Cinque componimenti

                                                                               

di Antonio Sagredo

                                                                                         Ti ho sentito
                                                                             piangere dalla camera dove non ci sei
                                                                                                                              helle busacca

1.

Erano una vigilia pagana  le sei colonne corinzie, e come un santo sui padiglioni miravo il volto tumefatto della Supplica e fra movenze cardinali s’inceppava il mio passo, ma nel  suono dei sandali gli accesi ceri invocavano la cadenza di un ordine… la povertà su uno stendardo disegnava ecumeniche e  sordide denunce.

Attraversavo la soglia dei miei passi che mi chiedeva udienza sul banco dei pegni scellerati, l’assise era smaniosa perché fosse plenaria la condanna della Sophia, e ti sentivo piangere dalla cella dove non c’eri…  l’istanza vagava fra le navate come un alato magistrale cerebro sulle cattedre, l’assise era plenaria sui cartoni e disegnava

il Perdono della Misericordia… mi chiese udienza presso le sei colonne corinzie… passavo e cinguettavo un motivetto come il poeta sul Ponte delle Legioni e le mie lagrime erano sospese come quelle degli Impiccati, degli Arsi Vivi, delle Streghe-Vergini, ché Amore fu un rosario d’elissi in fiamme indulgenti… teatri in lagrime

di legno! Una vigilia pagana le sei colonne corinzie, la soglia dei miei passi declinava sonore udienze… non sapevo le istanze o le condanne sottratte ad una colpa recidiva! Il tribunale mi chiese se le mie lagrime come quelle delle sante fossero vergini come le navate mai percosse dai voli di candide colombe e se con gli occhi ecumenici

nell’indulto mostravano ai tribuni le loro dita grasse come vermi… e che ogni esecuzione per loro era una cuccagnaper questo i roghi erano una gioia incontrollata, un carnevale approntato perché la santità degli atti fosse un sigillo o un sacrificio chrétien, e mi chiedevo se lo stile pagano fosse stato meno – crudele!

Maruggio/Campomarino, 12 sett. 2015

 

2.

(all’ora sesta)

Se ne tornava coronato di nastri funebri da un banchetto nuziale, l’idea fissa di scalare le immagini perlacee dietro le quinte lo tallonava come un segugio, si staccava dal moccolo con lo schiocco della sua lingua mercuriale… lordogravido di ex-voto infine salpò con la gorgiera gonfia al vento verso Citera, l’irraggiungibile!

C’era una fittizia tempesta, cartonata! Ahimè, l’àncora fu scordata sul palco, il suggeritore era in pianto più o meno dirotto, il molo sussultava come una prateria in fiamme, il battello convulso come la bellezza secondo Tommaso-Riccardo indifferente agli stermini… io raccoglievo le parti, confondevo le trame e le scene:

il raccapriccio non era previsto! La polena-drago se la rideva attorcendo la prua come un viticcio! Era di cartapesta la barocca ira di uno spiritato elfo che con una celeste madonna danzava il foxtrot… si leggenda che in un’alcova sotto le travi i complici amanti giocavano agli astragali i propri destini erogeni, violacee le ugole…

chissà dove le aiuole rosse della platea erano le poltrone rivestite di polpa di donne…

Il pianto tallonava le lagrime a deglutire gli affanni e i tormenti, qualcuno indicava sulla carta moschicida i puttini in volo… io sul molo, irreale, come in un patio miravo Platero che ragliava davvero, e  Ramon e  Federico con le orbite in panne delle vele.

Maruggio-Campomarino,  14 sett. 2015

(dall’ora 16esima alla 17esima)

 

3.

La soglia del duende

Mi giunsero notizie come varianti mostruose da ogni luogo terrestre: l’orrore
non era più una novità per me, gli eventi  sugli occhi battevano i ritmi delle visioni
recidive: catastrofi, apocalissi il nostro pane quotidiano… i tasti del duende scellerati:
 Sono rose nere queste quotidianità, ma non sono le mie rose!
 
Voi forse credete le croci meno mostruose delle scimitarre? I candelabri meno
mostruosi di quelle? Caroselli, giostre, morgue, obitori, mattatoi ad uso comune…
tutto o nulla fluisce dalla pianta dei piedi  al midollo… meno cantavo più la canzone
mi era sonoramente insensata: fuoco del sangue! sangue del fuoco!
 
Ho spremuto la Morte come un limone di primavera quel giorno romano che il silenzio oscillava al canto del gallo come una banderuola gitana. Eloisa, meretrice di Siviglia, batteva i quattro boulevards dell’arena, lei che era gobba come una prefica medievale  cantava Santa Teresa barocca dal volto più affilato di una falce!
 

Sugli altari delle lagrime scrisse con dita di cera un epitaffio muliebre con gli stiletti
delle sue unghie arcuate … era famosa come la bambina dei pettini e gareggiava
con le ballerine di Cadice, e danzava al canto di Silverio l’emorragia dei gesti dai balconi
giudei dei fiori di sale… mirando del mio corpo il non agire… e poi non più.

La soglia e la ferita mi contesero il poeta sulle scale delle lagrime: era la squillante voce piombata degli zoccoli sul nero suono muschiato… un’aria con odore di saliva di bimbo, di erba pestata e velo di medusa sotto nuovi portali di scoperta. Ma contro la geometria del pianto mi truccavo con gesso di Ruidera!
Roma, 10 ottobre 2015

 

4.

Allegorie

(quasi dantesche)

Incontrai sul Ponte delle Anime Gioiose la stramba maschera deforme di tutte le finzioni, e sul selciato i passi dei monatti segnavano interdetti i carri e i testimoni che sui portoni il loro volto ornavano di ceppi e di capestri. I corpi decollati delle Erinni smarrivano i riti circoncisi su pagani altari fra Centauri e Giganti.

I cardini legnosi dei tre regni vomitavano scheletrici la ruggine-belletto del Verbo originario… volgarità cristiana il volto senza maschera di un sogno – il toscano Cordigliero per inferni e paradisi  creò la parola più sottile con la sua cetra maledetta e i crudeli battiti del sangue conteggiò ombre e corpi per un viaggio

al centro oltretombale della teologia… traguardi ignoti indicò nella geometria degli imbuti e le sfere che celesti non so dire. Dubitò del cosmo di Tolomeo e predisse la caduta nel regno di Como di tragiche figure e la sacralità dell’Erebo pagano… mollò  dubbioso come Caronte i remi alle correnti e il traghettare

anime buffe – o bizzarri corpi non seppe mai – si scocciò infine. Cerbero col veleno delle note crollò il Tempo Assoluto,  schifò il trono Minosse, e Colui che si nasconde dalla Notte col belletto della ruggine… il grecoro si pinse il sogno d’una finzione… e  cantò nel cerchio terzo : maledetto, consùmati  la maschera –  con le lacrime!

 

5.

Io devo dire a Silvia il tuo rancore

Ho barato con l’ignoto e la veggenza,
l’urna e la clessidra si sono rivoltate
per un vomito di versi e di visioni –
il gallo ha beccato la rugginosa banderuola

L’Apocalisse se n’è venuta come una troia
turrita di merletti, anatemi e nastri funebri.
Non ha gradito la tragedia come una finzione
ché nello specchio la sventura non ha valore di rovina.

Io so che i sogni di quel borgo ti hanno tradito,
sapevi che la luce bovina non aveva spazi per te,
che erano meno finti del tuo infinito come gli zibaldoni,
che l’immensità era una vana e spietata farsa libertina.

E quando una marionetta abiurò i fili dinoccolati
per una stecca della Storia ma non del tuo pensiero
ferrigno io devo dire al Silvia il tuo rancore, la grazia
di quel Nulla che mutò la tua ragione in fatale canto.

Maruggio-Campomarino, 22-23 agosto 2016

4 pensieri su “Cinque componimenti

  1. …la scrittura poetica di Antonio Sagredo anche in queste composizioni si presenta fantasiosa, eccentrica, barocca, anche attraverso un incalzare di immagini che sembrano rievocare scene di dipinti “sacri” o “profani”…Una poesia anche molto teatrale, sebbene sembri, in più versi, inscenare un attore che a fine rappresentazione si sia deciso a togliere la maschera e, tra l’ironico e il mesto, mostrare al pubblico- lettore tutte le magagne della scenografia in disfacimento( “all’ora sesta”) oppure come lo specchio del palcoscenico non sia sempre fedele alla realtà in “lo devo dire a Silvia il suo rancore”: ” Non ho gradito la tragedia come una finzione/ chè nello specchio la sventura non ha valore di rovina…”

  2. Conosco da tempo la poesia di Antonio Sagredo, e ho sempre apprezzato i giudizi di Ennio Abate, delle signore : Locatelli, Fischer e di altra di cui ricordo il cognome (Simonelli?) –
    Il mio apprezzamento è di lunga data, quando ancora Sagredo non si decideva a rendere pubblici (limitatamente) i suoi versi. Non certo per timore, se mai il contrario; sapeva che avrebbero suscitato un grande vespaio… e certo! Versi tali non se ne erano visti affatto prima di lui, e credo anche dopo.
    La fascinazione dei suoi versi va di pari passo coi significati/significanti che vuole o vorrebbe comunicarci, ma questo aspetto è uno dei tanti con cui i poeti futuri (e i critici?) devono fare i conti – e allora sono le mirabilia visionarie che non ti lasciano respirare elargite a decine in ogni suo componimento a centinaia se non migliaia nell’intera sua opera che t’ammaliano e ci lasciano prostrati!
    Questa sua visionarietà – barocca o gotica, espressionista e surreale, ecc. – è presente anche nelle sue prose .
    Auguro a Sagredo, ora che è un po’ conosciuto, di avere un successo “contemporaneo”, perché di quello postumo – mi dice per telefono – non sa che farsene.

    L. T.

  3. Di ognuno di questi 5 componimenti di Antonio Sagredo forse è difficile cogliere immediatamente i significati, ma il clima, l’habitat, in cui li ha immaginati s’impone anche ad un lettore scettico: tenebroso , controriformistico e nostalgico di un mondo antico e pagano nel primo; teatrale e come immerso in una tempesta di cartapesta il secondo; demoniaco, sanguigno e di un erotismo sul nero il terzo; più che allegorico e “quasi dantesco” una parodia da balletto infernale (alla Hoffenbach?) il quarto; lettura fraternamente complice del Leopardi prigioniero a Recanati («Io so che i sogni di quel borgo ti hanno tradito») il quinto. Echi letterari e citazioni da indovinare in tutti. Ci sono poi input narrativi, tutti al passato, trasognati, che rendono immobile o ancora più lenta la cadenza del verso lungo. A caso e di corsa: «Erano una vigilia pagana le sei colonne corinzie…Attraversavo la soglia dei miei passi ….mi chiese udienza presso le sei colonne corinzie…Se ne tornava coronato di nastri funebri da un banchetto nuziale….C’era una fittizia tempesta… La polena-drago se la rideva attorcendo la prua come un viticcio! …qualcuno indicava sulla carta moschicida i puttini in volo….Mi giunsero notizie come varianti mostruose da ogni luogo terrestre…Ho spremuto la Morte come un limone di primavera ….Sugli altari delle lagrime scrisse con dita di cera un epitaffio muliebre…Incontrai sul Ponte delle Anime Gioiose la stramba maschera deforme….I cardini legnosi dei tre regni vomitavano scheletrici la ruggine-belletto del Verbo originario….L’Apocalisse se n’è venuta come una troia…».
    Poesia per poeti. Poesia che si misura soprattutto coi grandi poeti: gli slavi, di cui Sagredo è stato amoroso e ammaliato studioso. Orgogliosa della sua assenza di legami con il volgo e il linguaggio (anche poetico) comune; e gli svolgimenti storici contraddittori rispetto a quella che per lui è rimasta l’Età dell’oro della Poesia. Sagredo è fermo lì. Orgogliosamente. Anche se qualcuno potrebbe considerarlo un epigono *nobile* e fuori dal tempo storico. È come se fosse scattata una corrispondenza segreta e profonda tra la sua formazione sentimentale e letteraria in Puglia e a Roma (con Ripellino) e quei paesi o città *dell’anima*, immaginati o poi conosciuti direttamente nei suoi viaggi all’Est. Così mi è parso di cogliere adesso nel brano che ha proposto di Šklovski (http://www.poliscritture.it/2017/11/07/segnalazione-poesia-e-rivoluzione/#comment-77270). Così negli accostamenti che pubblicò qui su Poliscritture nella serie «Il poeta e la sua città: http://www.poliscritture.it/2014/11/30/il-poeta-e-la-sua-citta-antonio-sagredolecce-1/; http://www.poliscritture.it/2014/12/10/il-poeta-e-la-sua-citta-antonio-sagredolecce-praga-roma-2/; http://www.poliscritture.it/2015/02/07/il-poeta-e-la-sua-citta-sagredolecce-3/.
    Resta il problema di dove collocare queste «mirabilia visionarie» (Loredana Tomei). Sì, «ammaliano», ma – e qui il discorso si fa più complicato – nel panorama frammentato e caotica della poesia d’oggi, dove stanno? Sagredo partecipa attivamente al blog di Linguaglossa, «L’Ombra delle Parole», che ha sviluppato negli ultimi tempi una poetica “quasi di scuola”, denominata NOE (Nuova Ontologia Estetica) che a me pare fin troppo heideggeriana. Vi rientra la sua poesia? Questa collocazione agevola quel «successo “contemporaneo”» che sempre Loredana Tomei auspica? Lascio aperto il discorso. Come è aperto il discorso di come questa sua poesia possa interloquire con altre ricerche poetiche ospitate su Poliscritture. È un tema a cui abbiamo accennato nel documento «Per Poliscritture 2», che stiamo cominciando a far circolare tra gli amici prima della pubblicazione.

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