Poesia, malattia, follia

di  Federico Bock

“Ogginpoesia” è un sodalizio di (pochi) appassionati di letteratura, che si propone di studiare autori, aspetti, tendenze. L’ultimo argomento affrontato, scelto come sempre coralmente, è stato “Poesia, malattia, follia”. La sperimentata metodologia del sodalizio consiste nello scambiarsi preventivamente via mail le proprie note, successivamente discusse a voce nell’appuntamento presso la Libreria “La linea d’Ombra”, di Milano, che graziosamente mette a disposizione lo spazio.

Da ultimo si sono affrontati i seguenti temi: Gary Snyder, Giorgio Caproni, Poesia e natura, Poesia e silenzio, Iosif Brodskij, Yves Bonnefoy, le Haiku (con l’intervento di Paolo Lagazzi), Poesia, malattia e follia. Numerosi incontri sono anche stati dedicati alle composizioni dei singoli partecipanti.

Il tema in oggetto – Poesia, malattia, follia – personalmente ho inteso di visitarlo sotto il profilo del “fruitore”, più che dell’”autore”. Vale a dire, “perché” si è attirati, a volte morbosamente attirati, dalla poesia di un malato o di un folle.

E allora ho elaborato le considerazioni che seguono e che qui ripropongo, svolte in chiave estemporanea, suggestiva, e non da critico, quale non sono e non posso essere.

“Malattia e follia” sono concetti diversi, di diversa semantica.

Etimologicamente, “malattia” deriva dal latino “male habitu(m)”, che ricalca il greco “kakòs èchon” (“che sta male”).

“Follia” deriva dal latino “follis” (“pallone pieno di vento per giocare”), che metaforicamente venne a designare un uomo con la testa vuota di senno.

Il tema della “malattia” e della “follia” è una questione complessa, specie se la si voglia coniugare con la “poesia”: poesia di un malato? poesia di un folle? attrazione nel fruitore dalla poesia del malato / folle?

Nello studio che ho intrapreso mi sono imbattuto, rovistando qua e là, in un testo di zen acquistato molti anni fa (I tre pilastri dello zen, Philip Kaplean, Ubaldi Editore, Roma, 1981), dove mi ha colpito la frase che restare attaccati alla propria illuminazione è una “malattia” in tutto simile al possesso di un ego eccessivamente attivo (p. 296).

E vi ho pure letto che dire Buddha è la stessa cosa che dire “Universo – Vacuità” (p. 172).

Ho subito notato la profonda differenza fra l’approccio etimologico occidentale (“folle = testa vuota”) e quello buddhista (“vuoto – vacuo = universo”), mitigato – quest’ultimo – dal simpatico richiamo oraziano (“est modus in rebus”) al dono della moderazione, visto che anche essere sempre “illuminati” è un eccesso!

Fatto sta, il “malato” è uno che sta male.

E il “folle” è un “testa vuota”.

Per associazionismo, mi è venuto in mente Matteo (5, 22: “…chi avrà detto a suo fratello “raca” (testa vuota) sarà reo nel consesso. E chi gli avrà detto pazzo, sarà condannato alla geenna del fuoco”).

Sempre nella mia ricerca, sono andato a spulciare il Corano, e vi ho trovato una atroce demonizzazione, attuale e pertinente, dei maghi e della magia in genere, cioè di soggetti che almeno agli occhi delle persone normali qualcosa con la “malattia / follia” sicuramente hanno a che vedere.

Ad esempio, nella Sura 26, 35 e ss. si legge che i maghi di fronte a Mosè si gettano alfine in prosternazione, e dicono: “Crediamo nel signore dei mondi, il Signore di Mosè e di Aronne”.

Ma l’atteggiamento del Faraone non è quello che si dice benevolo: “Crederete in Lui prima che io ve lo permetta? In verità è lui il vostro grande maestro, colui che vi ha insegnato la magia! Presto imparerete a vostre spese: vi farò tagliare mani e piedi alternati e vi farò crocifiggere tutti quanti”.

A questo punto mi è venuto in mente un famoso verso di Bonnefoy, sulla poesia: “l’imperfezione è la cima”, che è anche il titolo di una sua composizione (L’opera poetica (di Y. B.), Mondadori, 2010, p. 190): “…occorreva distruggere, e distruggere e distruggere / è vero che la salvezza era a quel prezzo / devastare il volto nudo che affiora nel marmo / martellare ogni forma di bellezza / amare la perfezione in quanto soglia / ma conosciuta negarla, / dimenticarla morta, l’imperfezione è la cima”.

La verità allora è che siamo ossessionati dalla verità (mi si perdoni il bisticcio), mentre la poesia, e direi l’arte in genere, non ha niente a che vedere con l”a-lètheia” (etimologicamente, non oblio, non dimenticanza), essendo invece in sintonia con tutto ciò che la ”realtà” (la “cima” di Bonnefoy) ci propina da mane a sera, ed essendo così in sintonia proprio con l’obliato, con il dimenticato.

Mi chiedo: c’è qualcosa di malato, di folle, nella poesia, che ci attira, che ci inquieta?

Per quanto mi concerne, la risposta è senz’altro affermativa.

Sfogliando Jung (Il problema della malattia mentale, Boringhieri, 1975, p. 57 e ss.), leggo che il fondamento essenziale della personalità è l’affettività. Jung chiama “complesso a tonalità affettive” l’associazione di una sensazione ad un insieme di rappresentazioni. L’intuizione gli venne mentre passeggiava con un signore molto distinto, che lui definisce isterico, il quale sentendo l”orribile” scampanio della chiesa prese ad inveire violentemente contro il parroco, motivando che aveva una barba repellente e scriveva pessime poesie (p. 46).

Questo “complesso a tonalità affettive” deve comunque esprimersi nella vita reale, dando luogo a quello che lo psichiatra chiama “spostamento”, e altro psichiatra, Freud, “sublimazione”.

Scrive Jung: “Specialmente i soggetti con inclinazioni artistiche sogliono avvantaggiarsi di simili spostamenti…Come è noto, questi spostamenti e coperture possono produrre vere e proprie nature doppie, che hanno stimolato da sempre gli scrittori dotati di sensibilità psicologica (vedi il problema delle due anime di Goethe, e tra i moderni Herman Bahr, Gor’kij e altri). “Natura doppia” non è una semplice espressione letteraria, ma un dato di fatto scientifico, di generale interesse per la psicologia e la psichiatria, ma soprattutto quando si manifesta nella forma di doppia coscienza o di scissione della personalità”.

Lasciamo da parte le pretese scientifiche della psicanalisi. Mi sembra molto interessante, come spunto per questo breve studio, l’idea che la poesia, e l’arte in genere, traggano origine nell’”oblio”, nella “dimenticanza”, in una consapevole scissione, al momento dell’atto creativo, della propria personalità.

Io, che personalmente creo (mi permetto di dire) “poesia”, o altra (mi permetto di dire) “arte” (musica), di questo fenomeno sono pienamente consapevole, e a questo fenomeno sono pienamente assuefatto.

Un’altra considerazione pertinente è che il significato delle parole (il “linguaggio”) cambia nel tempo, cosicché il lavoro interpretativo, l’ermeneutica, deve svolgersi in due momenti, la ricerca del significato originale della parola (etimologia), e la ricerca dei cambiamenti di senso che quella parola assume nel tempo (semantica) (La coscienza protestante, a cura di E. Bein e D. Spini, Ed. Claudiana, 2016, 45).

Così, per rimanere in tema, e applicando l’assunto alla poesia, si può notare che un autore ritenuto “folle” (da San Girolamo, e alludo a Lucrezio) diviene nel tempo emblematico di una de-sacralizzazione della natura, questa volta sì anche in chiave scientifica.

Ma era solo un esempio eclatante, tanti ce ne sarebbero nella storia della letteratura, vuoi a destra vuoi a manca, con buona pace dei molti (troppi) manichei, e mi sovviene Brodskij che, perseguitato e rejetto dal socialismo (reale), si naturalizza americano e vince il Nobel, ponendo con ciò seri problemi – e io ne ho parlato quando lo si è affrontato – di ermeneutica del suo linguaggio.

Concludo – e con ciò torno al mio approccio all’argomento, che non è da critico ma da lettore – dicendomi convinto che il fruitore della poesia è sempre attratto dal sommerso, o dal non emerso, dall’inesplorato, o dal non ancora esplorabile, che si nasconde nelle pieghe del non detto, e si nasconde sempre, anche nella essenzialità delle haiku.

Ne è attirato perché specularmente, come appunto davanti uno specchio, vi scorge la propria persona, la propria “maschera”, il proprio virtuale, e quindi anche il proprio inconscio, il proprio rinnegato (finora) inconscio, e lo scorge nel meccanismo che correntemente denota la realizzazione artistica in genere, e che va sotto il nome di trasfigurazione.

Milano, 24 luglio 2017 –

 

10 pensieri su “Poesia, malattia, follia

  1. Che bel testo, collegato con brevi periodi indipendenti, su temi variati, che si riassumono alla fine nella tesi. La tesi è quella del lettore che trova rispecchiata nell’opera d’arte la propria scissione, la stessa messa in atto dall’artista nel compiere l’opera.
    Su cui si aggiungono due rilievi: che la scissione mette in campo una maschera, un virtuale, un precipitato oggettuale, l’opera appunto; che il lettore, invece, in quel precipitato legge un meccanismo, il meccanismo della scissione, che è sempre un doppio.
    (p.s.: davvero crei musica?)

    1. Grazie, in effetti ho ripreso da qualche anno, più che lo studio, la pratica del pianoforte, e mi piace creare miei motivi, che ripercorro con una certa frequenza. Lo studio del pianoforte, peraltro, è ben altra cosa…

  2. Acc… sono disorientata, ho cancellato il nome di Federico Bock e ho preso lo scritto per un lavoro di Ennio Abate. Per questo ho chiesto se creava musica. Ma tutto il resto vale comunque. Bel testo.

  3. …grazie Federico: davvero un bel testo di ricerca su un argomento infinito qual è il rapporto tra l’essere umano e la malattia, la follia e, se vuoi, l’arte, ma non necessariamente, secondo me. Siamo attirati da testi e comportamenti che esprimono uno stato di follia, di malattia e, cosa solo apparentemente contraddittoria, ricerchiamo l’elisir di lunga vita e dell’eterna giovinezza…Come se condizioni ritenute dalla società “patologiche” possano spezzare la rigidità di una rutine, di uno stato di cose collaudato e di una conoscenza preconfezionato, facendoci “sbandare” su sentieri “altri”: che dalla follia dipenda il reale progresso? Come, secondo gli esempi da te riportati, molti pensatori, poeti ed anche scienziati ritenuti folli abbiano evidenziato la zona d’ombra dimenticata e aperto il cammino a nuovi sentieri inesplorati

  4. Cara Annamaria, trovo che tu abbia perfettamente ragione. Adesso non voglio prendere posizione fra il creativismo e l’evoluzionismo, ma è un fatto (interpretabile anch’esso? magari con Nietzsche, il quale diceva che non esistono “fatti” ma solo “interpretazioni”?: francamente, non lo so…), è un fatto – dicevo – che, se non ci fossero i vizi capitali, saremmo ancora delle amebe a fare plic-plic-plic sulla battigia…
    D’altronde (a proposito di malattia / follia), finora di “sensi” ne abbiamo codificati cinque, ma chissà quanto altri ce ne sono…

  5. Ho pubblicato volentieri queste riflessioni di Federico Bock. Perché affrontano un argomento complesso in modi puliti . E ai miei occhi svelano in modo più chiaro e diretto una tendenza culturale che, semplificando, definisco “orientaleggiante”.
    Tra i blog di poesia che ancora ogni tanto seguo è quella imboccata, ad es. – ma con uno stile oscuro, iperfilosofico e mirante ad una sorta di “nuova scolastica” – anche da “L’Ombra delle Parole”.
    Federico Bock la ripropone con semplicità insistendo lui pure sui concetti di «vuoto» e di «imperfezione» (Bonnefoy) come valori, niente affatto – e dispregiativamente – riconducibili a quelli di «folle» o «testa vuota».
    Essa – e lo dichiaro subito per meglio confrontarci – è in buona parte (non totalmente) in antitesi con la mia visione della “poesia esodante” e con la mia critica, anche recente, a chi spinge la poesia lontano dai conflitti (http://www.poliscritture.it/2017/02/22/i-poeti-in-tempo-di-guerra-non-pensano-abbastanza/).

    Quali, dunque, le obiezioni che mi sento di muovere a Federico? Eccole, in breve:

    1.
    La poesia ha avuto sempre a che fare con *tutto*. E questo *tutto* è anche ignoto. Sostenere per che ci attira «morbosamente» o qualificarlo con termini davvero generici come «malattia» o «follia», è cedere a una visione ristretta della poesia: quella professata dalle cosiddette “persona normali” (cioè ‘razionali’) .

    2.
    Mi pare inaccettabile escludere dalla poesia la ricerca della verità. Non è vero che «siamo ossessionati dalla verità»! (Leopardi e il suo exergo de “La ginestra”; Marx e l’ideologia; Sarte e la malafede). Non vedo perché una ricerca poetica e artistica libera (anche da pregiudizi filosofici o ideologici) non debba avere «niente a che vedere con l”a-lètheia”».

    3.
    Perché l’«obliato», il «dimenticato» o – più semplicemente, per me – l’ignoto deve essere squalificato in partenza come malato e folle? In altri termini non vedo perché la verità o qualche verità non possa essere cercata anche nella cosiddetta «follia». Semmai mi porrei il problema di cercarla – faticosamente – in compagnia della ragione. Come fece Freud (che per me non è un semplice psichiatra, ma il fondatore della psicanalisi). Come fece lo stesso Foucault. Come nei suoi lontani tempi fece Dante.

    4.
    Non capisco perché le «nature doppie» l’avrebbero solo « i soggetti con inclinazioni artistiche». Abbiamo mille esempi di «nature doppie» tra i politici, militari, intellettuali di ogni genere, gente “normale”.

    5.
    Il fatto che «la poesia, e l’arte in genere, traggano origine nell’”oblio”, nella “dimenticanza”, in una consapevole scissione, al momento dell’atto creativo, della propria personalità» non mi ha mai convinto .
    *Trarre origine* non significa *restare all’origine*. I legami tra magia, religione e arte, su cui rifletté Lukács – cfr: http://moltinpoesia.blogspot.it/2012/03/qui-ennio-abate-i-m-oltinpoesia.html, hanno subito delle trasformazioni. Vedere una soluzione dei nostri mali e delle nostre inquietudini in un “ritorno all’Origine” cancella queste trasformazioni, cancella la storia, i conflitti. E a me non sta bene.

    6.
    Perciò, secondo me, non basta «la ricerca del significato originale della parola (etimologia)» se non s’accompagna alla «ricerca dei cambiamenti di senso che quella parola assume nel tempo (semantica). Proprio perché la poesia è passata e deve sempre passare attraverso il linguaggio e il linguaggio non è solo quello delle origini, non è solo quello dei poeti, ma è sociale e storico. Ammetto che si appiattisce, s’involgarisce o che in esso si annidano anche oblio, vuoto, rimozioni signiicative. Ma– secondo me, eh! – una ricerca poetica che si concentra unilateralmente sul «vuoto», sulla «follia», sulla «testa vuota», ecc. opera altre rimozioni altrettanto rischiose di quelle che denuncia.

    7.
    Perché un autore, ritenuto all’inizio folle, poi viene riconosciuto e compreso o accettato o tollerato o diventa addirittura un modello, una moda? Perché nel frattempo il linguaggio dei singoli e di tutti s’è arricchito e ha inglobato anche quello che prima era vissuto come folle, cioè esterno al linguaggio ammesso, riconosciuto come valido, condiviso in un certo tempo.

    8.
    «Il fruitore della poesia è sempre attratto dal sommerso, o dal non emerso, dall’inesplorato, o dal non ancora esplorabile». E fa bene. Ma questo vale anche per la filosofia, le scienze, gli studi religiosi o d’ogni altro tipo.

    P.s.
    Se possibile, vorrei sapere cosa è stato detto su Brodskij e sul passaggio linguistico e non solo da un mondo culturale più “orientale” ad un altro “occidentale”.

  6. Come membro di “Ogginpoesia” mi sento di ringraziare Federico per ciò che ha scritto. E’ stato un lavoro davvero molto interessante che apre altre strade ed altre riflessioni che peraltro Abate dal canto suo ha esposto. Grazie anche a lui.

  7. E se volessimo complicare e approfondire il discorso qui strisciante su psichiatria e psicanalisi…

    SEGNALAZIONE
    Il selvaggio Abrahams: tra Bolaño e Basaglia
    Pubblicato il 12 luglio 2017 · in Recensioni ·
    di Piero Cipriano

    Giacomo Conserva, Pietro Barbetta e Enrico Valtellina (Introduzione e cura di), Un singolare gatto selvatico. Jean-Jacques Abrahams, l’uomo col magnetofono, Ombre Corte, Verona, 2017, pp. 152, € 14,00

    Stralci:

    1.
    Un singolare gatto selvatico, sottotitolo Jean-Jacques Abrahams, l’uomo col magnetofono, libro a cura di Giacomo Conserva, Pietro Barbetta e Enrico Valtellina, edito da Ombre Corte, è un libro che mi ha incuriosito molto, ma non certo perché ho a cuore le sorti della psicanalisi, di cui non mi importa granché, ma perché sapevo che entrambi i miei demoni, il demone della letteratura selvaggia Roberto Bolaño e il demone della psichiatria critica e antistituzionale Franco Basaglia, in qualche modo, si erano occupati di Abrahams.

    2.
    Sembrano anacronistiche ma le ritengo ancora valide certe affermazioni di Basaglia nel corso delle sue straordinarie conferenze in Brasile, a proposito del mondo della psicanalisi. Eccone alcune.

    “Io non voglio offendere nessuno, ma qual è la differenza tra una prostituta che vende il suo corpo e il medico che si prostituisce nel suo ambulatorio, quando dovrebbe dare il massimo della sua attività alle istituzioni pubbliche?” “Gli psicanalisti”, aggiunge, “hanno sempre una gran lista di attesa, come gli aeroplani”. Perché? Perché gli psicanalisti rispondono ai problemi di quella parte della popolazione che ha i mezzi per difendersi, e non certo ai bisogni dei miserabili, perché “chi non ha non è”, chi non ha il danaro non se la può pagare la terapia psicanalitica. Perché la psicanalisi è “terapia di classe”, “cosa ha fatto la psicanalisi per il malato mentale del manicomio nel corso di questo secolo?”

    3.
    Scrive Basaglia, ne L’istituzione negata, che nel manicomio entra un corpo malato, già messo a dura prova dalla follia, già indebolito. Ma quando inizia questa sua carriera di malato mentale, e varca la soglia dell’istituzione, del manicomio, e penetra in quel luogo dove “prima di uscire sono state controllate serrature e malati”, là dove il corpo malato dell’internato è un suppellettile che ha lo stesso valore di una serratura, il corpo del malato diventa oggetto e (per dirla con le parole di Husserl) smette di essere leib, corpo vissuto, corpo soggetto, corpo che sono, e diventa körper, corpo non più vissuto, corpo oggetto, corpo che ho. E quale possibilità ha l’internato del manicomio, per riprendersi quel poco di soggettività, riprendersi il suo corpo vissuto, il corpo proprio, se non agire, agitarsi, reagendo, con la sua violenza (una violenza apparentemente immotivata, ingiustificata, inopinata, come sempre viene considerata la violenza del folle), alla violenza dell’istituzione manicomiale che ha oggettivato il suo corpo?

    4.
    Ma lo scriveva chiaro Franca Ongaro: la medicina è la scienza del corpo morto, scienza che ha cercato di comprendere, nelle aule di anatomia patologica, l’uomo vivo, il malato, attraverso il corpo morto del cadavere. E pure l’ospedale, il luogo di cura per definizione, riproduce il corpo morto dissezionato del cadavere, coi suoi reparti per lo scheletro, per l’apparato digerente, respiratorio, cardiovascolare, eccetera. E in ospedale l’uomo vivo è gradito sempre allettato, clinofilo, perché la clinica è corpo morto, e pure nel reparto psichiatrico, deputato alla cura della psiche malata, il corpo è quasi sempre orizzontale, cadaverico, grazie al ruolo clinofilo di farmaci e fasce.

  8. E, in aggiunta, con implicazioni che mettono in causa anche la poesia ( e – perché no – la politica):

    Psicoanalisi contaminata. Il caso di Jean-Jacques Abrahams Recensione di “Un singolare gatto selvatico”
    http://www.psychiatryonline.it/node/6845

    Stralcio:

    Cos’è che rende interessante la performance di Abrahams? Di fatto non sappiamo nulla della storia che fa da contesto all’evento in questione. Tuttavia, se leggiamo i suoi scritti, in particolare Fallofonia e Che si fotta il sonoro, il profilo dell’avversario, della cosa contro cui Abrahams si scaglia senza riserve si fa più chiaro. E in fondo, viene da pensare che forse ogni contestazione abbia in sé un richiamo abrahamsiano.
    C’è infatti una progressione in Dialogo psicoanalitico, Fallofonia e Che si fotta il sonoro: il primo è una denuncia del dispositivo analitico, la talking cure, il rapporto terapeutico basato sulla parola; il secondo è un testo in cui si critica un altro dispositivo, il dispositivo dei dispositivi, il linguaggio; nel terzo testo, Abrahams inveisce contro l’avvento del sonoro nel cinema, dunque contro la voce. Psicoanalisi, linguaggio, voce. “Se la specie umana è pressappoco una delle poche in cui ci si uccide l’un l’altro è sicuramente a causa del linguaggio” (p. 116). Questa linea interpretativa ci permette di cogliere meglio le questioni in causa nel Dialogo psicoanalitico.
    Leggendo il Dialogo, appare chiaro come l’oggetto della contestazione del protagonista sia la tecnica psicoanalitica. “Non si può guarire là sopra!”, rimprovera Abrahams indicando il divano. La pratica analitica, dice, non aiuta a “guardare in faccia gli altri”, a viverci assieme, non insegna nulla di buono sulla impossibilità in gioco nei rapporti e nei legami sociali. Nel prescrivere l’astensione dall’azione, per favorire e incentivare l’analisi della vita psichica attraverso il medium della parola, la psicoanalisi ostacolerebbe l’elemento propulsivo, trasformativo dell’azione umana, disinnescherebbe la possibilità per l’uomo di risolvere la causa del proprio disagio e della propria angoscia nella realtà, attraverso un’azione che punti a toccare, a trasformare la realtà.
    Un elemento in particolare disturba Abrahams, elemento che ha a che fare con una certa violenza. Nel Dialogo psicoanalitico sono frequenti i momenti in cui i due “attori” si accusano vicendevolmente di violenza, violenza fisica del paziente, violenza simbolica dell’analista. Ed è proprio contro questa “violenza simbolica” che il nostro intende fare qualcosa, per riscattare sé stesso e tutte le altre vittime di tale violenza.
    “In cosa consiste questa violenza?”, si chiede Fachinelli nel suo commento, scorgendo nel Dialogo psicoanalitico e negli altri due testi una collocazione precisa di tale violenza: “Ciò che conta soprattutto è la traduzione in parole effettuata dall’analista, o meglio il presupposto di traducibilità – implicito nella sua posizione e nella sua tecnica – di tutto ciò che proviene dall’altra parte. Insomma, il conflitto dentro l’analisi è solo in parte conflitto tra chi interpreta e chi viene interpretato; più profondamente, esso si concentra intorno alla decisione di permutazione o equivalenza verbale di quanto accade” (p. 46).
    Psicoanalisi, linguaggio, voce. Sotto accusa è dunque la legge fondamentale di ogni civiltà umana: la legge della parola. Sotto accusa, secondo Fachinelli, è quella strana legge non scritta, ma scritta ovunque e da sempre, che impone che tutto il reale passi attraverso la strettoia del simbolico. Jacques Lacan, utilizzando Ferdinand De Saussure, parlerà di significante. L’essere umano si costituisce prendendo le distanze, emancipandosi dal reale attraverso la mediazione del significante, attraverso cioè una struttura che abolisce la cosa nella sua immanenza per conservarla nella trascendenza del simbolo di quella stessa cosa (la hegeliana Aufhebung). Nell’habitat umano, le cose significano altre cose, e la significazione è il movimento che collega tutte le cose e che crea un discorso. Il discorso sarà dunque un modo per fondare un legame sociale tra esseri umani attraverso la stabilizzazione di determinate significazioni, di determinati sensi. Nell’ordine del discorso si “dirà” ciò che è ammesso e ciò che non lo è, ciò che è riconoscibile, visibile, dicibile, conscio, e ciò che è irriconoscibile, invisibile, indicibile, inconscio. La voce del Padrone pronuncia un discorso che denota, inquadra la vita come vita umana; il soggetto, dice sempre Lacan con un gioco di parole, è assoggetto, in posizione di sudditanza rispetto all’Altro. Nell’habitat umano, il reale è dunque cancellato originariamente, pertanto insiste e torna sempre allo stesso posto.
    Tutta la lotta di Abrahams sembra andare contro questo funzionamento. Il gesto del nostro uomo col magnetofono veicola una obiezione fondamentale, mirabilmente colta da Fachinelli, contro un dispositivo terapeutico (che sarebbe scorretto identificare nella psicoanalisi, come se esistesse La psicoanalisi) fondato rigidamente sul “presupposto di traducibilità” in parola di tutto ciò che non è parola. “Un movimento teorico che, riferito non a ciò che taglia fuori, ma a ciò che si annette, dobbiamo pure chiamare predace, tende perciò ad abbinarsi a una pratica della “trasformazione”, del “controllo”, che in alcuni suggerimenti estremi delinea una “somministrazione” del codice della normalità”. Ciò che l’uomo col magnetofono mette in atto, continua Fachinelli, è “un movimento di cui occorre sottolineare insieme la problematicità e la positività, e che passa attraverso la parola contaminata, per così dire, vale a dire una parola non scissa, o il meno scissa possibile, da ciò che non è parola” (p. 47).
    Ci sembra allora importante avere l’occasione di ricordare, o incontrare per la prima volta, il personaggio concettuale di Jean-Jacques Abrahams, grazie al lavoro di questo vitalissimo gruppo di studiosi, consolidatosi attorno all’interesse per le marginalità, letterarie, psicoanalitiche, filosofiche, storiche. Ricordiamo infatti un altro bel lavoro a cura di Barbetta e Valtellina, Louis Wolfson. Cronache da un pianeta infernale (Manifestolibri, 2014), dedicato allo “studente di lingue schizofrenico” che, con i suoi due romanzi in neolingua, ha insegnato più di qualunque teoria su linguaggio e schizofrenia. Così come in Wolfson, anche nell’uomo col magnetofono possiamo trovare una importante lezione, messa in scena ad opera di quello che di solito è l’oggetto dei saperi “psi”, oggetto piuttosto recalcitrante. E possiamo intendere questa lezione, a condizione, però, di sospendere le difese rispetto all’evento, che in psicoanalisi possono prendere il nome di “diagnosi”, “passaggio all’atto”, “follia”.

    1. Mi riprometto di meditare, con l’attenzione che meritano, le considerazioni di Ennio.
      Voglio qui solo dire che ho praticato per anni la psicanalisi, cosicché, quando ho chiamato Freud “psichiatra”, l’ho fatto per sottolineare la sua professionalità, pur nutrendo dubbi sulla sua “scientificità” (a proposito di “scienza”, mi piace un pensiero di Bachelard – La formazione dello spirito scientifico, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2000, 4 – :”…non ci si può vantare di possedere uno spirito scientifico finché non si è capaci, in ogni momento della vita pensante, di ricostruire tutto il proprio sapere”.
      Il mio “orientalismo” lo posso riassumere in una frase di Zhuang-zi, classico del taoismo, che cito sovente quando faccio il mediatore civile: “In una disputa siamo convinti di avere ragione: è sempre il nostro avversario ad avere torto. Ma se ci mettiamo al suo posto, ci accorgiamo che egli ha ragione, e che siamo noi ad avere torto” (Zhuang-zi, Adelfi, Milano, 1982, 355).
      Su Brodskij, scrivevo, nell’ambito di Ogginpoesia, il 9 febbraio 2016 (fra l’altro): “…Brodskij non era comunista ma russo, anzi un ebreo russo (un ebreo “errante”, mi verrebbe da dire, un “Ahasverus”: ho riletto recentemente “Il passante di Praga” di Apollinaire), un poeta russo conscio di chiudere un secolo di poesia. E pure conscio della realtà (se non della “storia”) nella quale vive, se apprezza uno scrittore come Platonov (cfr. “Platonov comunista e visionario”, in la Repubblica, Archivio 1990 / 02 / 25), che pur decisamente sovietico (suo il romanzo “Cevengur” scritto tra il 1926 e il 1929) ha dei seri guai proprio perché come sincero comunista non può che essere un “visionario”, e come visionario non può che coltivare la più sincera libertà espressiva”.
      Concludevo: “Devo dire che dopo aver letto questi scampoli di letteratura su Brodskij ho forse cominciato ad apprezzarlo, nel suo per certo raffinato intellettualismo. Ciò che non mi esime dal dire che nel suo caso più che mai la “grafia” coincide con la “biografia”, nel senso che nel pieno della guerra fredda una vicenda come la sua non poteva che divenire emblematica. Brodskij, quando non lo capisco, mi fa venire in mente il compositore del Principe Igor, Borodin, che alle perplessità dei contemporanei occidentali (“…nella tua musica non ci si capisce niente…”) rispondeva: “…non m’importa, è musica russa!””.

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