alla stazione dei treni

 

di Angelo Australi

Era dalla morte di Zio Seneca che il mio vivere in campagna si era ossidato come una pila scarica, tutti quei luoghi visitati con lui adesso non stimolavano più la mia fantasia. Forse dire che li sentivo ostili è improprio, visto che da bambino avevo sempre trovato il modo di trasformarli in un pretesto per inventare dei giochi, ma dopo la sua morte, quando andavo al podere dei parenti, le giornate estive erano diventate interminabili perché certi scorci di paesaggio si dilatavano nella noia fino a comprendere le persone con i suoi umori alti e bassi. Quelle dieci frasi con le quali i parenti avevano sempre comunicato e che da bambino aspettavo a gloria di sentirmi dire, all’improvviso si erano trasformate in macigni che gravavano su uno strano e insopportabile sentimento di inquietudine che non riuscivo a capire. Dopo i diciotto anni tutto il mio vivere dai parenti si era annientato dentro altri interessi, avevo degli amici sparsi in alcune città e la campagna non entrava neanche in parte nelle nostre discussioni. Quando ci incontravamo per assistere al concerto di uno dei nostri gruppi rock preferiti, parlavamo ore sognando di cambiare il mondo attraverso quei suoni e poi, finiti i soldi, rientravo al paese convinto di aver fatto qualcosa di buono.
Forse stavo solo scappando da una netta sensazione di chiuso, comunque niente più campagna, dopo la morte di Zio Seneca. Mia madre era dispiaciuta perché non andavo a far visita ai parenti, ma non potevo agire diversamente; là tutto sembrava accettare la vita e la morte con un’antica rassegnazione, quando invece sentivo che per me la vita, al di là di ogni destino immaginabile, trovava un senso nella musica.
Una mattina, davanti all’ennesima supplica di mia madre che stava organizzando uno dei suoi frequenti viaggi per riabbracciare la sua famiglia, pensai fosse giunto il momento di discutere con me stesso quel periodo dell’infanzia così lontano e ricco di significati importanti, legato a Zio Seneca e a un giro di amicizie con gli adulti da lui frequentati; un periodo che tutt’ora stento a credere non sia mai esistito. Come immaginavo lei ne fu felice. Io un po’ meno, ma questo non aveva importanza. Avevo accettato solo perché mia madre insisteva che i parenti mi vedessero, e forse perché la sua richiesta era diventata ormai un’abitudine che pensavo nascondesse altri problemi ai quali cercava di non dare volto, che si rifiutava di affrontare. Intanto era finita a lavorare in fabbrica per guadagnare un minimo di contributi sufficienti alla pensione, e poi mio padre si era già operato un paio di volte, riducendo considerevolmente le sue energie fisiche da impegnare nel sostegno della famiglia. Anch’io avevo contribuito ad accrescere la sua apprensione verso il futuro smettendo di studiare e cambiando posto di lavoro ogni sei mesi.
Dal pigro che ero e sono rimasto di fronte all’idea di dare degli esami, ancora non avevo preso la patente, così ci andammo in treno. Il nostro viaggio fu preparato con calma. Lei si fece un vestito nuovo per l’occasione: era giallo, tappezzato di fiori rossi che sembravano un incrocio tra il papavero e il tulipano. Era proprio brutto, soprattutto la invecchiava perché non si intonava alla sua semplicità, ma dissi che le stava bene e lei fu felice.
– Che ora fai?
– Le sette e mezzo.
Battei i piedi per terra, come a violentare la noia con una punta di ritmo.
Tutto era fermo in attesa del treno. Con i carretti dei pacchi, tre facchini aspettavano mangiando un panino, mentre il sole, da sopra gli alti palazzi a ridosso del parcheggio, già faceva filtrare dei raggi che si riflettevano sui vetri della stazione.
– Sicché non arriviamo prima delle nove e mezzo. E dobbiamo ripartire alle quattro del pomeriggio, per essere a casa all’ora di cena.
– Comunque mamma, dovrebbe arrivare. Mezz’ora è già un buon ritardo.
– Non ci sarà nessuno a prenderci con l’auto, gli avevo detto che saremmo arrivati un po’ prima delle nove.
– Dovrà passare un altro diretto.
– Il terzo, in capo a mezz’ora. Ci prendono in giro, non ti pare?
– Chi fa dei lunghi viaggi ha la precedenza, mamma, dovresti saperlo.
Trascorsi dieci minuti annunciarono l’arrivo e contemporaneamente si accese la luce verde al nostro binario. Il treno si fermò in stazione con un fastidioso stridere dei freni, e la gente che scendeva aveva l’aria inebetita e stravolta. Un bambino tutto assonnato inciampò nell’appoggiarsi a suo padre, cadendo a terra come un fagotto. Non avendo valige salimmo in fretta per scegliere il posto dove sederci. Lei sospirò e si mise di fronte a me, proprio accanto al finestrino. Le spiegai che un’ora è un ritardo accettabile per sperare che ci fosse ancora qualcuno dei parenti ad attenderci, che al limite, per non fare tutto in fretta, saremmo rientrati con il treno successivo a quello che prendeva di solito. Per cena mio padre si sarebbe arrangiato a prepararsi qualcosa da mangiare, come aveva imparato a fare da quando lei lavorava.
– E te che non volevi venire – disse mia madre sospirando.
– Che c’entra? Mamma.
– Sì, è così, ti sei fatto negare un’infinità di volte prima di acconsentire.
– Non stiamo prendendo due treni diversi, mi sembra infantile adesso andare a rivangare.
– E’ tanto che non li vedi. In questi anni non ti è mai passato per la mente di farci una capatina. Anche da solo, per un saluto.
– Avevo un po’ da fare.
– Non mi pare una buona ragione, Spartaco. Tutti si corre dietro ai nostri impegni, ma non per questo dobbiamo cancellare gli affetti.
– Gli avrai detto come stavo spero, quando sei andata.
– Vuoi che non glielo abbia detto!
– Non ci trovo niente di catastrofico se sono stato un po’ senza farmi vivo. In fondo lo sai, voglio bene ai parenti, da bambino ho trascorso con loro delle estati indimenticabili.
– Dieci anni.
– E con questo?
– Ti hanno ancora davanti agli occhi come un ragazzo, invece adesso gli appare davanti già un uomo – disse lei con una punta di amarezza.
– Faranno un consuntivo veloce -. Sorrisi e le accarezzai la mano che appoggiava al finestrino. – Vedrai che la sorpresa di trovarmi così cresciuto li farà sta bene.
Anche lei sorrise quando arrivò il fischio del capo stazione e il treno si mosse con un leggero contraccolpo che fece stridere le congiunture dei vagoni. Delle persone ancora si attardavano sulla massicciata del nostro binario. Lei aveva il gomito sul finestrino e la mano sul mento, come se in qualche modo fosse intenzionata a fermare il tempo. Ormai dal suo volto era sparita anche quell’espressione di rimprovero per l’attesa, stava solo fissando il paesaggio.
C’era ancora un po’ di estate in quell’aridità dei campi non arati, e in quel cielo azzurro senza nuvole. Mi strofinai appena gli occhi assonnati guardando in faccia mia madre, prima di perdermi anch’io nello scorrere delle immagini dal finestrino. Quelle a ridosso del treno erano così veloci che scorgevo appena delle macchie di colore ora chiare, ora più scure, ma se alzavo lo sguardo l’ampiezza del paesaggio mi dava quasi l’impressione che il treno si muovesse appena.

4 pensieri su “alla stazione dei treni

  1. Australi fa compiere delle osservazioni sul diverso modo di valutare il tempo nelle età della vita. Il presente è il tempo del bambino che si bea dell’affetto dei parenti per qualche anno. Il presente del ragazzo invece dimentica il passato “tutto il mio vivere dai parenti si era annientato dentro altri interessi”.
    Diversi sono i modi di rivolgersi al passato della madre e del ragazzo. Egli è a un certo punto disponibile a tornare al paese, può fare una pausa dentro la vita che conduce ora, si sa diverso ma è curioso su come valuterà la distanza con il proprio sé passato “pensai fosse giunto il momento di discutere con me stesso quel periodo dell’infanzia così lontano e ricco di significati importanti”.
    Accetta in parte l’affetto dei parenti che gli dà continuità con se stesso, egli stesso è gentile verso la madre che tende a ricollegarlo al passato “lei ne fu felice. Io un po’ meno, ma questo non aveva importanza. Avevo accettato solo perché mia madre insisteva che i parenti mi vedessero”. Però rifiuta di approfondire il senso di quel lavoro degli affetti, che lega insieme il tempo, “la sua richiesta era diventata ormai un’abitudine che pensavo nascondesse altri problemi ai quali cercava di non dare volto, che si rifiutava di affrontare”.
    La madre dà poco peso al cambiamento, il suo tempo, anche se spezzettato (“era finita a lavorare in fabbrica per guadagnare un minimo di contributi sufficienti”), è sostanziale continuità. “Si fece un vestito nuovo per l’occasione: era giallo, tappezzato di fiori rossi che sembravano un incrocio tra il papavero e il tulipano” ma il ragazzo la continuità degli affetti la respinge “Era proprio brutto [il vestito], soprattutto la invecchiava perché non si intonava alla sua semplicità, ma dissi che le stava bene e lei fu felice”.
    Riguardo al futuro, la madre lo prevede, con il preoccuparsi getta avanti una lancia per acchiapparlo, mentre il ragazzo vive il presente come cambiamenti scollegati “avevo contribuito ad accrescere la sua apprensione verso il futuro smettendo di studiare e cambiando posto di lavoro ogni sei mesi”.
    Nel finale che rappresenta lo scorrere -del treno e del tempo- sono contemporaneamente rappresentati la velocità del tempo della vita che passa e la fatica dei due, madre e figlio, di fissarlo in immagini.
    Ma, insieme, anche la pochezza del tempo umano rispetto al divenire del mondo fuori di noi: “Mi strofinai appena gli occhi assonnati guardando in faccia mia madre, prima di perdermi anch’io nello scorrere delle immagini dal finestrino. Quelle a ridosso del treno erano così veloci che scorgevo appena delle macchie di colore ora chiare, ora più scure, ma se alzavo lo sguardo l’ampiezza del paesaggio mi dava quasi l’impressione che il treno si muovesse appena” .

    1. Grazie Cristiana,
      oggi mi hai fatto sentire un po’ più poeta che narratore. Forse lo scopo del racconto, rispetto al romanzo, è quello di condensare in un attimo di sintesi una o più tensioni emotive.

  2. …un racconto molto delicato questo di Angelo Australi, quasi in sordina pur parlando di un evento traumatico con conseguente frattura nel tempo di un bambino il quale, insieme alla scomparsa dello zio, vede sprofondare un mondo di affetti. Per ben dieci anni, divenendo nel frattempo adulto, non potrà rivedere quei luoghi, il suo sprofondato eden infantile, la campagna dei suoi giochi…Dovrà faticosamente tessere nuovi interessi per colmare il vuoto, per assorbire la prima immagine della morte, in testa, tra gli interessi, la musica in grado di immettere nell’onda di un tempo scucito…Il treno che riporta il giovane con la madre nel luogo della sua “innocenza” diventa un sorta di macchina del tempo a ritroso

  3. … in sordina, sì, … cara Annamaria,
    … dove si scopre tutto quello che si cela nel quotidiano.
    Nella visione finale del treno c’è comunque la mia idea di letteratura: guardare a distanza , dove ogni particolare ha una sua messa a fuoco riconducibile all’insieme. Tutto questo per fare sintesi.

    un saluto

    angelo

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