Sugli  «inediti 1986- 2016» di Leopoldo Attolico

di Ennio Abate

Ho letto e riletto questi «Inediti 1986- 2016» (qui) con in mente il pensiero che coprono un trentennio di stagnazione e involuzione del Paese in cui viviamo. E li ho poi  riordinati nella lungo una linea che parte dai suoi temi più generali  per giungere a quelli più particolari o locali o intimi. Forzando, dunque, l’ordine  espositivo forse più casuale che l’autore in un primo momento gli ha dato. La mia potrebbe sembrare scelta arbitraria di un lettore tendenzioso. E non la voglio suggerire o imporre a nessuno. Eppure,  così facendo, a me pare di cogliere con più chiarezza che  Attolico, pur nella costanza del tratto lirico-ironico del suo complessivo lavoro poetico,  qui riveli un’oscillazione significativa, perché non è solo sua ma di molti poeti oggi ancora operanti.  Anticipando la mia tesi, a me pare che in questi inediti Attolico si ritiri  nella difesa di un io intimo e della sua autenticità offesa. Lo fa  ironizzando (soprattutto  nei confronti di alcuni letterati di fama, a cui troppo ha guardato) e autoironizzando; ma in alcuni componimenti, che poi indicherò, si toglie il suo abito palazzeschiano  e  svela un  accenno di noi  epico-politico, fondamentalmente cristiano e anticlericale,  che me lo rende fraterno e più vicino ai discorsi sulla poesia esodante, che ho tentato negli ultimi anni.

Nell’ordine che ho dato agli inediti, «Antagonisti mancati» ha per me un rilievo centrale.  Lo leggo come un bilancio di vita (e di poesia). Attolico, mettendosi onestamente nel mazzo, presenta il conto alla propria generazione, che – è facile intenderlo – ha vissuto “da sinistra” i  moti del ’68 e forse del ’77 ; e s’è poi dispersa o accomodata negli interstizi  ad essa lasciati  dopo il “riflusso” e la fine dei cosiddetti “anni di piombo”, mugugnando –in versi o in romanzi – ora l’impolitico ora l’antipolitica.  Questa folla anonima che aveva riempito di sé tante piazze d’Italia – dice Attolico – è fatta di «guastatori»  o garibaldini mancati (ah, immaginario ottocentesco d’antan!). Egli non è uno che rampogna  i suoi simili. Nei loro confronti usa un’obliqua e leggera ironia, quasi rococò. Allude, benevolmente, a «dame e cicisbei», non a escort e puttanieri. E anche se – solo un attimo – si lascia sfuggire l’invettiva plebea («Gli sono mancate le palle»), vira poi sul lessico medio-alto temperato e allusivo della tradizione letteraria («vane parole», «disaffezione»).  Questa sua denuncia/autodenuncia degli «orrendi anni ’80» (craxiani) non ha nulla di spietato, dunque;  e s’avvicina di più a una mezza assoluzione delle piante storte che, secondo Kant, sono gli umani.

 «Io e loro» conferma  questo ambiguo ma quasi inattaccabile «destino di riconoscerci inadeguati». Cosa si può fare «in questa epoca di emotività a entropia crescente»? Sì, evitare ogni « strep tease intellettuale»,  non rifugiarsi  nella « cuccia calda di sentimentalismo deamicisiano» (ancora l’immaginario ottocentesco!). Ma il suo atteggiamento – mi permetto di dire – amabilmente moderato – fa venire in mente la medesima complicità emotiva tra umani, purtroppo contrapposti da intricati conflitti sociali e politici, che espresse in «Sant’Ambrogio» un altro autore – toh! – sempre dell’Ottocento, Giuseppe Giusti. Ed è Attolico stesso a confermarlo in un suo auto commento: quel «silenzioso sfiorarsi di gomiti» tra noi e loro «vorrebbe indicare una complicità (o comune solidarietà) nella precarietà espressiva che da sempre ci occupa». Attolico tende ad attenuare, a non esagerare nella polemica con  gli altri (letterati di solito), ad attestarsi  in una difesa  ferma, quasi soave del valore gentile (non però aristocratico) della poesia e della sua profonda e magica convinzione che le parole hanno un’anima;  e si caricano esse direttamente  dei sentimenti offesi del poeta d’oggi: «hanno un profondo senso della vergogna/ e soffrono se usate male».

Il tono basso e sobrio, il rimprovero un po’ smorzato, lo si ritrova pure in «Elucubrando». In questo componimento quasi teatrale, accompagnandola per mano, insinua sornione la plebea e tradizionale (perché ormai già sostituita dal più aggiornato «vaffa») «pernacchia»   nel consesso dei dotti  discorsi sulla «fine del logos». Ed enuncia una sua amara e allarmante diagnosi. Signori miei, sembra dire, non è che questo significante oggi «onomatopeicamente vincente» va  collocato «nel novero/ di una evoluzione della comunicazione» , sanzionando così «il superamento della parola/ la fine del logos»? E, si sottintende, di un predominio corporativo?  Stessa compostezza in «Minimalismo metropolitano». Il minimalismo di Attolico fa entrare in poesia un episodio banale di maleducazione civica ma lo narra con leggerezza  signorile. All’antica, direi, perché l’osservatore/ narratore non rende pan per focaccia al giovane “barbaro”, ma ironizza su se stesso («faccio notare sommessamente») e si rifugia nella fortezza idealistica ma salda dell’interiorità («perché sono giovanissimo dentro»).

L’ ironia  si fa più raffinata  e mimetica nei testi dedicati a poeti e i critici  di fama.  Lungi dall’abbaiare come il ragazzotto di «Minimalismo metropolitano», costoro appaiono ingessati in  pose e  concetti che scatenano l’irriverenza pacata di Attolico. In «Al Zanzotto di “Eurosia”» Attolico vede un’intera epoca scivolare «nell’imbuto geometrico/ e ossessivo del nulla» . All’inquietudine metafisica di Ceronetti  (ah,«il riverbero dell’essenza, dell’assoluto»!)  para contro la  parodia della manzoniana morte di Cecilia  («ecco scendere dalla soglia di uno di quegli usci in erba»). E giocherella con l’analogia tra nomi di letterati e termini botanici ( «tra Erba Gramigna e Malerba») o con le diatribe delle scuole letterarie («a dirci che la poesia è morta/che è stata sepolta dalla Linea Lombarda»). L’abbassamento sempre parodico è insistito fin quasi all’autolesionismo  in « Ungarettiana»: «Una intera giornata/ con l’assenza di carta e matita penetrata nell’ossa/ buttato su una panchina dei giardinetti pubblici/ a guardia dei nipotini che si mangiano la ghiaia». Qui un altro tratto della ricerca poetica di  Attolico. Diciamolo:  è  un letterato forse un po’ pentito che bersaglia la famiglia litigiosa  e spesso vanagloriosa dei letterati in carriera. É qui forse  il  suo tallone d’Achille. Perché a me pare sempre troppo pronto a passare dagli spunti (minimi) che gli offrono le  immagini  quotidiane e le piccole visioni metropolitane («Storni su Piazza dei Cinquecento»)  al suo immaginario  letterario o artistico , che ama o  ha fin troppo amato. Stando un po’ al suo gioco, anch’io  irriverente,  gli chiederei: ma perché la visione del volo degli storni dovrebbero rimandare proprio a «un palinsesto surrealista, dadaista, impressionista»? A chi potrebbero suggerire un’allegoria se non al poeta Attolico, che ha il bisogno di dire, in versi e non  mediante i saggi petulanti o troppo ruminati dei suoi colleghi, la sua elementare intuizione:  quegli anarchici uccelli «sono, in fondo, la poesia »? E lo stesso procedimento si ha in «Ti amo»: una comune dichiarazione d’amore fa presto cortocircuito personaggi della scena letteraria amati o da stuzzicare (Emilio Villa, Patrizia Valduga). E pure in «Antelucana» dove, al posto degli storni, troviamo «gabbiani impertinenti», che già  alle «cinque del mattino» se la ridono del «poeta rampante» e del  «critico famoso» colto nella prosaica incombenza di portare il cane a fare la pipì.  Questo modo sempre elegante di sfiorare il tema della competizione intercorporativa tra letterati un po’ mi sa d’esorcismo e di volontà di riscatto da deferenze giovanili,  un po’ mi pare  un modo  vitale e anche orgoglioso di ribaltare  la seriosità di certi dibattiti accademici ma anche para-accademici o persino anti-accademici sulla poesia. ( Ma mi va di precisare che la serietà dei discorsi svolto nel tempo da Hegel, Lukács, Adorno, Fortini, qui è fuori scena).

Anche in «Un attimino» ritrovo lo stesso tono seducente, che parte dal parlato («Niente di che, è solo un attimino»), ma poi subito un po’ cede all’allitterazione facile («spettacolo verbale verso il quale»; «passato in giudicato»). La denuncia  per la riduzione della parola a « spettacolo verbale » (e quindi integrata pienamente nella società che ormai di spettacolo pare vivere) è fatta in sordina; e credo con rassegnazione, come se Attolico cogliesse che questa tragedia della perdita di centralità della parola rispetto all’immagine  sia irreversibile. Dove, infatti,  un «attimo fuggente»   potrebbe diventare «insopportabilmente lungo», se non in un contesto  in cui tutto o quasi è diventato effimero o liquido? Anche in «Maggio di rose e cavolfiori»,  l’accostamento carnevalesco fa ancora il verso al linguaggio  elevato («s’immilla (!) di colore e insofferenza»), ma l’ha vinta la rassegnazione a una dimensione che sta tra il casalingo  e il cabaret  e «il tempo dell’afrore del cavolfiore da fornello/ ci riporta sulla terra» ha un sapore amaro.   Se «Ego te absolvo»  suggerisce un’allusione pudica a vissuti di adolescenze cattoliche, «Per una cultura della pace» imbocca, invece, quella che mi pare l’altra strada, in questi inediti appena accennata, della ricerca poetica di Attolico. Qui  è come se  si allontanasse dalla critica divertita o esorcistica al mondo letterario. Sembra  puntare ad un innalzamento dei toni,  invece che al reiterato abbassamento presente nei testi precedenti. Lo spettacolo della «pace a gogò» evoca  al contrario il fantasma storico rimosso:  la guerra, che avrebbe bisogno di ben altro  e « non di aria fritta che starnazza e blatera» .

E, quasi inaspettatamente per me,  in «Pasqua ’93»,  un componimento facilmente collegabile alla tragedia della Bosnia e alla già dimenticata pulizia etnica contro i civili musulmani progettata dalla leadership dell’autoproclamata Repubblica Croata dell’Erzegovina-Bosnia  tra maggio 1992  e marzo 1993, che comportò omicidi di massa, stupri, reclusione  in campi di concentramento (che fanno andare subito una mente politicamente vigile a quelli d’oggi in Libia), il tono si fa serio, l’enunciato esplicito e quasi prosastico. Si lasciano perdere le rime, le assonanze e i  giochi di parole; e la denuncia  è secca: «Gli uomini di chiesa hanno paura di pensare / e ripetono l’insignificante; gli uomini di cultura e di scienza/ non credono più che si possa pensare il destino;/ al massimo consentono che lo si subisca /come un banale avvenimento, come cronaca minore/ che subentra quando la Storia non ha più volto/ Vi è un crocifisso che non risorgerà nella Pasqua del ’93;/ il popolo di Bosnia». C’è vicinanza emotiva alle vittime del dramma storico da parte di un poeta cristiano, deluso e anticlericale. Lo stesso atteggiamento serio  ne «La gioia nei colori» in ricordo  dell’amico Achille Serrao. L’aggettivazione pur letteraria si conclude in una immagine  d’infanzia: «in gioia inestinguibile/ effusiva come una scolaresca di bambini in gita». E infine, in  «A mio figlio»,   sgorga  serenamente l’affetto. Attolico non deve fare più  i conti in pubblico con  letterati avversari  o concorrenti. Si ripiega sul familiare. Prevale la delicatezza, sia pur nella compresenza dell’autoironia: «Sono una guida che sbanda/ e dimentica i fondamentali».

Tra i vari tentativi di sperimentazione della poesia contemporanea in Italia questi condotti da Leopoldo Attolico mostrano, come  ha scritto su un sito Web uno dei suoi tanti  estimatori, «leggerezza, commozione, raffinatezza, ma anche ironia, intelligenza, amore». La volontà della sua poesia di «farsi storia di tutti» si volge a toni fanciulleschi,  gentili, garbati e dialoganti. Siamo agli antipodi delle  sperimentazioni intellettualistiche o dalle poetiche che oggi si crogiolano nei neo-heideggerismi e nei  neo-neo-avanguardismi. Attolico è lontano sia dagli ermetismi  che dalla cosiddetta “poesia civile”  più gridata  o profetizzante.  Punta ad una comunicazione  minima e cordiale fondata su un sostrato umanistico basilare.  Il suo è un sottrarsi:  resilienza, nel senso di assorbire gli urti della vita, invece di resistenza; un tornare onestamente (Saba) a se stessi, all’intimo, per – suppongo –  l’inesistenza di un noi politico e culturale capace di fronteggiare il caos globale che ci ha investito come individui e come società. C’è, tra i suoi lettori, chi sottolinea  che il suo tono è  « soffuso e malinconico, mai però lacrimoso». Chi ne apprezza la « limpidezza a volte quasi petrarchesca» . Ho letto anche di chi, oggi,   trova questa  lirica desublimante troppo legata al pensiero debole e preferisce l’Attolico più  graffiante (aggettivo quanto mai letterario anche questo) di una volta. In effetti, l’allontanarsi dal ‘68 ha posto a molti e anche ad Attolico il problema di  uscire da una presunta innocenza giovanile. E questi inediti  sono poesie per adulti, direi. Di fronte al proseguire  e moltiplicarsi delle guerre e al penetrare nella vita quotidiana e non solo nella comunicazione  di una violenza sempre più determinata, a me non pare più che ci sia da «risparmiare al lettore l’impatto dell’emozione e ridarla con la delicatezza» o con  la calviniana leggerezza; e che neppure basti più  giocare di fioretto contro le «finzioni perbeniste della buona società letteraria». Non per questo suggerirei ad Attolico d’intraprendere «la via del fustigatore dei mores» ( Linguaglossa). Nel  suo essere rimasto «legato ai semitoni della leggerezza e della sua personale visionarietà» (sempre Linguaglossa) leggo un impegno a trattenere qualcosa di prezioso delle rovine dell’epoca che si allontana alle nostre spalle e ad   evitare la sterilità della denuncia altisonante o snob senza reali riscontri nella realtà e nei lettori comuni. E per questo lo sento fraternamente vicino.

2 pensieri su “Sugli  «inediti 1986- 2016» di Leopoldo Attolico

  1. La cosa che più mi gratifica è di aver dato , con il mio lavoro , delle motivazioni alla riflessione di Ennio Abate ; di aver sollecitato l’acribia che tutti – credo – gli riconosciamo .Di questo lo ringrazio non poco ; la sua vicinanza mi da molta serenità dopo tanti anni di lavoro , e questo è importante per me .
    Un pensiero cordiale
    leopoldo –

  2. Ennio Abate chiarisce in apertura del suo saggio critico sulla Poesia di Leopoldo Attolico quale sia la sua chiave interpretativa, dicendo del ” trentennio di stagnazione e involuzione del Paese in cui viviamo”. Altri avrebbero scritto, parafrasando, del “trentennio di stagnazione e involuzione della poesia italiana”.
    Colgo in questa differenza l’impostazione marxista con la quale ho sempre amato confrontarmi – fin da ragazzo, quando ebbi a che fare con il critico Raffaele De Grada, il quale, in sede d’esame, smobilitò in poche mosse alcuni miei azzardi interpretativi. Col risultato che , poi, mi ritrovai ad avere un doppio, un triplo e un quadruplo problema di coscienza, tutti riguardanti fede e ragione –. Ma ben venga il pensiero prospettico di una critica di chiara impostazione, sono molte le domande a cui non si riesce a dare nuova risposta.

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