Endlose Endlösung

SHAME ON US – KASSEL

di Ezio Partesana

Su POLISCRITTURE FB ho segnalato l’articolo contro «lo stalino-nazista Minniti » di Franco Berardi Bifo (qui) con questa breve nota introduttiva: «Le analogie storiche vanno sempre manovrate con le pinze e l’indignazione impotente di Bifo (“C’è modo di fermare questo orrore? Non lo so. “) non mi piace, ma la sua denuncia si basa su dati reali allarmanti e va meditata. Pubblico ora  la puntuale e severa critica di Ezio Partesana al medesimo articolo.  [E. A.]

            Nessuna migrazione nella storia umana è avvenuta in modo pacifico, per quanto ne sappiamo neanche quella dagli alberi alla terra ferma. Sperare che quelle odierne possano essere affrontate con razionalità anziché con la forza significa fare della Ragione un feticcio, un mito al quale affidarsi in attesa e mancanza di altro.

            Mi dispiace criticare Franco Berardi, che è un intellettuale che stimo e del quale spesso apprezzo il lavoro. Lo riconosco come “uno di noi” insomma, ma proprio per questo dirò francamente che l’articolo apparso su “Effimera” (qui) è sbagliato nel modo e nella sostanza.

            È un appello all’emozione, per prima cosa, non un’analisi. Le parole che Bifo adopera sono rivolte a suscitare sdegno e commozione, non a riconoscere e svelare semmai i meccanismi. “Orrore”, “terrore scatenato”, “guerra civile”, “nazismo”, “sterminio”, “fame”, “tortura” e via dicendo, compongono un paradigma da giusti contro demoni che è tutto interno alla tradizione autoritaria europea, e non contro come vorrebbe essere. E il paragone con la soluzione finale dello sterminio di ogni ebreo vivente è una ciliegia più grossa della torta e avvelenata per giunta. Non c’è alcuna razza in corso, né silenzio e nemmeno la burocratica efficienza di allora; ma quel che è peggio è che si continua imperterriti a usare la Shoah come formula magica per indicare il male assoluto, perfetto e senza senso. Senza senso appunto, mentre il capitalismo ne ha uno preciso e vittorioso, almeno sino a ora, che divide in due – e forse oggi in tre o più ancora parti – l’umanità e la incatena al dominio. Nell’articolo di Berardi manca invece ogni riferimento alla composizione di classe dei paesi dai quali proviene l’immigrazione, alle loro peculiari forme ideologiche e alle contraddizioni che si generano; non tutti i luoghi dai quali si scappa sono inferni di miseria, vero?

            Certo che esiste una collaborazione o addirittura una connivenza tra i governi europei e i satrapi che gestiscono le loro province come fossero possedimenti personali. E certo che ci sono molti mascalzoni che su questo commercio di mano d’opera e paura costruiscono le loro fortune. Ma non basta gridare “colonialismo” – come un tempo si urlava “lotta di classe” – per mettere a posto le cose. Perché mai dovremmo sapere di “essere criminali nazisti”? Che cosa esattamente hanno in comune gli insegnanti delle scuole, gli addetti alla raccolta dei rifiuti, le ballerine di prima e seconda fila o, che ne so, i polacchi che montano le Fiat, con Heydrich o Eichmann? Il senso di colpa è una buona cosa se esiste un passaggio dall’etica alla politica altrimenti, come insegnavano i testardi della Scuola di Francoforte, è solo un preludio alla personalità autoritaria.

            No, non sono d’accordo con Franco Berardi. Se immagina che “milioni di uomini e donne” vogliano emigrare, deve sapere, perché è intelligente e conosce la storia, che non c’è accoglienza che possa far diventare meno violento questo processo. Paradossalmente lo slogan razzista: “Aiutiamoli a casa loro” ha più senso. Ricordate il detto: regala a un uomo un pesce e lo sfamerai per un giorno, insegnagli a pescare e lo sfamerai per tutta la vita? È egocentrico il punto di vista che immagina si possano sciogliere le contraddizioni del mondo secondo o terzo da qui, da dove si vedono persone che soffrono e si riesce a far poco o nulla. Perché in realtà noi una tradizione da esportare l’avremmo. Sono le rivolte, le lotte dei braccianti, i sindacati anarchici che costruiscono scuole, il Partito comunista (no, non sono mai stato iscritto e neanche me lo sono mai sognato) con le sue “Case del Popolo”, nonché la sterminata famiglia dei poveri di spirito, dei credenti che, come scrisse Fortini, sono stati a volte rivoluzionari inconsapevoli.

            Io non ritengo si debba rispettare l’errore altrui solo perché dura da molto tempo ed è quindi diventato tradizione, uso e costume. Ma se una violenza deve esserci che sia contro le strutture, non le persone che sono, lo sappiamo, fragili e combattive al tempo stesso. La pace di Versailles non fu la causa della repubblica di Weimar né della presa del potere da parte dei nazionalsocialisti, e la tesi secondo la quale fu il risentimento dei tedeschi a causare la Seconda guerra mondiale è persino un poco offensiva. Ma soprattutto è borghese nel senso più stretto del termine: assegna alla psicologia, spolverata dal materialismo della povertà (di chi? Di tutti? Nessuno si è arricchito con quella “povertà”?), il ruolo che in realtà fu dell’industria, della sistemazione – e conclusione aggiungerei – degli stati nazionali e del movimento operaio. Se la Germania fosse stata lasciata in pace si sarebbe riarmata comunque e i suoi dirigenti avrebbero fatto ogni cosa necessaria a arrestare il movimento operaio. Ci si ricordi di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, vero?

            Franco “Bifo” Berardi chiude con un Requiem, che assomiglia troppo, per i miei gusti, al Requiescat in pace. Ripesco dalla reminiscenze dei miei lontani studi filosofici per dirgli: Questo è il migliore dei mondi possibili, fosse anche solo un poco peggiore non potrebbe più esistere.

16 pensieri su “Endlose Endlösung

  1. “Ricordate il detto: regala a un uomo un pesce e lo sfamerai per un giorno, insegnagli a pescare e lo sfamerai per tutta la vita?”

    Come no, ma già che ci sono gli venderei gli ami da pesca e le reti; poi le farei costruire da loro, alle mie dipendenze. Perché, certo, qui c’è una questione da risolvere, ma mica ci si può fermare al riordino e all’altruismo… L’entusiasmo con cui la proposta di Minniti è stata approvata fa ben capire che a qualcuno son brillate le pupille con l’insegna del denaro e dell’espansionismo. Del resto perché l’Europa non dovrebbe essere interessata al dominio delle coste del Mediterraneo? Mettiamo insieme le due cose e si capisce subito perché d’improvviso perfino la Merkel si sente disposta a ridiscutere gli accordi di Dublino ( opera di quell’incapace di Renzi, per sostenere la mancia degli 80 euro, si dice, che gli serviva per ragioni elettoralistiche). Alla Merkel non interessa più, ora l’affare sembra che si stia ingrossando. Quindi secondo me assisteremo alla più pacifica delle colonizzazioni che ci sia mai stata nella storia dell’umanità: il Nord Africa in un boccone! I tempi, poi, sono propizi. Hanno governi traballanti, economicamente stanno a terra, in più si guardano in cagnesco l’un l’altro.
    Vedrete che tra un po’ lì ci andrà anche il Papa in processione. Mica sono certo che sarà un danno per i popoli africani, che avrebbero da perdere le genti se invece che lavorare per un padrone lo faranno per un altro, che magari a qualcuno darà anche di più? Sì, credo tocchi all’Europa di dare una sistemata al Mediterraneo… e il fatto che a deciderlo siano stati in pochi ( Italia, Germania, Francia, quindi poi Bruxelles) dimostra che altri ci stanno pensando. Il posto lasciato vuoto da ciascun emigrato verrà presto occupato. Altrimenti perché tanto sollievo e soddisfazione per una decisione che sembrerebbe solo umanitaria e che certo comporterà delle spese?

    1. Inoltre, sbaglierò, ma a giudicare dagli arrivi sembrerebbe che i nord africani abbiano una gran voglia di lasciarsi colonizzare. Non dico che ci accoglierebbero come noi abbiamo fatto con gli americani nel’45, ma è possibile che non ne possano più.

  2. Concordo quasi su tutto, in particolare su questa affermazione e le conseguenze che ne derivano: «Nessuna migrazione nella storia umana è avvenuta in modo pacifico, per quanto ne sappiamo neanche quella dagli alberi alla terra ferma». Questo è tanto vero che si può prendere come un principio applicabile alla storia di lunghissima durata. Se nella lontana preistoria emigrare significava trasferirsi in terre disabitate, magari senza scontrarsi con altre comunità umane, già nella protostoria ciò non era più vero ed emigrare e, spesso, vivere come popolazione nomade, significava sempre scontrarsi con altri gruppi, fare una guerra, essere sconfitti o vincere, ritirarsi o conquistare il nuovo territorio e sottometterlo sfruttandone le risorse e la popolazione. La progressiva mescolanza di gruppi etnici non è mai avvenuta pacificamente e si è giunti via via a nuovi equilibri etnici, culturali, religiosi, sociali ecc. solo con dolori ingiustizie sopraffazioni e molto tempo passato in conflitti e instabilità. In qualche caso, anche a distanza di secoli, non si è ancora giunti a nuovi equilibri soddisfacenti.
    Ma il discorso si può allargare anche alle “comunità” non umane, e mi riferisco alla progressiva distruzione della natura, sia della flora sia della fauna. Perché l’emigrazione significa sempre, anche, aumento della densità della popolazione umana a danno di ogni altro tipo di popolazione. Ma fino a quando ciò potrà durare?
    L’Europa, e l’Italia, hanno già una densità di popolazione superiore a quanto è auspicabile, e questo – oltre all’incuria e agli scandali e ai macelli delle politiche ambientali – certamente rende più difficile un corretto rapporto fra uomini e natura. Quando qualche orso sconfina in un territorio abitato e l’uomo lo punisce uccidendolo, a me viene subito da pensare che quel territorio, fino a pochi secoli fa, era tutto dell’orso e l’invasore assassino è stato ed è l’uomo.
    Non sono un animalista e tanto meno un animalista estremo, ma credo che tutti dobbiamo porci il problema del limite (a mio parere già superato da tempo) della densità umana a cui si può arrivare continuando a mantenere alla vita umana e al rapporto con la natura un certo carattere, che non sia quello previsto da alcune distopie fantascientifiche in cui ogni essere umano ha a disposizione non uno spazio casa – piazza – strade – giardini ecc. ma uno spazio cuccetta per non più di otto ore al giorno e il resto del tempo lo passa in alveari produttivi, in fabbriche/uffici/spazi di lavoro “moderni”.
    Nelle centinaia di pagine che tutti i giorni vengono pubblicate sulla questione immigrazione, non leggo quasi mai riflessioni sul problema della sovrappopolazione.
    Eppure mi sembra un problema centrale. Se tanto mi dà tanto, anche la lotta per il diritto alla casa è un problema di densità abitativa unito a quello della qualità della vita.
    I due problemi sono strettamente uniti. Infatti, gli standard attuali della qualità della vita (da cui poi vengono anche i diritti sociali, il diritto alla casa e tanto altro) richiedono abitazioni migliori e più ampie. Cento anni fa, a Milano, in una casa a ringhiera di due stanze potevano abitare anche dieci persone, mentre ora una situazione simile è considerata, giustamente, inaccettabile. Questo comporta che non solo bisogna costruire più case in proporzione all’aumento degli abitanti, ma anche in proporzione agli standard richiesti. Questo ha portato a una veloce cementificazione del suolo che continua imperterrita. Ecco un altro aspetto che si collega ad altri problemi: abusivismo edilizio, opere costruite dove non avrebbero dovuto essere costruite, fragilità dell’assetto urbanistico, maggiore facilità di disastri naturali e loro maggiore incidenza in termini di danni e di feriti e morti.
    Un insieme di più problemi strettamente connessi che dipendono dalla sovrappopolazione. Certo, si possono abbattere, e prima o poi lo si farà, tutte le abitazioni attuali e costruire solo grattacieli in modo da consumare meno terreno. Ma anche questa soluzione presenta problemi notevoli e comunque può servire solo ad alleggerire alcune pressioni per alcuni decenni.
    Ma di tutto questo oggi non si discute quasi più. Negli anni Settanta se ne è discusso, si è parlato di necessità di diminuire, non aumentare, la popolazione mondiale, e di educazione al controllo delle nascite.
    Oggi invece, sul problema della popolazione, dell’immigrazione, dell’ecologia fra loro connessi sembra che tutti si siano allineati alla politica del Vaticano.
    Il che vuol dire: pauperismo, accoglienza indiscriminata, silenzio sul controllo delle nascite. Peccato che la gente (la maggioranza della popolazione) non sia d’accordo, spesso in modo consapevole, altre volte di fatto, con il comportamento, più attratto dal consumismo che dal pauperismo.
    Non si potrebbe fare peggio delle tre scimmiette sorda cieca e muta di una vecchia collana di gialli.
    Con che prospettive, poi? Semplicemente catastrofiche. Entro trenta anni circa si prevede che la popolazione africana raddoppierà (e aumenteranno anche le popolazioni di altre zone geografiche e continenti), il che vuol dire che la pressione emigratoria non è un’emergenza, ma che, se non la si fermerà ad ogni costo, durerà per molti decenni. Così facendo, fra 30/50 anni tutti gli attuali equilibri europei saranno saltati. Non solo la «tenuta democratica» (di cui con ritardo comincia a parlare il ministro degli Interni), ma la «tenuta» di qualunque altra cosa riferibile alla vita umana. È pensabile che con la politica della Caritas (e affini di ogni colore) si possa gestire tutto questo e insieme evitare conflitti sociali sempre più estesi e violenti? Conflitti che non solo vedrebbero anche – non solo, ma anche – una guerra tra poveri, ma soprattutto la sicura sconfitta dei poveri (e dei medio poveri, e della piccola e media borghesia e di ogni ceto sociale esclusi i vertici che sempre più ragionano solo in termini globali).
    Qualcuno avanza folli teorie (ad esempio Toni Negri) ritenendo che questo presente e futuro caos possa sconfiggere il capitalismo e l’imperialismo. Pensa che il nuovo “nomadismo” possa allearsi con il proletariato e il sub-proletariato e fare la rivoluzione. Teoria folle, che però, se si realizzasse in qualche modo, in base alla nota eteronomia dei fini, non porterebbe a costruire un paradiso in terra, ma a un nuovo equilibrio capitalistico e imperialistico probabilmente peggiore dell’attuale. E con il peso di Paesi e popoli e religioni e culture non europei e non occidentali aumentato. E la “fetente democrazia” di oggi ulteriormente ristretta a favore di poteri autoritari e assolutamente non democratici.
    Anche il catastrofismo estremo di chi dice «meglio islamici che capitalisti» si risolverà nel più realistico «islamici e capitalisti alleati con cattolici conservatori e capitalisti».
    C’è chi poi sostiene che lo scontro di fondo, il vero scontro, non è quello di natura etnica o culturale o sociale o economico, ma quello di genere (già ne parlava Giuseppe Bonura in un articolo del dicembre 2006 intitolato «Il genio della specie»): il mondo maschile, islamico innanzitutto ma anche quello occidentale conservatore, si radicalizza per opporsi alla femminilizzazione della vita sociale, in sostanza all’emancipazione della donna. Ciò produce il conflitto e il disagio sociale che sovverte il mondo islamico e che alimenta il terrorismo (maschilista per eccellenza).
    Bonura scriveva: «I kamikaze credono di stare combattendo in difesa della religione, della tradizione e dell’identità. In realtà, combattono per perpetuare la schiavitù della donna». E articolava il discorso in cinque pagine.
    Questa è però una verità parziale a cui non può ridursi l’intero problema. Ma anche da questo punto di vista l’emigrazione non può che portare, se numericamente non gestibile, a un arretramento dei costumi e delle libertà occidentali. Nel mondo ci sono Paesi nei quali violentare una donna che passeggia da sola, senza essere accompagnata difesa e protetta da marito o fratelli o genitori, non è un reato. O se lo è per la legge scritta, non lo è per il costume che, in questi casi, condanna la donna considerandola una poco di buono e una che, se passeggia da sola, vuol dire che se lo cerca ciò che può capitarle. Come le cronache ci documentano continuamente, oltre ai casi di reato vero e proprio, nella vita delle comunità migranti abbiamo i numerosi casi di comportamenti (in famiglia, nei luoghi di lavoro, nei quartieri a prevalenza islamica) restrittivi delle libertà che noi riteniamo intoccabili. Se questi conflitti sono già evidenti e, direi, acuti, oggi, come diventeranno quando l’islamismo, questo islamismo, non quello riformato auspicato ma poco presente, raggiungerà percentuali sempre più significative e pesanti anche in termini elettorali? E quando saranno numerosi gli uomini politici, i funzionari, i dirigenti amministrativi islamici che saranno spinti naturalmente ad applicare le loro idee a tutti? Come nei giorni scorsi è avvenuto nel caso della ragazzina cattolica (o anglicana?) affidata a una famiglia mussulmana che la costringeva a imparare l’arabo, a rifiutare il crocefisso e a osservare i costumi islamici?
    Il problema dell’immigrazione è composto di moltissimi problemi concreti e solo se non si perde la concretezza e la visione di insieme si possono elaborare politiche adeguate. Partire da un “partito preso”, da principi generali desunti dall’ideologia (cattolica o marxista o d’altro tipo che sia), senza il necessario confronto con la durezza della realtà può portare solo ad errori continui e a perdite di tempo. L’articolo di Bifo è un esempio di astrattezza ideologica che porta al paradosso inconcludente.

    1. Intervento lungo e perentorio che però, mi pare, ha poco a che fare sia con lo scritto di Franco Berardi che con la mia critica; tra l’uno è l’altro siamo citati due volte, in principio e in fine, mentre il resto sembra più una presa di posizione che non un commento.
      Non sono felice che si concordi con me quando le concordanze sono solo apparenti, come in questo caso.
      L’uomo vive due nature: l’una comune con gli altri animali, le piante, il ciclo dell’azoto, la meccanica quantistica e via dicendo; l’altra è sua propria e si chiama “società e storia”.
      Le due nature hanno statuti e modi diversi (fossimo filosofi direi “ontologie”): mentre in natura le leggi sono rigide e immutabili – quel pezzetto di Dna deve stare lì, non in un altro posto, e se si sposta ne verrà con grandissima probabilità un gran pasticcio -, nella società umana sono decisioni e scelte a creare l’ambiente e la storia. Confondere l’una con l’altra o almeno mischiarle, come mi pare faccia Luciano Aguzzi, significa non poter più capire quel che non può e quel che invece deve essere cambiato.
      È vero che la civiltà ha raggiunto un grado di dominio sulla natura tale da mettere a rischio l’equilibrio fondamentale – biologico direi – di tutte le cose, non solo della specie umana, ma assegnare la responsabilità alla “sovrappopolazione” piuttosto che al dominio è l’operazione ideologica di chi non è sovraffollato né dominante.

  3. Dissento da alcuni punti della puntuale critica di Ezio. Intanto il primo capo di imputazione (-> Bifo fa appello alle emozioni) implica che non si debba e non si possa scrivere anche per esprimere emozioni, orrore, rabbia. Ma perché? Non si accorge Ezio che così sta facendo della ragione, forse addirittura della ragionevolezza, quel feticcio che ha denunciato due righe sopra? E se non chiamiamo orrore quello che accade sulle rive del mediterraneo, nei lager e nelle teste di tanti nostri concittadini che fomentano l’odio e la violenza contro i migranti, anche a colpi di battute, barzellette e condivisioni su facebook, come dobbiamo chiamarlo?
    Il testo di Bifo è certo estremo, catastrofista, indigesto e sacrilego. Ezio fa bene a cercare di contestare e contestualizzare il paragone con la Shoah. Lo stesso Bifo credo lo abbia formulato per dare un pugno nello stomaco al lettore, per provocare un ragionamento, oltre che un’emozione. Che potrebbe essere questo: smettiamo di utilizzare l’unicità della Shoah non per esprimere – come ha fatto anche Adorno – l’incommensurabilità e impensabilità dell’orrore (posso usare questa parola?), ma per relativizzare e addomesticare le altre violenze che si producono oggigiorno ogni giorno. Non c’è la razza? Ma c’è il razzismo. Non c’è la burocratica banalità del male? Ma se si va a vedere nella testa e nella vita di uno che firma espulsioni o chiude scuole di italiano o impedisce alle Ong di salvare vite umane si comincia a intravedere i fili di quel meccanismo autoassolutorio che impedisce di cogliere il nesso tra un cadavere sulla spiaggia libica e un comma di regolamento a Bruxelles. E se anche non abbiamo fatto l’analisi della “composizione di classe” della migrazione, possiamo lo stesso dire che chi “respinge” dei naufraghi è un demone (avrei detto peggio), senza avere per questo una personalità autoritaria.
    Ed è su questi punti che Ezio mi sembra sorvoli e non colga la provocazione di Bifo. L’Europa sta facendo una cosa senza precedenti (o forse, con quell’unico precedente): sta cercando di andare “a casa loro” per fermarli (=ucciderli) lì, facendo fare il lavoro sporco a qualche mercenario locale, in modo da tenere le nostre spiagge e coscienze apparentemente pulite. Come se la violenza e l’ingiustizia in un capo del mondo non generassero altra violenza e ingiustizia al capo opposto. Voi che vivete (in)sicuri nelle vostre tiepide case…
    Ezio ha ragione a rivendicare l’inevitabilità delle migrazioni, la loro natura ricorrente e tragica, e anche etnologicamente progressiva (una delle più note teorie paleoantropologiche attribuisce alla migrazione dell’homo sapiens dall’Africa all’Europa la nascita della civiltà che conosciamo). Ma da tutto ciò non si deduce affatto, secondo me, l’inevitabilità della risposta violenta (e quindi dissento anche da Aguzzi). Richiamare passate carneficine (e perché non i meravigliosi periodi di pace e tolleranza nella Spagna araba prima della reconquista?) non mi sembra che invalidi la possibilità di un futuro diverso.
    Quanto al migliore dei mondi possibili, lasciamo perdere. Il catastrofismo di Bifo è meno disperante dell’ottimismo di Leibniz…

  4. Sinceramente allibito: che “noi” si abbia da esportare “una tradizione (di) rivolte, le lotte dei braccianti, i sindacati anarchici che costruiscono scuole, il Partito comunista (…) con le sue “Case del Popolo”, nonché la sterminata famiglia dei poveri di spirito, dei credenti che, come scrisse Fortini, sono stati a volte rivoluzionari inconsapevoli” a me non sembra più un dato di fatto. A meno che non si creda che la storia si sia fermata cinquant’anni fa e che tutto sia ancora come allora. Ma qui si vuole disquisire sul fatto se abbia senso rifarsi alla Shoah o, con tutto il rispetto, a cose che sembrano fare della storia una sorta di neo filosofia che potremmo chiamare meta-storica; ma qui non sarei all’altezza, ammesso che io sia capace di dotarmi di una qualche misura ( essendo per altro un post-ideologico, sì, come va di moda dire oggi). Che dire? A me pare non abbia senso, e ribadisco che si tratta principalmente di questione di affari ed espansionismo perché penso che anche il capitalismo odierno sia post-ideologico; nel senso che non gliene frega a nessuno, oltre che dell’economia e ancor più della tecnologia che fa da se’ (al posto dell’ideologia), e quindi ecco che il Minniti di turno andrebbe considerato come non umano, ma una reazione istantanea (meccanica) di fronte alle nuove possibilità che s’intravedono, atte al controllo del Mediterraneo oltre-confine europeo. Da un lato si tampona la questione spinosa dell’immigrazione (in modo ottimale anche sul piano elettoralistico), si dà l’idea di poter controllare un fenomeno epocale con autorevolezza, e dall’altro si stabiliscono alleanze per perfezionare la spartizione dei beni. Vedrete se non sarà così. Non era mai successo prima? No. Infatti non è vero che la storia si ripete, a meno di trattarla al pari di una questione estetica. Parere personale.

  5. Mi rifiuto di essere catastrofista. Intanto è importante sapere che esistono movimenti di lotta in Africa per la remigrazione, anche se la destra da noi se ne è appropriata. Nigrizia, la rivista dei comboniani, dà conto di un progetto nei villaggi del Senegal della Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo, per informare dei rischi che il viaggio in Europa comporta http://www.nigrizia.it/notizia/migranti-cooperazione-e-dissuasione/notizie.
    In Libia -in teoria, lo so, in teoria- i migranti impediti di partire starebbero sotto il controllo dell’UNHCR. Dall’altra parte, sono le bande criminali che gestiscono i traffici, di persone e insieme di armi e droga, in accordo con la criminalità nostrana. La situazione è atroce, non c’è altra parola. Credo che sforzarsi di gestirla sia meglio che continuare a lasciare arrivare tutti, offrendo loro la schiavitù del foggiano, i marciapiedi, i CIE e le frontiere europee chiuse.

  6. Sono quasi certo avessimo già spiegato le cause dell’ambiguità della parola “ideologia”, ma visto l’intervento di Tosi forse tocca ripetersi.
    In italiano (in altre lingue è differente) il termine ideologia ha due significati che poco hanno a che vedere uno con l’altro. Una prima accezione deriva, grossomodo, dall’empirismo inglese del Seicento, dove tutto quel che non è percezione (o scienza matematica), ovvero l’etica, l’arte e la politica, sono ideologie, discorsi importanti ma vaghi e sui quali, alla fine, decidono il gusto e l’arbitrio. In questo contesto si parla di “fine delle ideologie”, come disillusione sulle grandi utopie egualitarie o fasciste.
    L’altra tradizione è quello hegeliana e marxista, dove “ideologia” è concetto che rappresenta l’inevitabile dipendenza della percezione che si ha della realtà, e delle idee che si formano, dal modo in cui ci si mantiene in vita.
    Saltare tra l’un concetto e l’altro per dire che essendo finite le ideologie i rapporti sociali non determinano più molto di quanto gli uomini percepiscono e pensano è una perdita di tempo che, credo, un buon manuale di filosofia potrebbe evitarci per il futuro.
    Ancora più strano mi sembra l’intervento di Ferrieri, quando sostiene che i pugni nello stomaco sarebbero dati per favorire un ragionamento; è una teoria curiosa e interessante, ma non vedo quale base abbia. Sono cinquanta anni che ci indigniamo, diciamo dalla Guerra di Algeria, e non sottovaluto l’importanza degli slogan né la forza delle emozioni in politica. Ma da qui a pretendere che sia il sentimento a emendare la ragione passa la stessa differenza che c’è tra il provare pietà e impietosirsi. Solo la ragione può criticare se stessa – e accidenti lo ha fatto a destra e manca, almeno qui da noi -, quel che va di moda adesso sotto il nome di “provocazione”, e cioè l’appello al sentimento contro le istanze critiche, è un contrappeso, al meglio, non una bilancia.
    In appendice, e solo per non lasciare un dubbio, l’idea che Leibniz avesse ragione e che questo sia il peggiore dei mondi possibili perché se fosse anche solo un poco peggiore non potrebbe più esistere, credo ricordare fosse un sarcasmo di Schöpenhauer. Io ci ho aggiunto solo una negazione determinata.

    1. “ideologia” è concetto che rappresenta l’inevitabile (?) dipendenza della percezione che si ha della realtà, e delle idee che si formano ”
      ma io, poi, finirei così: oltre che dal modo in cui queste idee vengono preservate, trasmesse, oppure imposte.
      Strano modo di dibattere il suo, gentile Partesana, mi fa sentire vicino agli studenti che cinquant’anni fa si tiravano bussolotti di carta ogni volta che l’insegnante era voltato di spalle. Oggi invece si passano le canne sottobanco, ma sempre bussolotti sono.
      Grazie comunque.

  7. SEGNALAZIONE

    Auschwitz on the Beach, in Germania cancellata la performance di Bifo che paragona crisi dei migranti e Olocausto: “Bigotti”
    di Felice Moramarco
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/09/04/auschwitz-beach-germania-cancellata-la-performance-di-bifo-che-paragona-crisi-dei-migranti-e-olocausto-bigotti/3832784/

    Stralci:

    1.
    É risaputo che in Germania temi ed espressioni legate al loro passato nazista costituiscono ancora una ferita aperta.

    Io sono disposto ad ascoltare questa obiezione dai rappresentanti della comunità ebraica tedesca, con cui ho infatti discusso. Ma non sono disposto ad ascoltare questa obiezione da qualche stronzetto che scrive sui giornali della “Grande Germania”, perché sono i nazisti tedeschi, che non sono mai scomparsi, ad aver inferto quella ferita all’umanità. Mio padre durante la guerra ha passato sette mesi in un carcere tedesco, quindi non accetto che un pezzo di merda come il signor Jens Jessen sulla Zeit mi venga a dire che quella ferita è ancora aperta, perché è proprio gente come lui che ha inferto quella ferita a gente come mio padre.

    2.
    E come si spiega che l’accostamento di due semplici parole, “Auschwitz” e “Beach” abbia innescato un dibattito così acceso?

    Perché quell’espressione ha provocato la bigotteria del ceto neoliberale tedesco. La bigotteria di gente che ha ripetuto molte volte “mai più Auschwitz” e tuttavia non tollera che qualcuno gli faccia presente che in realtà Auschwitz sta accadendo di nuovo sotto i nostri occhi e con la nostra complicità. Sulla stampa tedesca sono stati pubblicati più di un centinaio di articoli da questi bigotti. Ma è il mio mestiere provocare, l’ho sempre fatto. Per mesi, sono stato su tutti i giornali italiani [nel 1977, n.d.r], descritto come provocatore e criminale, perché parlavo da una radio libera [Radio Alice, ndr]. E allora imparai che occorre non lasciarsi mai spaventare da gente come questa.

    3.
    Non pensa che chi ha reagito in questo modo sia in realtà ben cosciente di ciò che sta accadendo e che semplicemente non vuole prendere atto delle proprie responsabilità.

    Certamente. In gioco c’è qualcosa di enorme. Noi occidentali dobbiamo far fronte alle conseguenze di secoli di colonialismo e di quindici anni di guerra ininterrotta, di cui siamo totalmente responsabili. Ora, l’enorme debito che abbiamo accumulato, non vogliamo pagarlo. Ci rifiutiamo di investire le enormi somme di denaro necessarie per l’accoglienza dei migranti e preferiamo darle a Banca Etruria, al Monte dei Paschi e al sistema finanziario europeo. Bene, questo atteggiamento provoca la guerra. Una guerra che è già cominciata e che non vinceremo, perché abbiamo a che fare con un immenso esercito di disperati. Perderemo tutto. Perderemo la vita di molta gente, perderemo la democrazia e il senso dell’umanità.

  8. SEGNALAZIONE

    * Noi abbiamo le mani pulite. Se le sporcano altri. Ma quelli le hanno già sporche, no…[E. A.]

    Banalità del male
    19 settembre 2017 pubblicato da Il Ponte
    di Mario Pezzella
    http://www.ilponterivista.com/blog/2017/09/19/banalita-del-male/

    Continua a stupirci che nell’immediato dopoguerra molti tedeschi dicessero di non sapere ciò che avveniva nei campi o di averne avuto una percezione solo vaga e confusa, anche quando abitavano a poca distanza da essi. Non sempre mentivano; solo che non era vera o semplice la loro ignoranza, era piuttosto un non voler sapere, un rifiuto della propria responsabilità diretta o indiretta in quanto stava accadendo. Perfino Eichmann, nel processo a Gerusalemme, dichiarò di non sentirsi responsabile di quel che avveniva nei campi: lui non aveva partecipato direttamente a nessuna uccisione. Si era limitato a fornire gli strumenti tecnici ed economici perché i campi fossero resi possibili.
    Il governo italiano sta ora provvedendo agli strumenti economici e tecnici perché siano resi possibili campi di detenzione in Libia, dove il trattamento subito dai migranti è comparabile a quello dei campi nazisti (anche se per ora, almeno si spera, non si può parlare di genocidio organizzato). In particolare vengono direttamente pagati i sicari e i torturatori che li gestiscono. In quei campi, per quel poco che trapela dai media, si stanno commettendo crimini contro l’umanità. La posizione morale del nostro governo non è poi così dissimile (a parte la scala numerica del fenomeno) da quella di Eichmann: anche il nostro ministro degli interni non partecipa direttamente alle uccisioni, agli stupri, alle torture, allo sfruttamento schiavistico del lavoro, che avvengono nei campi in Libia. Si limita a fornire gli strumenti tecnici ed economici perché siano resi possibili. Se un giorno qualcuno ci accusasse di aver tollerato un simile inaccettabile stato di cose, forse risponderemmo anche noi che non sapevamo. Solo che tale risposta è ancora più falsa di quella dei tedeschi nel dopoguerra: è invece evidente che noi non vogliamo sapere. Gli storici del futuro conosceranno forse il numero e l’entità dei crimini e delle vittime e ci accuseranno di aver tollerato il male nell’indifferenza e nel silenzio. Forse si stupiranno che in un’epoca in cui comunicazione e informazione sono così invadenti e generalizzate, qualcuno possa assumere la stessa morale di Eichmann e non ritenersi responsabile di ciò che i nostri governanti stanno facendo, da noi eletti e in nostro nome.

  9. DA POLISCRITTURE FB A POLISCRITTURE SITO

    Commenti sul post precedente ( Banalità del male):

    Giuseppe Panella

    questa storia della responsabilità collettiva non mi convince affatto – cosa si dovrebbe fare, secondo il candido Pezzella, correre in massa in Libia a liberare i prigionieri? E poi lui c’è stato o riferisce sulla base di resoconti indiretti? La sua è indignazione a un tanto il quintale…

    Ennio Abate

    Noi in Libia non ci siamo stati. Ma notizie arrivano difficili da smentire. Non vedo poi perché non si dovrebbe parlare di responsabilità collettive ( e individuali nel caso di Minniti e altri. Anche se Pezzella o noi non avessimo una soluzione migliore da proporre. Constatare l’inumanità di questa scelta è il minimo necessario per chi vuol tenere aperto un discorso di civiltà.

    Giuseppe Panella

    le notizie che arrivano sono orientate in un modo o nell’altro e sono poco sicure (come minimo). La responsabilità collettiva è un concetto molto dubbio – tutti i tedeschi erano colpevoli o solo i nazisti coinvolti direttamente? Solo Eichmann o anche i suoi uomini di fiducia? Constatare l’inumanità non evita il problema di come evitarla – altrimenti si cianciano solo parole (come fa l’anima bella Pezzella – con rima)…

    Ennio Abate

    Allora diciamo che tra le notizie orientate ce ne sono alcune abbastanza credibili e che a pensare al peggio non si sbaglia o si sbaglia di meno (dalla strage di Piazza Fontana alle armi di distruzioni di massa di Saddam, ecc.). E mi pare che anche sentirsi responsabili collettivamente, evitando di imbarcarci qui in una discussione filosofica, è meglio che mettersi a fare gli scettici. Inoltre a me pare che buona parte delle persone che ancora pensano e sentono *umanamente* oggi hanno da opporre allo strapotere dei governanti proprio soltanto questo rifiuto etico irrinunciabile che potrebbe diventare rifiuto politico in condizioni più favorevoli. Chi usa le etichette spregiative ( buonismo o “anime belle”) indica solo approvazione alla scelta di Minniti. L’unica realisticamente possibile? Chiediti allora perché fatta solo ora.

    Giuseppe Panella

    lo scetticismo è il dovere dello storico e del militante politico – accettare qualsiasi informazione senza controllarla non è utile e non è intelligente… la responsabilità collettiva è concetto che annacqua tutto e non risolve niente… la forza del rifiuto etico è ben poca cosa di fronte alla forza delle armi e la scelta di salvarsi l’anima bella porta soltanto a cercare soluzioni più dirette e più praticabili. Il buonismo non serve a niente e anzi conferma le scelte del Potere cui va opposta una forza eguale e contraria quando questo è possibile. L’indignazione alla Pezzella consolida la scelta del Potere non la affronta né la sconfigge… serve solo a scaricare la coscienza di chi la pratica e confortarlo nella sua malafede

    Ennio Abate
    Davvero non capisco la tua insistenza ad accusare chi oggi rifiuta il consenso alla politica di Minniti sul piano, sì, solo etico. Non mi pare di aver detto che bisogna accettare « qualsiasi informazione senza controllarla». Ho detto che alcune di quelle che arrivano sui “lager” in Libia, anche se di parte, sono attendibili. E, perciò, mettersi a fare lo scettico solo su di esse a me pare segno di ambiguità.

    Il rifiuto etico * nella situazione attuale* non può essere fatto passare per “buonismo”e non « conferma le scelte del Potere». Tanto più se tu stesso riconosci che oggi non c’è nessuno in grado di opporre « una forza eguale e contraria» alle attuali politiche governative e UE. E allora?

    A meno di non ritenere la politica di Minniti giusta *soltanto* perché realistica (ma – ripeto – perché adottata solo adesso?), dovresti rivolgere la domanda « cosa si dovrebbe fare», oltre che a Pezzella, a te stesso. Invece di scantonare accusandolo di volere « salvarsi l’anima bella», scaricarsi la coscienza, essere in malafede.

    Il rifiuto etico è poca cosa, ma *nell’attuale situazione* va praticato come *premessa indispensabile* per poter agire contro « le scelte del Potere» quando se ne presentasse l’occasione e si riuscisse a costruire un’opposizione *politica* di «forza uguale e contraria». O vogliamo introiettare le ragioni di Minniti (e della Lega e del M5S) e sbeffeggiare gli unici che non sono d’accordo su queste azioni, che col tempo – mia previsione oggi non documentabile – risulteranno porcherie (“realistiche”, certo!) come quelle commesse contro Saddam Hussein, contro Gheddafi, ecc.?

    Cristiana Fischer

    Il rifiuto etico è davvero poca cosa: produce solo nelle coscienze – scissione e rimorso – niente invece ai migranti. Minniti produce effetti pratici, ambivalenti, ma ha anche prospettive. http://www.huffingtonpost.it/2017/09/17/genti-del-mediterraneo-la-terza-edizione-del-cortile-di-francesco-si-chiude-con-minniti-e-il-cardinale-ravasi_a_23212465/?utm_hp_ref=it-homepage
    Trovo legittimo se non doveroso valutare l’operato politico del governo italiano, e riservare alla sofferenza emotiva e all’imperativo etico altre sfere personali.

    Ennio Abate

    Il “rifiuto etico […] poca cosa” non schiaffa i migranti nei lager, Minniti sì. Poi col tempo si vedranno le “prospettive” (neocolonialite) come si sono viste dopo la liquidazione “umanitaria” del tiranno Gheddafi.

    Ennio Abate

    SEGNALAZIONE

    Il machiavellismo di Minniti
    16 settembre 2017 pubblicato da Rino Genovese
    http://www.ilponterivista.com/blog/2017/09/16/il-machiavellismo-di-minniti/

    Nel manuale di machiavellismo pratico, che il ministro Minniti di sicuro avrà sempre sul tavolo, a un certo punto si legge: “Se non puoi fargli la guerra, vedi almeno di comprarli”. Ed è così che l’Italia, come risulta ormai da una serie di testimonianze, avrebbe consegnato ben cinque milioni di dollari, tramite intermediari o direttamente non si sa, alla banda armata di Ahmed Al-Dabbashi detto “lo Zio”, il maggiore trafficante di esseri umani della zona di Sabratha in Libia. L’ex potenza coloniale, che in Tripolitania incendiava e impiccava, ora compra. Del resto, a quanto scrive “Le Monde” datato 15 settembre, il governo italiano aveva già trattato con “lo Zio” al fine di garantirsi la sicurezza degli impianti dell’Eni a Mellitah, a ovest di Sabratha. Un’impeccabile strategia: prima si scoraggiano, con regolamenti bizantini, le organizzazioni umanitarie dall’intervenire nel Mediterraneo in favore di profughi e migranti alla deriva, poi s’interviene “alla sorgente” dando del denaro ai trafficanti perché si riciclino come alleati nella lotta all’immigrazione clandestina.
    Il problema è che tutto questo piace. Piace soprattutto al Pd che così finanzia, con soli cinque milioni dei contribuenti italiani, la propria campagna centrista delle prossime elezioni. Piace a una maggioranza di nostri concittadini che, ancorché in larga misura cattolici e perciò tenuti all’accoglienza, non ne possono più degli immigrati. Non sono molti quelli che si chiedono: ma scusate, dove finiscono gli aspiranti migranti se non in quegli stessi luoghi di detenzione e tortura, in una Libia controllata dalle bande armate, da cui, dopo mesi o anni di traversie, cercano di fuggire? Solo una piccola parte di loro riuscirà, chissà quando, ad avere il visto dell’ambasciata per fare ritorno al paese di origine (in cui certo troppo bene non dovevano passarsela per aver preso la decisione di andarsene).
    Si dice – lo ha detto lo stesso Minniti – che non si possono accogliere tutti i migranti o aspiranti tali, perché bisogna anche pensare a integrarli. Ma allora che cosa si sarebbe potuto iniziare a fare con quei cinque milioni nel senso dell’integrazione? Quanti edifici scolastici si sarebbero potuti mettere in sicurezza, nello stato comatoso di un territorio come quello italiano esposto di continuo al rischio sismico e idrogeologico, all’interno di un piano – non solo italiano ma europeo – di lavori socialmente utili con maestranze composte prevalentemente da immigrati?
    Al tasso di crescita demografica attuale, l’Africa alla fine di questo secolo costituirà il 40% della popolazione mondiale – al momento soltanto il 12-13%. Siamo destinati a una storia di grandi migrazioni: in parte essa è l’eredità di un predatorio colonialismo occidentale – una vicenda mai veramente conclusa –, in parte è l’effetto di un movimento inarrestabile, perfino emancipatorio, verso condizioni di maggiore benessere. La risposta politica non sta nel ridurre i flussi, che poi rispuntano per altre vie o semplicemente riprendono quando “lo Zio” avrà esaurito la sua provvista di denaro: piuttosto consiste nell’organizzarli per quanto possibile. Si aprano quindi, nei paesi africani maggiormente interessati dal fenomeno, delle “agenzie di collocamento” presso le ambasciate occidentali; si dia una speranza di futuro a quelle popolazioni martoriate con voli periodici verso l’Europa; si preparino programmi per lavori socialmente utili in cui inserire la manodopera immigrata. È la parola “integrazione” che dev’essere fatta vivere riempiendola di contenuti. E questa voce, sul manuale di machiavellismo pratico che Minniti ha a portata di mano, non c’è.

  10. Una volta etica e politica erano la stessa cosa, da Platone al comunismo, una si innestava nell’altra e ambedue si rinforzavano. Ma nel mondo di oggi, globale di democrazie elitarie, l’etica, pur diffusa nelle arti e un po’ meno nelle scienze, ha traduzione politica in gruppi, in piccoli partiti, in movimenti ampi e “neutrali” come Amnesty, nei singoli. Trovo sbagliato e scorretto scrivere pezzi come quello di Genovese, che accusano in termini di moralità tutti quelli che non bruciano di indignazione come fa lui. Effetto politico, zero. Chi non prova solidarietà, chi non sostiene le associazioni pubbliche e private che fanno tanto e bene nell’assistenza e nell’inserimento dei migranti? Ma si può immaginare, o far iniziare una politica diversa, in questo quadro in cui le migrazioni sono connesse e utilizzate in interessi geostrategici, economici a vari livelli, e in alleanze politiche internazionali? No, non si può immaginare. Era meglio il modo all’assalto” di prima? Si deve invece sorvegliare i provvedimenti *realpoliki* messi in atto, e pensare di poterli al massimo correggere, in una politica di minoranze. Per questo penso che gli attacchi morali siano spari ad alzo zero entro le proprie file. Lascito storico di un senso purista di sinistra, che rinasce, da prima ancora che fosse “sinistra”.

  11. DA POLISCRITTURE FB A POLISCRITTURE SITO

    Cristiana Fischer

    I rifiuti etici e il realismo politico sono da sempre nemici. Chiedo, e seriamente dato il carattere elitario della nostra democrazia, perchè non vedere che realismo e etica sono, invece che in opposizioni, in due reparti separati. La solidarietà la sente anche chi riconosce il realismo politico: azioni per creare un governo in Libia, indebolendo i gruppi criminali che si occupano anche delle migrazioni (ieri in questo senso il discorso di Gentiloni all’Onu). Le accuse di Genovese e Pezzella sono alla moralità di chi per esempio non fa le sue stesse denunce. Ma non avranno ripercussioni politiche. Invece si discute come se Genovese e Pezzella fossero un’alternativa a Gentiloni, o come se potessero farla nascere nei tempi brevi necessari.

    Giuseppe Panella

    le accuse alla moralità non creano alternativa politica ma restano, in certa misura, fini a se stesso… pur essendo giuste in teoria risultano inutilizzabili e inutilizzate nella pratica

    Ennio Abate

    ” come se potessero farla nascere nei tempi brevi necessari” (Fischer)
    “pur essendo giuste in teoria risultano inutilizzabili e inutilizzate nella pratica” (Panella)

    Non ho parlato di tempi brevi. E del resto il realismo politico di Minniti e Gentiloni si appella anch’esso ai tempi lunghi per i risultati “migliori” (“creare un governo in Libia” al servizio delle mire neocoloniali italiane in concorrenza coi francesi; indebolire – sic! – i gruppi criminali pagandoli), mentre nei tempi brevi ottiene solo il risultato di placare le paure (montate ad arte) per l'”invasione” dei migranti consegnando alle bande libiche una buona parte di quelli che ancora tentano la via della fuga.
    Stabilire poi una inimicizia totale tra etica e politica è davvero preoccupante (per me). Verrebbe a essere confermata che l’etica va coltivata nella propria “anima bella” e la politica è *esclusivamente* realpolitik e si riduce alla ragion di Stato. Ma manco Machiavelli arrivava a tanto, se criticava i profeti disarmati, ma non credo i valori che li animavano. A smentire questa visione ci sono poi i movimenti e le rivoluzioni, dove etica e politica s’intrecciano e s’alimentano a vicenda. La Rivoluzione francese o russa sono state fatte *soltanto* con il realismo politico? Non mi pare. Io guardo a “Stato e rivoluzione” (che nasce anche da un’etica della rivoluzione) non al “Leviatano” di Hobbes (che si fonda su un’etica della controrivoluzione).

  12. Non uso il termine inimicizia perché non metto etica e realismo nella opposizione classica amico nemico, ho scritto e ripetuto: “nel mondo di oggi, globale di democrazie elitarie” e il “carattere elitario della nostra democrazia”. L’impotenza di possibilità rivoluzionarie *oggi* non è paragonabile alla realtà e possibilità di rivolte popolari come è accaduto nella rivoluzione francese e poi sovietica. Quindi il realismo *non* è quello hobbesiano, dello stato sovrano e nazionale, mai c’è stato un potere globale, della finanza e del controllo democratico, come oggi.
    Che etica e politica restino collegate in gruppi, partiti piccoli e grandi associazioni lo ho appunto scritto. Ma oggi etica e realpolitik stanno su due binari che non si incrociano. Prenderne atto farebbe sì che non si scaglino accuse morali per coprire anche la avvilente e generale impotenza politica.
    Considerando la passività della politica estera degli ultimi anni, sono attenta alle posizioni di questo governo.

  13. p.s. anche lo sbarco in Sicilia lo hanno fatto alleandosi e consentendo di fare affari ai mafiosi, sarebbe forse meglio che non ci fosse stato?

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