Gli scemi del villaggio

di Alesssandro Scuro

Sul finire del millennio passato, sulla TV italiana, circolava una campagna pubblicitaria a favore dell’alfabetizzazione informatica. Nelle immagini, una pecora sfuggita dal gregge viene rincorsa con un gran baccano, fin nella stalla, dal suo giovane e goffo pastore, che la sorpende alle prese con quello che, a distanza di vent’anni, appare come un modello decisamente antiquato di computer. Il pastore afferra allora l’animale e finge di tosarlo con il mouse, fino aquandolo schermo, animato da una faccia a mappamondo, lo interpella divertito divertito: «Ehi, e tu chi sei!? Lo scemo del villaggio globale?»
Erano gli anni in cui il personal computer diventava strumento indispensabile della quotidianità, vuoi per lavoro, per studio, per passione o per svago, o tanto più semplicemente per adeguare il passo al ritmo del mondo nella sua sfrenata corsa. Oramai affermata e diffusa come assistente nelle faccende casalinghe e come fonte preponderante di intrattenimento, la tecnologia domestica si trasformava allora per tutti in strumento di memoria, conoscenza, comunicazione e interazione con il mondo.
Quel futuro che appariva incredibilmente prossimo alla svolta del millennio, è oggi una realtà più che consolidata e già obsoleta.
Confrontando quella pubblicità progresso con un’altra, attuale, di un marchio che del progresso in questione è uno dei protagonisti indiscussi, si potrà abbracciare la misura dei mutamenti occorsi nell’ultimo ventennio. Il video narra in pochi secondi la giornata di una ragazzina che non si separa mai della sua tavoletta elettronica: scatta foto, parla e interagisce in diretta con amici lontani, studia e si svaga, maneggiando costantemente il dispositivo con incredibile agilità e con evidente consuetudine.
Quello che differenzia principalmente la generazione adolescente quando la prima pubblicità andava in onda dai coetanei odierni non è tanto l’uso o l’abuso della tecnologia sviluppatesi nel frattempo, quanto più l’atteggiamento nei suoi confronti, alla consapevolezza del loro uso o, più precisamente, in merito a possibilità alternative alle suddette tecnologie. Se i primi conservano ricordo del mondo analogico dell’era pre-internettiana, a cui guardano spesso con una nostalgia senza rimedio, ai secondi manca l’esperienza di quel mondo già arcaico, antiquato e senza interesse, ai loro occhi inutile e inutilizzabile ai fini del presente. Il successo della tecnologia non risiede soltanto nella sua capacità aggiornarsi e modernizzarsi a velocità sempre più vertiginose, ma soprattutto nella capacità conseguente di far apparire normale, scontato e naturale quel che fino al momento precedente era inarrivabile; di far apparire trascurabile, limitato e inservibile tutto ciò che fino ad allora era consuetudine.
Il giovane pastore ha l’entusiasmo della prima volta quando ribatte orgoglioso al computer, recitando in un buon inglese l’ordine appena ricevuto dal Canada e stampato in un clic. La ragazzina sola nel giardino di casa all’imbrunire, costantemente ipnotizzata dal suo dispositivo, raccolto uscendo al mattino e mai deposto durante l’intera, denota la dimestichezza tipica di un rapporto consumato. La solitudine può essere attribuita in larga misura alla sua attività, e sono credibili i vantaggi che la tecnologia gli fornisce in termini di nuove possibilità e di relazioni insperate altrimenti ed impensabili fino al momento. Nel secondo caso è sintomatica l’assenza di contatti umani diretti, e le presenze che fanno da contorno nei luoghi affollati, appaiono solo per pochi fotogrammi senza provocare nessuna interazione; nemmeno la figura sfocata della madre, che la sorprende sola in giardino ancora incollata allo schermo del suo dispositivo, né il dialogo istantaneo che conclude il video sembrano rassicurare sotto quest’aspetto.
«Che cosa fai al computer?». «Che cos’è un computer?»
La tecnologia condiziona la memoria per il suo potere di far apparire naturale e scontato quel che non lo è affatto, di rendere inesistente, inefficace o indesiderabile quel che fu, sostituito senza rimedio o conservato intatto senza possibilità di mutamento. La possibilità di vivere senza tecnologia, di criticarne l’uso o perfino di distruggerla esiste ed è praticabile, ma ognuna di queste opposizioni sembra comunque giocare a suo favore. Se la tecnica è la capacità di adattare la natura alle proprie esigenze, la tecnologia è l’esigenza di adattare la propria natura ai dettami del progresso, l’imperativo al quale adeguarsi. Non è dunque per nostalgia che ci si dovrebbe rivolgere al passato, con rassegnazione o con rimpianto, ma colmi delle speranze che esso conserva intatte, disperati dalla mancanza di alternative nel presente. Può esser questo il passatempo degli eterni insoddisfatti in momenti di benessere diffuso, ma resta l’ultima arma degli impotenti quando l’urgenza del pericolo si fa viva. In tempi di memoria virtuale, di obsolescenza programmata e di intelligenza artificiale è necessario considerare e discutere l’influenza della tecnologia, dell’ideologia del progresso, sui comportamenti e sulla memoria umana, questionarne l’arbitrarietà e la presunta legittimità. All’interno della sua logica è impossibile contraddire il discorso del progresso ed ogni ipotesi alternativa decade per inconvenienza più che per impossibilità. Ogni strada resta praticabile, ma uno soltanto è il cammino che porta al benessere. Rinuncia alla garanzia dei suoi benefici chiunque tenti di appartarsi dal suo percorso o chi, per ragioni aliene alla propria volontà, non ha accesso al suo sistema. Trascurato e bandito dalla memoria tutto quel che non giustifica la sua storia; escluso, deriso, compatito, impedito od ostracizzato, chiunque non aderisca alle sua logica.
Isidore Isou, il fondatore del Movimento Lettrista, non passerà mai alla storia come il più grande creatore di tutti i luoghi e di tutti i tempi, come avrebbe voluto, ma gli andrebbe comunque dato atto di alcune intuizioni non disprezzabili ed ancora valide. Tra queste va certamente inclusa l’analisi contenuta nel primo dei tre volumi del suo Traité d’économie nucléaire, intitolato «Le soulèvement de la Jeunesse», teoria che gli valse i primi plausi parigini, oltre all’adesione di elementi di ogni sorta ad arricchire la schiera dei suoi primi seguaci.
Isou considera il senso di inadeguatezza tipico della gioventù, al momento di inserirsi nel sistema lavorativo, e di accedere all’insieme di relazioni e rapporti che la vita adulta comporta, estendendolo, al di là del dato generazionale ad umanità più vasta. L’analisi di Isou riguarda tutti coloro i quali, per rifiuto, per incompetenza, per impossibilità, non ricoprono alcun ruolo di utilità all’interno della società, restandone esclusi, totalmente o in parte, incapaci di integrarsi al sistema, e altrettanto impediti, nel tentativo di rendersene indipendenti. È a questa massa disgregata di persone, trascurata dagli studi e dalle statistiche come irrilevante ai fini dell’economia, unita da frustrazione e disagio, che Isou assegna il ruolo di propulsore degli stravolgimenti previsti dalla sua teoria. Un mutamento totale può essere provocato soltanto da coloro che, pur dovendo sottostare alle regole della tecnologia, del benessere e del progresso, e alle loro conseguenze non ne traggono alcun giovamento, nessun profitto né vantaggio. Gli esterni, come li definisce Isou sono l’unica vera forza rivoluzionaria, pronta a scommettere non avendo nulla da difendere.
Isou prevedeva uno sfogo “positivo” delle loro ambizioni avrebbe generato un’esplosione di possibilità infinite e infinitamente incrementabili; in caso contrario, però, se si fosse seguitato ad osteggiarle e soffocarle, quelle stesse ambizioni sarebbero diventate l’alimento di un rancore e uno spirito di rivalsa che avrebbe allungato le file di un «commando di suicidi», nella definizione tristemente profetica di Gabriel Pomerand.

Un pensiero su “Gli scemi del villaggio

  1. … trovo molto interessanti le riflessioni di Alessandro Scuro, quando mostra, attraverso la descrizione di due pubblicità televisive trasmesse a distanza di venti anni, come la stessa tecnica, divenuta ormai tecnologia, da amica dell’essere umano si trasformi in nemica..Da fruitori di utili invenzioni diveniamo ostaggi dei medesimi, servi del sistema, delle sue mode, del consumismo che vi si propaganda…Concordo inoltre con A. S. quando dice, in riferimento all’abbandono di uno stile di vita naturale, ma considerato superato: “…quel che fu, sostituito senza rimedio o conservato intatto senza possibilità di mutamento..” Trovo infatti che l’evoluzione dell’essere umano che, in qualche modo prosegue dalla preistoria, si sia arrestata: memoria compromessa, come vere possibilità di conoscenza e di scelta…Isidore Isou, in anticipo sui tempi, mise in guardia su tale pericolo e affermo’ che l’unica possibilità di inversione di tendenza fosse nelle mani degli “scemi del villaggio”, volontariamente o involontariamente tali, digiuni da eccesso di modernismo, a volte non inseriti nella società lavorativa…Non so se siano i soli in grado di promuovere un vero cambiamento di rotta ma in parte credo di si’…A volte, per assurdo, mi viene da pensare che gli animali che non sono sottoposti al nostro stress da tecnologia invasiva e da prestazione forzata, continuino la loro naturale evoluzione riuscendo magari un giorno a superare per intelligenza globale gli esseri umani, comunque animali assai cocciuti e poco saggi

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