Da “Il coraggio di essere padre”

di Lidia Are Caverni

Esiste un mondo di sentimenti lievi e impalpabili  sotto la coltre  pesante di quelli che i mass media ci impongono. Sono spesso relegati  nelle pagine delle riviste rivolte alle donne.  Lidia Are Caverni ha provato ad esplorarli con soavità   in un romanzo pubblicato nel maggio 2018 dalla Casa Editrice Progetto Cultura di Roma. Farà a pugni con i contenuti di altri post fin troppo  angosciosamente immersi nel caos della vita politica e sociale, ma il suo spazio su Poliscritture  nessuno glielo toglie. [E. A.]

Cap. XIII

La madre che gli guardava dentro, cercava di farlo parlare. Inutilmente, Bruno rispondeva a monosillabi.
“Come sta Vittoria? E’ andato bene il parto?”
“Sì, sta bene, il parto è andato bene.” Rispondeva il figlio.
“Com’è il bambino?” Insisteva la madre.
“Brutto.”
Giuliana rise:
“Tutti i bambini sono brutti quando nascono. Aspetto di vederlo io.” “Ma tu” proseguì con la preoccupazione nel cuore “non sei contento.”
Bruno fece cenno di sì poco convinto.
“E’ che eravamo abituati solo noi due.”
La madre fu brusca:
“E ora siete in tre.” Poi addolcendosi “Vedrai che gli vorrai bene. Portalo fuori, gioca con lui, vedrai che andrà tutto bene.” E aggiunse “Voi ragazzi avete un modo diverso di vivere la famiglia, molto più aperto dei miei tempi. Vedrai che Lucio ti piacerà.”
Per ora Bruno non era convinto, ma non lo disse. E la madre lo lasciò stare.
I tre giorni, come tutte le cose, passarono.
Andava il più possibile in ospedale.
Assisteva alle poppate. Vittoria aveva latte in abbondanza e il bambino succhiava appoggiando la piccola mano al seno della mamma.
Bruno avrebbe voluto dirgli:
“Guarda che il seno di tua madre è sempre stato mio, non sentirti troppo importante.” Ma non poteva e metteva via.
Andò a prenderli in ospedale e prima di salire le scale Vittoria gli disse:
“Prendilo tu. Così ti abitui.”
Prese il bambino fra le braccia con precauzione con la moglie che lo guardava sorridendo.
“Che effetto fa?” Gli chiese.
“Buffo” e infatti strano si sentiva con Lucio che dormiva con i pugnetti stretti. Non si era neppure accorto di aver cambiato braccia.
Incominciò così la vita in tre. In modo tutto sommato tranquillo. Lucio non piangeva quasi mai, solo per reclamare la poppata. Subito dopo si riaddormentava. La notte, verso le tre si svegliava e Vittoria si alzava per dargli il latte. Restava un po’ con lui perché non avesse rigurgito e tornava a letto.
Lo emozionò vederlo spogliato, il piccolo pene perfetto attorniato dalle olivette bruno-rosate. Gli faceva piacere che fosse un maschietto e gli diceva:
“Ora siamo due uomini in casa, la mamma è in minoranza.”
Ma Vittoria quasi indovinando i suoi pensieri, aggiungeva:
“Siamo a tempo ad avere una femmina.”
Bruno si adombrava:
“Scordatelo.” E Vittoria rideva.
Si accorse che vivevano alle dipendenze delle esigenze del bambino: poppate con i loro orari, pappette che pure garantivano il sonno notturno, i primi dentini che lo rendevano inquieto, i gattonamenti per tutta la casa, i primi passi.
“Bene” disse Bruno “ora possiamo uscire a manina.”
Uscivano spesso, tutti e tre, nei giorni di festa e non poteva dire di non essere contento.
Se poteva, scansava Maria e Gino che pure abitavano vicini. Erano al settimo cielo per il prossimo arrivo. Sarebbe stata una femmina e dicevano:
“Così faremo la coppia con voi.”
Ma facevano un sacco di smorfie a Lucio e una volta, Gino fece gli occhiacci e lo fece piangere.
Bruno si inalberò e consolò il bambino prendendolo in braccio.
Tuttavia c’erano ancora zone d’ombra. Lucio e la moglie erano una cosa sola e ancora una volta si sentiva escluso.
La prima parola che il piccolo disse fu:
“Mamma.” Per dire “papà” dovettero passare uno due mesi.
Erano minime cose che pure pesavano dentro di lui.
Ricordava le parole della madre: “Ora siete in tre” e avrebbe voluto che fosse così, invece spesso si sentiva due e uno che non trovava il suo spazio.
Eppure gli amici, i parenti gli si stringevano attorno complimentandosi con lui. Ma non provava l’orgoglio di maschio che forse gli altri provavano.
Amava sempre Vittoria con tutto se stesso e le notti smozzicate erano per loro, ma non riusciva a sentirsi compiuto come avrebbe potuto essere.


Nota dell’autrice
Il romanzo è dedicato ai miei due figli Marcella e Lorenzo  e ai giovani che si aprono alla vita. Ho voluto che fosse un romanzo positivo che i giovani, quanti non hanno bambini per paura di affrontare la vita, potessero sentire vicina la vicenda di Vittoria e Bruno.

Un pensiero su “Da “Il coraggio di essere padre”

  1. …contiene molta tenerezza questo racconto di Lidia Are Caverni, ma non soltanto. L’autrice riesce a dire con semplicità il percorso piuttosto diversificato di una madre e di un padre durante il primo anno di vita del loro bambino. La madre vive il rapporto con il figlio in maniera simbiotica, soprattutto se lo allatta,e il loro legame è strettissimo, mentre il padre ha con il figlio un rapporto più complesso, in cui, nel racconto, viene evidenziato “il coraggio” di tenersi un po’ in disparte, senza entrare in competizione, aiutando, ma rispettando quel duo da cui pur si sente in qualche modo escluso. Una sorta di distanza premurosa e trepidante. Ma arriva il giorno dei primi piccoli passi: “”Bene” disse Bruno” ora possiamo uscire a manina”” S’intende, tutti e tre insieme…Ora conta il sostegno di entrambi. Restano zone d’ombra, ma è la vita..

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