Nel mio paese nessuno è straniero. Ma è poi vero?

DIALOGANDO CON IL TONTO (8)

 

di Giulio Toffoli

Mi capita raramente di guardare la televisione. Il caso ha voluto che mi venisse sotto gli occhi uno spezzone di un servizio sulla recente retata fatta alla stazione di Milano. Il giornalista stava intervistando alcuni passeggeri appena scesi dai treni. Le risposte erano abbastanza prevedibili quando sento uno che dice: “Cosa vuole che le dica… io sono fra quelli che credono che nel mio paese nessuno è straniero. Ma poi ogni tanto mi domando se sia poi vero”. La giornalista è apparsa subito chiaramente insoddisfatta della risposta e la telecamera si è rapidamente spostata su altri soggetti da intervistare.
Io invece sono rimasto lì come inebetito. C’era qualche cosa che non funzionava …
Solo dopo un poco mi sono reso conto che il passeggero che aveva dato quella risposta fuori dal coro era proprio lui, il Tonto.
Allora l’ho chiamato: “Ma che diavolo – gli ho detto – non sai che quando ti intervistano vogliono delle risposte chiare, poche parole, quasi degli slogan …”
“Cosa vuoi che ti dica – mi ha sussurrato – mi hanno preso in contropiede. Stavo andando verso il metrò quando mi si para di fronte una giovane signorina che mi spara a bruciapelo quella domanda. Non sapevo che dire e lo sai su quel tema ho una opinione fuori dal coro … Forse varrebbe la pena di discuterne. Vediamoci questa sera a cena.
E’ ovvio che paghi tu”.

Ci siamo trovati davanti a un piatto di spaghetti e l’ho trovato particolarmente pimpante. Mi è parso si fosse preparato. Non avevamo ancora ordinato che ha iniziato a dirmi:
“Sai, ho l’impressione che su questo tema, tragico proprio perché tocca obbiettivamente migliaia e migliaia di esseri umani, ci sia una dose intollerabile di ideologia e di falsità. Ne parlo ora, ma in futuro starò zitto. Ti aggiungo solo che non sopporto più né quelli di destra, con i loro intollerabili pregiudizi, ma neppure quelli di sinistra che trasformano principi più che ragionevoli in manganelli con cui colpire chi ha dei dubbi. Resto convinto che la mia riposta sia stata ragionevole. Più che ragionevole”.
“Ma – ho aggiunto – palesemente contraddittoria … Affermi qualche cosa per poi metterlo in discussione. Usciamo da questa ambiguità”.

“Allora partiamo da una premessa. Lo slogan «Nel mio paese nessuno è straniero» fa proprio un principio cosmopolita illuministico che, se vuoi, risale addirittura alla tradizione stoica; ed è ragionevole se lo contestualizza e solo in quel caso. Cosa voglio dire? Che la condizione dello straniero è ontologicamente una condizione tragica. Noi esseri umani non possiamo essere paragonati a merci che, ovunque vengano messe, ci stanno senza alcuna reazione. Noi siamo antropologicamente figli di un determinato luogo in cui il destino ci ha fatti nascere e di questa realtà portiamo fin alla fine una memoria indelebile. Inutile raccontare fanfaluche; è come se ciascuno di noi portasse con sé una serie di immagini che ha raccolto nella fase aurorale della sua vita e che tornano in modo sempre più vivo con il passare dei decenni. Più ci sia avvicina al momento del tramonto più ritorna la nostalgia per qualche cosa che hai dentro di te e che è parte del tuo Dna umano. Vuoi proprio che ti spieghi la cosa in modo pratico?”

Mi sono messo a sorridere e ho aggiunto: “OK, fallo. Vediamo se mi convinci …”.
“Sai che le mie origini profonde sono legate alle terre dell’alto Veneto, proprio quelle che erano il confine fra il regno d’Italia e l’impero d’Austria-Ungheria. Ora mi capita ogni tanto di andare in montagna, anzi, qui intorno a noi non ci sono che montagne. Sono tutte belle, bellissime, ma per me c’è una sola vera montagna. La mia memoria identifica la montagna con un’unica immagine: il Civetta. Tutte le altre sono copie sbiadite. Quando vedo quella montagna è come se un intero film, di cui sono stato protagonista, si sbobinasse di fronte ai miei occhi.
Sono convinto che questo sia un sentire universale … Può rimanere sopito, costretto da cause di forza maggiore, ma prima o poi torna imperiosamente a galla”.

“Allora non credi al melting pot. Alle mirabilie della società pluriculturale. Al suo inesorabile destino progressivo …”.
“Proprio no. Credo che sia possibile che con il passare delle generazioni si creino forme più o meno complesse di integrazione, ma l’esito può essere una irrimediabile perdita di ricchezza o, più facilmente, una società con una profonda componente razzista, in cui la gerarchia delle diversità si fa sempre più feroce parallelamente al crescere della lotta per la sopravvivenza. Il caso del Sud America mi pare un esempio abbastanza chiaro. L’esito di cinquecento anni di convivenza fra i conquistadores e gli indigeni è stata la creazione di solidarietà di gruppo, spesso di piccolo gruppo, che costruiscono gerarchie con una ferocia davvero terribile”.

“Allora secondo te non c’è una soluzione possibile …”.
“Credo che una analisi lungimirante, che elimina ogni elemento buonista e affronta la questione secondo una prospettiva realista alla Fagan, sia stata proposta da Andrea Zhok. Cerco di sintetizzare il suo pensiero sperando di non stravolgerlo. Zhok dice che spesso capita nella storia di trovarsi ad affrontare delle scelte tragiche, cioè scelte che quasi inevitabilmente produrranno conseguenze orribili.
E aggiunge: «Pensare che nella storia ci sia sempre una via d’uscita dove l’applicazione di un po’ di ingegno garantirà una soluzione positiva per tutti è infantilismo intellettuale.
La questione migratoria attuale sembra proprio essere una tale situazione tragica.
Ci sono aree del mondo, in particolare l’Africa subsahariana, dove viene adottata di fatto una forma di gestione demografica “malthusiana”: si fanno tradizionalmente molti figli contando che un numero sufficiente sopravvivrà.
Non si tratta di un approccio né “abietto”, né “primitivo”: era l’approccio prevalente in gran parte d’Europa fino a poco più di un secolo fa. Questo approccio porta oggi di fatto in quelle aree ad un tasso di crescita demografica intorno al 3.5% annuo.
In Europa, dove vige un sistema di controllo demografico su base volontaria, dettato dalle possibilità di mantenimento, accudimento ed investimento nei figli, si ha una forte autolimitazione delle nascite, che porta ad un tasso di crescita intorno allo 0,7% annuo.
Se mettiamo a contatto due gruppi dove uno cresce ad un tasso cinque volte superiore all’altro senza che le risorse crescano proporzionalmente, è semplicemente fatale che il primo cerchi di riversare la propria popolazione eccedente dove la sopravvivenza è più probabile.
Questo probabilmente continuerà ad accadere, anche qualora Siria, Libia, Mali, Mozambico, Nigeria, Congo, Somalia e Sudan fossero pacificati.
Come sempre, i processi storici di migrazione sono strettamente legati ai tassi di spostamento per unità di tempo. Finché i tassi migratori sono facilmente metabolizzabili sul piano sociale, culturale, economico è difficile che sorgano gravi problemi. Quando invece i tassi migratori cominciano a logorare i meccanismi di funzionamento delle società ospitanti, quali che siano le buone opinioni prima prevalenti, i valori proclamati, gli auspici formulati, il conflitto diventa inevitabile»”.

“Non è una prospettiva felice …”
“Mi chiedo – ha continuato a dire il Tonto guardandomi intensamente negli occhi – se tu abbia fermato la tua attenzione sui nomi delle nazioni che ti ho citato. Tutte, nessuna esclusa, sono vittime della aggressività del neocolonialismo occidentale. Nazioni il cui sviluppo è stato distrutto per favorire gli interessi del capitale, al fine di mantenere inalterato il nostro livello di vita, anche se appare sempre più insostenibile.
Ecco che così la palla ritorna nelle nostre mani.
La cosiddetta invasione degli stranieri non è altro che un esito della violenza predatoria della nostra società.
Tanto per proporti altro materiale su cui ragionare, ti offro un’informazione che forse da sola meriterebbe ben altra attenzione rispetto a quella che gli viene data da politicanti che si accapigliano avendo ben in mente la necessità di fare un gran polverone per rabbonire l’opinione pubblica e sostanzialmente poi alla resa dei conti non cambiare nulla.
Fra le ONG impegnate nel Mediterraneo una particolarmente famosa è “Save The Children”. Ora, chi fa parte del consiglio direttivo di tale benemerita associazione? Fra gli altri Marco De Benedetti, figlio dell’oligarca italo-svizzero Carlo, quello che ha fatto fallire definitivamente la Olivetti, tanto per descrivere una delle sue innumerevoli gloriose imprese. Ora Marco è Managing Director e Co-Presidente Europa del The Carlyle Group. Si tratta di un gruppo finanziario fra i più attivi, un vero e proprio pilastro del capitalismo globalizzato, che ha le mani in pasta in una serie quasi infinita di grandi imprese che vanno senza soluzione di continuità dal mondo farmaceutico a quello militare. Fra i suoi faccendieri ex direttori della CIA e ex presidenti USA, ma anche personaggi di dubbia fama come Olivier Sarkozy, fratello del più noto presidente francese. Nel 2014 la casa madre di “Save The Children”, il Global Legacy Award, ha insignito di un premio prestigioso quel Tony Blair che è proprio il prototipo del neocolonialista occidentale, un criminale che dovrebbe essere portato davanti a un tribunale internazionale per crimini contro l’umanità.

Insomma, coloro che si presentano davanti al cittadino comune come benemeriti filantropi sono poi gli stessi che nei loro salotti esclusivi elaborano le strategie che generano le ondate di profughi e insanguinano il pianeta con ogni possibile tipo di violenza”.
“Insomma – ho aggiunto – se ho ben inteso, tu mi vuoi dire che nessuno abbandona la sua terra se non è spinto da una imperiosa necessità e che la sua mente resta, volente o nolente, legata alla sua origine, alla cultura e alla terra di cui è figlio … Per i dannati della terra l’emigrazione non è che una falsa soluzione …”.
Mi ha interrotto: “Falsa ma, visto il momento storico, forse anche necessaria … Un emigrato italiano del tardo XIX secolo ebbe a dire in una lettera scritta a un ministro del nostro paese: «Cosa intende per nazione signor Ministro? Una massa di infelici? Piantiamo il grano e non mangiamo pane bianco. Coltiviamo la vite ma non beviamo il vino. Alleviamo gli animali ma non mangiamo carne. Ciò nonostante voi ci consigliate di non abbandonare la nostra Patria. Ma è una Patria la terra dove non si riesce a vivere del proprio lavoro?».

Siamo di fronte ad un’altra di quelle contraddizioni che non si possono risolvere con la retorica o con dei pannicelli caldi e che chiederebbero una soluzione radicale, un grande cambiamento. Ma nessuno sembra all’altezza di realizzare un mutamento capace di alleviare le immani sofferenze di chi emigra e di non creare nelle nostre società conflitti non meno tragici.
Che dire? Mala tempora currunt. E’ più che probabile che saremmo spettatori di ulteriori innumerevoli tragedie a cui non potremo nei fatti opporci.
Di fronte a tragedie come questa più che mai oggi possiamo valutare l’infinita povertà dei mezzi che contraddistingue il nostro vivere …
Siamo liberi di sopravvivere e consumare, figli della nostra falsa libertà”.

22 pensieri su “Nel mio paese nessuno è straniero. Ma è poi vero?

  1. Ho convenuto con l’argomentazione di Tonto fino a “Allora non credi al melting pot?” “Proprio no.” Perché ero di terre alte di confine, e basse verso il mare, il melting pot mi era costitutivo, come il paesaggio del monte Civetta per Tonto. E quindi la mescolanza, gli arrivi, le lingue che diventano dialetto e idioma, comune convivenza, erano ricchezza e possibilità di trasmigrare, di riconoscersi altrove.
    Ma non è oggi la stessa situazione, gli Imperi non esistono più, o meglio, l’unico collante tra noi cittadini è di essere moltitudine, in piccola parte asservita a lavoro schiavizzato (https://www.lavocedellelotte.it/it/2017/05/11/un-lager-chiamato-fca-cronaca-di-una-giornata-di-lavoro-nelle-fabbriche-wcm-4-0/) e, in parte maggiore, masse mantenute a poco costo (ma decrescente…) utili a sanzionare e registrare nei comizi il potere che ci nutre a – letteralmente – pane e circensi: TV e social, in cui impazza una crudeltà gladiatoria.
    “Insomma, coloro che si presentano davanti al cittadino comune come benemeriti filantropi sono poi gli stessi che nei loro salotti esclusivi elaborano le strategie che generano le ondate di profughi e insanguinano il pianeta con ogni possibile tipo di violenza”, un colpo al cerchio e uno alla botte? In pe’ e de sponda?
    Stretti in questa doppia morsa come imboccare una exit strategy, lenti vecchietti come siamo? Chi per/con noi? Forse gli schiavi in cui, ai tempi, si diffuse il cristianesimo…

  2. Una riflessione che mi pare interessante (articolo che fa anche luce sulla fuffa che circola oggi quando si affrontano “certi” temi):

    “Lo ripeto: non è buona notizia quando si affidano la salute e la vita degli ultimi all’elemosina dei benestanti. Di ciò non si può però fare una colpa a Emergency: che è la toppa, non il buco. Quando denuncia la sproporzione oscena tra le spese militari dei governi e i loro investimenti in salute, Gino Strada ha ragione da vendere e dimostra di conoscere bene il problema.

    Ciò detto, è necessario interrogarsi sulle dinamiche che producono l’emergenza, lo shock kleiniano e, quindi, l’ultima spiaggia del capitalismo compassionevole. Se papà Strada se la prende giustamente con le bombe, il pensiero successivo è che le bombe si fabbricano, si acquistano e si sganciano perché ci sono i conflitti. E sua figlia Cecilla, oggi presidente di Emergency, si trovava in questi giorni in mezzo al fuoco incrociato di un conflitto virtuale certo non mortifero come quelli in cui opera d’abitudine, ma le cui cause e conseguenze minano il consenso e il tessuto economico da cui dipendono anche le ONG. Alcuni giorni fa scriveva su Twitter: “La migrazione dell’uomo: inizia nella preistoria. Lo Stato nazione: nel XIX secolo. La natura mi sembra più vicina al migrare che ai confini”. Mah. A noi invece consta che gli individui non migrino per seguire il richiamo della natura, ma per sottrarsi a un bisogno e a una sofferenza quasi mai naturali. E che i confini non nascano con “lo Stato nazione” del XIX secolo, ma con le prime comunità organizzate e stanziali, cioè con la civiltà. A meno di credere che la Grande Muraglia fosse l’installazione di un artista Ming, o i fossati medioevali acquari ante litteram”.
    Da: http://ilpedante.org/post/l-emergenza-e-la-pace
    Insomma, il concetto che Cecilia Strada mi pare ignorare è quello di “polis”, prima ancora che di “Stato-nazione”.

  3. Partirei dalla risposta di Tonto, molto ricca nella sua ‘semplicità’ e molto vera proprio in virtù della sua ambiguità (il che non è una contraddizione): *“Cosa vuole che le dica… io sono fra quelli che credono che nel mio paese nessuno è straniero. Ma poi ogni tanto mi domando se sia poi vero”*.
    E la metterei assieme al contesto nel quale l’espressione gli è stata estorta, e cioè *Il giornalista stava intervistando alcuni passeggeri appena scesi dai treni*, e al modo: *quando mi si para di fronte una giovane signorina che mi spara a bruciapelo quella domanda*.
    Cerchiamo allora di disambiguare. E’ come se Tonto avesse detto:
    “Io sono una persona che tende alla comprensione. Nel mio paese (ovvero nel mio paese interiore, metaforicamente parlando) nessuno è straniero nella connotazione ostile che oggi si dà a questo termine, bensì nel senso che gli si dava un tempo, vale a dire la sacralità dello straniero, a condizione che questi ne sia ‘ri-conoscente in reciprocità’. Non come i Proci alla reggia di Odisseo!
    Perciò stesso, non sono poi tanto sicuro di poter mantenere questa mia convinzione se e quando il mio spazio viene brutalmente invaso”.
    Perchè non si tratta solo di una brutalità ‘occasionale’, come quando, nella folla capita di spintonarsi. E’ una brutalità ideologicamente sostenuta e mantenuta.
    Né più né meno di quello che ci capita quando, a letto febbricitanti, sentiamo squillare il telefono e tiriamo un respiro di sollievo pensando che finalmente sia il dottore e invece qualcuno all’altro lato dell’apparecchio ci importuna cercando di venderci un qualche prodotto. E, nel caso del Tonto, il prodotto da ‘vendere’ è la notizia: poco importa se lui fosse di fretta, preso dai suoi problemi, ecc.
    Io non posso, né voglio, prendermela con quelli dei call-center, già da anni reclutati come espressione di un nuovo schiavismo che avanza in un mondo senza più investimenti produttivi e quindi sempre più senza un lavoro decente. Oltretutto loro sono addestrati proprio a violare le intimità altrui se vogliono campare: mors tua vita mea.
    E’ questo che non accetto. Essere obbligati ad indirizzare la rabbia per la nostra impotenza e a prendercela contro la ‘carne da cannone’ (sì, proprio come avveniva nelle guerre guerreggiate di un tempo), mentre i mandanti, dall’alto, se ne stanno tranquilli.
    Nello stesso tempo, in questa condizione di belligeranza (mascherata però da obbligatorie sollecitazioni alla integrazione), anche l’altro diventa ‘straniero’, ovvero mantiene il suo essere ‘estraneo’ ad ogni regola della civile condivisione degli spazi e dei tempi perché si sente ‘giustificato’ nei suoi comportamenti intrusivi. E i tentativi di comunicazione diventano difficili e, a volte, controproducenti.

    E, a proposito di integrazione, viene valido il pensiero di Cristiana:
    *… la mescolanza, gli arrivi, le lingue che diventano dialetto e idioma, comune convivenza, erano ricchezza e possibilità di trasmigrare, di riconoscersi altrove.
    Ma non è oggi la stessa situazione, gli Imperi non esistono più, o meglio, l’unico collante tra noi cittadini è di essere moltitudine*.

    Ma la ‘moltitudine’ è un collante molto labile per sostenere questi aggregati.
    E non è certo il caso di richiamarsi agli Imperi, ci mancherebbe! Ma il concetto di limite, di confine, sì che ci è utile. Perché è la curiosità a superare i limiti che diventa la molla necessaria per il successivo processo di integrazione. Purtroppo accade, e gli eventi storici ce l’hanno dimostrato a iosa a fronte delle scoperte e delle innovazioni, che accanto a quella curiosità prometeica, quella sincera, volta a migliorare la vita degli uomini, si sia spesso imbricato il bisogno di intrudere e rapinare sostenuto dalla smania del potere che ne deriva.
    E un’altra condizione necessaria per un buon processo di integrazione è riconoscere di avere delle radici che hanno costituito la nostra storia e la nostra memoria. E’ la nostra ‘specialità’ che portiamo al confronto con le specialità dell’altro. E’ così che si dovrebbe costituire qualche cosa di comune e di diverso al contempo.
    E’ bello che il Tonto abbia la sua ‘montagna del cuore’, il Civetta, l’unica che gli dà delle emozioni profonde. Ciò che allora diventa importante non è stabilire se davvero il Civetta sia la *sola vera montagna*, quanto l’entrare in contatto con la capacità della persona (il Tonto) di stabilire un rapporto di passione con i suoi oggetti significativi e di non appiattirsi sulle montagne che *sono tutte belle, bellissime*.
    Perché la tensione a cui oggi veniamo sottoposti è quella di evitare di diventare stranieri a noi stessi.

    R.S.

  4. Se “nel suo paese nessuno è straniero”, quello non è il suo paese. Anche per ospitare devi avere una tua casa, no?

  5. Non so a chi si riferisca questo commento di Buffagni.
    Se riguarda me, mi sembra di aver ampiamente detto e dimostrato la necessità di una propria casa, una propria identità e di proprie radici. E’ la base necessaria sia per accogliere e sia per operare integrazioni. E’ proprio per le virtù di questa ‘base sicura’ che questa va difesa e tutelata. E ciò deve essere chiaro sia per chi ospita e sia per chi è ospitato.

    R.S.

    1. @ Rita Simonitto

      No, non mi rivolgevo a nessuno in particolare. Facevo semplicemente rilevare l’assurdità logica di un “paese in cui nessuno è straniero”.
      Un paese in cui nessuno è straniero è un paese in cui nessuno è a casa sua, cioè un paese che (per ora almeno) non esiste; e per fortuna.

      1. @ Buffagni

        Ma uno slogan non è un teorema di matematica. Il suo senso, se non c’è contrarietà o prevenzione, è riassumibile in un auspicio: ” Vorrei un paese generoso e civile in cui nessuno si possa sentire *straniero* (= estraneo). Un variante, insomma, della ‘fraternité’.

      2. @ Roberto
        La mia esperienza legata al lavorare con l’inconscio (o come dire si voglia, visto che oggi continua a non essere contemplata altra presenza se non quella della palpabile concretezza del dato e che si fa forte della logica del ‘tertium non datur’) mi porta ad affermare che esiste interiormente uno ‘spazio’ (lo metto fra virgolette) in cui, a livello di pensiero – e quindi di ipotesi e non a livello di realtà, tutto da verificare – la “possibilità” dell’incontro fra aspetti di noi che noi ‘conosciamo’ e altri (stranieri) che non conosciamo affatto.
        Se non esistesse questo, come faremmo a dare credito all’immaginifico dell’arte?
        Come facevano Salgari, Verne a rappresentarsi situazioni che LORO non potevano conoscere affatto nella realtà ma che certo ospitavano nella loro immaginazione? Se le avessero sentite come ‘straniere’, non avrebbero scritto niente.

        R.S.

        1. “esiste interiormente uno ‘spazio’ (lo metto fra virgolette) in cui, a livello di pensiero – e quindi di ipotesi e non a livello di realtà, tutto da verificare – la “possibilità” dell’incontro fra aspetti di noi che noi ‘conosciamo’ e altri (stranieri) che non conosciamo affatto” (Rita)

          Forse è stato da questo ‘spazio’ che, nel 1996, quando nacque il mio primo nipote, venne fuori dal mio immaginario “di apertura” (specie negli ultimi versi) questa filastrocca:

          ODE AL NIPOTINO RICCARDO

          Quelli in rima con Riccardo
          son antenati di riguardo.

          Mo’ che son quasi vegliardo
          glieli allineo sul biliardo.

          Vedi il prim, Cuordileone.
          Beh, non era un sarchiapone.

          Qui davanti giunge un dardo.
          L’ha lanciato il gran Baiardo.

          Sotto vento c’è il Guiscardo
          re furbastro, mai codardo.

          San Bernardo a Chiaravalle
          conta buoi, frati e cavalle.

          Mentre il povero Abelardo
          perde pace, amore e lardo.

          Molti furon re importanti:
          Edoardi tonti o prestanti.

          Furon bardi e longobardi
          vil boiardi ed infingardi.

          Ma saltiam al giorno d’oggi
          dove tutti son più mogi.

          E mai mancano i balordi
          senza amici, al mondo sordi.

          Qui troviamo uom-animali
          incupiti e alquanto astrali.

          Sopra il ram vediam zio tordo:
          fischia, sì, ma sbaglia accordo.

          Donne vip, economiste
          spadroneggian sulle piste.

          Vipere vispe e vespe balllerine
          vanno a zonzo con ladies sardine.

          Lento e fiacco, in gran ritardo
          ritroviam nonno ghepardo.

          Suo cugin galletto sardo
          fa la spia a gatton lombardo.

          El fiol di can san Bernardo
          smercia vini da un miliardo.

          Trasferiamoci a Bereguardo
          ch’ è traghetto ed è traguardo.

          E arriviam con qualche azzardo
          dal neonato di nom Riccardo.

          Auguriamogli fiero lo sguardo
          come quello di un leopardo.

          Ch’abbia cura di sé e riguardo
          persino del più spinoso cardo.

          Che dipinga come Leonardo.
          Sviolineggi come Accardo.

          Faccia salire popoli a bordo
          sistemandoli pure a babordo.

          Non anneghi gli albanesi.
          Sprema i ricchi troppo obesi.

          S’innamori alfin, maliardo.
          E bisbigli: “D’amor ardo!”

          a una bell’immigrata hard.
          La qual avvolta in un foulard

          giri in tondo per il world
          speaking ever a lui one word:

          I love you, Richard, milord!

  6. Per ora… poi dico la mia:

    Campagna #CulturaNonChiusura: uno scritto al giorno di autori extra-europei per coltivare bellezza con una pioggia di cultura in tutta la città. #ColognorEsiste #Comitato16marzo

    52.Raffigurazione nel tempo grigio 1, Nizar Quabbani

    È dall’infanzia che cerco
    Di raffigurare il mio paese.
    Ho disegnato case
    Ho disegnato tetti
    Ho disegnato volti.
    E minareti dorati ho disegnato
    E strade deserte
    Dove sdraiarsi per lenire la stanchezza.
    Ho disegnato una terra chiamata metafora,
    la terra degli arabi.

  7. …nessuno pensa che sia facile e solo il tempo -moltissimo, credo- oltre che la buona volontà delle persone, possono sperare di raggiungere dei risultati nel campo della reciproca conoscenza, comprensione ed integrazione fra popoli pervenuti a vivere lo stesso territorio…Oggi qui in Italia cozzano problemi drammatici, come la disoccupazione giovanile, segnale di un impoverimento progressivo della società, e l’arrivo di migliaia di migranti, che a loro volta segnalano, con la fuga dai paesi di origine, la presenza di miseria e guerre causate dal neocolonialismo…Allora, con chi ce la possiamo prendere? Credo che le cause siano identiche visto che là, in Africa ad esempio, si arricchiscono le multinazionali a vantaggio di ricchi paesi stranieri, qui tutta una classe di privilegiati e corrotti, che comprende mafiosi, politici, massoni, capitalisti…Certo che nell’impatto tra povertà si sviluppano tensioni, conflitti, competizioni…I luoghi di frontiera come le periferie cittadine o le cittadine periferiche sentono con più forza questi problemi di natura prima di tutto organizzativa – ad esempio a chi assegnare la casa popolare, a parità di povertà?- ma nello stesso tempo sono un banco di prova di possibilità, non solo di scontri…Tutti abbiamo “un monte Civetta” che si è impresso nella memoria dalla lontana infanzia, anche la poesia di Nizar Quabbani ne parla, non volendo far cadere nell’oblio “la terra degli arabi”, così ciascuno, penso deve poter far circolare i suoi luoghi e simboli…a vantaggio della cultura di tutti. Secondo me, inoltre in terre di frontiera, tra i “Senza terra” a poco a poco potrebbero affiorare “luoghi” comuni, deputati all’incontro, come piazze, vie, scuole che hanno fissato ricordi comuni…Forse l’incontro, se avverrà nel tempo, sarà proprio nonostante i disegni di chi ci ha programmato per dividerci…

  8. UN PO’ DI CASA E UN PO’ STRANIERI PURE NOI

    Appunti @ Giulio [Toffoli]

    1.
    Io, al posto del Tonto, alla domanda della giornalista avrei risposto così: «Penso che quasi tutti e in qualsiasi paese siamo un po’ di casa e un po’ stranieri». E, se ci fosse stato tempo, avrei aggiunto: «Ad esempio, nel paese dove sono nato, l’Italia, ho sempre faticato a sentirmi a casa mia o fratello di molti; e specie di quelli che vi comandano, che trattano spesso anche una buona parte dei loro connazionali da stranieri».

    2.
    Alla « dose intollerabile di ideologia e di falsità» prodotta da anni da “cattivisti” e “buonisti” sulla sorte drammatica e spesso tragica di migliaia di migranti ho una sola risposta: combatterla. E su una cosa tengo fermo: la possibile e non facile soluzione alla sfida delle attuali migrazioni non vado a cercarla nei miti del cosmopolitismo o del nazionalismo, ma in una analisi realistica delle situazioni, guidata però da una ipotesi. Che per me resta la *lotta per il comunismo* (Fortini). (Una analisi scientifica, che non espliciti la prospettiva politica da cui comunque muove, rischia, per me, non la neutralità ma l’ambiguità. Mi pare una mezza verità o una verità monca).

    3.
    E perciò in una situazione concreta, a Cologno Monzese, osservando come il fenomeno si manifesta e che reazioni produce, non ho esitato a contrastare la porcheria dei “cattivisti” locali (i leghisti che oggi amministrano la città e che hanno deciso di chiudere lo spazio minimo di dialogo e d’integrazione della Scuola d’italiano per stranieri e il Centro interculturale donne). Contro di loro e assieme ai cosiddetti “buonisti” (coi quali su altre questioni sono in disaccordo) sto denunciandol’ottusità razzista di questa scelta, raccogliendo firme per spingere il sindaco a rivederla, ecc. Nessuna equidistanza. Quella scelta di un’Amministrazione comunale è un torto fatto ai cittadini (di antica data o recenti) di questa città e agisco e protesto per ripararlo, con le forze disponibili. Un niente rispetto alla risposta di civiltà che il problema generale richiederebbe. Ma nella direzione della solidarietà e non del respingimento o del fare le pulci alle Ong o al sarcasmo cinico contro i “buonisti”.

    4.
    E ora, su Poliscritture, cioè in un ambito di confronto teorico sulla questione, pur consentendo con te su vari punti (contestualizzare il principio cosmopolita illuministico, altrimenti astratto; tener conto che «la condizione dello straniero è ontologicamente una condizione tragica» e che gli « esseri umani» non possano «essere paragonati a merci»), criticherò lo slittamento dei ragionamenti del Tonto (certo maschera letteraria che distinguo dal suo autore) dal piano storico a quello mitico. Dove lo vedo questo slittamento? Nella sua affermazione: «noi siamo antropologicamente figli di un determinato luogo in cui il destino ci ha fatti nascere e di questa realtà portiamo fin alla fine una memoria indelebile».

    5.
    E allora: perché l’essere nati in un posto o in un altro del mondo sarebbe un destino? Se, per quel che vale, guardo alla mia esperienza di vita, mi chiedo: l’essere io nato nel Sud (a Baronissi di Salerno) comportava forse che io restassi lì tutta la vita? O che io, nel dopoguerra, passassi con la mia famiglia a Salerno? O che poi decidessi da solo con un colpo di testa di andarmene a Milano? Le scelte fatte – o sotto la spinta di eventi o per pressioni altrui o per suggestioni successive (ignote o impensabili da me ragazzo) – me le sono finora sempre spiegate indagando la storia di quell’ambiente (familiare, materiale, culturale) in cui ero nato e vissuto o il suo intreccio con la mia psicologia o carattere. Non ricorrendo al concetto di destino. (Solo la morte tramuta forse in destino una vita).

    6.
    Il sentimento di nostalgia, che ci fa ritornare con insistenza alla nostra fanciullezza o giovinezza e ci lega indissolubilmente a qualche paese o luogo “dell’anima” (il monte Civetta per il Tonto), chi potrebbe negare che « prima o poi torna imperiosamente a galla»? Chi può sostenere che debba essere castigato o represso o svilito? Non credo però che esso incida sulle nostre successive scelte “cattiviste” o “buoniste” in fatto d’immigrazione o sull’atteggiamento di apertura o di diffidenza verso gli stranieri. Che il Tonto identifichi pure « la montagna con un’unica immagine: il Civetta. Tutte le altre sono copie sbiadite». E’ un atteggiamento comprensibile e facilmente accettabile anche da una persona (ragionevole) che avesse, invece, come luogo dell’anima, un posto di mare o il deserto del Sahara o la steppa o la savana. I guai comincerebbero quando il Tonto pretendesse che solo il monte Civetta sia il vero, unico, luogo dell’anima, superiore a tutti gli altri. O volesse che tutti gli altri si convincessero dell’assoluta eccezionalità del suo sentire. O lo promuovesse arbitrariamente e immediatamente a «sentire universale». Sbaglierebbe di brutto. Certo, sentire un luogo con particolare intensità emotiva è probabilmente un fenomeno che provano tutti. O moltissimi uomini e donne. Ognuno però lo proverà a suo modo e avrà un “suo” luogo che glielo suscita. Considerare il mio sentire (comunque particolare) immediatamente universale sarebbe un autoinganno. Se poi volessi comunicare o fare condividere ad altri almeno un grammo di quel mio sentire, c’è bisogno che io gli dia una forma *tendenzialmente* universale, trovi un corrispettivo simbolico (attraverso l’arte), lo traduca in altre lingue. Solo così smuoverei sentimenti e pensieri più o meno simili a quelli che io sento.

    7.
    Sembri suggerire una contrapposizione tra questo «sentire universale», fondato sul “paese dell’anima” [1] e il melting pot. Pur sapendo che sono discorsi complicati che ci porterebbero lontano, mi chiederei: ma chi la minaccia questa «memoria indelebile»? Si tratta di una minaccia che proviene dall’interno (dalla nostra vita interiore, dall’inconscio?), dai miei connazionali o compaesani? dagli immigrati? dagli Usa o dalla Russia di Putin o dall’Europa? dalle dosi massicce di spettacoli televisivi, immagini, spazzatura informativa? (Inciso: ma, se è davvero *indelebile* chi potrebbe minacciarla?).

    8.
    Perché non distinguere il tendenziale e mai raggiunto ( a livello storico) universalismo, che pur è stato intravisto (dalla dottrina cristiana, da Hegel, da Marx) e sul quale, per me, è possibile solo una scommessa dalle forme storiche che lo abbozzano o sembrano una sua allegoria? E rimanderei a “ il comunismo è solo possibile” di Fortini ; e non certo al destino o una “necessità della Storia”. A me pare troppo facile oggi fare la caricatura di questi processi contraddittori: melting pot, multiculturalismo, cosmopolitismo. Universalismi falsi in parte lo sono, ma non mi disfo della prospettiva universalistica (e comunista) per riproporre una prospettiva nazionalista (anch’essa mitizzata e nella cui “casa” mi sono sentito a ragione straniero o – come diceva Fortini – costretto ad una «immigrazione interna».
    Certo c’è una ideologia della globalizzazione che, essendo un falso universalismo, copre una «gerarchia delle diversità [che] si fa sempre più feroce parallelamente al crescere della lotta per la sopravvivenza». Ma la soluzione sta nel nazionalismo, nel tornare indietro? O nel ristagnare – disincantati e scettici – nel postmoderno, perché il moderno non è riuscito a realizzare le sue Grandi Narrazioni e si è ridotto a superficiale modernizzazione?

    [1] Ma che potrebbe richiamare anche il concetto di *Heimat*, che indicava la reazione alla perdita di identità della (in buona parte mitica) comunità di origine e fu declinato variamente: come amore per la piccola patria e rifiuto di ciò che le era estraneo fino al nazista *Blut und Boden* (Sangue e terra)

  9. Campagna #CulturaNonChiusura: uno scritto al giorno di autori extra-europei per coltivare bellezza con una pioggia di cultura in tutta la città. #ColognorEsiste #Comitato16marzo

    55. Contadini senza malizia Mahmud Darwish

    Non conoscevo ancora le abitudini
    Di mia madre, né i suoi
    Quando vennero i camion dal mare.
    Ma sapevo l’odore di tabacco
    Del mantello di mio nonno
    E, nato che fui come gli animali della corte, qui,
    alle prime doglie, l’eterno aroma del caffè.

    Siamo anche noi saliti sopra i camion.
    Compagni alla veglia
    Il luccichio dello zaffiro
    Nella notte dei nostri ulivi
    E il latrato dei cani e una luna
    Si passaggio sul campanile.
    Non avevamo paura. La nostra infanzia
    Non ci accompagnava.
    Contenti di una canzone:
    ritorneremo presto
    a casa nostra, quando i camion
    avranno depositato il carico eccedente.

  10. @Ennio , come già detto altre volte non ho molto di valido come pensiero critico per contribuire a questo discorso che hai avviato, ma allego un poesia :

    OVE MORIRE E’ UN SEMPLICE INCIDENTE

    La sofferenza allucinata dentro gli occhi
    ci fu compagna ai giorni di cammino
    sorretti dal desiderio d’approdare
    entro i primi confini d’occidente.

    Sulla barca c’era spazio in piedi, i corpi
    tumefatti, assetati, rotte di piaghe infette
    sui nostri stracci intrisi di sudore,
    amaro il destino di chi scomparve, muto
    quel padre che vide annegare i figli, ogni respiro
    è ancora un dolore più grande del ricordo,

    Da noi morire è un semplice incidente,
    si inciampa e si scompare
    dentro la trappola della povertà
    della malattia e della fame, spesso
    uccisi dalla siccità e dai furti sopportati
    ma anche su questa isola la terra non ama
    gli alberi, è dura e secca e non li nutre.

    Attorno c’è solo
    il luccichio di tegole e di rocce.

    Nel cimitero vuoto s’è alzato un vento
    che riempie le stradine tra le tombe.

    Pare il brusio della folla .

    Qualche ramo carezza lieve quelle croci
    per non destare chi riposa.

    Fuori da questo spazio, all’accoglienza,
    restano gli altri, gli scampati, occhi che guardano
    tra le maglie di una rete che li divide
    dal crollo di questo universo
    ove restiamo soli come tutti i morti
    senza sapere perché gli altri sono ancora vivi
    intanto che ci avviamo commossi
    sotto il cielo
    nel silenzio del ricordo rassegnato
    rinchiuso dentro noi
    il segreto di chi ha capito
    che si deve rifiutare la compassione.

  11. …un giorno un novello Omero
    narrerà delle loro sorte:
    di genti in zattere di fortuna
    sospinte su rive inospitali,
    a migliaia scomparse nel mare,
    ancor di più disperse
    in un continente di antica civiltà
    ma rinserrata in un guscio orgoglioso
    e sfregiata
    da guerre e odi sanguinosi…

    Lo tsunami lascia vittime
    ciottoli conchiglie e alghe
    di un mare che appiana

    1. Trovo io pure molto interessante questa intervista, che non a caso appare su “La città”, una rivista che ha scelto come perno della sua attività d’informazione proprio questa forma comunicativa agile.
      Nel merito dell’esperienza c’è però da dire che il professore trevigiano e la sua famiglia hanno alle spalle una notevole organizzazione : la parrocchia, dei professionisti, ecc. Sono cioè pienamente convinti che si possa e si debba praticare la solidarietà *in concreto* secondo la filosofia del solidarismo cattolico rinvigorito da papa Bergoglio e hanno delle strutture adeguate (in area cattolica suppongo) su cui contare. Ma gli ostacoli politici sono evidenti e non superabili solo con la buona volontà e la concretezza. Come il professore racconta non è che Renzi o la Serracchiani o Fassino o Minniti gli hanno dato ascolto.

      1. Grazie alla signora Fischer per la segnalazione.
        Si tratta di una meravigliosa testimonianza che fa veramente riflettere su due brani del Vangelo :

        a) la parabola del Samaritano
        b) il giudizio finale su ognuno di noi, giudizio che afferma Gesù verrà dato in base all’amore che avremo avuto gli uni verso gli altri.

        E da credente, sento proprio tutta la distanza tra la mia vita di presunto cristiano e queste richieste del Vangelo.

        grazie tante signora

        1. Gentile Paraboschi, niente di che. Ma vada al link di Una città (non La città), ha una lunga storia – dal 91 -… critica.

  12. Gentile signora Fischer,
    non ho parole per ringraziarla della segnalazione.
    Non conoscevo questa rivista, ho dato una scorsa ed ho già capito che l’indirizzo è di quelli da seguire e memorizzare.
    Mi sembra di intuire di avere parecchie ” cose ” in comune con questi scritti, quindi…..ancora grazie per la sua cortesia.

  13. Appunti @ Rita [Simonitto]

    1.
    In buona parte avevo già replicato nel post http://www.poliscritture.it/2016/12/28/noi-e-loro-nello-specchio-di-facebook-verso-la-fine-del-2016/ ad alcune critiche che ora Rita riprende; specie in questi miei due commenti: http://www.poliscritture.it/2016/12/28/noi-e-loro-nello-specchio-di-facebook-verso-la-fine-del-2016/#comment-58209; http://www.poliscritture.it/2016/12/28/noi-e-loro-nello-specchio-di-facebook-verso-la-fine-del-2016/#comment-58566. La sua posizione, come quella di Toffoli (ma anche di Bugliani e Buffagni) non è assimilabile a quella dei “leghisti” o dei “cattivisti” o “respingenti”. Eppure a me pare che la sua difesa del valore assoluto dell’Heimat, delle “radici” (e, in altri casi, del mito) condizioni così tanto la sua analisi da portare in primo piano una sfiducia profonda verso il *confronto* e ogni ipotesi di *alleanza* o di *integrazione* coi migranti. E perciò l’attenzione verso il problema, presente nella prima parte del suo commento, mi pare calare nella seconda parte. E, invece di partire dalla pur ossequiata “analisi concreta della situazione concreta”, che comporterebbe una discussione sui dati più oggettivi e di lunga durata del fenomeno (quelli, ad esempio, che Donato Salzarulo tentò di mettere in primo piano in un post del 2 maggio 2016 dedicato a un convegno della rivista LIMES: http://www.poliscritture.it/2016/05/02/il-pianeta-stretto-3/), si inchiodi troppo al sentire soggettivo: «Io sono una persona che tende alla comprensione. Nel mio paese (ovvero nel mio paese interiore, metaforicamente parlando) nessuno è straniero nella connotazione ostile che oggi si dà a questo termine». A me andrebbe anche bene che uno/a partisse dal «mio spazio» (quello che ciascuno si è abituato a considerare tale), ma dopo aver precisato cosa sia diventato nel tempo, quanto davvero sia stato o sia “mio” o ”nostro”; e quali tipi di “invasioni” ha già dovuto accettare o subire. Rita fa l’esempio della «reggia di Odisseo» invasa dai Proci. Ma questo riferimento ci aiuta a capire quello che “noi” viviamo oggi? Quando mai il «mio spazio» (o il “nostro”) è stato una «reggia»? E i migranti che arrivano sui barconi sono davvero i Proci della situazione?

    2.
    Rita scrive:«E’ questo che non accetto. Essere obbligati ad indirizzare la rabbia per la nostra impotenza e a prendercela contro la ‘carne da cannone’ (sì, proprio come avveniva nelle guerre guerreggiate di un tempo), mentre i mandanti, dall’alto, se ne stanno tranquilli». E subito dopo: «in questa condizione di belligeranza (mascherata però da obbligatorie sollecitazioni alla integrazione), anche l’altro diventa ‘straniero’, ovvero mantiene il suo essere ‘estraneo’ ad ogni regola della civile condivisione degli spazi e dei tempi perché si sente ‘giustificato’ nei suoi comportamenti intrusivi. E i tentativi di comunicazione diventano difficili e, a volte, controproducenti».
    Obietto. Si tratta davvero di belligeranza? I rifugiati e gli immigrati (provenienti da condizioni di miseria o affascinati dal falso Eldorado europeo) sono dei guerrieri? Non lo erano i nostri immigrati negli Usa, perché dovrebbero esserlo questi d’oggi?
    Se Rita scrive: « quando il mio spazio viene brutalmente invaso», dà implicitamente per scontato che ci sia in atto una “invasione” (e brutale, per giunta) da parte degli immigrati. E dà anche per scontato – come ho prima detto – l’esistenza di questo “mio” spazio, senza verificare se davvero ci sia o ci sia stato. O se si sia ridotto più a causa della gestione liberista della crisi che per l’arrivo (comunque limitato in Italia) di migranti. E poi chiariamo: chi ci obbliga « ad indirizzare la rabbia per la nostra impotenza e a prendercela contro la ‘carne da cannone»? O ancora: la «nostra impotenza» (nei confronti dei governi nazionali, europei, mondiali) è forse diminuita grazie all’incessante campagna razzista che da decenni ha fatto le fortune elettorali della Lega? Bossi prima o Salvini adesso hanno mai indirizzato la “giusta rabbia” contro i «mandanti, dall’alto», cioè i veri responsabili delle migrazioni disperate e della crisi generale che colpisce anche le fasce basse o medie della popolazione italiana o europea o statunitense? Insomma, quel poco di assistenza o di elemosina che i governi danno per non fare affogare la gente che arriva sui gommoni o per parcheggiare i “salvati” nei cosiddetti “centri d’accoglienza” davvero toglie il pane ai “nostri” poveri italiani, come sostengono i leghisti?

    3.
    Scrive ancora Rita: «L’altro diventa ‘straniero’, ovvero mantiene il suo essere ‘estraneo’ ad ogni regola della civile condivisione degli spazi e dei tempi perché si sente ‘giustificato’ nei suoi comportamenti intrusivi»?
    Ma perché a priori qualsiasi tentativo di integrazione deve essere giudicato impossibile o un inganno? Se, giustamente, non bisogna prendersela con quelli dei call center, «già da anni reclutati come espressione di un nuovo schiavismo», il vero problema è contrastare apertamente quanti se la prendono sia con “noi” che coi migranti, che al «nuovo schiavismo» tentano di sfuggire. È vero che quello che in teoria avrebbe potuto essere un incontro meno complicato tra immigrati e autoctoni avviene oggi in circostanze storiche sfavorevoli (ma) per entrambi. Ma atteggiamenti respingenti irrazionali degli autoctoni o «intrusivi» dei migranti potrebbero essere disciplinati e corretti nel corso del tempo, se riusciranno a prevalere vere politiche mirate all’interazione e all’integrazione (come quelle minime del professore di Treviso nell’esempio portato da Fischer). Se invece si dà ascolto al bau bau dei leghisti o ci si abbandona alle incertezze o alle ambivalenze del “vorrei ma non posso” o del “non sono razzista ma..” e si abbandona o svilisce l’ipotesi dell’integrazione dichiarandola di fatto impraticabile perché «gli imperi non esistono più» (ammesso che gli imperi abbiano svolto questa funzione…) o dando ad intendere che “noi” abbiamo raggiunto un tipo di civiltà irrinunciabile [1] nella quale starebbero le nostre “radici”, è inevitabile che « i tentativi di comunicazione diventano difficili e, a volte, controproducenti»., perché il rapporto che si stabilisce è quello tra signore e servo.

    4.
    Farei perciò davvero attenzione al lessico che usiamo (belligeranza, invasione, mio spazio). Ha notato lo storico Claudio Vercelli, di cui seguo i post su FB:
    « Leva obbligatoria, accoglienza degli immigrati, delitti in casa nostra e “padroni in casa nostra”. Certe cose si impongono con l’ovvietà del senso comune, per così dire. Affermano i saggi: «gli usi delle parole costituiscono, soprattutto nello spazio pubblico, strumenti fondamentali di lotta politica, perché hanno l’effetto di determinare cosa può essere detto e cosa no in una congiuntura specifica. Rendono cioè lecite espressioni fino ad allora ritenute scandalose e provocano la censura o l’autocensura per espressioni fino ad allora ritenute accettabili. Per questa ragione le trasgressioni linguistiche sono sempre state tra i principali strumenti utilizzati per condurre dei colpi di mano in politica». Ed ancora, segnalando una perdita di senso condiviso, ossia una consunzione della stabilità semantica; di conseguenza, della capacità delle parole di fondare un linguaggio comune: «quando, cioè, non sono più immediatamente comprese, se non a metà, sia da chi le utilizza sia da chi le riceve; e quando si instaura, tra i primi e i secondi, una sorta di complicità, tanto più effettiva quanto tacita. Ciò accade in modo singolare allorché questa complicità si stabilisce in rapporto un nemico al quale nella situazione enunciativa ci si riferisce in maniera assai vaga, anche senza nominarlo esplicitamente». Non di meno: «le rivendicazioni identitarie degli uni spingono altri a cercare di ri-radicarsi in una data identità, come accade ogni volta che un’entità politica opera un qualche riposizionamento e le altre si sentono spinte, a causa del timore di restare isolate e senza appoggi, a ripiegare su principi che ritengono fondamentali». È questa la condizione per cui non solo gli individui ma una comunità politica si spostano sempre di più sul piano inclinato dettato da chi ha il controllo della costruzione di immagini del presente. È la condizione per la quale ciò che resta di una sinistra senza spirito e priva di corpo si fa dettare l’agenda dalla “vecchia-nuova” destra illiberale. Un paradosso che non nasce solo dall’inanità culturale della prima ma in primis dalla inconsistenza del “liberalismo” del quale si ritiene depositaria».

    5.
    Allora quale collante per nuovi e veri aggregati? Rita: «E un’altra condizione necessaria per un buon processo di integrazione è riconoscere di avere delle radici che hanno costituito la nostra storia e la nostra memoria». Ma quali sono le “nostre” radici? Non voglio cavarmela con una battuta: mica siamo degli alberi eh! (E poi, anche se lo fossimo, questi nostri alberi non hanno mai intrecciato almeno i loro fogliami con altri alberi? Braudel non ci ha mostrato quanto i popoli affacciati sul Mediterraneo si siano combattuti ma anche influenzati vicendevolmente?). Non capisco però perché si debbano sottolineare unilateralmente le specialità, le identità, le differenze delle culture. Così ci si mette solo sulla china dello scontro di civiltà alla Huntigton. Devo ammettere una quota di “specialità” mia e dell’altro, ma devo ammettere e dar peso anche alle quote (direi persino ipotetiche) di “comunanza”, sulle quali fondare la costruzione di un *possibile* terreno di collaborazione in comune. Se invece, come fa il Tonto, ci si emoziona profondamente solo per il monte Civetta e non si coglie nessun legame possibile tra questa sua emozione e quella di chi s’emoziona per le sabbie del Sahara, siamo all’ incomunicabilità. Ma è così? Vogliamo evitare di diventare completamente stranieri a noi stessi (cioè, mi pare di capire, sottometterci alla Hollembecq)? Dobbiamo allora almeno accorgerci di quanto lo siamo già stranieri a noi stessi. (Se Freud non è passato invano). Secondo me, non siamo italiani-italiani, ma italiani con zone straniere in noi. E paradossalmente risponderei a Buffagni (14 maggio 2017 alle 11:00): «nessuno è (totalmente) straniero» e nessuno è (totalmente) paesano o italiano. Rendere assoluta « la necessità di una propria casa, una propria identità e di proprie radici» è ingabbiarsi nel mito più che usare positivamente il suo nucleo conoscitivo valido. Assolutizzato, un mito non può – proprio per la sua fissità o il suo essere archetipo – diventare« la base necessaria sia per accogliere e sia per operare integrazioni». Non è (soltanto, o soprattutto) su di esso che si potranno costruire nuove aggregazioni possibili, ma sulla realtà che è sempre più variegata e mutevole del mito (o del sentimento profondo che il Tonto prova per il monte Civetta ed un altro per la sabbia del deserto o la giungla). L’ospite, dunque, non può essere più «sacro». Ma er ragioni storiche. Non lo possono essere le masse che arrivano sui barconi. Non dobbiamo costruire rapporti tra piccoli gruppi o élites come nell’antichità ai danni degli schiavi contemporanei. Siamo in una società di massa e bisogna pensare e costruire rapporti tra *molti*, del tutto non previsti dal racconto mitico. Sì, « la mescolanza, gli arrivi, le lingue che diventano dialetto e idioma, comune convivenza, erano ricchezza e possibilità di trasmigrare, di riconoscersi altrove. Ma non è oggi la stessa situazione». E perciò riconoscere la distanza dal passato deve spronarci a cercare nuove soluzioni. «Il concetto di limite, di confine» è utile fino ad un certo punto. Com’è bello fino ad un certo punto che « il Tonto abbia la sua ‘montagna del cuore’, il Civetta, l’unica che gli dà delle emozioni profonde» o che stabilisca «un rapporto di passione con i [propri] oggetti significativi» e non si appiattisca «sulle montagne che *sono tutte belle, bellissime».
    Se però il rischio (reciproco!) presente nel contatto tra noi e gli stranieri è quello di « diventare stranieri a noi stessi» e per viene sentito come rischio mortale, perché pare distruggere la nostra identità, la nostra civiltà, la nostra polis, lo spazio per il confronto, il compromesso, la ricerca di una possibile nuova e futura identità comune si annulla o riduce quasi a zero.

    6.
    Leggo da Simone Weil: «Il radicamento è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell’anima umana. È tra i più difficili da definire. Mediante la sua partecipazione reale, attiva e naturale all’esistenza di una collettività che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti del futuro, l’essere umano ha una radice. Partecipazione naturale, cioè imposta automaticamente dal luogo, dalla nascita, dalla professione, dall’ambiente» . (S. Weil, La prima radice, SE, Milano 1990, p. 49). E tuttavia subito dopo scrive: «Ad ogni essere umano occorrono radici multiple. Ha bisogno di ricevere quasi tutta la sua vita morale, intellettuale, spirituale tramite gli ambienti cui appartiene naturalmente. Gli scambi di influenze fra ambienti molto diversi fra loro sono altrettanto indispensabili quanto il radicamento nell’ambiente naturale» (Venezia salva, Adelphi, Milano 1987, p. 55 in: https://www.sinistrainrete.info/estero/9808-federica-negri-con-dolore-e-vergogna-simone-weil-e-il-problema-del-colonialismo.html)

    Nota [1]
    Ricordarsi Benjamin: il cosiddetto patrimonio culturale di un’epoca, «ha immancabilmente un’origine a cui non si può pensare senza orrore. Esso deve la propria esistenza non solo alla fatica dei grandi geni che lo hanno creato, ma anche alla schiavitù senza nome dei loro contemporanei. Non è mai documento di cultura senza essere, nello stesso tempo, documento di barbarie” (W. Benjamin, Tesi… cit., in Angelus Novus, Torino 1962, pp. 75-6).

  14. Sulla querelle delle immigrazioni oggi mi ronzava in mente la chiusa di una antica preghiera (ma ho dovuto cercare in google per ricostruirla) che credo si sussurrava, internamente o quasi, quando si riceveva la comunione: “signore io non son degno che tu entri dentro di me, ma di’ una sola parola e l’anima mia sarà salva”. Dimenticavo la prima parte, ma ripetevo nella mente quel “ma di’ una sola parola e l’anima mia sarà salva”: una parola di grazia, un’unica parola del sovrano, che grazia l’accusato.
    Ecco, le numerose parole di Ennio moltiplicano quella sola parola, la evocano: “grazia, grazia!”, mentre la moltitudine rumoreggia, e tira le molteplici opinioni verso i più chimerici interessi, mentre ovviamente quelli più reali e consistenti si fanno strada nel disordine e prevarranno.
    Ritorno alle esperienze che la maggioranza di noi italiani ha fatto di migrazioni, non solo dei parenti che sono migrati (il padre di mio marito nelle miniere in Belgio, lo zio di mio padre in Argentina), ma le nostre: dal sud al nord, dall’est al centro, dai monti alla pianura, dalle isole alle città. Non erano scherzi neanche allora.
    Mi ricordo di essere cresciuta, bambina e ragazzina, tra minoranze immigrate in città dalla Grecia, dai Balcani, dall’Armenia, dall’est Europa, quanti nomi e cognomi diversi, quante grafie straniere si imparavano a scrivere, non solo pronunciare, in modo corretto. Quante chiese e quante feste proprie di minoranze. Minoranze con specificità proprie, ma in parte aperte, e connesse agli italiani secondo rapporti di classe.
    Negli anni 60-70, minoranze-maggioranze di lavoratori anonimi, reclusi informalmente in quartieri dedicati, in circuiti di usi e consumi paralleli, non invisibili, ma ignorati. Ma la città cresceva e inglobava, modificandosi offriva capacità e saperi, evviva la città.
    Il fenomeno odierno ha caratteristiche differenti? In sè credo di no, vediamo.
    1. Oggi l’immigrazione è di massa e incontenibile? Come i “terroni” (del sud e del nord – i veneti) negli anni 60.
    2. Non sono famiglie ma solo maschi giovani? Era così anche allora, la famiglia seguiva dopo un po’.
    3. Non sanno la lingua? neanche il pugliese parlava italiano, ma c’erano scuole diurne e serali, per i figli e gli adulti.
    Di diverso oggi c’è che la popolazione è cambiata. Siamo fissi, per il 73% viviamo in casa di proprietà, ci spostiamo solo per andare in vacanza. Poi siamo vecchi: nel 2016 l’indice di vecchiaia per l’Italia dice che ci sono 161,4 anziani ogni 100 giovani. Siamo ricchi: il risparmio, cioè i depositi, sono consistenti, ma manca il lavoro e il territorio è abbandonato.
    Ma la politica, la politica, è ir-rag-giun-gibile: di’ una sola parola, e l’anima mia sarà salva…

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