si appoggia all’elitarismo delle idee: io, intellettuale, l’ho detto e per questo deve essere vero. E chi dissente da me, “peste lo colga”.
    Ad esempio, perché mai le masse – o, per dirla con Ennio, *quel sommovimento che vede il popolo minuto rivoltarsi contro…una ristretta oligarchia»? non è sempre ad «una ristretta oligarchia» (trumpiana) che ha dato la sua approvazione? e davvero « gli strumenti che ha fra le mani» (il voto in sostanza) ce li ha e sono efficaci?* -, vengono qualificate negativamente quando appoggiano Trump mentre andavano benissimo per le cosiddette ‘rivoluzioni arabe’, sovvenzionate dagli americani, come ampiamente dimostrato ex post, perfino da dichiarazioni della stessa Clinton; e tutto ciò veniva giudicato diversamente, nonostante *non siamo più ragazzotti e un po’ di memoria ‘marxista-leninista’ ci resta*?
    E se, invece, le stesse persone che hanno votato per Trump avessero votato per la Clinton, sarebbero state meno ‘fasciste’? Non lo sappiamo. Ma sarebbe il caso di capirci un po’ di più sui cambiamenti ‘reali’ che si sono verificati mentre eravamo distratti dalle ‘favole’.
    Anche perché questo metodo di entrare in contatto con le situazioni reali (analisi concreta della situazione concreta) e non con i numeri (quante volte si sono criticati sia Berlusconi che Salvini per il loro ricorso alle ‘cifre’?), ci serve per capire la nostra situazione italiana, dove pare che invece l’attenzione sia più orientata a gestire i dati statistici legati allo status degli elettori in funzione di stabilire alleanze di potere al vertice, piuttosto che pensare effettivamente a dei programmi per il paese, che non siano le solite fumose operazioni di propaganda.

    d) Citazioni da intervista a R. Rossanda (93 anni) da parte di Marco D’Eramo, selezionate da D. Salzarulo.
    1 – M. D’Eramo (?) : «Ma sei ancora comunista? Perché io sono anticapitalista, ma non mi è più ben chiaro cosa voglia dire essere comunisti, cioè come possa realizzarsi in concreto una proprietà collettiva che non sia un capitalismo di Stato”.
    Rossanda (?) : “A me non è ben chiaro cosa voglia dire essere “anticapitalista sì, marxista e comunista no”.
    2 – E poi io resto persuasa di una battuta di Mario Tronti: con il movimento comunista si è avuto una grande civilizzazione del conflitto. E non accetterò mai che il mondo resti non solo pieno di povertà ma con le disuguaglianze in aumento, come riconoscono le Nazioni Unite.
    3 – Ho commesso tanti errori e ammetterlo fa parte di una vita capace di riflettere su di sé. Non penso che siamo sconfitti per l’eternità; mi dispiace non riuscire a vedere la società che desidero.»

    Rita: Mi inchino con tutto il rispetto dovuto a questa “Ragazza del secolo scorso” – come titola un suo interessante libro -, alla sua intensa vita non priva certo di vicissitudini e dolori.
    E mi rendo perfettamente conto che un’intervista non possa trattare esaustivamente temi così pregnanti come quelli citati, e così ricchi di storia e di contraddizioni.
    Ma proprio per la delicatezza di queste tematiche – e sapendo che le parole hanno un certo peso se provengono da un personaggio di una certa rilevanza politico/storica come lo è R. Rossanda – forse sarebbe più rispettoso mantenere una linea più ‘dimessa’.

    sub 1 – Perché sostenere affermazioni del tipo: *non è ben chiaro cosa voglia dire essere “anticapitalista sì, marxista e comunista no”, senza potere poi procedere ad una delucidazione – ma, ripeto, non glielo si può chiedere per quanto la signora si dimostri ancora lucidissima e, oltretutto, si tratta di una intervista – manda un messaggio ambiguo, difficile da decrittare da parte di chi, soprattutto giovani, ha poca esperienza teorica in merito e che rischia di fare di tutt’erba un fascio. Mentre si può essere anticapitalisti senza essere automaticamente marxisti, o comunisti. Vi ricordate la ricerca del ‘capitalismo dal volto umano’ che “tanti lutti addusse” alla lotta operaia? Così come si può essere comunisti senza automaticamente essere marxisti, ecc. ecc.

    sub 2 – Oppure che cosa significa *civilizzazione del conflitto*? Meglio la vaselina di Obama oppure il ‘frontale’ con Trump?
    *E non accetterò mai che il mondo resti non solo pieno di povertà ma con le disuguaglianze in aumento, come riconoscono le Nazioni Unite*.
    Richiama quanto ribadisce D. Salzarulo: *la … richiesta di “vita migliore” non potrà essere soddisfatta da Trump (e Salvini e Grillo), perché questi signori non pongono al centro dei loro programma il “togliere ai ricchi per dare ai poveri”, ma la “guerra tra i poveri e ai poveri”. Ma come ci creano questi ‘poveri’? E’ sufficiente parlare del maleficio della globalizzazione, o dei pescecani della finanza, ecc. ecc.? A quanto pare no!
    sub 3 – Ma intanto le battute circolano, così come quella di affermare di *aver fatto molti errori e che è una capacità poter riflettere su di essi*.
    Ma poiché chi si esprime è una figura pubblica che tanto rilievo ha avuto nella storia politica del nostro paese, nelle sue scelte coraggiose di presa di posizione partitica, nelle dure opposizioni a disturbanti pensieri teorici ‘altri’ (altro che ‘democrazia’!), usare queste formule senza poter poi entrare nel merito (et pour cause!) è un modo mediatico per assolvere un percorso trattandolo esclusivamente sotto il profilo umano e non anche politico.
    E’ un po’ come far passare artatamente un ‘ipse dixit’, e farne una verità.
    Riflettere sugli errori non può essere uno slogan, un ‘pater, ave, gloria’ che ci mette a posto la coscienza. E’ un processo duro penoso e articolato, in cui si possono vedere dei cambiamenti all’interno del percorso.
    Le sopracitate espressioni di Rossanda – lo ribadisco con tutto l’affetto e la considerazione per questa figura che comunque è stata una lottatrice – non mi fanno intuire nessuna trasformazione. E mi dispiace.

    R.S.

  8. Mi sono ripromesso di non allargare ulteriormente la discussione sul caso Trump … lasciando che sia il tempo e non la miseria di un giornalismo d’accatto e di un certo mondo intellettuale che mi pare spesso aver perso di vista la realtà delle cose impegnato come è a guardare il suo ombelico come fosse il centro del mondo, a darci le risposte che ci mancano. Ringrazio tutti gli interventi che offrono da diversi punti di vista dei contributi ricchi di stimoli interessanti.
    Fra le altre cose che si potrebbero dire aggiungo solo per maggior chiarezza:
    – Vista la crescente idiosincrasia del Tonto per la stampa nostrana i dati sulle elezioni statunitensi sono stati ricavati dal sito http://www.Dave Leip’s atlas of US presidential elections a cui si rimanda.
    – Sulla politica estera di Trump è difficile esprimere ad oggi un giudizio visto che il neo presidente è talmente sottoposto a pressioni provenienti da diversi centri di potere da non aver ancora delineato una sua strategia chiara. Certo basandosi sulle dichiarazioni preelettorali si presentava come meno aggressivo della signora Clinton. II tempo ci chiarirà le idee.
    – Mi sembrano degne della più grande attenzione le parole di Giuseppe Masala e su di esse penso sarà necessario tornare. Al Tonto ha fatto davvero sorridere la ripresa dell’incontro fra Trump e la Merkel nella stanza ovale che i più hanno giudicato un esempio della cafonaggine di Trump. Chissà perché al Tonto è apparsa invece una significativa dimostrazione del nuovo clima di “confronto” fra due mastini tedeschi … l’uno emigrato qualche generazione fa negli USA l’altra emigrata dal “socialismo reale”. Davvero una ripresa degna di una pagina di Buster Keaton.
    – Sul concetto di comunismo la posizione del Tonto, se non erro in sintonia con le note di Rita Simonitto, è di prudente distacco, un distacco che è anche quello che prova nei confronti di quel mondo intellettuale di cui ha fatto parte la Rossanda. Si tratta di riprendere a discuterne con adeguata misura liberandosi da un universo di retori che ancora blaterano più o meno a vanvera del loro essere “comunisti”, potendo godere di sicure e stabili rendite. Ma su questo tema partendo dalla meditazione di Ennio sul testo di Fortini sarà il caso di tornare a suo tempo …

  9. APPUNTI: TRUMP, FASCISMO, COMUNISMO

    @ Simonitto
    Il limite di questa discussione su Trump e trumpini io lo vedo nella difficoltà di procedere tenendo a bada i sospetti più grossolani. Ci sono tra noi che qui stiamo esponendo le nostre opinioni dei filotrumpiani o dei filo-obamiani ( o-clintoniani) puri? Non mi pare. È vero però che, anche quando dichiariamo di non essere tifosi né di Trump né della Clinton, abbiamo degli *immaginari di partenza* che ci fanno sottovalutare o sopravvalutare i rischi futuri che intravvediamo nelle dichiarazioni e prime di Trump ( e dell’apparato militare-politico di cui è il simbolo). E sono condizionate da questi *immaginari di partenza* ( ma anche da convinzioni profonde e ragionate) anche le questioni “collaterali£ che in essa si affacciano: quella del lavoro, del fascismo e del comunismo, che per alcuni di noi dovrebbero far parte a pieno titolo della discussione sul presente; e per altri andrebbero accantonate o cancellate perché “inattuali” o “illusorie”.
    Dal commento di Rita, ad esempio, io deduco che:

    1. Parlare di lavoro ha poco senso perché non esiste oggi un’analisi adeguata del fenomeno e i discorsi di chi ne parla si limiterebbero ad usare concetti marxisti “superati” o “inefficaci” (sfruttamento, rapporto di produzione, classe operaia «che non c’è», povertà di molti e ricchezza di pochi). Per lei il «Papa Buono» ( e “cripto-comunista”?) finirebbe per difendere solo una parte delle vittime ( i lavoratori licenziati) trascurando altre vittime degne di attenzione ( gli imprenditori non più competitivi sul mercato). Rita cita «la cooperazione auspicata dall’analisi di Marx – che riguardava il lavoratore collettivo e che accomunava “l’ingegnere all’ultimo manovale”», che non si è realizzata e perciò non ha permesso quel «nuovo corso sociale» ( il socialismo). E allora? Se siamo lavoratori o pensionati o precari, fallita l’ipotesi marxiana del socialismo, non sarebbe il caso di capire per quali cause si sia trasformato il lavoro e come si siano impoveriti i ceti medi? E tentare di capire se, entro le nuove forme assunte dal lavoro, quel concetto marxiano di sfruttamento sia ancora operante o da cosa sia stato sostituito? O se la classe operaia ( tute blu) scomparsa o ridimensionata nelle società post-industriali sia stata sostituita da un magma di lavoratori precari o semischiavi, che non sono più soggetto della “vecchia” rivoluzione pensata da Marx, ma che vivono una condizione di oppressione e disagio che rappresenta comunque un problema aperto?
    2.
    Quando si ricorda il sostegno dei grandi industriali americani al fascismo (vedi brano d’apprfondimento che qui sotto ho stralciato*) non si capisce perché ‘fascista’ sia «parola ‘bagaglio’» (cioè, suppongo, che contiene cose eterogenee da un punto di vista di classe e inaffidabile). Questa *“entente cordiale* tra industriali statunitensi e gerarchi fascisti a me pare dimostrre proprio una “solidarietà di classe” tra élite dominanti.

    *« non si può negare che la simpatia dello stesso mondo imprenditoriale e finanziario americano per il fascismo fu una simpatia anch’essa interessata, poiché la stabilità politica italiana significava stabilità e certezza per gli investimenti nella penisola del capitale statunitense.
    In questo clima si può ben capire il discorso che fece Nicola Murray Butler, allora probabile candidato repubblicano alle presidenziali del 1928, commemorando il 184° anniversario della nascita di Jefferson all’Università della Virginia, trasformato in “una delle più grandi esaltazioni del Fascismo che siano mai state fatte in America”.
    In esso il fascismo è elogiato come una “forma di Governo di ordine superiore”, vittorioso sul comunismo, vero artefice di progresso nella sicurezza, nell’igiene, nell’educazione, nell’economia del popolo italiano, creatore di un Paese ormai disciplinato, ordinato, che può guardare il mondo con orgoglio e soddisfazione.
    La posizione del rettore nei confronti del fascismo, dunque, ben corrispondeva alle opinioni dell’establishement statunitense il quale riteneva l’ordine raggiunto in Italia presupposto indispensabile per proficui e duraturi rapporti di affari.
    Il fascismo come strumentale agli affari! Questo fu, in fondo, la linea costante che il mondo economico e finanziario americano seguì sempre, ed a questa impostazione, aldilà delle motivazioni ideali, aderirono anche i banchieri e gli imprenditori lucani negli Stati Uniti. E questo è dimostrato anche dal fatto che quando Mussolini si avviò verso imprese di guerra, come l’invasione dell’Etiopia, la simpatia americana verso la Casa di Cultura Italiana scemò e lo stesso suo direttore, Giuseppe Prezzolini, si dimise in polemica con una istituzione ritenuta non più rispondente ai bisogni della comunità italo- americana.
    La Casa Italiana di Cultura, dunque, come strumento per facilitare i rapporti economici e finanziari tra l’Italia e gli Stati Uniti. In questo progetto vi era la coincidenza di due interessi con al centro il fascismo: da un lato l’interesse del mondo finanziario americano alla stabilità politica italiana per la sicurezza dei propri investimenti, dall’altro lato il desiderio italiano di consolidare sempre più forti rapporti con l’imprenditoria statunitense per ricevere capitali e prestiti.
    Ed il Regime fu pronto da subito a tranquillizzare gli ambienti finanziari statunitensi sulla sicurezza degli investimenti nel territorio italiano.
    Già nel 1923 l’americano Aldred, in rappresentanza di un consorzio bancario americano che aveva l’obiettivo di investire capitali in Italia, specialmente nel settore industriale, aveva fondato la “Italian Power Company”.
    Lo stesso governo americano era pronto ad impegnarsi in cospicui investimenti in Italia purché il Regime avesse accettato un accordo globale per la sistemazione dei debiti di guerra.
    Dobbiamo precisare che, dopo la marcia su Roma, l’Amministrazione Harding, pur essendo soddisfatta per il ritorno dell’ordine sociale in Italia, aveva mostrato poca simpatia per il nuovo movimento politico. Come si evince da un rapporto dell’incaricato d’affari italiano a Washington, gli Stati Uniti, mentre attendevano prove concrete del programma di ricostruzione del nuovo governo, non nascondevano i propri timori che la politica estera fascista sarebbe stata “ultranazionalista ed espansionista” (James Edward Miller, Gli Stati Uniti e l’Italia: 1917-1950, in “Storia Contemporanea”, anno XV, n.4, agosto 1984).
    Nello stesso tempo, però, la comunità finanziaria americana era incoraggiata dalla stabilità data dal nuovo Regime ed era pronta ad investire nella penisola. E questo fu quello che accadde: gli USA investirono massicciamente nell’Italia fascista con l’intenzione di ignorare la repressione interna purché essa non fosse accompagnata da aggressioni esterne.
    Nel 1927, poi, si ebbe il prestito cospicuo di 50 milioni di dollari della Banca Morgan ai tre istituti italiani di emissione (Bankitalia, Banco di Napoli e Banco di Sicilia) il quale rappresentò un vero e proprio “prestito di stabilizzazione”, erogato dopo l’impegno del Duce ad integrare l’Italia nell’ordine economico mondiale disegnato dagli Usa attraverso tutta una serie di azioni miranti a tenere sotto controllo l’inflazione. Anzi fu proprio la più importante di tali misure, la rivalutazione della lira a quota novanta, ad essere sostenuta dalla Federal Reserve Bank, con l’effetto di assicurare al Regime i consistenti prestiti americani (Gian Giacomo Migone, Gli Stati Uniti e il fascismo. Alle origini dell’egemonia americana in Italia, Editrice Feltrinelli, Milano 1980).
    Peraltro, dopo il prestito citato della Banca Morgan, fu aperto, con finanziamenti dello stesso governo italiano, anche un ufficio stampa presso la Italy-America Society con il compito di influenzare l’opinione pubblica statunitense in senso filofascista. E dall’anno successivo fino al 1930 tale ufficio stampa fu ospitato proprio nella sede della Casa di Cultura Italiana.
    Non si dimentichi, infine, per il discorso che stiamo facendo, che in soli quattro anni, dal 1925 al 1929, le aperture di credito del sistema bancario americano nei confronti dell’Italia fascista raggiunsero la considerevole somma di 318.550.000 dollari.
    »
    (IL FASCISMO E L’EMIGRAZIONE NEGLI STATI UNITI
    1 ottobre 2015 di Michele Strazza http://www.storiain.net/storia/il-fascismo-e-lemigrazione-negli-stati-uniti/)

    3.
    Ho scritto: *Respingere l’accusa di razzismo nei confronti di Trump obiettando che lo è stato anche Obama non mi pare argomento né solido né tranquillizzante* . E lo ripeto. Mi pare che su questo punto Rita faccia un po’ di confusione tra le mie posizioni e quelle di altri. Non capisco, infatti, perché mi attribuisca questa conclusione assolutoria: « colpevoli tutti e quindi nessuno è colpevole». Né perché userei « due pesi e due misure» o alimenterei «l’ambiguità» o, da intellettuale, «l’elitarismo delle idee». Tanto più che ho criticato il limite dell’appoggio popolare alla ristretta oligarchia trumpiana come a quella obamiana. E a suo tempo avevo criticato gli entusiasmi acritici per le “rivoluzioni arabe” (http://www.poliscritture.it/vecchio_sito/index.php?option=com_content&view=article&id=20:ennio-abate-dan-nazione-inglese-indiana&catid=1:fare-polis&Itemid=13) ma senza ridurle esclusivamente a movimenti fasulli sovvenzionati dagli americani. E infine ho delle riserve a parlare di Trump “fascista” con la sicurezza che ha Donato, ma non a essere meno diffidente di lui nei suoi confronti (e degli apparati che rappresenta). Dunque, non vedo elementi di “novità” (rilevanti per me, per noi) del new deal trumpiano.
    4.
    E arriviamo alle « ‘favole’» da cui saremmo stati distratti e sulle quali chiedo di ragionare di più ( e non altro). Innanzitutto – anche se è secondario – non mi spiego i “?” ironici accanto ai nomi di Marco D’Eramo e Rossana Rossanda. Indicherebbero che tali nomi sono di illustri sconosciuti o di personaggi trascurabili e insignificanti politicamente e culturalmente, (malgrado più avanti a Rossanda si riconosca una « intensa vita non priva certo di vicissitudini e dolori»)?
    Ma, nel merito della affermazione di Rossanda («non è ben chiaro cosa voglia dire essere “anticapitalista sì, marxista e comunista no»), posso capire la difficoltà ad intenderla da parte di un ragazzo che legge poco e usa soprattutto la playstation, ma per vecchietti come noi che dubbi possono sorgere? Sono forse classificabili come «anticapitalisti» i nazionalisti o i neo-nazionalisti o i sovranisti o gli stessi populisti o neopopulisti o gli stessi fautori del «capitalismo dal volto umano»? Non mi pare. Un esame approfondito della storia dell’Otto-Novecento ci fa capire che NON « si può essere comunisti senza automaticamente essere marxisti». Si può invece essere onorevolmente anarchici, democristiani, socialisti e combattere parzialmente il capitalismo senza volere quel passaggio (possibile ma non garantito» che potrebbe permettere di « vivere in una contraddizione diversa da quella oggi dominante». (Che per un marxista e comunista è appunto quella originatasi con l’avvento del capitalismo) . E la «civilizzazione del conflitto» di cui parlava Tronti, può essere questa e solo questa. Non certo «la vaselina di Obama». Tutto ciò era abbastanza chiaro in Italia fino agli anni Settanta almeno in alcuni raggruppamenti pensanti e militanti. Non lo è più oggi. Appunto per «errori» e per sconfitta. Non perché non si voglia «entrare nel merito» o si voglia discutere di questi problemi irrisolti «esclusivamente sotto il profilo umano e non anche politico».

    1. @ Ennio

      1) Parto dalla precisazione più semplice e per sfatare chissà quale persecutoria e subdola interpretazione (*non mi spiego i “?” ironici accanto ai nomi di Marco D’Eramo e Rossana Rossanda. Indicherebbero che tali nomi sono di illustri sconosciuti o di personaggi trascurabili e insignificanti politicamente e culturalmente…*).
      Nessuna ironia. Il mio punto di domanda dopo i nomi di D’Eramo e di Rossanda era messo soltanto perché nel testo non era precisato a chi e a chi appartenessero determinate affermazioni, come se si desse per scontato che il lettore partecipasse già della mente dello scrittore. Forse oggi si usa così…

      2) Io non ho scritto * Parlare di lavoro HA POCO SENSO perché non esiste oggi un’analisi adeguata del fenomeno e i discorsi di chi ne parla si limiterebbero ad usare concetti marxisti “superati” o “inefficaci”*. Tutt’altro. Ho rilevato, invece, la necessità di parlarne, sollecitando chi di dovere ad una analisi socio-economica adeguata di modo che non ci si limiti solo ai concetti di sfruttamento, di rapporto di produzione in riferimento ad una classe operaia (che non c’è nel senso di Marx). Evitando, quindi, che il ‘sociale’ e i suoi movimenti vengano ‘funzionalizzati’ alla lotta politica!
      E lo voglio ribadire utilizzando le parole di A. Tosel: *Lo scopo del materialismo è di rendere possibile l’incontro nel mondo di quegli elementi che rendono possibile «l’intelligenza approfondita di ciò che sta muovendo il nostro mondo, rinunciando radicalmente a ogni a priori di qualunque sorta sia. Bisogna mettersi a studiare i fatti, come diceva Marx, a conoscere positivamente i fatti, pur sapendo che nessuna conoscenza è possibile senza la luce di una concezione teorica scientifica e filosofica d’insieme»*

      3) Rispetto ad una America che esporterebbe democrazia e libertà, mi ha fatto piacere leggere il testo di James Edward Miller, Gli Stati Uniti e l’Italia: 1917-1950, e che Ennio ha riportato e da cui stralcio questi due passi:
      – *non si può negare che la simpatia dello stesso mondo imprenditoriale e finanziario americano per il fascismo fu una simpatia anch’essa interessata, poiché la stabilità politica italiana significava stabilità e certezza per gli investimenti nella penisola del capitale statunitense.*
      – * Già nel 1923 l’americano Aldred, in rappresentanza di un consorzio bancario americano che aveva l’obiettivo di investire capitali in Italia, specialmente nel settore industriale, aveva fondato la “Italian Power Company”.*
      Da ciò si evince che l’espansionismo americano non si è sicuramente mosso guidato da quegli ideali come molti poveri gonzi nostrani erano stati indotti a credere. Ma indotti da chi e da che cosa?
      Possiamo dunque intuire quanto sia importante – sia pure con la scarsità di mezzi informativi a nostra disposizione – cogliere le strategie che muovono i poteri dall’alto. Che può significare anche domandarsi “perché Trump, ADESSO? Che ‘sembra’ avere tutti contro? Non solo i democratici, ma anche parte dei repubblicani?”

      4) Più complesso è il punto successivo dove Ennio scrive: *Ho scritto: *Respingere l’accusa di razzismo nei confronti di Trump obiettando che lo è stato anche Obama non mi pare argomento né solido né tranquillizzante*.
      Ma anch’io, attraverso la celeberrima battuta del “todos caballeros”, ne sottolineavo l’inutilità.
      Volevo solo portare l’attenzione sull’uso dei due pesi e due misure, un rischio che corriamo tutti perché la tendenza alla ‘partigianeria’ – a stare con il ‘simile’ per affinità o per pura elezione personale – di base ci appartiene. Non era dunque una accusa specifica ad Ennio, a lui riferita, e che gli fa obiettare : *Non capisco, infatti, perché mi attribuisca questa conclusione assolutoria*; oppure: *Né perché userei « due pesi e due misure» o alimenterei «l’ambiguità» o, da intellettuale, «l’elitarismo delle idee».*).
      Il mio era solo un mettere in guardia dal confondere l’assunzione di una giusta valutazione critica, con un atteggiamento élitario o manicheo (o con me o contro di me). Lo abbiamo visto di recente anche qui in Italia: lo stesso tipo di elettore che sposta la preferenza da un partito all’altro acquisisce (o perde) una sua identità (di validazione culturale, reazionario o illuminato) a seconda dell’appartenenza al gruppo, la cui mentalità (vedi gli studi di Bion sulla mentalità di gruppo) ne determina il valore identitario. Semplifico: se dalla Lega passi al PD, sei culturalmente redento; se dal PD passi alla Lega, ti sei abbrutito. Questo è l’”élitarismo delle idee”.

      5) Sulle “favole”. Anche qui è difficile, pur rilevandosi l’esigenza, introdurre un discorso serio. Oltretutto, il mezzo utilizzato è un Blog la cui struttura ‘detta legge’, anche se meritoriamente Ennio non cessa di rinviare a letture più ampie e articolate.
      Ennio chiede: * Sono forse classificabili come «anticapitalisti» i nazionalisti o i neo-nazionalisti o i sovranisti o gli stessi populisti o neopopulisti o gli stessi fautori del «capitalismo dal volto umano»? Non mi pare*.
      Ma nello stesso afferma che si può essere ‘anticapitalisti’ senza però volere quel cambiamento (?) * che potrebbe permettere di « vivere in una contraddizione diversa da quella oggi dominante».* Epperò * Un esame approfondito della storia dell’Otto-Novecento ci fa capire che NON « si può essere comunisti senza automaticamente essere marxisti».*
      Non si poteva o non si può? Ma poi mi chiedo: che cosa intendiamo oggi quando parliamo di “Capitalismo”. E’ lo stesso di cui parlava Marx? O ci sono dei capitalismi diversi?

      6)Infine il dolente tema dell’errore. Se io vado dal macellaio e lui, invece di darmi il magatello per fare il vitello tonnato, mi ha dato un taglio diverso – ragion per cui io ho fatto con gli ospiti una figura barbina – lui si può scusare e venirmi incontro favorendomi su altre forniture. Non c’è bisogno che il macellaio faccia una revisione del suo operato mettendone in discussione i principi.
      Cosa che invece mi aspetto rispetto agli ‘errori’ fatti da un personaggio politico.

      *Mi dispiace non riuscire a vedere la società che desidero.», afferma Rossanda.
      A me invece dispiace per tutti coloro che ci hanno lasciato le piume per una battaglia che pensavano fosse la loro e invece non era proprio così. Ed ora non gli rimane che “Una bandiera! Una Bandiera”.
      (citazione da E.L. Masters. Antologia di Spoon River. Gli ultimi versi tratti da “Harry Wilmans”, traduzione di Fernanda Pivano: “seguendo la bandiera,/quando caddi gridando con gli intestini trapassati./Ora c’è una bandiera su di me a Spoon River./Una bandiera! Una bandiera!”).

      @ G. Toffoli
      * Sul concetto di comunismo… partendo dalla meditazione di Ennio sul testo di Fortini sarà il caso di tornare a suo tempo…*
      Sono ampiamente d’accordo.

      R.S.

  10. Caro Giulio, giusto per precisare. Il dissenso fra me e te (veramente anche fra me ed altri) non riguarda prevalentemente i dati elettorali, ma la loro interpretazione. Personalmente non enfatizzerei, come mi sembra tu faccia, il «sommovimento che vede il popolo minuto rivoltarsi contro chi negli ultimi decenni, senza distinzione di casacca, ha nei fatti peggiorato la sua condizione di vita favorendo una ristretta oligarchia ». Oltre che dai “colletti blu” (e, comunque, occorrebbe valutare quali colletti blu e con che idee in testa), Trump è stato tranquillamente votato da quell’oligarchia che tu giustamente vedi come il fumo negli occhi. Soros, Zuckerberg e i capitalisti della Silicon Valley hanno votato Clinton, ma Trump è stato votato anche da molti miliardari come lui e non tutti appartenenenti all’industria delle costruzioni, manifatturiera o, per dirla con Masala, a «quel capitalismo old stile che va dall’edilizia fino all’energia e che prospera solo se il popolo sta prosperando.» Mi dispiace per lui, ma non è così. Trump ha anche il sostegno di Wall Street e di tanti finanzieri ai quali ha promesso, se non l’abolizione, una limitazione della legge Dodd-Frank, introdotta da Barack Obama dopo la tempesta del 2007/08 e duramente osteggiata dai repubblicani.
    A differenza del Tonto, io non ho idiosincrasia per “la stampa nostrana”. Basta leggerla con spirito critico e valutare chi dice cosa e perché. Ad esempio, Robert James Shiller è un economista statunitense, professore all’Università di Yale, studioso di finanza comportamentale e per questi suoi studi premio Nobel per l’economia 2013. A “La Repubblica” di lunedì 20 marzo (supplemento “Affari e Finanza”), parlando di Trump, ha detto:
    «Non è vero che l’hanno votato solo i “blue collar” che ce l’hanno con la globalizzazione perché hanno perso il posto, né che le élite sono tutte contro di lui. L’ha votato una parte consistente del mondo del business americano, convinto che rilancerà le infrastrutture, soprattutto che ridurrà le tasse e liberalizzerà di nuovo le transazioni finanziarie. Tutti fattori cruciali. Certo, occorrerà in qualche modo far quadrare i conti pubblici: durante la campagna Trump a un certo punto ha detto che in otto anni azzererà il deficit americano, poi il giorno dopo ha lanciato il piano di 1000 miliardi per le infrastrutture, quindi ha annunciato il riarmo.»
    Non mi sembra che questo sia “giornalismo d’accatto”, né che Robert Shiller sia impegnato a “guardare il suo ombelico”. A me sembra un’opinione condivisibile, suffragata sia dai dati elettorali, sia dalle scelte successive di Trump (composizione del suo Governo), sia dalle reazioni di Wall Street alle sue elezioni.
    a) I dati: tutte le fasce di reddito dai 50 mila dollari in su hanno dato più voti a Trump che a Clinton. Ecco la Tabella

    Preferenze per reddito
    Reddito Trump Clinton
    < 30 mila dollari
    (17% campione) 41% 53%
    30-49 mila dollari
    (19% campione) 42% 51%
    50-99 mila dollari
    (31% campione) 50% 46%
    100-199 mila dollari
    (24% campione) 48% 47%
    200-249 mila dollari
    (4% campione) 49% 48%
    ≥ 250 mila dollari
    (6% campione) 48% 46%
    Campione: 9 077 risposte

    b) Composizione del Governo: al Tesoro, Steven Mnuchin, 54 anni, manager della banca d’investimenti Goldman Sachs per 17 anni, ma anche imprenditore e investitore di Wall Street; al Commercio, Wilbur Ross, noto investitore (nel 2000 ha fondato la compagnia di investimenti WL Ross & Co. che ha poi venduto nel 2006 per 357 milioni di dollari, rimanendone comunque il Presidente); alla Securities and Exchange commission (SEC), Walter Jay Clayton, avvocato, protagonista invisibile di una serie di grandi operazioni finanziarie (per un suo ritratto cfr. La Repubblica del 16 gennaio 2017). Sicuramente Trump non ha scelto queste persone a caso.
    c) Reazioni di Wall Street: dopo l’esultanza e l’euforia iniziale, il 25 gennaio il Dow Jones ha superato quota 20.000 punti.

    Quanto ai “colletti blu” che l’hanno votato, occorrebbe forse capirne di più: ragioni del loro disagio, orientamenti, ecc. Un mese e mezzo fa lessi su “Il Sole 24 Ore” un articolo di Carlo Bastasin, che mi fece riflettere.
    Riporto la parte iniziale dell’articolo:
    «In Europa, e in particolare in Italia, il successo di Donald Trump è stato interpretato come una ribellione dei perdenti nei confronti di un’élite che ha sequestrato tutti i benefici della globalizzazione, lasciando agli altri tutti i disagi.
    I leader politici europei che simpatizzano per Trump hanno potuto così salire su un piedistallo morale, come difensori della giustizia sociale, come condottieri della rivolta del popolo contro l’un per cento della società. Ma come mai allora in America i perdenti della globalizzazione avrebbero scelto come campione della loro rivalsa proprio Trump, il più vistoso tra i simboli della società dei privilegiati, l’un percento dell’un percento?
    C’è una possibilità molto meno consolatoria, rispetto alla ricerca di maggior giustizia sociale, che va tenuta in considerazione. Il sostegno a Trump non deriverebbe da un senso di iniquità causato dalla diseguale distribuzione dei redditi che caratterizza le società sottoposte alla trasformazione globale, ma un’insofferenza da parte dell’elettorato bianco meno istruito per la crescente eguaglianza “etnica” provocata dal dinamismo dell’economia: la crescita di una fascia affluente afro-americana; il prevalere dell’immigrazione ispanica nei nuovi lavori e nei benefici dell’assistenza sanitaria; la presa di potere femminile nel mondo del lavoro e infine le politiche di genere che hanno messo in dubbio la tradizionale prevalenza maschile non solo nel lavoro, ma perfino all’interno della famiglia.
    Non una ribellione contro la disuguaglianza dunque, ma contro l’uguaglianza. Le donne rappresentano ormai il 50% della forza lavoro americana e la quota delle ragazze da tempo ha superato quella dei colleghi maschi nel totale dei laureati nelle università. Manager donne sono a capo di grandi imprese, e da loro dipendono centinaia di migliaia di lavoratori maschi. La classe media bianca dei lavori tradizionali vede che gli afro-americani affluenti sono l’unico gruppo di classe media il cui reddito è aumentato del doppio rispetto al resto negli anni tra il 2005 e il 20015. La nuova immigrazione sia ispanica sia extra-americana ha colto le opportunità di nuovi lavori, benché a basso reddito, nei settori agricolo e dell’energia che hanno portato gli immigrati a impiegarsi non solo più nelle grandi città ma nella provincia americana dove la popolazione residente è stata presa di sorpresa dal cambiamento demografico e professionale. I nuovi arrivati inoltre hanno potuto subito usufruire della nuova assistenza sanitaria, il progetto politico più caro a Barack Obama, primo presidente afro-americano. Washington è diventata rapidamente il bersaglio del disagio.
    Visto da questa prospettiva, diventa più comprensibile perché i perdenti della trasformazione economica abbiano scelto di votare un bianco, maschilista, anti-immigrati, anziano e regressivo fin nello slogan con cui prometteva di riportare l’America a quella che era un tempo.»
    Non so quanto Bastasin abbia ragione. Trovo la sua interpretazione abbastanza plausibile. Sicuramente più sensata e fondata di tante lette in giro. Combinato coi dati di Paolo Gentili (cfr. commento del 15 marzo 2016, ore 17,14), mi aiuta a immaginare una sorta di elettore-tipo di Trump: è prevalentemente maschio, bianco, piuttosto anziano, abita nel Midwest, protestante (o cattolico conservatore e, comunque, per intenderci: no al divorzio, no all’aborto, no ai matrimoni omosessuali), con un titolo di studio non universitario, con un reddito da 50 mila dollari in su, razzista (ha vissuto come un incubo la presidenza dell’afro-americano…adesso ci manca che alla Casa Bianca vada pure una donna e, magari, dopo un gay!…), omofobo…Insomma, ci siamo intesi!…Trump esprime la quintessenza degli Usa. È un americano originario, il vero WASP, conservatore e reazionario.

  11. INDUSTRIA MANIFATTURIERA, FINANZE E “ALTRE AMENITÀ” TRUMPIANE

    1. – Sempre sul tema Trump, stamattina ho letto un commento di Fabrizio Tonello “dopo la riunione del G20”. L’autore è docente di Scienza politica all’Università di Padova ed ha insegnato alla University of Pittsburgh e fatto ricerca alla Columbia University. Il suo ultimo libro s’intitola “L’età dell’ignoranza” (Bruno Mondadori, 2012), in precedenza ha pubblicato “La Costituzione degli Stati Uniti” (Bruno Mondadori, 2010), “Il nazionalismo americano” (Liviana, 2007), “La politica come azione simbolica (Franco Angeli, 2003), “La nuova macchina dell’informazione” (Feltrinelli, 1999).
    Dopo aver ironizzato sul fatto che il G20 di Baden Baden «è terminato senza parlare di “free trade”, il che è un po’ come se un documento del Vaticano dimenticasse di citare lo Spirito Santo» (effetto Trump), sottolinea come i problemi che l’attuale presidente miliardario deve affrontare non sono molto diversi da quelli che doveva affrontare Obama. Sono di lungo periodo e risalgono a qualche decina d’anni fa (il nome di Reagan dice qualcosa?).
    «Il declino manifatturiero degli Stati Uniti non è un problema di un mese fa né degli ultimi cinque anni. È una questione di lungo periodo che viene dal rallentamento della crescita della produttività, così come dagli incentivi delle multinazionali per produrre all’estero. Se Apple fabbrica i suoi telefoni in Cina, con margini di profitto vertiginosi, è perché può ottenere un prodotto uguale o migliore di quello che avrebbe se i suoi stabilimenti fossero in California. A un quinto del costo, naturalmente (però i salari stanno aumentando rapidamente in Cina, quindi la situazione potrebbe cambiare).
    Malgrado i nuovi gadget che il mercato dell’elettronica sforna ogni settimana, la stasi della produttività è un fatto su cui quasi tutti gli economisti sono d’accordo. L’ex segretario al tesoro Larry Summers lo ha addirittura battezzato “stagnazione secolare” mentre gli scaffali delle librerie si riempiono di volumi come “The Innovation Illusion” o “The Complacent Class”. Che si dia la colpa del fenomeno agli eccessi di regolamentazione o alla perdita di spirito imprenditoriale e pioneristico non ha molta importanza: più o meno tutti gli esperti concordano che la macchina dell’economia americana nel suo complesso va piuttosto piano. In fondo non dovrebbe essere una sorpresa: un paese dove l’80% del prodotto interno lordo viene fornito dai servizi non può crescere come uno dove l’80% viene dall’agricoltura e dall’industria.
    Nell’industria si possono produrre più automobili, o più computer, con meno operai. In agricoltura si possono coltivare più ettari di terreno con meno addetti, estrarre più riso, o più uva, dagli stessi campi migliorando le tecniche di lavorazione. Nei servizi un’ora di massaggio è un’ora di massaggio, gli aumenti di produttività semplicemente non ci sono. La finanza è un’attività parassitaria: quindi se ci sono più addetti alla vendita di “junk bonds” o più cittadini che investono in azioni l’economia reale non ne trae alcun beneficio.
    Se a questi fattori strutturali si aggiunge l’esplosione della disuguaglianza dovuta al totale controllo del governo da parte degli oligarchi [la disuguaglianza, ad esempio, aumenta con la riduzione delle tasse per i ricchi] si capisce che i problemi dei lavoratori americani non saranno risolti né dal muro al confine col Messico, né dal fare la faccia feroce con la Cina, né dalle trivellazioni di nuovi pozzi di petrolio nell’Artico. Il capitalismo di Trump è una versione nazionalista e aggressiva di un sistema economico squilibrato e in affanno per dinamiche di lungo periodo su cui i governi hanno ben poco impatto. Certo, si possono arricchire un po’ di amici, rafforzare le banche a danno delle assicurazioni, potenziare l’industria militare a danno delle fasce più deboli della popolazione, ma nessun problema di fondo può essere risolto, o anche solo mitigato, dalla gang della Casa bianca attuale. La domanda è: quanto tempo ci metteranno gli americani per accorgersene?» (Il Manifesto, 22 marzo 2017, pag. 9)

    2. – Mentre non verranno risolti i problemi dei lavoratori americani, in nome della “sicurezza” e della lotta agli immigrati “clandestini”, si complica e si danneggia la vita di altri.
    «Ci sono quattro milioni di bambini negli Stati Uniti che sono andati a scuola questa mattina senza sapere se troveranno i genitori rientrando a casa. Ci sono migliaia e migliaia di insegnanti che, prima di preoccuparsi dei compiti, della lezione, dei pianti, delle febbri improvvise, dei nasi che gocciolano, devono mentire a quei bambini e nascondere loro la verità: che ogni giorno, in ogni momento, da costa a costa, dall’Atlantico al Pacifico, un agente dell’immigrazione potrebbe entrare nelle loro case e portare via per sempre, mentre sono a scuola, la madre, il padre, la zia che li sta allevando.
    Sono i figli di un mondo di mezzo, sospesi tra un passato che non gli appartiene e un futuro di volti sconosciuti, sono bambini e ragazzi nati negli Stati Uniti e quindi legalmente cittadini americani, da immigrati senza permesso, da “clandestini” come dice la semantica del disprezzo, dunque soggetti a deportazione forzata in qualsiasi momento.» (Vittorio Zucconi, La Repubblica, 22 marzo 2017)

    3. – Per concludere, la parola a Ruta Jebreal, una giornalista italiana di origine palestinese che viaggia spesso tra gli Stati Uniti, l’Italia e il Medio Oriente (élite globalista!…). Commenta le ultime misure di sicurezza di Trump e May sul divieto di portare a bordo degli aerei computer e tablet.
    «Dietro ogni mossa politica di Trump ci sono motivazioni economiche e ideologiche. Se fosse davvero un problema di sicurezza, il divieto riguarderebbe tutte le compagnie che volano dal Medio Oriente verso gli Stati Uniti. Invece vengono penalizzate solo quelle di bandiera dei Paesi musulmani.»
    «Per molti analisti le politiche di Trump sono un regalo alla propaganda jihadista. Anche questo provvedimento lo è?» domanda Marta Serafini. Risposta:
    «Assolutamente sì. Come ogni politica discriminatoria, anche questa nuova mossa non farà che fomentare l’odio e le spaccature. Lo abbiamo visto fin dalla campagna elettorale, è nel dna politico di Trump acuire le spaccature. Neri contro bianchi, musulmani contro cristiani, ebrei contro musulmani. Sono politiche che soddisfano la base elettorale ma che hanno effetti devastanti sugli equilibri interni del Paese. Trump dice di voler rendere di nuovo l’America un Paese grandioso. In realtà la vuole distruggere.» (Il Corriere della Sera, 22 marzo 2017).
    Sicuramente la giornalista palestinese esagera. Però, se fosse vero, immagino la felicità di Putin.

  12. EFFETTI TRUMP: INTERRUZIONE DI GRAVIDANZA E LIBERTÀ FEMMINILE

    «Nello Stato del Texas, il Senato ha varato due leggi che rendono più difficile la scelta di interrompere la gravidanza. Tra le norme più odiose c’è quella che consente di fatto ai medici di mentire ai genitori sulle eventuali malformazioni del feto. La disposizione – denominata “Bill 25” – impedisce anche di far causa al dottore che abbia omesso di dare alle donne in gravidanza informazioni essenziali come quelle riguardanti possibili disabilità del nascituro.
    Una seconda legge obbliga i medici a constatare la morte del feto prima di rimuoverlo.
    Redatti e presentati dai repubblicani, i due testi sono stati approvati a larga maggioranza, suscitando grandi proteste in Texas e in tutti gli Stati Uniti. […]
    Nel clima reazionario, che avanza come uno schiacciasassi sui diritti delle donne […], il voto potrebbe fare cattiva scuola ed essere preso a modello per altri Stati a maggioranza conservatrice. […]
    Durante la campagna elettorale, Trump ha usato la questione dell’aborto come arma contro la sua avversaria Hillary Clinton, diventata simbolo della “decadenza dei costumi”. Una volta eletto, ha nominato come vicepresidente Mike Pence, un feroce avversario dell’interruzione di gravidanza che ha firmato, in quanto governatore dell’Indiana, una legge per impedire alle donne di abortire in caso di anomalia cromosomica del feto. E che, inoltre, ha ridotto i fondi del Planned Prenthood per rimborsare la contraccezione.»
    Il giorno dopo l’imponente Women’s March on Washington del 21 gennaio, «Trump ha voluto dare un segnale forte alla sua più bieca compagine, prendendo di petto la libertà femminile. Ha subito firmato un decreto che proibisce di erogare fondi alle ong nordamericane o internazionali che offrono servizi sanitari – compresi quelli di prevenzione, contraccezione e interruzione di gravidanza volontaria – oltrefrontiera.
    E sono in molti a temere che l’attacco potrebbe arrivare fino alla storica sentenza della Corte suprema “Roe contro Wade” che, dal 1973, protegge a livello costituzionale l’interruzione di gravidanza. La Corte suprema, ormai totalmente a destra, potrebbe rimettere in causa il diritto, già gravemente minato dalle decisioni di alcuni Stati che hanno votato leggi particolarmente restrittive. Pochi giorni prima dell’insediamento di Trump, il ministro della Giustizia, Jeff Sessions, aveva affermato: “La sentenza Roe contro Wade viola la costituzione”» (GERALDINA COLOTTI, Il Manifesto del 23 marzo 2017, pag. 9)

  13. Carissimo Donato

    Ho letto con attenzione le tue note e pensavo di risponderti in modo puntuale fino a quando la tua ultima, che riporta un articolo su una legge approvata dal senato del Texas, mi ha alquanto inquietato.
    Mi pare davvero che il gioco di addossare a Trump ogni possibile nequizia che esca dagli uffici legislativi, giudiziari, polizieschi ecc. ecc. di ognuno dei 50 stati dell’unione e similmente di ogni altro disastro che si possa verificare su questo nostro dannato mondo sia davvero un gioco al massacro che mi sembra trascenda l’ambito della nostra discussione rendendo arduo il confronto.
    Il Texas ho l’impressione che non sia mai stato un modello di progressismo, con o senza Trump. Ma ciò è cosa secondaria.
    Onestamente l’idea di dover “risollevare le bandiere della borghesia che essa ha lasciato cadere nel fango” non fa parte del mio orizzonte politico e intellettuale. Mi dispiace ma lascio ad altri questa titanica impresa.
    E’ davvero inutile che tu mi dica che quelli che hanno votato per Trump sono “brutti, sporchi e cattivi”, il solo dato certo è che rappresentano, data la contingenza formale del sistema istituzionale statunitense, la maggioranza che gli ha fatto ottenere il mandato.
    Il fatto che Trump abbia vinto è un segnale di una situazione nuova che a mio vedere non può essere definita tramite le obsolete categorie di progresso e reazione, con affibbiato a quest’ultima il facile epiteto di fascista. Che la corte di Trump sia costituita da una serie di personaggi non tutti particolarmente rassicuranti ci fa dimenticare troppo rapidamente altre e forse ben più spiacevoli corti.
    Ciò a cui stiamo assistendo è un panorama inedito che si sta disegnando di fronte a noi senza che si abbia una chiara strumentazione per descriverlo.
    Trovo del tutto inutili questi giochetti che tendono a riformulare modelli da “Union sacrée” contro qualche cosa che viene forzatamente descritto come la biblica “grande prostituta”.
    Invece guardiamo in faccia ai nostri errori, l’acquiescenza alle ideologie democraticiste che hanno impedito alla sinistra di vedere i crimini commessi dalle varie amministrazioni statunitensi dopo Reagan, da Clinton a Obama. Forse una minore cecità di quella pubblicistica che spesso citi avrebbe per lo meno consentito di comprendere quello che stava avvenendo …
    Stiamo a vedere.

  14. …esprimo dei dubbi più che altro. Il fatto che Trump governi in nome di un mandato conferitogli dalla maggioranza va accettato e rispettato, tuttavia non può rassicurarci del tutto e impedirci di avanzare delle perplessità se si pensa che anche Hitler e Mussolini arrivarono al potere attraverso democratiche votazioni…Due mesi sono pochi per formulare un giudizio sicuro, tuttavia se un personaggio pubblico si aggancia ad una determinata idea, ad esempio a quella della differenza razziale, è facile che si trascini appresso tutta una costellazione di idee che storicamente le ruotano attorno. L’aver emanato un bando contro la popolazione clandestina araba, additandola, con una sorta di “stella di Davide”, come gente pericolosa, da escludere, non depone bene sulla volontà di cercare strade pacifiche di convivenza…idem per i latino-americani. Certo le precedenti amministrazioni cosi dette democratiche se si fecero paladine dei diritti delle minoranze, delle donne, ecc. contemporaneamente avvallarono politiche a favore delle diseguaglianze economiche e sociali, incrementarono speculazioni finanziarie da cui si generò la crisi in corso da anni, si servirono della forza mediatica e informatica per consolidare il loro potere e dell’apparato militare per una forte espansione imperialista nel mondo…Ma anche il nuovo corso trumpiano non fa ben sperare, forse più protezionismo e meno globalismo creerà nuovi posti di lavoro nelle classi più colpite dalle speculazioni finanziarie, ma le stesse verranno magari a perdere l’assistenza sanitaria…e certo i vantaggi non saranno a pioggia, ma escluderanno moltissimi in una società fondamentalmente “epurata”, dove una feroce selezione si estende a persone, valori, tradizioni…Probabile che i ricchi, come Trump stesso, diventeranno sempre più ricchi e alcuni magari meno poveri, ma solo alcuni. Progresso o regresso? Oppure tutto cambia per non cambiare nulla?

  15. Carissimo Giulio.
    non volermene. Sempre per il gusto di discutere e precisare. Ecco, in ordine, le mie risposte:

    1.- Tu scrivi: «Mi pare davvero che il gioco di addossare a Trump ogni possibile nequizia che esca dagli uffici legislativi, giudiziari, polizieschi ecc. ecc. di ognuno dei 50 stati dell’unione e similmente di ogni altro disastro che si possa verificare su questo nostro dannato mondo sia davvero un gioco al massacro che mi sembra trascenda l’ambito della nostra discussione rendendo arduo il confronto.
    Il Texas ho l’impressione che non sia mai stato un modello di progressismo, con o senza Trump. Ma ciò è cosa secondaria.»

    Non addosso a Trump “ogni possibile nequizia” né “ogni altro disastro che si possa verificare su questo nostro dannato mondo”, gli attribuisco semplicemente quelle che sono le sue posizioni politiche, sociali e culturali abbondantemente propagandate durante la campagna elettorale ed ora in corso di realizzazione. Nel caso specifico: una posizione anti-abortista e contro la libertà femminile.
    Che il Texas non sia mai stato “un modello di progressismo”, lo so. Ma è innegabile che questo modello riceva un ottimo lasciapassare dall’elezione di Trump. Poi c’è il fatto specifico della nomina del giudice alla Corte suprema. Trump ha proposto Neil Gorsuch. I repubblicani per più di un anno condussero un forsennato ostruzionismo contro il moderatissimo candidato di Obama. Vedremo cosa farà adesso il Congresso.
    Immagino che, qui in Italia, tutte le persone che abbiano una posizione anti-abortista e siano contro la libertà femminile di decidere sul proprio corpo (e non solo) approvino questa posizione di Trump. Da persone come te, mi aspetto che entri nel merito di queste scelte, non che sposti il focus del discorso e parli d’altro come se la mia preoccupazione principale fosse quella di creare il “mostro” Trump. Poverino!….

    2. – Scrivi ancora: «Onestamente l’idea di dover “risollevare le bandiere della borghesia che essa ha lasciato cadere nel fango” non fa parte del mio orizzonte politico e intellettuale. Mi dispiace ma lascio ad altri questa titanica impresa. »

    “Risollevare le bandiere della borghesia” non fa parte onestamente neanche del mio orizzonte politico e intellettuale. Però non capisco che ci azzecca, come direbbe Di Pietro. Forse che la libertà femminile è una bandiera della borghesia? Forse che la tutela dei diritti individuali e sociali è un problema borghese?… Ripeto, non capisco. Se pensi questo, però, ho l’impressione che sbagli. Liberté, egalité e fraternité non sono state bandiere agitate soltanto durante la rivoluzione francese. Il movimento operaio e quello socialista e comunista hanno sventolato queste bandiere fin dall’origine, cercando di realizzare una democrazia “sovietica”, “diretta”, più radicale, ecc. ecc.
    Del resto, basta rifletterci un attimo sopra: la possibilità di ricorrere all’interruzione di gravidanza NON OBBLIGA nessuna donna (puritana, quacchera, cattolica, ecc. ecc.) a ricorrervi, mentre il DIVIETO obbliga a tutti ad assumere il punto di vista del lobbista anglicano, episcopale o metodista, che si batte contro la “decadenza dei costumi” e la libertà femminile (“ma ‘ste donne che si so messe in testa?”, tradotto dall’inglese). Democrazia inclusiva contro democrazia esclusiva.

    3.- Sei sempre tu che scrivi: «E’ davvero inutile che tu mi dica che quelli che hanno votato per Trump sono “brutti, sporchi e cattivi”, il solo dato certo è che rappresentano, data la contingenza formale del sistema istituzionale statunitense, la maggioranza che gli ha fatto ottenere il mandato.»

    a) Quelli che hanno votato Trump non sono “brutti, sporchi e cattivi”. Sono come tutti persone con una storia. Sono maschi o femmine, avranno una certa età, saranno occupati o disoccupati, con un reddito o senza reddito, saranno bianchi o neri o ispano-americani, ecc. ecc. Non è questo in discussione.
    Personalmente mi sono sforzato di non avvalorare l’interpretazione dominante nei mass-media di destra, di sinistra e di centro del cosiddetto “tradimento dell’élite”. Non mi sembrava a naso che Trump non appartenesse all’élite e all’oligarchia. In fondo Obama è un avvocato (lo so che in America gli avvocati fanno soldi!), mentre l’immobiliarista col parrucchino biondo è un multimiliardario. L’idea che Trump fosse stato votato dal “popolo minuto” mi faceva (e mi fa) un po’ ridere. Insomma, i dati sulla tabella del reddito dicono che sia Trump che Clinton pescano voti in tutte le fasce di reddito. Clinton più nei redditi bassi, al di sotto dei 50 mila dollari, Trump di più nei redditi alti (al di sopra dei 50 mila dollari). Ma si tratta di variazioni dell’1%, 2%. Quella maggiore è del 4% nella fascia 50-99 mila dollari annuali. Con questo cosa voglio dire?…Che Clinton non è stato votata più di Trump dai “plutocrati”, come scrivevi tu. I voti di quelli che hanno un reddito oltre 250 mila dollari li hanno presi ambedue e il mondo degli affari e delle banche si è ben distribuito fra i due candidati. Se Soros ha sostenuto Clinton, la multimiliardaria Betsy De Vos ha votato Trump e adesso è ministra dell’istruzione col compito di distruggere l’istruzione pubblica e diffondere il credo creazionista e varie “altre amenità”.

    b) Certo che Trump è LEGITTIMAMENTE Presidente degli Usa. Chi può metterlo in discussione?…Ma è strano che una persona abituata a non fare della democrazia rappresentativa un feticcio, in questa occasione si rifiuti di valutare correttamente le cifre. Gli elettori americani sono 220 milioni su una popolazione di 325 milioni. Trump è stato eletto presidente con un totale di 62.984.225 voti, Clinton ha perso con un totale di 65.853.516 voti. È presidente sì, di una MINORANZA che il sistema legislativo americano fa diventare maggioranza. Non mi interessa discutere il sistema e non sono un adoratore della “democrazia americana”. Porto dati per cercare di capire chi e che cosa effettivamente rappresenti Trump. Immagino persone che hanno trovato nelle sue idee e nel suo programma punti di condivisione.

    4. – Sempre tue parole: «Il fatto che Trump abbia vinto è un segnale di una situazione nuova che a mio vedere non può essere definita tramite le obsolete categorie di progresso e reazione, con affibbiato a quest’ultima il facile epiteto di fascista. »

    Trump è un “segnale di una situazione nuova”. Indubbiamente. Non sono particolarmente affezionato alle categorie di “progresso” e “reazione”. Sul piano dello scenario politico preferisco quelle di “destra”, “sinistra”, “estrema destra”, “estrema sinistra”, ecc. A volte, ricorro anche a categorie appartenenti alle tradizioni politico-culturali occidentali: liberali, liberal-democratici, conservatori, fascisti, democratici, socialisti, comunisti, ecc.
    Il fatto che tu le qualifichi come “obsolete” non mi dice nulla. Sono comunque curioso di capire come definisci tu la posizione politica di Trump. Se non trovi utili e sufficienti quelle vecchie, dimmi quali sono le nuove. Però, che tu liquidi snobisticamente (permettimi) una “tale Butler” che nell’intervista a Repubblica del 24 dicembre 2016 (cfr. il mio Post “Trump e i Trumpini italiani”) lo definisce fascista per la sua concezione del potere, mi fa un po’ ridere. Judith Butler è nata a Cleveland (Ohio) da una famiglia russo-ungherese di origine ebraica. La maggior parte della famiglia materna morì nell’Olocausto. Si è laureata in filosofia all’università di Yale nel 1984 ed ha insegnato alla George Washington University e alla Johns Hopkins University. Dal 1993 è docente all’Università di Berkeley. È una delle più note femministe ed ha scritto libri, per quanto mi riguarda, importantissimi sulla teoria del genere. Per carità, può sbagliarsi. E può anche sbagliarsi l’attrice Ashley Judd che, durante la Marcia delle Donne del 21 gennaio, dal palco ha detto che Trump rappresenta la reincarnazione di Hitler…D’accordo. Non è così. “La situazione è nuova”. Mi dici, per piacere, quale è IL PENSIERO POLITICO di Trump? Mi dici qual è il pensiero del suo Guru Stephen Kevin Bannon?… Ti prego di leggere direttamente ciò che loro scrivono e dicono. Però, poi fammelo sapere non parlare d’altro o girarci attorno.

    5.- Ammetti e poi, come al solito, sfuggi: «Che la corte di Trump sia costituita da una serie di personaggi non tutti particolarmente rassicuranti ci fa dimenticare troppo rapidamente altre e forse ben più spiacevoli corti.»

    Per quanto mi riguarda non dimentico altre spiacevoli corti. Ciò che però non capisco della tua posizione è che per queste “ben più spiacevoli corti”, avevi a disposizione categorie come “imperialismo”, “espansionismo”, “torturatori di Guantanamo”, ecc. ecc. Mentre ora, “ciò a cui stiamo assistendo è un panorama inedito che si sta disegnando di fronte a noi senza che si abbia una chiara strumentazione per descriverlo.” Quindi, non possiamo fare niente. Mentre contro Obama potevamo condurre la nostra “battaglia delle idee”, ora dobbiamo attendere la “strumentazione”. Incredibile. Usa le categorie che usavi per Obama!…Trump è un imperialista o no?…Aumenta o no le spese militari per 54 miliardi di dollari?…E’ a favore o no della tortura?…Ha usato o no già i droni nello Yemen (come faceva Obama)?… Che cosa ha detto di voler fare in politica estera?…Per piacere. O, altrimenti, dimmi, come ha scritto qualcuno su questo sito, che ci assicurerà la pace in Europa e, siccome, noi ce ne freghiamo dei rapporti USA-CINA o USA-IRAN o USA-ISRAELE, ci va bene. L’importante è che vada d’accordo con Putin e che smantellino la malandatissima Unione Europea. Così torneremo ad avere la “sovranità” italiana e, già nel mondo contiamo poco, finalmente non conteremo un fico secco…

    6. – Scrivi: «Trovo del tutto inutili questi giochetti che tendono a riformulare modelli da “Union sacrée” contro qualche cosa che viene forzatamente descritto come la biblica “grande prostituta”.»

    Anch’io. Ma se gli Usa erano una “grande prostituta” con Obama, Clinton, Bush, Reagan, ecc. ecc. Non è che adesso ha cambiato mestiere. Il nazionalismo americano (democratico o repubblicano) è parte integrante della storia di questo Paese. La “grande America” non l’ha inventata Trump.

    7. – Auspicio finale: «Invece guardiamo in faccia ai nostri errori, l’acquiescenza alle ideologie democraticiste che hanno impedito alla sinistra di vedere i crimini commessi dalle varie amministrazioni statunitensi dopo Reagan, da Clinton a Obama. Forse una minore cecità di quella pubblicistica che spesso citi avrebbe per lo meno consentito di comprendere quello che stava avvenendo …»

    Ma cosa dici?…Il Manifesto? …Questa pubblicistica non ha fatto altro che denunciare i “crimini commessi dalle varie aministrazioni statunitensi”. La nostra pubblicistica, quella di sinistra radicale, è specializzata in antimperialismo e antiamericanismo. Ti risulta che abbia denunciato con pari vigore i crimini commessi in Urss, in Cina, a Cuba?….Su, Giulio, non facciamo ridere.

    8. «Stiamo a vedere.»

    Sì, Giulio, stiamo a vedere. Un caro abbraccio.

  16. @ Donato

    Non so che dire carissimo Donato, seppellendomi sotto il diluvio delle tue affermazioni, sostenute da un altrettanto ricco mare di dotte citazioni, mi confondi e ho la netta impressione che si vada spostando quello che era il tema originale del discorso verso una valutazione della politica di Trump che si potrebbe arricchire giorno dopo giorno di una serie di variegati giudizi polemici da parte dei clintoniani/obamiani di ferro o di difesa da parte dei trumpiani.
    La mia posizione era ben più modesta. Non credo che Trump abbia bisogno di un avvocato e in ogni caso io non lo sono. Quello che mi interessava era mettere a fuoco il basso livello ideologico dei giornalisti clintoniani/obamiani di ferro che sembravano incapaci di accettare (e lo sono anche oggi) che qualche cosa sia mutato negli USA. In bene o in male lo si vedrà nel tempo ma in ogni caso con elementi che sembravano invitare a una riflessione moderata e prudente e non a una difesa smodata di un “progressivismo” dei cosiddetti democratici che con il passare dei decenni si palesa come sempre più di pura facciata se mai è stata davvero di sostanza.
    A suo tempo mi hai contrapposto tal Robert J. Schiller, esimio pubblicista e premio Nobel ospitato da un giornale della cui obiettività si potrebbe discutere, che affermava come Trump fosse stato votato anche da una parte del business statunitense. Non credo di averlo mai negato e se ho affermato forse in modo un poco forte, lo ammetto, che quello che si sta verificando negli USA è “un sommovimento che vede il popolo minuto rivoltarsi contro coloro che negli ultimi anni … hanno nei fatti peggiorato le condizioni di vita dei più favorendo una ristretta oligarchia” ciò non vuol dire che non sappia che il successo di un presidente nelle elezioni USA non può prescindere da un consenso che venga anche dai ceti elitari. Ciò nonostante rimango convinto che la tua interpretazione dei dati elettorali, ancorché sostenuta da eminenti interpreti, sia ampiamente discutibile.
    Partiamo da una premessa che mi par necessaria ovvero che se si esclude la California, dove la Clinton ha vinto con un vantaggio di 4,5 milioni di voti Trump nel resto degli Usa ha ottenuto la maggioranza di 58,7 milioni di voti popolari contro 57 della Clinton. Il caso California richiederebbe una analisi a sé ma non è questo il luogo di discuterne.
    Per il resto ti invito a legge la tabellina che allego e a trarne le dovute conclusioni.

    Ora mi dici che tal Bastasin, che tu giudici persona autorevole, afferma che ciò che è avvenuto negli USA è, ovviamente sintetizzando al massimo, una “ribellione contro l’eguaglianza”. Davvero non mi resta che sorridere. Nella società dove maggiore è al mondo la diseguaglianza, dove i dislivelli di condizione materiale sono maggiori, qualcuno ha la fantasia di descrivere l’esito delle elezioni come una rivolta contro l’eguaglianza? Sogno o son desto …
    Se davvero ciò che si è verificato fosse una cosa del genere, ovvero “la presa del potere femminile nel mondo del lavoro”, allora le donne che sono il 50% della forza lavoro, sempre secondo l’illuminata analisi del Bastasin, avrebbero dovuto con facilità sconfiggere il maschilista Trump. Il fatto che le cose non siano andate così non può generare qualche dubbio?
    L’elettore che ha votato per Trump viene descritto prendendo come modello lo stesso Trump come “bianco, maschilista, anti-immigrati, anziano e regressivo” (fra l’altro come se la Clinton fosse un portabandiera della gioventù o se Sanders fosse un modello di giovanilismo). Tu stesso alla fine avvalli questa descrizione. Di fronte a una simile rappresentazione, che ha un qualche tocco di negrianesimo, io invece provo un certo disagio. Si tratta di un vero e proprio disprezzo nei confronti di una parte non minoritaria della società statunitense. Mi scuserai ma mi pare davvero che ci troviamo di fronte a un esempio di sociologismo d’accatto su cui non varrebbe davvero la pena di fermare l’attenzione.
    Come se non bastasse metti in campo Fabrizio Tonello, di cui esalti tutte le benemerenze accademiche, che conclude la sua sbrodolata affermando, anche qui vado alla sostanza tagliando su citazioni dotte e tutto il resto, che: “certo si possono arricchire un po’ di amici, rafforzare le banche a danno delle assicurazioni, potenziare l’industria militare a danno delle fasce più deboli della popolazione, ma nessun problema di fondo può essere risolto, o anche solo mitigato dalla gang della Casa bianca attuale”.
    Che dire dopo una serie di simili affermazioni che appaiono come delle semplici postulazioni, puro esercizio di retorica. Sa il Tonello quelli che sono gli amici che Trump dovrebbe arricchire? Il Tonello è schierato nella difesa toto corde delle “povere” assicurazioni? Potenziare l’industria militare vuol dire necessariamente andare a danno dei poveri? Se sì in che senso?
    Infine qualche altra gang potrebbe fare qualche cosa di meglio o nulla si può fare in assoluto?
    Non ci resta che attendere la Tonello verità!
    Come se non bastasse Tonello, metti in campo Vittorio Zucconi che, erede di una prosa alla Liala, invece usa il tono da Zio Tom. Obamiano di ferro lo Zucconi vorrebbe farci piangere parlando dei “bambini che non sanno se tornati a casa troveranno i loro genitori”.
    No, davvero non se ne può più …
    Infine tal Ruta Jabrael (ma chi ca..o è …) che ci fa scoprire due verità della fede, come definirle diversamente, senza le quali la nostra vita sarebbe più povera. La prima che: “dietro ogni mossa di Trump ci sono motivazioni economiche e ideologiche”. Incredibile dictu …
    La seconda che “Trump dice di voler rendere di nuovo l’America un Paese grandioso. In realtà lo vuole distruggere”.
    Verrebbe da sorridere chiedendosi da quale profeta la signora ha ricevuto una simile illuminazione.
    Trump agente di Putin?
    Ma evidentemente non sei contento e mi lanci contro anche tal Geraldina Colotti che ha scritto un lungo articolo sul Manifesto deprecando il voto al senato del Texas contro l’aborto e di lì parte per una filippica antitrumpliana. Libera di farlo ma una giornalista corretta avrebbe dovuto almeno aggiungere, come altri invece hanno fatto notare, che per divenire legge la norma ha ancora bisogno del voto favorevole dell’altra camera e della firma del governatore. Nulla esclude che lo ottenga ma la professione del giornalista è altra da quella dall’ideologo.
    Nell’ultimo tuo intervento infine ripartendo dal problema dell’aborto ribadisci che a tuo vedere le elezione di Trump sono il lasciapassare per ogni nequizia e mi chiedi di assumere una posizione. Cosa che devo dirti mi pare estranea alla discussione come era nata ormai tempo fa. In ogni caso se volessi proprio saperlo, ma si tratta di posizione personalissima che lascia il tempo che trova, io sono da sempre contrario all’aborto e invece favorevole al riconoscimento del diritto alla libertà di autodeterminazione della donna (interruzione volontaria …) e soprattutto sono da sempre convinto che fondamentale sia un’opera di prevenzione. Ma queste sono mie convinzioni, ti aggiungo che mi preoccupa ben più di quello che fanno in Texas il fatto che a Iseo, tanto per citare ciò che succede in casa nostra, dal 1978 ad oggi non è mai stata attuata una interruzione della gravidanza che sia una, nei fatti dimostrando come si possa essere “antiabortisti” in questo nostro paese senza tanti problemi.
    Partendo da qui ti allarghi affermando che il problema è quello della tutela dei diritti umani e ti affatichi a citarmi la sacra triade dell’89. Guarda caso non ti accorgi che proprio di quella triade negli USA, se si esclude la prima, nulla sanno delle altre parole. Uguaglianza? Ma quale se permane perfino la discriminazione razziale come dimostrato da infiniti esempi di violenza sulla gente di colore … e non certo per colpa dell’amministrazione Trump. Fraternità? Ma quale se non c’è al mondo società dove la logica della selezione darwiniana sia riconosciuta e praticata da tutti senza distinzione di casacca. Rimane la retorica dei diritti umani, che vale soprattutto per la politica estera come efficace grimaldello per imporre il proprio dominio a destra e a manca.
    Non parlarmi di diritti, l’America che conosci mi sembra sia quella dei giornali che leggi e che ha ben poco a che fare con la realtà profonda di quel paese.
    Similmente ho l’impressione che tu abbia una visione molto idealistica delle élite di quel paese. Ben pochi sono fra gli intellettuali quelli che hanno uno spirito critico alla Chomsky, tanto per fare un esempio. La maggior parte è legata al potere e si muove all’interno di logiche del tutto organiche al mantenimento dell’ordine costituito.
    Anche quando parli di istruzione pubblica paventando la sua distruzione, forse non hai idea di cosa sia negli USA tale istituzione e come tutti cerchino di mandare i figli in strutture private, le uniche che garantiscano una qualità dell’insegnamento.
    Infine mi chiedi di spiegarti quale è il pensiero politico di Trump. Mi par davvero una richiesta eccessiva. Visto che non ci troviamo di fronte a un teorico sarà lui che la verrà elaborando e non sono io a doverla divinare. Come già ho detto altrove ci troviamo di fronte al un pescecane fra pescecani che sono disposti a tutto pur di eliminarlo. Un gioco pericoloso, dagli esiti imprevedibili. Come ha detto di recente Kissinger, a nessuno conviene avere un presidente USA debole. Staremo a vedere. Una sola cosa è certa sia la signora Butler, di cui mi decanti le benemerenze e di cui onestamente poco mi cale, sia tal Ashley Judd ed infine anche tu, quando paragonate Trump a Hitler, semplicemente usate uno stereotipo ormai logoro.
    Ricordiamo bene come Milosevic sia stato paragonato a Hitler, come Saddam Hussein sia stato paragonato a Hitler, come Gheddafi, sia pure di sfuggita, abbia avuto questo discutibile “onore”.
    Si tratta di un giochetto stupido e che offende l’intelligenza. Forse uscire da questi modelli mentali potrebbe risultare utile per comprendere la realtà, liberandosi da fantasmi che sembrano offuscarvi la mente.
    Mi dici che contro Obama si poteva combattere una “battaglia delle idee”. Ma chi mai lo ha fatto? Se tutti hanno continuato a esaltare il “premio nobel della pace”. Ha fatto una serie di guerre una più tragica dell’altra, ha ucciso gente con l’uso metodico dei droni, non è riuscito a realizzare nulla delle sue promesse, neppure eliminare Guantanamo, e pochissimi hanno fatto sentire una voce di protesta subito sommersa, almeno qui da noi, dai cori dei più a favore del presidente nero.
    Cosa farà Trump in politica estera? Anche qui direi che lascio ai tuoi commentatori onnisapienti la risposta. A me basterebbe che riuscisse a stabilizzare la situazione ad esempio in un Europa che non è per nulla in pace ma ha una guerra a poche migliaia di chilometri da qui e una NATO sempre più pericolosamente aggressiva. A me un accordo di stabilizzazione con Putin, che a te pare far schifo, sembrerebbe cosa utile a prevenire venti di guerra …
    Sull’Europa “indivisa e indivisibile”, come hanno cianciato in questi giorni di celebrazioni, mi sembra sempre più ragionevole il discorso di Bagnai, anche se percorrere la strada da lui indicata può essere difficile e non è certo priva di pericoli …
    Inutile che mi chiedi di divinare sul tema dei rapporti fra USA e Cina, Usa e Iran, USA e Israele. Da quel poco che si può capire quella di Trump si palesa come una posizione sicuramente meno pericolosa di quella della Clinton, anche se non priva di contraddizioni che ci possono preoccupare. Che dire ad oggi di più?
    Che poi tu sputi sul “sovranismo” italiano, perché in Europa saremmo una entità che conta, mi lascia davvero allibito ed allora mi taccio …
    Continuo a pensare checché tu ne dica che “guardare in faccia ai nostri errori” sarebbe cosa fondamentale. Mi colpisce che tu un poco alla Sciascia inventi una specie di “professionismo dell’antiamericanismo e antimperialismo” (chissà perché ci sento note che fanno pensare alla destra berlusconiana, ma tant’è) di cui sarebbe affetta la sinistra radicale. Aggiungi che non abbiamo parlato a sufficienza dei crimini che si sono verificati in URSS e in Cina. Ma se non abbiamo fatto altro da Trotskij in poi.
    Forse il PCI, ma questo è un altro paio di maniche … E negli ultimi decenni lo sport preferito dalla stampa “democratica” è stato l’attacco alla Russia e a Putin.
    Mi colpisce ancor di più che mi parli dei crimini commessi a Cuba.
    Quali mi chiedo, sarei proprio contento di conoscerli.
    Forse sopravvivere per mezzo secolo all’embargo USA, quello è certo il crimine di cui parli.
    Carissimo sono confuso e addolorato … davvero grande è il disordine sotto il cielo e questo nostro dibattito mi sembra non ci possa aiutare …
    Solo il tempo ci dirà da che parte tira il vento.
    Un caro saluto
    Giulio

  17. Caro Giulio,
    non sarà Trump a farci litigare. Mi limito perciò a due annotazioni:
    1. – Nel mio commento del 7 marzo 2017 ore 12,17 al tuo post “Trump, Trumpini e altre cosette” avevo scritto:
    «Non ho detto che Trump è l’incarnazione di ogni male. Ho detto che è un fascista per la sua concezione del potere e lo ribadisco. Del potere, infatti, si possono avere diverse concezioni. Quella di Trump sicuramente non è democratica. Nella migliore delle ipotesi, è autoritaria e reazionaria. Avere una certa “concezione” del potere, non significa poterla facilmente praticare. QUESTO, PERCHÉ, IL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI NON È, COMUNQUE, AL CENTRO DEL POTERE AMERICANO. L’ANATRA È SEMPRE ZOPPA. L’ESPERIENZA DI OBAMA DIMOSTRA PROPRIO QUESTO.»
    Tu mi scrivi: «Come già ho detto altrove ci troviamo di fronte al un pescecane fra pescecani che sono disposti a tutto pur di eliminarlo. Un gioco pericoloso, dagli esiti imprevedibili. Come ha detto di recente Kissinger, a nessuno conviene avere un presidente USA debole.»
    Mi dispiace per Kissinger, ma per azzoppare un presidente non c’è bisogno di chissà quali pescecani. Basta una fronda oltranzista di deputati e senatori del suo stesso partito e la tanto sbandierata (e promessa) controriforma sanitaria viene ritirata. Smacco, sconfitta, azzoppamento. Ognuno usi i sostantivi che preferisce.
    L’outsider, l’antipolitico, il nemico della “casta” è costretto a fare i conti col fatto (democratico) che i suoi 237 deputati-senatori (lasciamo stare gli oppositori) non sono il suo “consiglio d’amministrazione”. I metodi decisionisti (o fascisti?…o totalitari?) del businessman, quelli che gli imprenditori vorrebbero trasferire nei congressi e nei parlamenti, si dimostrano inefficaci. A meno che gli organismi di rappresentanza non vengano aboliti o ridotti a conventicole di nominati di sua maestà. Steve Bannon, il suo consigliere ideologo, forse pensa a questo quando dichiara di voler “demolire lo Stato amministrativo”; ma la vedo dura.
    Gli Stati Uniti, nel bene e nel male, non sono la Russia di Putin. Altrimenti, non avrebbero vinto la “guerra fredda”.

    2. – Quanto all’idea che Trump vorrebbe “un accordo di stabilizzazione con Putin per l’Europa”, a me pare, come minimo equivoca. Trump considera la Nato “obsoleta” (e vabbé, ci sta…Smantelli le basi disseminate qua e là e vada via dai nostri territori) e, se non è “obsoleta”, come i suoi collaboratori, correggendolo, hanno in seguito precisato, occorre, comunque, finanziarla di più (e qui, forse, sarebbe bene che i nostri governanti facessero qualche calcolo); comunque, Nato a parte, l’Europa POLITICAMENTE per lui non esiste tant’è che ha applaudito alla Brexit. Molti nazionalisti di destra nostrani ed europei (i cosiddetti “sovranisti”) odiano Obama e la Clinton e hanno fatto salti di gioia per la sua vittoria. Perché?…Non solo per affinità ideologiche, ma perché hanno capito che per Trump l’Unione Europea è bene che si sciolga. Putin viaggia, grosso modo, sulla stessa lunghezza d’onda. Non è un caso che riceva con tutti gli onori Salvini, Le Pen, e altri straordinari personaggi della “famiglia antieuropeista”. Questi personaggi stanno lavorando, secondo me, per il re di Prussia. Questi nazionalisti e rivendicatori della “sovranità” dei singoli paesi europei pensano di ritornare al Congresso di Vienna o al “concerto delle nazioni”. Non si rendono conto (o forse si rendono conto e hanno qualche “disegno occulto” alle vaste masse) che indebolendo politicamente l’Unione Europea significa consegnare i singoli Stati alla “legge del più forte”. Mi dispiace molto dover essere d’accordo con Panebianco, ma ha ragione lui, quando sul Corriere della Sera del 27 marzo 2017 in un suo editoriale scrive: «È il paradosso dei sovranisti. Rivendicano la “libertà” e la “indipendenza” dalla “tirannia” (sic) di Bruxelles ma rischiano di mettere i Paesi europei sotto l’influenza di una grande potenza continentale di costumi illiberali». Panebianco, è ovvio, ha paura di finire sotto l’influenza della Russia e preferisce restare “americano”. Per quanto mi riguarda, non desidero restare “americano” né desidero diventare “russo”. I sostenitori italiani di questa Russia, se leggo bene, sono leghisti, veterostalinisti, nazionalisti, destrorsi, gente, comunque, amante dell’”uomo forte”. Gente capace di vedere “rivoluzioni colorate” dappertutto. Così, se milioni di persone, manifestano contro Trump, ovviamente qualcuno (chi?…ma Obama, si capisce!) sta architettando una “rivoluzione colorata” contro di lui; e, se migliaia di persone, sbucano per Mosca, San Pietroburgo, o in altre città contro i loro governanti al potere, si sta preparando un’altra “rivoluzione colorata”, che il popolo russo saprà sconfiggere!…La storia la fanno le élite, i servizi segreti, la cia, l’effebiai, i pescecani capitalisti…Tutti fuorché quel “popolo” che tanto sbandierano. Francamente, mi sento lontanissimo da queste persone. Mi sento cittadino europeo. So che faccio parte in questo momento di un “volgo diperso” e confuso che fatica a dirsi europeo. Ma non mi do per sconfitto. Per me, come per Etienne Balibar, la “cittadinanza europea è ad un tempo un ideale e un mezzo per affrontare le sfide del mondo contemporaneo”…È una faccia della cittadinanza. Perché i comunisti, come diceva un maestro, vivono una doppia cittadinanza.
    Cari saluti
    Donato

  18. Ottimo direi il ping pong tra Donato e Giulio. Ma la ricchezza di spunti di questa discussione è tale che non andrebbe lasciata cadere. E’ faticoso – lo so- rileggere tutti i commenti, ma è indispensabile. Io lo sto facendo e invito anche altri/e a questa rilettura. Nessuno ci corre dietro. Possiamo prenderci perciò il tempo necessario per approfondire e pronunciarci. Possibilmente tutti/e.

  19. … anche se so di avere molti dubbi e poche idee e confuse, spero di chiarirle proprio attraverso il dibattito con voi. Intanto penso che Giulio e Donato non abbiano delle opinioni poi così diverse, ma è come se avessero deciso, in un duello, di prendere posizione per una delle due parti contendenti anche se poi concludono amichevolmente: “Stiamo a vedere”. Giulio in Trump vede pescecane capitalista, alla stregua dei suoi pari, quindi un nemico, ma è come se gli rendesse l’onore delle armi: “…il caso ha voluto che gli riuscisse qualcosa di unico. Vincere schiacciando sia l’oligarchia repubblicana, sia quella democratica…”, poi segue l’affondo, senza mezzi termini “che di democratico non ha proprio nulla” rivolto all’altra parte…cosa peraltro condivisibile…Giulio si astiene dal giudicare ma anche dal fare pronostici sulla politica di Trump quando, secondo me, dal programma e dalle decisioni in merito prese in questi due mesi qualcosa si potrebbe dire…ad esempio che non rispetta i diritti delle minoranze e delle donne ( a proposito, non ho capito la distinzione: autodeterminazione delle donne in fatto di maternità sì e aborto no, come se la legge 194 lo imponesse e non lo lasciasse alla libera scelta delle donne. L’esempio di Iseo può significare altro) , che vorrebbe abolire una legge a favore dell’assistenza sanitaria, che ha deciso maggiori investimenti sugli armamenti… Cosa sin’ora di bello abbia fatto per l’Europa non si è ancora visto, perciò bisognerebbe astenersi dal pronosticare bene, come si è fatto per il pronosticare male. Di fatto, Trump non ha ancora deciso di smantellare la Nato, che sarebbe una gran bella cosa, anzi ci chiede di sovvenzionarla, come dire pagare le spese militari di chi ci trascinerà in una guerra che sarà giocata sul nostro territorio con conseguenti vittime, risparmiando il loro…Giulio ci invita a ritornare a parlare di lavoro ed è giustissimo pechè è il nodo dei nodi, ma alla fine quando fa un elenco di persone a cui dovremmo rivolgere la nostra attenzione non nomina i migranti, che ormai sono già nella nostra cartella-lavoro. Infine non sono d’accordo che l’episodio di Follonica sia poco significativo, come fosse solo un prodotto mediatico: se pur un sequestro di persona non si può paragonare agli spargimenti di sangue a cui la storia ci ha abituati, tuttavia nella sua “banalità del male”, tanto da muovere al riso persino la sindaca di Roma, è molto preoccupante in quanto segnale di una deriva . Passando alla posizione di Donato, che maggiormente condivido, tuttavia trovo che anche lui a volte si esprima in maniera assolutistica, per esempio in riferimento all’Unione Europea verso la quale nutro qualche dubbio se penso al forte squilibrio presente nei rapporti economici fra gli stati membri. Si è aperto così un dibattito sulla possibilità (?) di un’Europa a due velocità che permetta ai paesi mediterranei di riprendere quota, risolvendo i problemi interni come la disoccupazione…Riguardo alla Russia e a Putin, che da diciassette anni la governa con l’indubbio risultato di averla resa più forte militarmente e competitiva, ma non sempre rispettosa dei diritti dei cittadini ed economicamente fragile, se considero i numerosi migranti russi presenti anche in italia …Tuttavia non sento la Russia più temibile di quanto non lo siano gli USA oltreoceano: quest’ultimi ci hanno ormai da decenni occupato e da molti punti di vista, mentre la grande “cultura” del popolo russo è stata accantonata, meriterebbe invece attenzione vista anche la nostra prossimità geografica…da non assimilare tuttavia a scelte politiche

    1. Carissima solo una brevissima nota che mi sembra doverosa lasciando poi ad altri l’onere di intervenire. Evidentemente nel caso del discorso sulla interruzione volontaria della gravidanza, come credo reciti il dettato di legge, e della sua formulazione riduttiva come aborto il problema è di forma. Ma in alcuni casi la forma pesa e può perfino farsi sostanza. Così l’espressione aborto, almeno a mio sentire, ha una valenza di violenza mentre l’altra sottolinea la dura ponderazione che una donna deve fare prima di giungere a una decisione di questo tipo che non è come vorrebbero i nostri avversari una scelta né facile né priva di problemi umani e psicologici. Di qui la scelta espressiva che vorrebbe segnalare la distanza fra noi e gli ideologi fondamentalisti che fanno di ogni erba un fascio.

  20. …grazie Giulio, sono assolutamente d’accordo con te: per le donne può essere solo una scelta molto sofferta. Ciao

  21. RIEPILOGANDO DAL MIO PUNTO DI VISTA LA DISCUSSIONE SU TRUMP, TRUMPINI, RAZZISMO E AMENITA’ VARIE

    1.
    «vi sono fra di noi divergenze di interpretazione a cui solo il tempo potrà dare risposta» (Giulio) …

    Certo, possiamo solo affidarci al tempo perché le nostre sono solo ipotesi o convincimenti che restano molto soggettivi. Non è che Trump abbia già realizzato un regime fascista e non è che Putin sarà di sicuro il nuovo Stalin, da sopportare o spalleggiare contro il “nemico principale”. E tuttavia possiamo cercare di capire meglio quali speranze o attese o scommesse lasciano trasparire i vari interventi.

    2.
    Io da questa discussione e dal ping pong serrato tra Giulio Toffoli e Donato Salzarulo cosa capisco e cosa imparo?
    Escludo che Giulio sia filo Trump e Donato filo Obama. Resta però il fatto che Giulio dà un certo credito a Trump e lo preferisce, malgrado le sue dichiarazioni, alla insopportabile politica dei Bush, di Obama, della Clinton; e Donato no. E poi Giulio vedrebbe di buon occhio un accordo tra Trump e Putin (che – lui pensa – ridurrebbe i rischi di guerre o di nuova guerra mondiale); e Donato sottolinea invece che entrambi vogliono la sottomissione dell’Europa. Resta anche un altro fatto quasi inevitabile: le personali posizioni di Giulio e di Donato sono riconducibili a quelle generali che stanno dominando il dibattito politico; e che sono effettivamente, alla fine dei conti, pro o contro Trump.

    3.
    Da una parte, infatti, troviamo: i sovranisti o i fautori dell’uscita dalla UE; il silenzio o l’ostilità verso la cosiddetta (per me) ”invasione” degli immigrati (teleguidata secondo alcuni totalmente dagli USA per indebolire l’Europa); i simpatizzanti di Putin promotore della “rinascita” di una nuova Russia (che non si sa se evochi di più la potenza zarista di una volta o quella dell’Urss di Stalin). Dall’altra: Papa Francesco e il cosiddetto “buonismo”; i difensori dell’idea di Europa (non dell’UE: Donato ha chiarito che lui è per un’Europa sociale non quella di Bruxelles) contro il “neonazionalismo” o il “neopopulismo”; i fautori (per principio) di una uscita dalla languente democrazia (liberale o formale) attraverso un suo allargamento “reale” e non un suo restringimento oligarchico o tirannico. La contrapposizione è più che netta.

    4.
    Ora forse io non ho mai capito molto del realismo necessario per capirne i meccanismi più complessi della politica, ma vedo che due sono i bivi che ci si chiede di imboccare o che abbiamo già imboccato: scegliere di stare con *il nemico del mio nemico principale* (gli USA o la UE per alcuni; per altri Putin o la Le Pen o Grillo); oppure considerare Trump, Putin e la UE tutti nemici, malgrado l’impotenza e l’isolamento dal gioco politico “reale” in cui ci si viene a trovare assumendo tale posizione.

    5.
    Tra i commentatori (quei pochi che riesco a seguire) dei fatti e delle questioni politiche di fondo i più decisi nel sostegno della prima posizione mi paiono G. La Grassa e R. Buffagni. Nella seconda posizione per me rientrano, con sfumature e distinguo, A. Negri, A. Badiou, E. Balibar, A. Dal Lago.

    6.
    Pur riconoscendo molto realismo politico (anche per me indispensabile) nelle critiche dei fautori della prima posizione, sono respinto dalla loro visione della lotta politica che resta e *deve restare* esclusivamente in mano a ristrette élite, con la conseguente svalutazione o riduzione di tutte le forze sociali (sicuramente oggi – se si pensa al cosiddetto mondo del lavoro o al cosiddetto ceto medio – frammentate, disperse, in indecifrabile metamorfosi e difficili da far rientrare nelle categorie di classe o popolo e soprattutto da organizzare in forme autonome e attive). Se siamo di fronte a «“imbambolate” popolazioni europee» o a masse di manovra del tutto passive, cosa delle persone minimamente politicizzate potrebbero pensare o fare? Scrive ad es. G. La Grassa in un suo recente articolo: «La strategia del caos, messa in atto dall’ultima Amministrazione americana (quella di Obama), ha provocato la massiccia migrazione dall’Africa e dal Medioriente verso l’Europa. Probabilmente, si è trattato, ma solo in parte, di un processo sfuggito di mano; oggi non è solo ampiamente sfruttato da autentici banditi (tipo le ONG e l’Associazione che si fa risalire a Soros) per lucro economico (e che po’ po’ di lucro)». E’ evidente che o ci si accodi con i banditi più forti o con altri banditi per il momento meno forti?

    7.
    Questa lettura degli avvenimenti e dei processi politici più sotterranei prospetta, dunque, una storia come scontro di élite che si susseguono nel dominio a seconda della loro abilità strategica ed esclude *necessariamente* ogni scopo e ogni ipotesi che veda le masse come agenti in qualche misura della storia e non mera plebe da manovrare. L’unico scopo è il prevalere di una élite più abile e decisa su un’élite più stanca e indecisa. Quelli che non sono élite o non possono rientrarvi in qualche modo devono rassegnarsi ad essere gregari o dell’una o dell’altra. La Grassa, pur individuando che oggi le masse o le popolazioni sono «scisse al loro interno dall’attuale crisi e in cui esiste sempre una grossa quota di indecisi e di inconsapevoli», in esse valorizza al massimo «la parte più incattivita delle stesse», l’unica che egli ritiene «in grado di giungere a sufficiente grado di consapevolezza del degrado in atto». E per quale prospettiva sarebbe « indispensabile che si entri, come in altre epoche, nello stato d’animo del “o noi o loro”»? Nessuna effettivamente nominabile o attraente. In una sorta di “crepuscolo degli dei”(i burocrati Ue o i “sinistri”) viene vagheggiato o auspicato « un autentico ciclone che tutto spazzi via» cioè un evento sacrificale e purificatore. Su questo punto più che l’analisi politica giova quella dell’*immaginario di partenza*.

    8.
    L’altra lettura è quella che sto cercando di approfondire segnalando prese di posizioni e testi degli autori su indicati e col commento allo scritto «Comunismo» (1989) di F. Fortini. E non mi soffermo qui.

    9.
    È a questo punto della mia riflessione che devo porre una questione a cui alcune volte ho accennato e su cui sono disposto a ragionare con altri. Malgrado tutto il gran discorrere di superamento della contrapposizione destra/sinistra, a me pare che le posizioni del primo raggruppamento riecheggino – a volte dichiaratamente, a volte in modi velati – l’immaginario della destra classica o della “corrente fredda” (soprattutto stalinista) del (defunto) movimento operaio; e quelle del secondo, invece, sono riconducibili all’immaginario della sinistra e della “corrente calda” (luxemburghiana, consiliarista).

    10.
    Aggiungo che essere noi allo stesso tempo epigoni della storia novecentesca (e dunque da essa condizionati) e non essere riusciti in questi ultimi decenni a “rifondare” nessuna ipotesi comunista (anche la Conferenza sul Comunismo tenutasi a Roma nel gennaio 2017 è solo un segnale più massmediatico che organizzativo) rende ancora più oscillanti e incerte le prese di posizioni e la ricerca di una via d’uscita. E a me pare giusto insistere a ricontrollare quali siano le rovine che consideriamo “buone” della nostra storia piuttosto che spingerci con un azzardo *oltre* ( oltre la destra e la sinistra, oltre la stessa ipotesi marxiana del socialismo o del comunismo), quando questo *oltre* è indefinito.

    11.
    È possibile una terza posizione? E possibile ancora l’ipotesi comunista? Questo è il problema che io ancora mi pongo, diffidando della scelta di cancellare completamente tale ipotesi (come ha fatto con argomenti anche forti ma discutibili La Grassa, ma come hanno anche fatto, con ragionamenti e intenti diversi, tanti ex socialisti e comunisti). Questa terza via è del tutto utopica? È meglio aspettare qualche cambiamento dalle scelte di leader forti?

    12.
    Non penso che la nostra discussione su Trump “fascista” o Trump “novità” possa influenzare lo svolgimento degli eventi. Mi pare però utile capire il senso che essa ha per noi, cosa smuove in noi; e cosa ci fa capire degli umori e le posizioni sicuramente diverse e abbastanza contrapposte che si manifestano anche nel gruppo che ruota attorno a Poliscritture.

  22. Parto dalla ragionevole costatazione di Salzarulo (21 marzo 21.02): “il dissenso fra me e [Toffoli] (veramente anche fra me ed altri) non riguarda prevalentemente i dati elettorali, ma la loro interpretazione”. Quindi salto le pezze di appoggio, ovvero le citazioni dai giornali a sostegno, e vado alle interpretazioni, come fa anche Abate: “Le personali posizioni di Giulio e di Donato sono riconducibili a quelle generali che stanno dominando il dibattito politico; e che sono effettivamente, alla fine dei conti, pro o contro Trump.”
    Per discutere delle due posizioni che Abate individua al punto 3 e al punto 9, se mancano le masse “frammentate, disperse, in indecifrabile metamorfosi e difficili da far rientrare nelle categorie di classe o popolo e soprattutto da organizzare in forme autonome e attive” e se d’altra parte per dirsi comunista si ipotizza “senza fondamento reale che le reazioni alla crisi, e *quei bisogni sociali sottesi agli slogan sui ‘beni comuni’ o sulla ‘riconversione ecologica dell’economia’ costituiscano ‘il movimento reale’ che abolisce lo stato di cose esistente*, in quanto rappresenterebbero una continuazione oggettiva di quel movimento nella direzione del comunismo” (appunti politici 4: Comunismo di F. Fortini), per me scelgo solo di procedere a filo di ragionamento – sperando che non si tratti di incoerente e ideologico senso comune.
    Vladimiro Giacché ha ragionato sulle annessioni (della Germania dell’Ovest su quella dell’Est dopo il 1990, dell’Italia unificata verso il meridione, dei paesi del nord Europa nei confronti di quelli del sud nella UE), mostrando i meccanismi economici che aggravano le condizioni delle regioni annesse. La crisi economica e politica da noi dura ormai da quasi 10 anni, e ha consolidato disoccupazione e perdita di imprese, attraverso azioni belliche e finanziarie predatorie.
    Come non distinguere tra un nemico incombente e apparentemente intrascendibile come il Capitalismo e un nemico identificato e affrontabile come la UE dell’euro (e non quell'”altra” Europa che non c’è)?
    Sto ancora sul ragionamento e sui concetti: la parola sovranità fa parte del primo articolo della costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La *sovranità* appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, è una parola insensata, o una sopravvivenza di antichi schemi politici nazionalistici? Però il timore di un ricorso al MES (Meccanisimo Europeo di Stabilità) perchè comporterebbe una “perdita di sovranità” è condiviso da tutti…
    Proporrei di riflettere di più sul concetto di forza, dato che è appunto la forza la sostanza degli ideali democratici e liberisti. La forza messa in atto nelle guerre degli ultimi 30 anni (da quelle balcaniche a quelle mediorientali e in Ucraina), la forza esercitata attraverso l’economia che ha tenuto legati i paesi più deboli alla UE, la forza imposta con misure economiche che ha ristretto la vita democratica in Grecia e qui da noi.
    Le analisi sulla veste ideologica con cui si è addobbato il globalismo sono diffuse e approfondite, ma ho già ricordato le posizioni di Butler nel suo ultimo libro. I numerosi dati e le critiche che Donato rivolge contro Trump mi appaiono confinate allo stile, Trump è politically uncorrect, ed è proprio dalla politically correctness dei neoliberisti che arrivano.
    Trump è esplicito nel dichiarare una politica di forza, che c’è sempre stata ma mascherata di diritti e di democrazia. Che Trump dica le cose come stanno mi pare un guadagno, perchè mi rende più attenta nel presente e insieme consapevole di un futuro non noto.
    L’altra opzione presentata da Ennio: “a me pare giusto insistere a ricontrollare quali siano le rovine che consideriamo ‘buone’ della nostra storia piuttosto che spingerci con un azzardo *oltre* (oltre la destra e la sinistra, oltre la stessa ipotesi marxiana del socialismo o del comunismo), quando questo *oltre* è indefinito” mi appare diventata oggi superflua, non abbiamo “già dato”?

    P.S.Donato dichiara (24 marzo 11.54) “Non sono particolarmente affezionato alle categorie di ‘progresso’ e ‘reazione’. Sul piano dello scenario politico preferisco quelle di ‘destra’, ‘sinistra’, ‘estrema destra’, ‘estrema sinistra’, ecc. A volte, ricorro anche a categorie appartenenti alle tradizioni politico-culturali occidentali: liberali, liberal-democratici, conservatori, fascisti, democratici, socialisti, comunisti, ecc.”
    Lo invito a leggere un post su Michéa nel blog di Alessandro Visalli e riporto alcune frasi: “storicamente il termine ‘sinistra’, nella Francia di cui [Michéa] parla, intendeva il liberalismo radicale di provenienza rivoluzionaria, più o meno passato al setaccio dei movimenti (’20, ’30, ’48) dell’ottocento. Da un certo punto in poi, ben dopo Marx, liberalesimo più o meno radicale e socialismo diventano alleati contro nemici comuni […]
    La conclusione di Michéa è prettamente politica: accettando questa analisi ne deriva che il ‘significante principale’ intorno al quale schierare un fronte avverso al selvaggio liberalismo trionfante dei nostri tempi non può limitarsi alla ‘sinistra’, ma deve riprendere quelle che chiama ‘bandiere a priori’ molto più larghe ed unificanti. Che abbiano senso per *tutte* le classi popolari e per i loro alleati. E’ chiaramente la questione *del populismo*.” http://tempofertile.blogspot.it/2016/11/jean-claude-michea-i-misteri-della.html#!/2016/11/jean-claude-michea-i-misteri-della.html

  23. Buongiorno a tutti. Riportando questa discussione su FB, Abate mi ha cortesemente citato. Ho letto con attenzione, dico brevemente la mia.
    Anzitutto, lancio una proposta di moratoria internazionale sull’uso delle parole “fascismo” e “nazismo” nel dibattito politico sull’attualità, o come sinonimo equipollente di “regime politico pericoloso che non mi piace”.
    Trump non è fascista, non è fascista l’Unione Europea, non è fascista Salvini, non è fascista Marine Le Pen, non è fascista Orbàn, non è fascista la Merkel, non è fascista lo Stato Islamico, non è fascista il neoliberalismo, non è fascista il capitalismo, non è fascista il populismo [segue]. Le succitate realtà storiche non sono neanche naziste. E’ (fu) fascista il fascismo, ed è (fu) nazista il nazismo. Su questa base, chissà? si potrebbe forse inaugurare una discussione fruttuosa.
    So che è una proposta vana, ma per una volta sarò kantiano fino in fondo, e dunque faccio quel che devo, avvenga quel che può.

    1) Elites, masse, lavoratori, termine a piacere. Quando le masse o i lavoratori si organizzano politicamente, creano una loro élite dirigente. Se non la creano, non si organizzano, non contano niente, e vengono trattati di conseguenza. Su questa regolarità storica Gaetano Mosca ha scritto cose interessanti un secolo fa, perchè non leggerle?

    2) Comunismo. Essendo oggi politicamente irrealizzabile come il legittimismo borbonico, l’adesione teorica e/o emotiva al comunismo può servire a due cose:

    a) se l’aderente al comunismo o al legittimismo SA e SI DICE che comunismo e legittimismo sono politicamente impossibili (non improbabili, impossibili) , egli si libera dalla necessità/dovere di agire politicamente, persuadere, esortare, propagandare, etc., il che può facilitargli la visione delle cose *così come sono*, un bonus di immenso valore in virtù del quale il legittimista borbonico Balzac vedeva con una chiarezza cristallina che cosa fosse e come funzionasse la società capitalistico-borghese a lui contemporanea sulla quale dava, in nome dei suoi valori, una valutazione di condanna totale e senza spiragli.

    b) se invece l’aderente all’impossibile comunismo o legittimismo NON SA, oppure SA ma NON SI DICE che il comunismo e il legittimismo sono politicamente impossibili (non improbabili, impossibili) l’adesione al comunismo o al legittimismo lo porta a fare, e diffondere a mo’ di inchiostro della seppia, un’enorme confusione tra il piano normativo (le cose come dovrebbero essere nella testa del pensante) e il piano descrittivo (le cose come sono in realtà), cioè a confondere la distribuzione di pagelle a un mondo che peraltro se ne frega e la lettura politica della realtà storica e culturale. Preclaro esempio di questa confusione sono la signora Rossanda e il giornale da lei fondato.

    3) Dove stanno gli interessi dei lavoratori? Con Trump, contro Trump, con la UE, contro la UE, etc.?
    Secondo me gli interessi dei lavoratori stanno dalla parte di chiunque li possa aiutare a impadronirsi di nuovo del loro principale e anzi, UNICO asset: il monopolio della forza lavoro. Perchè in quanto lavoratori, se non possono trattare le condizioni di vendita della forza lavoro, sono taillables et corvéables à merci dal capitale. Domanda: i lavoratori possono riprendersi il monopolio della forza lavoro nel mercato mondiale, o possono riprenderla solo nei mercati nazionali? Secondo me la storia suggerisce che sul mercato mondiale il Lavoro perde sempre e il Capitale vince sempre, sul mercato nazionale qualche volta vince il Capitale, qualche volta vince il Lavoro, qualche volta Capitale e Lavoro pareggiano, cioè trovano un accordo praticabile e vivibile per entrambi.

  24. @ Fischer

    1. «se mancano le masse». Dov’è scritto?

    2. « e se d’altra parte per dirsi comunista si ipotizza “senza fondamento reale che le reazioni alla crisi, e *quei bisogni sociali sottesi agli slogan sui ‘beni comuni’ o sulla ‘riconversione ecologica dell’economia’ costituiscano ‘il movimento reale’ che abolisce lo stato di cose esistente*, in quanto rappresenterebbero una continuazione oggettiva di quel movimento nella direzione del comunismo”».

    Che modo è questo di citare delle frasi senza precisare che parla Giovanni Mazzetti riportando l’opinione del suo interlocutore, Cavallaro?

    Ecco lo stralcio corretto per n on confondere le acque: « Non è un caso che, per confermare la possibilità di dirsi comunisti, Cavallaro abbia avuto bisogno di riferirsi al movimento passato, cioè alle conquiste attuate con lo Stato sociale keynesiano. Ipotizzando, poi, senza fondamento reale che le reazioni alla crisi, e “quei bisogni sociali sottesi agli slogan sui ‘beni comuni’ o sulla ‘riconversione ecologica dell’economia’ costituiscano ‘il movimento reale che abolisce lo stato di cose esistente”, in quanto rappresenterebbero una continuazione oggettiva di quel movimento nella direzione del comunismo. Non è un caso che, per confermare la possibilità di dirsi comunisti, Cavallaro abbia avuto bisogno di riferirsi al movimento passato, cioè alle conquiste attuate con lo Stato sociale keynesiano. Ipotizzando, poi, senza fondamento reale che le reazioni alla crisi, e “quei bisogni sociali sottesi agli slogan sui ‘beni comuni’ o sulla ‘riconversione ecologica dell’economia’ costituiscano ‘il movimento reale che abolisce lo stato di cose esistente”, in quanto rappresenterebbero una continuazione oggettiva di quel movimento nella direzione del comunismo.»

    3. « Come non distinguere tra un nemico incombente e apparentemente intrascendibile come il Capitalismo e un nemico identificato e affrontabile come la UE dell’euro (e non quell’”altra” Europa che non c’è)?». Chi non distinguerebbe?

    4. Chi sostiene che la parola sovranità sia « insensata, o una sopravvivenza di antichi schemi politici nazionalistici»?

    5. « Che Trump dica le cose come stanno mi pare un guadagno». Perché Trump starebbe dicendo come stanno le cose?

    P.s.
    « L’altra opzione presentata da Ennio: “a me pare giusto insistere a ricontrollare quali siano le rovine che consideriamo ‘buone’ della nostra storia piuttosto che spingerci con un azzardo *oltre* (oltre la destra e la sinistra, oltre la stessa ipotesi marxiana del socialismo o del comunismo), quando questo *oltre* è indefinito” mi appare diventata oggi superflua, non abbiamo “già dato”?».

    Abbiamo già dato? Che fretta! Lo diresti per il femminismo?

    @ Buffagni

    1. Alla tua (impossibile e censoria, secondo me) « proposta di moratoria internazionale sull’uso delle parole “fascismo” e “nazismo” nel dibattito politico sull’attualità» preferisco un uso il più possibile preciso e storicamente consapevole dei due termini.

    Come non mi sento di dire – al momento – che «Trump è fascista», non mi sento di dire che «Trump non è fascista, non è fascista l’Unione Europea, non è fascista Salvini, non è fascista Marine Le Pen, non è fascista Orbàn, non è fascista la Merkel, non è fascista lo Stato Islamico, non è fascista il neoliberalismo, non è fascista il capitalismo, non è fascista il populismo [segue]». Per me nei fenomeni storici ci sono sempre elementi di continuità e di discontinuità (di conservazione e di novità) difficili da distinguere. In una situazione in movimento (caotico, in gran parte indecifrabile) come questa in cui ci troviamo possiamo fare due cose: sospendere del tutto il giudizio o usare prudentemente le precedenti ( e più definite) categorie, individuando per quanto possibile analogie e differenze coi fenomeni precedenti (fascismo, nazismo, comunismo, ecc.) . Io preferisco la seconda scelta.

    2. «Quando le masse o i lavoratori si organizzano politicamente, creano una loro élite dirigente. Se non la creano, non si organizzano, non contano niente, e vengono trattati di conseguenza».

    D’accordo, ma i processi storici sono sempre contorti e più complicati di come appaiono in teoria. Può darsi che le spinte di autorganizzazione delle masse o dei lavoratori non siano tanto forti e chiare da far emergere dei *loro* leader “naturali”. Può darsi, come vide Lenin ai suoi tempi, che masse o lavoratori non riescano a far emergere leader capaci di visione politica “rivoluzionaria” e non semplicemente “contrattuale” (“tradunionista”); e che si debba rischiare di dare fiducia a una élite rivoluzionaria costruitasi “dall’esterno” o “dall’alto”. Che può essere capace di una rottura ma non di una costruzione. E può anche “tradire”. Il problema è trovare la quadratura giusta del cerchio e riuscire a stabilizzarla. Riuscì per poco a Lenin e non durò. Perciò siamo sempre di fronte al rischio o di esplosioni violente e cieche o di disciplinamento autoritario e castrante di un Capo divinizzato. Ma il problema dell’organizzazione o autorganizzazione è ben presente anche ai cosiddetti “spontaneisti”. E’ che è difficile da risolvere in modi efficaci e soddisfacenti.

    3. « Comunismo. Essendo oggi politicamente irrealizzabile come il legittimismo borbonico».

    A parte l’accostamento sfottente, il “realizzabile” tu come lo misuri? Come fai ad essere così sicuro che «comunismo e legittimismo sono politicamente impossibili (non improbabili, impossibili)»? Ti puoi appellare certamente ai tentativi sconfitti o falliti, ma non puoi dimostrarne l’*impossibilità*. ( E nei commenti a «Comunismo» di Fortini qui su Poliscritture io sto insistendo esclusivamente, come fece lui, sulla *possibilità*).

    Non si capisce poi perché, se l’aderente al comunismo ( o al legittimismo) si liberasse «dalla necessità/dovere di agire politicamente, persuadere, esortare, propagandare, etc.», gli sarebbe facilitata «la visione delle cose *così come sono*». E poi le cose «così come sono» possono essere viste da un’ottica metafisica (sono così in una loro sostanza eterna e immutabile) o da un’ottica storica (sono in continuo e non teleologico mutamento). E, infine, perché il legittimista borbonico Balzac poteva – malgrado la sua ideologia o il suo immaginario reazionario e nostalgico – vedere « con una chiarezza cristallina che cosa fosse e come funzionasse la società capitalistico-borghese a lui contemporanea» e la stessa cosa non potrebbe capitare ad un comunista? Quello che riusciva a Balzac con quella sua lente ideologica legittimista e borbonica, perché non potrebbe riuscire a chi usa la lente del comunismo? Basta saper distinguere tra lente e realtà in movimento, no? È difficile, ma – ripeto – se riesce al borbonico (o al liberale, o al cattolico, o alla femminista, o al leghista, o allo scienziato, ecc.) non vedo perché dovrebbe essere impossibile *soltanto* al comunista. Ecco, a questi esorcismi mirati e unilaterali, oggi di moda, non ci sto.

    1. Caro Ennio,
      la mia proposta di moratoria non è censoria, è solo scherzosa: lo so benissimo che è totalmente impossibile. Ci scherzo su con un fondo di serietà perchè secondo me l’uso della categorie fascismo/antifascismo al di fuori del dibattito storico NON aiuta a capire, anzi, il contrario. Francamente non ho voglia di spiegare il perchè, gli argomenti li sai già, se non ti hanno persuaso sinora è inutile insistere.
      Quando dico che oggi il comunismo è totalmente irrealizzabile come il legittimismo borbonico, non sfotto nessuno, registro un fatto qualificato dalla parola “oggi”. Infatti non so, perchè nessuno può sapere, se in un futuro lontano sarà realizzabile il legittimismo borbonico o il comunismo: forse sì, forse no, chi lo sa? Mai porre limiti alla Provvidenza. Parlo di irrealizzabilità “oggi”, cioè entro i limiti del politicamente e culturalmente prevedibile (dieci anni? cinquanta?). Del resto si occuperanno i nipoti.

      Quando poi scrivi “perché il legittimista borbonico Balzac poteva – malgrado la sua ideologia o il suo immaginario reazionario e nostalgico – vedere « con una chiarezza cristallina che cosa fosse e come funzionasse la società capitalistico-borghese a lui contemporanea» e la stessa cosa non potrebbe capitare ad un comunista?” non leggi attentamente quel che ho scritto (ho scritto il contrario).
      Dicevo infatti che se il legittimista borbonico o il comunista sanno e si dicono che la loro proposta politica e culturale è irrealizzabile nel loro oggi, proprio perchè sono esentati dalle necessità dell’azione politica immediata possono vedere la realtà così com’è meglio di chi invece sia coinvolto nell’azione politica, per il motivo elementare che chi agisce politicamente, specie se in vista di un mutamento enorme degli assetti presenti, è quasi costretto a credere ciò che desidera (sennò gli mancano le forze e la fiducia per operare).

  25. 1. La parola “massa” ricorre spesso, nel testo iniziale di Toffoli, poi la usano Simonitto, Salzarulo e tu, 3 volte il 2 aprile 19.28. Con la frase “masse frammentate, disperse, ecc…” ho riassunto le tue “forze sociali (sicuramente oggi – se si pensa al cosiddetto mondo del lavoro o al cosiddetto ceto medio – frammentate, disperse ecc…)” anche perchè tu stesso usi la frase “masse di manovra” poche righe dopo (nel punto 6).

    2. Quanto al “modo di citare”: ho indicato che si trattava di leggere anche il tuo post precedente, ma ho usato il pensiero (di Cavallaro riportato da Mazzetti) all’interno di una mia argomentazione, mi auguro serrata, sulla quale, piuttosto, mi aspetterei una critica. O stiamo scrivendo delle tesine con le citazioni a rincalzo ben ordinate in nota?

    3. Non distingue chi si orienta sull’ampio orizzonte della lotta per il comunismo e non si concentra sulla analisi politica del presente in riferimento all’Europa, dove è possibile e necessario incidere.

    4. Salzarulo della sovranità scrive (28 marzo 19.04): “Questi nazionalisti e rivendicatori della ‘sovranità’ dei singoli paesi europei pensano di ritornare al Congresso di Vienna o al ‘concerto delle nazioni'”. Nel tuo post (2 aprile 19.28) “a me pare che le posizioni del primo raggruppamento (tra cui ci sono i sovranisti, quelli che scelgono di stare con il nemico del mio nemico principale, gli élitisti) riecheggino – a volte dichiaratamente, a volte in modi velati – l’immaginario della destra classica o della ‘corrente fredda’ (soprattutto stalinista) del (defunto) movimento operaio”. E c’è un bel commento tuo su FB: “che mille fiori appassiscano nel giardinetto nazionale!” Nessuno di questi modi significa riconoscere capacità politica all’avversario.

    5. Sì, Trump parla il linguaggio della forza e non predica i “valori” (della democrazia e dei diritti).

    Quanto al paragone tra femminismo e comunismo, il primo ha meno anni, è attivamente presente, diffuso, e ha contraddizioni al suo interno, non è mai stato un partito e non ha mai avuto il potere.

  26. @ Buffagni

    1.
    Purtroppo non si può discutere di fascismo/antifascismo soltanto in un compassato congresso di storici habermasiani. Da tempo (o da sempre?) c’è un *uso pubblico della storia* manovrato da giornalisti e gazzettieri ben poco scrupolosi delle regole condivise dai buoni storici. Penso comunque che valga la pena contrastare con i mezzi disponibili ( e un occhio ai veri storici) questa spazzatura storiografica invece di richiedere sia pur scherzose moratorie.

    2.
    «Nessuno può sapere se in un futuro lontano sarà realizzabile il legittimismo borbonico o il comunismo». Appunto! Come, pur non essendo stato accertato scientificamente che Dio esista o meno, milioni di uomini e donne regolano la loro vita scommettendo che ci sia, non capisco perché negare ( del resto ad esigue minoranze, no?) la possibilità di pensare il comunismo. A me – ripeto – pare, a seconda dei casi, un atto di intolleranza, una censura del rimosso (specie negli ex comunisti), un esorcisma.

    3.
    Non mi pare di aver travisato il tuo pensiero sul legittimista borbonico o il comunista. E trovo caricaturali le immagini che ne dai. Dovrebbero sapere che « la loro proposta politica e culturale è irrealizzabile nel loro oggi» e accettare di essere innocui sognatori. Ritengo, invece, che la loro (eventuale) capacità di «vedere la realtà così com’è» possa convivere contraddittoriamente con la loro ideologia “sorpassata”. E anzi che quest’ultima possa indurli a porsi domande e problemi che le ideologie dominanti danno per risolti o trascurabili o sciocchi. Non li vedo neppure così tanto “contemplativi”. Certo, rispetto a quanti sono coinvolti direttamente nell’azione politica, possono solo pensare ed operare in zone marginali o in ombra rispetto a quelle ufficiali. Ma non necessariamente essere sterili. Certo il loro maggior rischio può essere proprio quello di «credere» e vedere *soltanto* ciò che uno «desidera». Ma non è inevitabile.

    P.s.
    Mi sono ricordato che su questo tema ci siamo confrontati anche su LE PAROLE E LE COSE mesi fa. Può essere utile rivedermi/si:

    27 nov 2016 su LPLC

    POLITICA, COMUNISMO, SCOMMESSE

    La riflessione sul dopo Trump s’è trasferita in altro post ma replico ancora a Roberto Buffagni, pur trovando paradossale e anche un po’ divertente che a parlare ancora di comunismo qui su LPLC siamo rimasti io (epigono di un “comunismo critico”) e lui «anticomunista» .

    @ Buffagni

    1.
    Non so quante cose restino da fare nella vita se la politica (o, meglio, la biopolitica) s’infiltra in essa in modi tanto capillari e quasi sempre violenti e distruttivi. Sinceramente mi importa poco se l’azione politica sia obbligatoria o si possa evitare. Mi chiedo invece: esiste davvero una scienza politica che a un “noi” (qualunque esso sia oggi) impone passi obbligati e indiscutibili? Scrivi: «Se invece uno decide di farla, l’azione politica, o se è obbligato a farla, la designazione del nemico principale è il primo, primissimo passo da compiere». Si fa così e non si può fare altrimenti? Altre vie sono davvero impraticabili? Non so. A me ronza in mente ancora l’idea che la politica sia l’*arte del possibile* (anche perché viene fatta in una storia che muta di continuo e ci sorprende).

    2.
    Sospetto un grande, “realistico”, esorcisma nella tua affermazione:« il comunismo è un’impresa e un’idea radicalmente sbagliata, che non solo non si realizzerà mai, ma che quando ci si prova, realizza soprattutto disastri epocali». L’analisi storica a me pare dimostri proprio che un’idea radicalmente sbagliata non esista. E «disastri epocali» sono stati compiuti tanto in nome del comunismo (per te «un’idea radicalmente sbagliata») tanto in nome di idee (religiose o laiche o neopagane) considerate (dai loro fautori) del tutto giuste. E perciò mi sento vicino alla posizione di Badiou (Vedi P.s.): fosse pure il comunismo ridotto ad una kantiana idea regolativa – questa è l’accusa che gli viene mossa – e dunque fuori dalla scena politica attuale dominata, come a te pare, dallo scontro tra globalismo e nazionalismo, esso resta come problema. Come minimo da ristudiare, da capire di più. (Cfr. http://operaviva.info/perche-una-conferenza-sul-comunismo/).

    3.
    Stalin, certo, avrebbe fatto fare una brutta fine sia a te che a me. Ma proprio per questo l’URSS stalinista non può essere definita, come tu fai, base del comunismo o sua roccaforte. ( Meglio la diagnosi spietata di La Grassa: il movimento comunista è finito già col 1917). Sparita l’URSS, è sparito dalla scena politica quel «movimento comunista mondiale» ad essa legato o da essa ispirato. Ma le questioni poste non erano riducibili a quelle accolte o ritenute legittime dallo stalinismo. E perciò non chiamerei «eresie» le posizioni minoritarie e represse che, a differenza dello stalinismo, sulla scena non ci sono mai state, ma mai sono del tutto scomparse. Ammetto che siano rimaste catacombali e/o carsiche. (Inesistenti o inconsistenti ad un occhio geopolitico o realpolitick). Ma quante cose sfuggono, appunto, alla politica pur esistendo o non essendo “nominabili” o “rappresentabili”? Lo stretto legame (quasi di filiazione o di complementarità) che stabilisci tra istituzione politica ortodossa e eresie a me pare falsante. Certo chi costruisce l’ortodossia decide pure quali debbano essere le eresie. Ma i cosiddetti eretici non solo non si sentono tali ma, a rigore, non lo sono. Possono essere pionieri di una nuova visione (se e quando riescono a delinearla) o epigoni che si dibattono nella vecchia visione, non riuscendo ad uscirne. (Lenin, ad es., fu un eretico per la socialdemocrazia europea ma un rivoluzionario per quelli che lo seguirono nell’impresa dell’Ottobre).

    4.
    Non scegliere tra globalismo e nazionalismo vuol dire restare a “vivacchiare” fuori dalla politica? Sì, se la politica fosse quella tavola delle leggi data una volta per sempre e da applicare secondo le norme stabilite dai suoi specialisti. No, se un margine di innovazione o addirittura di rivoluzione “extraspecialistica” non può mai essere escluso. E no, ancora, se – dal mio punto di vista – *scelgo* di scommettere contro il globalismo e il nazionalismo, cioè contro due opzioni che in fondo si alimentano a vicenda e ci paralizzano.

    5.
    Proteggere la verità della mia/nostra storia non comporta automaticamente (anche se il rischio c’è) il ripeterla «tale e quale, con lo stesso risultato: equivoco e sconfitta». La storia – ripeto – non ha un andamento lineare e certo. E non scarta mai definitivamente certe strade. Il che permette di scommettere sempre e comunque su quello che consideriamo il “meglio”. (A seconda dei bisogni e dei desideri che maturiamo e dei ragionamenti che riusciamo a fare sulla “realtà”). “Qualcosina”, dunque, si muoveva anche in quegli anni ’60 del secolo scorso tanto da permettere a Fortini (e non solo a lui) la sua scommessa e sostenere con qualche ragione che allora erano « nostri nemici tanto l’URSS quanto gli USA». Non parlava da Marte. Le «terrificanti cantonate sulla Cina» solo oggi si vedono facilmente. (Sempre se ci si mette dal punto di vista dei vincitori).

  27. @ Fischer

    1. che la parola ‘masse’ ricorre nei commenti di Toffoli etc. non giustifica la tua affermazione: «se mancano le masse». Le masse non mancano. Semmai manca l’organizzazione o l’autorganizzazione di una loro lotta.

    2. Per me le citazioni devono essere puntuali e non alimentare equivoci.

    3. La Ue e l’euro sono un «nemico «identificabile e affrontabile» solo per quanti sono antieuropeisti o fautori dell’uscita dall’euro alla Bagnai. Solo condividendo tali posizioni quelle avverse possono essere caricaturalmente presentate come oziose passeggiate « sull’ampio orizzonte della lotta per il comunismo» . Si tratta di scelte politiche contrapposte. È bene dircelo senza eufemismi.

    4. Tu sembri o sei “sovranista”. Ne prendo atto. Ma non mi pare che la mia descrizione del primo raggruppamento (sovranisti) indichi da parte mia un mancato riconoscimento della «capacità politica» di tale raggruppamento. Né che, come scrivi, io trovi « insensata, o una sopravvivenza di antichi schemi politici nazionalistici» questa posizione. Ne diffido, me ne preoccupo, non mi convince. Da qui anche la battuta su FB: “che mille fiori appassiscano nel giardinetto nazionale!”.

    5. Se « Trump parla il linguaggio della forza e non predica i “valori” (della democrazia e dei diritti)», mi chiedo se quella forza sarà usata a favore di quanti a me stanno a cuore (lavoratori, ceti medi, immigrati, donne, etc) . Inoltre, se «non predica i “valori” (della democrazia e dei diritti)», mi chiedo quali altri “valori” predica ;e se vanno bene per me e per quanti a me stanno a cuore. Non essendo possibile che Trump si limiti a dire le «cose come stanno» e a non sostenere i suoi “valori”, la sua interpretazione o coincide con la mia, mi sta bene o mi respinge e per quel che posso la contrasto?

    6.
    Femminismo/ Comunismo: mi limitavo a denunciare la tua liquidazione sbrigativa (per me) della tua – mi pare – esperienza “comunista”.

    1. Non mancano “masse di manovra del tutto passive”, *mancano* invece le forze sociali, nel mondo del lavoro e nel ceto medio, oggi “difficili da organizzare in forme autonome e attive” (dal tuo punto 6, il 2 aprile, qui sopra).
      Noto la contraddizione di organizzare … in forme autonome.

      La mia esperienza “comunista” è stata una esperienza gruppettara. Allora, in più – ma anche oggi – si studiava molto Marx.

      Non *sono* e neppure voglio *sembrare* sovranista, al modo in cui invece sono una anziana signora col mio nome eccetera. Non so se qualcuno dica di *essere* una certa parte politica, sì, i democristiani lo dicevano e alcuni lo dicono ancora, il sindaco del mio paese, e mi pare Cirino Pomicino: che è e sarà sempre democristiano. Io ritengo che l’unione europea e quella monetaria – che non coincidono – siano obiettivi principi del ragionamento politico visto dove siamo e la storia che abbiamo attraversato e non ho incontrato finora pensieri comunisti intrecciati con pensieri sui temi europei. Il populismo di sinistra se ne occupa, e in particolare ne discutono i sovranisti. Non credo che Bagnai si consideri tale.

      Riporto dal blog di Carlo Galli, Ragioni politiche, alcune parti di un articolo intitolato “Tesi sull’Europa”:
      “8.Sono necessarie riforme che vadano in senso opposto a quello che si è affermato fino ad ora. Ci si deve porre come obiettivo non la crescita generica ma la piena occupazione, si deve far leva sulla domanda interna e non principalmente sulla esportazione, si deve perseguire la rivalutazione economica e giuridica del lavoro e scalzare la centralità sociale e politica del mercato e/o del pareggio di bilancio, si deve mirare alla redistribuzione della ricchezza e non solo all’aumento del Pil, alla giustizia e non alla indiscriminata diminuzione del carico fiscale (peraltro mai realizzata). Questi sono i veri problemi dell’Italia, non i vitalizi né le date dei congressi, che sono solo momenti della lotta politica di palazzo, e che servono a celare i conflitti politici fondamentali. Questi, una volta che la rivoluzione neoliberista ha esaurito la sua spinta propulsiva, e che l’ipotesi ordoliberista si è rivelata mera conservazione del potere tedesco, sono ormai una contrapposizione oggettiva tra ristrette élites economiche e massa impoverita della popolazione (ceti medi inclusi). Le leggi elettorali, altro tema che appassiona il ceto politico, a loro volta, sono certo importanti; ma il pericolo più grave – l’Italicum – è stato sventato.
      9.Lo strumento principale per questa rivoluzione, per questa discontinuità – o se si vuole, più semplicemente, per rimettere ordine in casa nostra, per ridare l’Italia agli italiani, nella democrazia e non nel populismo –, è lo Stato e la sua rinnovata centralità. La Stato non è intrinsecamente portatore di nazionalismo e di egoismo: è invece uno spazio politico potenzialmente democratizzabile (soprattutto se in parallelo i cittadini si impegnano in un nuovo civismo, e non nella protesta populistica, incoraggiati in ciò dal constatare che non tutte le strade sono chiuse, che il destino non è segnato), una via importante per la riduzione della complessità dell’indecifrabile spazio europeo. Il termine dispregiativo «sovranista» non significa nulla se non un rifiuto di approfondire l’analisi del presente, e quindi denota una subalternità di fatto ai poteri dominanti (e declinanti).”
      https://ragionipolitiche.wordpress.com/2017/02/15/tesi-sulleuropa/

  28. SEGNALAZIONE
    A proposito di *uso pubblico della storia* ( in questo caso attraverso la “neutra” e “democratica” Wikipedia

    La strategia del ratto. Manomissioni, fandonie e propaganda fascista su Wikipedia: il caso «Jose Antonio».
    Prima parte
    http://www.wumingfoundation.com/giap/2017/02/la-strategia-del-ratto-jose-antonio-su-wikipedia/)

    Stralcio:

    Chi ha posto attenzione, anche occasionalmente o di sfuggita, a come la storia italiana del Novecento venga trattata su Wikipedia, non può non essersi imbattuto nell’alacre attivismo dell’utente che si firma «Jose Antonio». L’elenco dei suoi contributi è impressionante: anche restringendo il campo alle sole voci che ha creato, quindi escludendo i suoi numerosissimi interventi in voci già esistenti, ecco cosa si ottiene.

    Non c’è in pratica voce relativa a fascismo o fascisti dove non sia passato Jose Antonio, e non si contano gli schizzi di fango che ha lasciato nelle voci dedicate all’antifascismo e agli antifascisti.

    Un indizio non da poco sulla passione di questo utente per il nostalgicume fascista, e sulla sua avversione alla resistenza al nazifascismo, sta già nella scelta del nickname: «Jose Antonio» è infatti un chiaro richiamo a José Antonio Primo de Rivera, fondatore e capo della Falange Española. Formazione che si autodefiniva nazionalsindacalista, il suo obiettivo era la costituzione di uno stato di ispirazione fascista in Spagna, totalitario e fondato sul corporativismo. Nelle voci presenti su it.wiki relative alla Falange Española sono molti gli edit di Jose Antonio; in questo post verranno presi in considerazione solo dopo aver dato conto di altri casi in cui le sue modifiche hanno inquinato l’Enciclopedia libera. Al centro della scena merita di essere portato per gradi.

    P.s.
    Nota dello storico Carlo Vercelli su FB:

    Claudio Vercelli Già, e di riflessioni in materia ce ne sarebbero parecchie da fare, a partire dal fatto che la nozione di “libera informazione” (che tale sarebbe nel duplice senso di scevra da pregiudizi politico-ideologici, come se il “fatto” fosse sempre e comunque separabile dall'”opinione” – e quindi dal posizionamento di principio -, nonché “libera” in quanto accessibile senza oneri o costi o comunque senza alcunché da dare in scambio) è spesso, se non sempre, un’ingenuità. Nelle dinamiche delle risorse strutturate online, Wikipedia tra queste, l’evoluzione – che si avvale del contributo gratuito (la “gratuità” è nozione e condizione diversa dalla “libertà”, anche se spesso vengono sovrapposte e omologate) di un nutrito gruppo di collaboratori, oltre che di utenti abituali oppure occasionali – e la crescita di rilevanza (l’indicizzazione dei principali motori di ricerca induce comunque i più a farsi una idea di molte cose passando per Wikipedia, almeno in prima battuta) fa sì che esse diventino una specie di habitat virtuale sul quale cercare di estendere e consolidare la propria visione delle cose. Il vizio, per così dire, sta nei presupposti stessi per cui, secondo certuni: 1. una enciclopedia sarebbe sempre e comunque una fonte attendibile, a prescindere da ulteriori verifiche, esaurendo in tale modo il campo dell’indagine rispetto a ciò che si va cercando di volta in volta; 2. la condizione di “enciclopedia online a contenuto libero, collaborativa, multilingue e gratuita […] sostenuta e ospitata dalla Wikimedia Foundation, un’organizzazione non a scopo di lucro statunitense”, basterebbe da sé a garantire una imparzialità che è spesso – invece – impossibile; 3. l’accessibilità da parte degli utenti anche nella formulazione dei contenuti, dovrebbe essere il suggello di una sorta di democrazia diretta del sapere (nel suo formarsi e nel suo essere fruito) quando, invece, può trasformarsi in un campo di conflitto dove interessi esplicitati, o più spesso omessi, entrano in gioco sotto le false spoglie di un resoconto “neutrale” e avalutativo. Il vero rimedio, se di ciò si può parlare, è il riconoscere che ciò che andiamo chiamando e riconoscendo come “sapere” e conoscenza è semmai il risultato di una pluralità di conflitti di interpretazioni. Il modo in cui tali confiltti vengono gestiti fa la vera differenza. Non meno che il pluralismo delle fonti, cosa – invero – oggi assai sconosciuta ai più. In un rapporto inversamente proporzionale tra dilatazione del campo delle “informazioni” e deperimento della capacità di interpretarle, dandone un significato compiuto poiché ragionato.

  29. “Il vero rimedio, se di ciò si può parlare, è il riconoscere che ciò che andiamo chiamando e riconoscendo come “sapere” e conoscenza è semmai il risultato di una pluralità di conflitti di interpretazioni. Il modo in cui tali conflitti vengono gestiti fa la vera differenza”, scrive Carlo Vercelli.
    Chiedendo scusa a Carlo Vercelli provo a reimpiegare la stessa frase sostituendo a “sapere e conoscenza” *politica e democrazia*:

    Il vero rimedio, se di ciò si può parlare, è il riconoscere che ciò che andiamo chiamando e riconoscendo come “politica” e democrazia è semmai il risultato di una pluralità di conflitti di interpretazioni. Il modo in cui tali conflitti vengono gestiti fa la vera differenza.”

    La frase aggiunge un altro ambito ma mantiene il senso fondamentale, che riconoscere i conflitti è la chiave di ogni processo.

    A questo proposito è interessante la analisi di Alessandro Visalli del libro “La ragione populista” di Ernesto Laclau:
    “Volendo provare a tirare le somme di questo complesso discorso, mi pare che la strada post-marxista che propone di seguire Laclau, abbastanza evidentemente costruita con i materiali della fase egemonica post-strutturalista, trova un primo piano di resistenza nella mossa stessa. Anche condividendo la critica al materialismo ingenuo, ed all’economicismo, non è necessario per farlo andare così lontani sulla strada di una problematica perdita di riferimenti. Se anche il “discorso”, produttore di effetti performativi, e quindi in qualche modo di “realtà”, e certamente portatore sempre di effetti di potere, può essere designato come elemento centrale del politico, da questo deriva che non c’è alcun fondo che resiste alla indefinita manipolazione? O possono essere identificate, certo in modo tentativo e soggetto a critica, delle fratture in questo fondo? Dei conflitti di interesse e non solo di senso? In altre parole, ci sono dei funzionamenti sociali, dei concatenamenti resistenti, solidi, in qualche modo primari, difficilmente aggirabili, che determinano delle opposizioni nelle cose, e non solo nella rappresentazione? E che non sono riducibili alla frattura tra “popolo” ed “élite”?
    http://tempofertile.blogspot.it/2017/04/ernesto-laclau-la-ragione-populista.html#!/2017/04/ernesto-laclau-la-ragione-populista.html

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