In morte di Samir Amin

di Giorgio Riolo

La morte di Samir Amin arriva nel pieno dell’acuirsi della contrapposizione tra “mondialisti” e “nazionalisti” (o “sovranisti”). Lo provano le diverse sottolineature di alcuni commenti che ho letto. Quello di Luciana Castellina, grande amica personale di Amin, che insiste sul suo ammonimento: «Dobbiamo costruire la V Internazionale» e sulla sua ultima sfuriata contro i catalani: «L’ideologia dominante – ha scritto ancora pochi mesi fa – ha così raggiunto il suo obiettivo: sostituire alla priorità della coscienza sociale il primato di altre identità, in questo caso nazionale. E’una deriva tragica». E quello, invece, di Piero Pagliani, che lo tira – a me pare – un po’ troppo dalla parte dei sovranisti: « Se si rileggono i suoi scritti e i suoi libri, non è difficile notare che il delinking suggerito da Samir Amin ha molti aspetti in comune con la necessità di ritornare alla sovranità nazionale che acquista sempre più consensi anche nei Paesi del centro capitalistico storico», anche se precisa che «le ottiche progettuali spesso sono molto distinte da chi oggi rivendica un ritorno a questa sovranità, dato che l’ottica di Samir Amin era marxista e socialista». In attesa che, anche su Poliscritture, si possano riprendere discussioni serie sui pensatori che non hanno rinunciato agli strumenti marxisti, pubblico questo ricordo di Samir Amin scritto da Giorgio Riolo, che l’ha conosciuto e ha studiato le sue opere. [E. A.]

Scrivevo a suo tempo, alla scomparsa di François Houtart, che era difficile riassumere la ricchezza di una vita, pensiero e azione, così straordinaria. Così si può esordire per la figura altrettanto straordinaria di Samir Amin,  metafora dell’emancipazione umana e dei popoli delle periferie in primo luogo.

Houtart e Amin, accomunati dall’impegno internazionalista, dall’avere il mondo come orizzonte e come casa. Mondo tuttavia irrimediabilmente diviso, a causa dello sviluppo ineguale, del colonialismo e dell’imperialismo, tra centri sviluppati e periferie condannate al sottosviluppo, tra Nord e Sud. Accomunati dall’aver concepito e fondato nel 1997 il Forum Mondiale delle Alternative, organismo precursore dei successivi Forum Sociali Mondiali. Persone (compagni, amici) fortunate, come dice Massimiliano Lepratti, valente studioso italiano dell’opera di Amin. Hanno dato tanto, e molto continueranno a dare, e molto hanno ricevuto, dalla vita così intensa e così degnamente vissuta.

Ciò che ora possiamo fare, subito dopo la triste notizia della scomparsa di Amin, è solo un doveroso rendergli omaggio in poche righe. Ben altra riflessione, ben altro impegno, in incontri, seminari, saggi, occorrerebbe dedicare a una delle maggiori personalità del Novecento. Giunta intatta, nello spirito, nella lucidità mentale e nell’impegno militante, ai primi decenni del terzo millennio.

Dire marxista e comunista è sicuramente giusto. Ortodosso/eterodosso a suo modo. Militante infaticabile e grande intellettuale. Le formule, le etichette, le definizioni sono importanti e orientano, ma sono anche gabbie che imprigionano. Samir era figlio del suo tempo. Profondamente convinto che la storia reale e la cultura determinano, agiscano sempre, non solo i modi di produzione, non solo il determinismo economico ecc. Allora il suo profondo convincimento, l’intimo orgoglio di appartenere a una grande civiltà millenaria, come quella egizia – egiziana, seppure fusa nelle successive acquisizioni delle idee chiare e distinte dell’illuminismo e della rivoluzione francese (la parte materna e l’educazione scolastica e universitaria) e del patrimonio ideale e culturale del marxismo, del movimento operaio, dei movimenti di emancipazione dei popoli coloniali.

Per capire la sua critica a quella che definiva “alienazione economicistica”, tra i tanti suoi saggi, basta ricordare le belle pagine dedicate alla cultura, alla religione, alla filosofia, alla politica, alla ideologia in generale, contenute nel libro fondamentale L’eurocentrisme. Critique d’une ideologie (e qui un personale rammarico per non averlo tradotto e promosso assieme ai tanti libri, saggi, articoli tradotti e promossi come responsabile dell’Associazione Culturale Punto Rosso, ma si può adesso rimediare). E la decisiva nozione di eurocentrismo è una delle chiavi per capire la storia globale, per capire il colonialismo e l’imperialismo. E per capire anche molta deformazione di alcuni marxismi e di alcuni movimenti operai, socialisti e comunisti.

Dalla tesi di laurea degli anni cinquanta, poi confluita nella prima grande opera L’accumulazione su scala mondiale. Critica della teoria del sottosviluppo (in Italia presso Jaca Book), al punto fermo teorico de Lo sviluppo ineguale (nel 1977 presso Einaudi), alla collaborazione dei primi anni ottanta con Immanuel Wallerstein, Andre Gunder Frank e Giovanni Arrighi per Dinamiche della crisi globale (adattamento presso Editori Riuniti), a La teoria dello sganciamento (il termine italiano che adottammo per rendere la nozione fondamentale di deconnexion, delinking, la necessità per i paesi e i popoli delle periferie di rompere con la logica dello sviluppo capitalistico e di ricercare un modello di “sviluppo autocentrato” ecc.), ai tanti libri nei quali, tra la fine degli anni ottanta e gli anni novanta, hanno sostanziato la sua critica radicale del neoliberismo, dell’egemonismo e unipolarismo Usa e del suo “controllo militare del pianeta”, del sempre più evidente divenir “obsoleto” del sistema capitalistico, malgrado la vittoria definitiva sul sistema sovietico, del quale Amin è stato uno dei più intelligenti critici ecc. Il capitalismo realmente esistente altrettanto obsoleto del socialismo realmente esistente.

La tendenza a uniformare il mondo, a omogeneizzare – omologare il mondo,  da parte del capitalismo e dell’imperialismo ha prodotto e produce reazioni identitarie, “culturalistiche” come dice Amin, da parte dei popoli oppressi. Da qui il pericolo di fenomeni come l’islam politico e le tante sue forme fondamentalistiche, fuorvianti e oppressive. Le sue analisi del fenomeno dell’islam politico e in generale del mondo arabo rimangono come pietre miliari del suo itinerario politico e intellettuale.

Per un mondo multipolare, per la ripresa dello spirito della “era di Bandung”, per il costituirsi di un polo “antiegemonico” (contendente l’egemonia Usa)  anche se non “antisistemico” (anche se non anticapitalistico), in prima fila Cina, India, Russia, per un’Europa come progetto autentico e non rispondente ai bisogni dell’egemonia della Germania, ai bisogni del neoliberismo ecc. Per il rinnovato risveglio e protagonismo di Africa, Asia e America latina. Il suo impegno in tal senso è stato negli anni recenti senza posa.

Allora. Innovatore, nel solco di Marx, senza dogmi e senza scolastica. “La vocazione africana e asiatica” (semplificata in “terzomondista”) del marxismo, la teoria del valore mondializzato, lo scambio ineguale, correlato al valore mondializzato, lo sviluppo ineguale, il ruolo delle campagne e dei contadini nelle varie rivoluzioni avvenute (Russia, Cina, Vietnam, Cuba, Algeria, Nicaragua ecc.) e nei movimenti di liberazione come progetti nazionali e popolari nelle varie aree del mondo. Solo per elencare alcuni di questi avanzamenti e apporti oltre i vari marxismi irrigiditi, ripetitivi, dogmatici, eurocentrici.

Ma Samir era un rivoluzionario anche nella persona. Disponibile, ilare, ironico, gran narratore, non logorroico, attento e pronto ad ascoltare. Egizio-egiziano, appunto. Il capitalismo ha contribuito fortemente a sviluppare le capacità umane (scienza, tecnica, specialismi, macchine, mezzi di produzione, “forze produttive” in generale). E questo è importante, sempre comunque ricordando lo sviluppo apportato dalle tante civiltà extraeuropee della storia globale. In gioco però è soprattutto lo sviluppo della personalità umana. Vale a dire l’etica, le qualità umane di relazione, la cultura, l’apertura mentale e morale ecc. La lotta per il socialismo, oltre al cambiamento economico – sociale, strutturale, è anche questo.

A mo’ di provvisorio congedo. Con il proposito di tornare a studiare e a valorizzare la sua figura. L’amico e compagno Enrico, tra i tanti messaggi arrivati, mi ha inviato un semplice e bellissimo messaggio questa mattina per salutare degnamente Samir. “Coloro che abbiamo amato e che abbiamo perduto non sono più dove erano ma sono ovunque noi siamo ” (Sant’Agostino o Agostino d’Ippona) .

Grazie Enrico. E grazie Samir. Una vita degna di essere vissuta.

Fontaneto d’Agogna, 14 agosto 2018

10 pensieri su “In morte di Samir Amin

  1. SEGNALAZIONE
    L’insegnamento della storia e la periodizzazione del Novecento: omaggio a Samir Amin
    di Eros Barone

    https://www.sinistrainrete.info/teoria/13004-eros-barone-l-insegnamento-della-storia-e-la-periodizzazione-del-novecento-omaggio-a-samir-amin.html

    Stralcio:

    Il contributo di Samir Amin alla periodizzazione della seconda metà del Novecento

    La scomparsa di Samir Amin, economista e sociologo franco-egiziano (1931-2018), sollecita un supplemento d’indagine che valga come omaggio a questo studioso per i contributi scientifici offerti all’analisi marxista e, in particolare, al problema della periodizzazione storica. Prenderò quindi in esame un saggio che getta una viva luce sul periodo preso in considerazione: Il sistema mondiale del secondo Novecento.18

    Ordunque, Samir Amin incentra marxisticamente la sua disamina sul sistema capitalistico e inquadra il Novecento in processi temporali di lunga durata, individuando a partire dall’epoca moderna quattro grandi cesure:

    -1500 ca.: nascita del capitalismo e concomitante polarizzazione moderna prodotta dalla conquista del pianeta da parte degli europei;

    -1800 ca.: fine dell’epoca mercantilista, rivoluzione francese, rivoluzione industriale e strutturazione del modo di produzione capitalistico;

    -1880 ca.: trasformazione del capitalismo in capitalismo monopolistico;

    -1990 ca.: fine dell’epoca di Potsdam; sconfitta del modello sovietico; nuova tappa della mondializzazione.

    Gli intervalli tra le date suindicate dànno origine a precise fasi storico-economiche così definite:

    transizione mercantilista: 1500-1800;

    capitalismo liberoscambista: 1800-1880;

    capitalismo monopolistico: 1880-1990;

    mondializzazione dell’economia capitalistica: 1990 – contemporaneità.

    Quanto al Novecento, più specificamente, lo studioso riassume in un unico arco cronologico il periodo 1920-1945 caratterizzato dal modello fordista e dall’espansione dirompente del capitalismo-imperialismo, le cui violente contraddizione dànno origine alle due guerre mondiali.

    Vi è qui un punto di disaccordo con la periodizzazione proposta, in chiave antistalinista, da Samir Amin, poiché egli sostiene, a mio avviso in modo scorretto e infondato, che la rivoluzione sovietica non avrebbe spezzato l’egemonia del ‘paradigma fordista’, in quanto la spinta progressiva del moto rivoluzionario si sarebbe esaurita, a giudizio di Amin, negli anni Trenta con l’accettazione del modello produttivistico occidentale (sic!) e la rinuncia agli originari progetti di liberazione sociale (sic!). Si tratta chiaramente di una tesi che non viene dimostrata e che, dunque, in questa sede può essere tranquillamente ignorata. [Nota di E.A. Non condivido su questo punto la posizione di Barone].

    Il secondo Novecento viene articolato più analiticamente:

    1945-1955: fase della costruzione del sistema in ciascuna delle sue tre dimensioni, che Amin individua nell’espansione del Fordismo per quanto riguarda l’Occidente capitalistico, nel Sovietismo per quanto concerne i paesi dell’Est19 e nello Sviluppismo in relazione al Terzo mondo;

    1955-1975: era di Bandung;

    1975-1992: crisi dei tre sistemi e sconfitta del Sovietismo.

    Gli assunti impliciti che scandiscono queste periodizzazioni sono, evidentemente, di natura economico-politica o, per rimanere in àmbito marxiano, scaturiscono dalla ‘critica dell’economia-politica’, di cui Amin è stato un valente prosecutore.

    Questa periodizzazione, se confrontata con quella di Hobsbawm tendenzialmente centrata sull’Occidente,20 rivela inoltre una prospettiva di analisi non eurocentrica ma ‘planetaria’, internazionale: si pensi solo al risalto dato alla conferenza di Bandung.

    Va, poi, riconosciuta, malgrado l’effetto di accecamento determinato dal pregiudizio antistalinista, una visione antisistema, caratterizzata da un vivo ‘pathos’ internazionalista. I criteri di giudizio fatti propri da Amin conducono, d’altra parte, a diagnosi e previsioni di carattere sostanzialmente pessimistico: «Io non vedo come, nelle condizioni acute di conflitto centro/periferie e centri contro centri, si potrebbe immaginare un modo qualunque di regolazione nella vasta scala dei problemi posti. Vedo piuttosto il prossimo futuro nei termini di un caos crescente».21

    Sennonché, di fronte alla reticente ipocrisia con cui i volgarizzatori e i propagandisti dell’economia di mercato rimuovono gli strumenti concettuali elaborati da Marx, spicca e conforta la franca risolutezza con cui Amin parla di ‘contraddizioni del capitalismo’. E del sistema capitalistico Amin dà correttamente una definizione in base ai seguenti tratti distintivi: «Il modo di produzione capitalistico è il primo sistema sociale fondato sul valore generalizzato: tutta la produzione sociale come il lavoro e l’accesso alle risorse tendono a diventare merci; per questo motivo il valore non governa solo l’economia del capitalismo, ma tutte le forme della vita sociale che in essa si dispiegano; il dominio del valore libera le leggi economiche dalla precedente dipendenza dalla logica del potere; queste leggi assumono un’autonomia tale da imporsi alla società come leggi di natura; la determinazione della base economica implica un rapporto particolare nell’articolazione di questa istanza con le altre istanze della vita sociale (la politica, l’ideologia ecc.). Essa crea le condizioni della democrazia politica moderna.»22

    Rispetto agli squilibri innescati da tali leggi Amin elabora, per definire le risposte di volta in volta date dai governi degli Stati occidentali, la nozione di “meccanismi/sistemi di regolazione”. La nozione di contraddizione è, come noto, di origine hegelo-marxiana, e viene qui criticamente utilizzata come indicatrice di polarità irrisolte. Come per Marx, la contraddizione fondamentale del capitalismo (non la sola!) rimane quella tra capitale e lavoro, donde deriva la correlata costante tendenza alla sovrapproduzione. Quindi, Amin mette in gioco una serie di nozioni economiche elaborate da Marx: modello di riproduzione allargata, realizzazione del plusvalore, produttività del lavoro (tutti sanno che la ‘sovrapproduzione’ nasce dalla «inadeguatezza del salario alle esigenze della realizzazione del prodotto sociale in espansione»).23

    La nozione di “onde lunghe di Kondrat’ev”24 è ricondotta, in sintonia con le tesi di Baran e Sweezy, alla realizzazione delle maggiori innovazioni tecnologiche e delle iniziative politico-militari tese all’allargamento dei mercati: prima rivoluzione industriale, ferrovia, chimica, elettricità, ricostruzione e guerra fredda, costruzione di mezzi di distruzione di massa, informatica-automazione, riconquista dell’Est europeo.

    In questa prospettiva il Welfare State si configura come una modalità concreta di realizzazione di un “sistema di regolazione”. Infatti, rileva Amin, nel periodo che va più o meno dal 1920 al 1970 la nuova organizzazione della produzione e del lavoro, il paradigma fordista e taylorista , portò a quel compromesso tra capitale e lavoro che, nel mondo occidentale, pur con variazioni specifiche legate alle peculiarità nazionali, è durato per tutto il periodo indicato. Il contenuto fondamentale di questo compromesso politico-economico si basava su una connessione tra la progressione dei salari reali e la produttività; lo Stato offriva il quadro per estendere a livello nazionale le scelte negoziate tra le industrie più potenti e i sindacati più rappresentativi. Ora, il ‘compromesso fordista’ entra in crisi nel corso degli anni Settanta e, a giudizio di Amin, non ha alcun futuro.

    Amin ne spiega le ragioni in questi termini. Riconosce, innanzitutto, la parziale validità della tesi addotta dalla maggior parte degli economisti, secondo la quale le capacità organizzative dell’operaio-massa limitano gli sforzi organizzativi per aumentare la produttività del lavoro. Tuttavia, la sua proposta esplicativa si incentra su tre ordini di ragioni: a) quelle connesse a dinamiche economico-sociali e tecnologiche interne all’Occidente industrializzato; b) quelle correlate ai processi di interpenetrazione tra i sistemi produttivi; c) infine quelle riconducibili ai rapporti centro-periferie: non solo Ovest-Sud, ma anche Ovest-Est.

    Quanto alla prima serie di fattori che innescano l’attuale crisi, Amin rileva come i processi di informatizzazione e di automazione della produzione riducano drasticamente il ruolo e la forza contrattuale della classe operaia fordista in termini sia assoluti che relativi. D’altra parte, la riqualificazione professionale richiesta dall’innovazione tecnologica frantuma l’unità della classe operaia in una miriade di figure professionali tra loro irrelate e rafforza in termini qualitativi e quantitativi le classi medie. Questo spiegherebbe l’ ‘irrazionale’ spostamento a destra di molti voti popolari. Inoltre, i limiti interni del sistema capitalistico si riscontrano nelle stesse nuove tecnologie basate più sul risparmio di capitale che sul suo investimento, come invece era avvenuto nelle grandi rivoluzioni precedenti: ferrovia, urbanizzazione, elettrificazione, automobile. La tendenza alla sovrapproduzione, che Amin considera un carattere costante del capitalismo, viene in tal modo rafforzata.

    La seconda serie di cause che, a giudizio di Amin, mettono definitivamente in crisi il paradigma fordista deriva dall’interpenetrazione crescente dei sistemi produttivi al centro del sistema e dal passaggio a un’economia definitivamente mondiale. Questa interpenetrazione azzera le politiche economiche nazionali, consegnando il sistema nel suo insieme alle leggi del mercato mondiale, che non può essere ‘regolato’, a causa dell’assenza di istituzioni politiche autenticamente sovrannazionali. Questo non conduce tuttavia l’economista a negare il ruolo attivo degli Stati nazionali, le cui scelte economiche basate su un miope interesse immediato acuirebbero la violenza delle contraddizioni. Si può affermare che l’efficacia del modello di spiegazione elaborato da Amin sia riconducibile all’assunzione di una prospettiva internazionale, che gli fa rivolgere l’attenzione al rapporto centri-periferie e alle implicazioni reciproche che li connettono sul piano economico-sociale: è la terza serie di fattori che stanno alla base dell’attuale crisi.

    Se alcuni paesi delle periferie (le cosiddette tigri asiatiche) sono infatti riusciti a competere con i paesi dell’Occidente industrializzato, basandosi su un capitalismo selvaggio, questo fenomeno non ha affatto arginato il processo di polarizzazione tra centri e periferie. D’altra parte, l’ascesa di forme di industrializzazione nuove nella periferie del sistema-mondo riduce i margini di potere e di profitto delle potenze di media grandezza, tra le quali l’Unione Europea, a favore degli USA. A questo si aggiunge la mondializzazione finanziaria che comporta un trasferimento massiccio di capitali dalle periferie ai centri, connesso ad una crescita massiccia della speculazione.

    Amin conclude la sua disamina con una diagnosi decisamente severa e con alcuni interrogativi aperti. L’impossibilità di regolare le contraddizioni della fase del capitalismo che stiamo attraversando non può non generare, nel quadro del logoramento degli Stati nazionali e dei sistemi democratici che li caratterizzano, un caos pericoloso. Infine, Amin dubita che la mondializzazione possa ristabilire la comunicazione tra gli “eserciti del proletariato”, offrendo la possibilità, secondo il classico modello marxiano, dell’unità del proletariato mondiale. In effetti, questa interpretazione ‘classica’ ignora o sottovaluta gli effetti della polarizzazione e della dislocazione geopolitico-culturale tra la classe operaia dei centri e il proletariato delle periferie; divaricazione polarizzante che rende ardua la comunicazione reciproca tra gli “eserciti” e impedisce un’efficace azione globale.25

  2. Nel suo blog Tempofertile tra settembre e novembre 2017 Alessandro Visalli ha scritto quattro articoli su alcuni lavori di Samir Amin, da “Lo sviluppo ineguale” del 1973 fino all’intervista fatta ad Amin da Raffaele Morgantini nel novembre 2016*. L’intenzione che mi pare evidente di Visalli è utilizzare le analisi del capitalismo di Amin per leggere meglio la attuale situazione politica europea, i partiti sovranisti e le migrazioni.
    Se punto centrale del pensiero di Amin sono le relazioni centro-periferie Visalli intanto sottolinea che un corretto rapporto tra gli sfruttati nei paesi periferici e gli sfruttati nei paesi al centro (dove anche noi siamo) va impostato in termini di alleanza e non di conflitto. Non ha senso dire che gli operai del centro sfruttano quelli della periferia perchè “solo la proprietà del capitale permette lo sfruttamento […] Nello stesso modo sono sfruttate le ‘colonie interne’, ovvero le periferie intercluse nelle aree centrali. ‘Così il sistema mondiale mescola sempre più le masse che sfrutta, portando l’esigenza di internazionalismo ad un livello più alto'”. Il capitale comunque utilizza “le tendenze scioviniste dei lavoratori ‘bianchi’, per dividerli. Dunque ‘il capitale unifica e divide senza sosta’” (le citazioni tra virgolette singole sono tratte da “Lo sviluppo ineguale”).

    Quanto alle forze sovraniste e populiste attuali, Visalli concorda con la strategia di lotta di Amin: “Amin chiama una ‘tentazione’ immaginare che ‘di fronte ad una crisi del capitalismo globale la risposta debba essere egualmente globale’. Una simmetria apparentemente ovvia, ma in effetti causa di sicura sconfitta. Nessun cambiamento, mai, si è dato in questo modo, con una miracolosa sincronizzazione di tutte le situazioni e di tutti i cambiamenti” (fra virgolette singole sono le risposte di Amin nell’intervista citata).

    Esaminando il libro “Per un mondo multipolare”, 2006, Visalli evidenzia il collegamento tra sovranità, democrazia popolare e progressista, e internazionalismo: “ogni alternativa effettiva all’attuale sistema polarizzante deve essere necessariamente mondiale, e lo deve essere per il buon motivo che sono le logiche del potere e del capitale mondiali, che lavorano sempre insieme, a creare il sistema di vincoli che piega ogni forza nazionale. Alla polarizzazione occorre quindi opporre un insieme di forze in grado di costringere il sistema a riconfigurarsi come multipolare […] Ma ciò non significa affatto che le lotte non possano, e non debbano, partire dalle condizioni locali e specifiche, ovvero nazionali, di dominazione, e non significa che non debbano essere rivolte all’obiettivo politico di conquistare localmente il potere […] Si tratta in sostanza del progetto di trasferire ‘il massimo dei poteri alle classi popolari’, e di farlo democraticamente per giungere ad un mondo effettivamente multipolare”.

    In uno dei suoi quattro articoli Visalli trae questa conclusione: “In ogni caso nessuno potrà trasformare il mondo senza cercare di conquistare il potere nel proprio, specifico, paese, e senza, dunque, affrontare i suoi, propri, problemi di sfruttamento, sopraffazione, e apartheid”. E si trova senz’altro in accordo con le parole espresse da Amin nell’intervista del 2016.

    * http://www.marx21.it/index.php/internazionale/mondo-multipolare/27338-affermare-la-sovranita-popolare-di-fronte-alloffensiva-del-capitale-intervista-a-samir-amin#

  3. SEGNALAZIONE

    *Rispolverate la “patria” ma non travestitela con il barbone di Marx. Soprattutto non dite che essa è « indispensabile se si vuole recuperare una posizione di classe». [E. A.]

    SEGNALAZIONE
    (dalla bacheca di Alessandro Visalli)

    Controversie: “Patria e Costituzione”, un progetto per una sinistra di popolo
    (https://tempofertile.blogspot.com/2018/09/controversie-patria-e-costituzione-un.html)

    Stralcio:

    È chiaro, d’altra parte, che neppure l’uscita dalla gabbia dell’euro (che ha anche perso la doratura iniziale) è una palingenesi in sé. Né comporta il recupero di una sovranità assoluta che mai nessuno ha avuto (ed in particolare un paese di media potenza come l’Italia). Ma il punto centrale è che nell’attuale condizione è certo che i paesi più deboli lentamente diventeranno sempre più subalterni, facendo inesorabilmente la fine del sud Italia nei confronti del rispettivo nord. Entro questi paesi crescerà l’ineguaglianza e i ceti medi saranno sempre più schiacciati, cosa che politicamente condurrà agli inevitabili esiti totalitari. Davanti a questa certezza c’è il rischio che i capitali italici possano subire un contraccolpo nella transizione da un equilibrio di sistema ad un altro.
    Questo rischio è altamente valutato da alcuni obiettori.
    Ma riassumo: ‘chi non ha’ è certo di perdere se tutto resta come è, ‘chi ha’ ha la possibilità di perdere se tutto cambia e intanto nel medio termine si avvantaggia invece dall’attuale assetto deflazionario.

    In base a questa valutazione di parte, indispensabile se si vuole recuperare una posizione di classe, e al rischio esistenziale che abbiamo davanti, è necessario capire chi si è, e chiamare tutti coloro che si riconoscono a lavorare insieme.

    “Patria” deve stare insieme a “Costituzione”, dunque, per riscoprire un ben fondato orgoglio e rilegittimare la riattivazione delle funzioni essenziali dello Stato nazionale, costruendo un popolo che lo presidi e difenda come sua la democrazia costituzionale.

    1. Infatti: “il punto centrale è che nell’attuale condizione è certo che i paesi più deboli lentamente diventeranno sempre più subalterni, facendo inesorabilmente la fine del sud Italia nei confronti del rispettivo nord. Entro questi paesi crescerà l’ineguaglianza e i ceti medi saranno sempre più schiacciati, cosa che politicamente condurrà agli inevitabili esiti totalitari.

      In base a questa valutazione di parte, indispensabile se si vuole recuperare una posizione di classe, e al rischio esistenziale che abbiamo davanti, è necessario capire chi si è, e chiamare tutti coloro che si riconoscono a lavorare insieme.”

      Bisognerebbe spiegare perché il “barbone di Marx” (ma anche i capelli bianchi di Amin) escluderebbe di voler assumere una posizione di classe e accetterebbe inevitabili esiti totalitari.

      1. “Bisognerebbe spiegare perché il “barbone di Marx” (ma anche i capelli bianchi di Amin) escluderebbe di voler assumere una posizione di classe ”

        Tra nazione e classe c’è una bella differenza. Una volta era chiara. I “sovranisti” intelligenti (come Visalli) o fanatici fanno finta di non conoscerla più. O addirittura,come nel passo da me criticato, sostengono che si possa” recuperare una posizione di classe” facendola passare, come il cammello della parabola evangelica, attraverso la cruna nazionale, che in modi discutibilissimi i movimenti (operai) di lotta del Novecento avevano abbandonato o criticato.
        A me pare una prospettiva fallimentare, che in ogni caso replicherebbe – al massimo e in caso di riuscita – le esperienze staliniste del “socialismo in un sol paese” o la “via italiana al socialismo” di Togliatti.
        Mancano poi le premesse politiche per non finire subordinati all’alleato (settori capitalistici nazionalisti invece che cosmopoliti). Cioè come minimo un solido partito come quello che aveva Mao quando si alleò con Ciang Kai-shek contro gli invasori giapponesi.
        Gli sparuti, litigiosi, ambivalenti gruppi e gruppetti, che teorizzano questa alleanza “larga” con navigati volponi capitalisti “nazionali”, rischiano di fare la fine del lupo raccontata in questa favola popolare ( ingozzati però solo di ideologia):

        La mangiata di agline (galline)
        Il giorno dopo, il lupo si presentò a casa di Volpe furioso e pieno di lividi: «Comare mia, oggi mangio te!» digrignò minaccioso. «No, compare, non mangiarmi! Questa sera ti porto a fare una mangiata di agline (galline)!». Il lupo subito si rallegrò, l’invito era interessante. A mezzanotte i due animali entrarono in azione. Attraverso un buco nella rete, si infiltrarono nel pollaio ed iniziarono a banchettare. Volpe, dopo ogni gallina che mangiava, andava a misurarsi nella fessura della recinzione. Lupo, invece, mangiava con avidità e senza controllo. «Comare, ma perché vai avanti e dietro?» domandò il lupo accorgendosi dello strano spostamento dell’amica. «Compare, tu mangia tranquillo, io controllo se arriva il padrone!» rispose il furbo animale.
        L’uomo, avendo sentito lo starnazzare delle galline, non tardò ad arrivare. Volpe diede l’allarme e sgusciò via per la fessura della rete. Lupo, invece, che aveva mangiato a dismisura, era diventato così grasso che non riuscì ad infilarsi nel buco. Così il padrone del pollaio lo riempì di mazzate.

        (https://caserta.italiani.it/favola-lupo-e-volpe-raviscanina/)

        P.s.
        Varrebbe la pena anche di rimeditare Claudio Pavone , “Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza” di cui ho finora pubblicati vari stralci suPOLISCRITTURE FB

        1. Quello che alla tua posizione manca è l’indicazione di una prospettiva concreta di azione: nel nostro paese tra le nostre malandate forze politiche; in UE (più che in Europa) che chiaramente viene analizzata (da Amin in Per un mondo bipolare del 2006, come in Giacché a partire da Anschluss ) come meccanismo neocolonialista; e tra le potenze geopolitiche mondiali in un difficilissimo multipolarismo.
          Il richiamo a una dimensione non nazionale di chi dove e come non riempie le agende di nessuno, sembra solo rievocare passate possibilità, anche sconfitte.
          Ma se queste possibilità invece diventassero materia viva per indicare collegamenti, indirizzi, possibilità, sarebbe un dovere farle conoscere.
          L’ipotesi più generale e “indeterminata” che conosco è quella delle moltitudini di Negri – ma non è un caso che egli si appigli al femminismo come movimento spontaneo irriducibile e globale, ma che il femminismo non raccolga quell’appello.

          1. MEMENTO 1

            Ennio Abate
            22 MARZO 2013 ALLE 18:51
            @ Roberto Buffagni
            (http://www.leparoleelecose.it/?p=9372)

            Non ero riuscito a commentare in tempo un suo pezzo dell’11 marzo 2013 alle 10:01 apparso nel post di Piras, Riflessioni postume sulla democrazia italiana dopo le elezioni; e in particolare questo passo:

            A quanto pare, il capitalismo questo difettuccio ce l’ha per natura. L’unico freno che sinora abbia funzionato più o meno bene per limitarlo è lo Stato.
            La globalizzalizzazione a guida USA e la UE tendono a distruggere le sovranità statali, le identità nazionali, le basi della democrazia rappresentativa *dappertutto*. Ergo, il capitalismo si sfrena *dappertutto*.
            Poi però, visto che gli Stati (con le identità nazionali, la geografia e la geopolitica) e le basi nazionali dei capitalismi continuano ad esistere perchè il capitalismo non risiede in una stazione spaziale orbitante intorno alla Terra ma continua (e continuerà) ad avere solide basi nazionali in ben identificati paesi, il capitalismo sfrenato distrugge *anzitutto* le sovranità nazionali e i capitalismi *più deboli* a vantaggio delle sovranità nazionali e dei capitalismi *più forti*.
            I capitalismi nazionali più forti subordinano e/o distruggono i capitalismi nazionali più deboli dominando e strutturando secondo loro convenienza le strutture sovranazionali, dal WTO all’ONU alla NATO alla UE. […] Limitare il capitalismo sfrenato significa, in termini di concreta azione politica, *limitare il capitalismo sfrenato delle nazioni più forti*. Per difendersene, le nazioni più deboli devono recuperare sovranità politica e statuale, altrimenti vengono subordinate e/o spazzate via insieme ai loro capitalismi nazionali. Noti bene che *recuperare sovranità politica nazionale* nelle nazioni più deboli è la precondizione per porre limiti al capitalismo sfrenato *dovunque*, anche nei paesi capitalistici più forti. […] Morale: se noi accettiamo l’attuale struttura della UE, che comporta la subordinazione dei capitalismi e delle nazioni più deboli ai capitalismi e alle nazioni più forti, noi non sconfiggiamo un generico*nazionalismo*, sconfiggiamo le nazioni più deboli a vantaggio delle nazioni più forti […]

            Lo faccio adesso e in questo post, usando un passo di * Da Quarto al Volturno* di Cesare Abba, che avevo letto in una vecchia antologia scolastica e mi è rimasto impresso.
            Segnalo così le mie perplessità sulla sua impostazione che vuole “frenare” il capitalismo e anche nei confronti del M5S.
            So che le mie sono perplessità intempestive o del tutto inattuali; e che rischio di passare per nostalgico di Cause perse.
            Eppure c’è un qualcosa che, per tracollo di tutte le forze politiche (non solo socialiste e comuniste) le quali un tempo l’ebbero nei loro programmi, è scomparso e pare diventato innominabile. E’ scomparso – preciso – non dalla “realtà”, ma dal dibattito politico odierno segnato in prevalenza o da ragionamenti pseudoriformistici o crudamente geopolitici.
            Nel suo pezzo questo “qualcosa”, visto che lei parla esclusivamente in termini di nazioni, rimane necessariamente trascurato o rimosso. Nel brano di Abba, sia pur con parole “ottocentesche” (oppressori/oppressi) ancora affiora; e perciò lo ripropongo:

            Mi son fatto un amico. Ha ventisette anni, ne mostra quaranta: è monaco e si chiama padre Carmelo. Sedevamo a mezza costa del colle, che figura il Calvario colle tre croci, sopra questo borgo, presso il cimitero. Avevamo in faccia Monreale, sdraiata in quella sua lussuria di giardini; l’ora era mesta, e
            parlavamo della rivoluzione. L’anima di padre Carmelo strideva.
            Vorrebbe essere uno di noi, per lanciarsi nell’avventura col suo gran cuore, ma qualcosa lo rattiene dal farlo.
            « Venite con noi, vi vorranno tutti bene ».
            « Non posso ».
            «Forse perché siete frate? Ce n’abbiamo già uno (1). Eppoi altri monaci
            hanno combattuto in nostra compagnia, senza paura del sangue ».
            « Verrei, se sapessi che farete qualche cosa di grande davvero: ma ho par-
            lato con molti dei vostri, e non mi hanno saputo dir altro che volete unire l’Italia ».
            « Certo; per farne un grande e solo popolo ».
            « Un solo territorio … ! In quanto al popolo, solo o diviso, se soffre, soffre; ed io non so che vogliate farlo felice ».
            « Felice! Il popolo avrà libertà e scuole ».
            « E nient’altro! – interruppe il frate -: perché la libertà non è pane, e la scuola nemmeno. Queste cose basteranno forse per voi Piemontesi: per noi qui no ».
            « Dunque che ci vorrebbe per voi? ».
            « Una guerra non contro i Borboni, ma degli oppressi contro gli oppressori grandi e piccoli, che non sono soltanto a Corte, ma in ogni città, in ogni villa ».
            «Allora anche contro di voi frati, che avete conventi e terre ovunque sono case e campagne! ».
            « Anche contro di noi; anzi prima che contro d’ogni altro! Ma col vangelo in mano e colla croce. Allora verrei. Così è troppo poco. Se io fossi Garibaldi, non mi troverei a quest’ora, quasi ancora con voi soli »,
            « Ma le squadre (2) ?».
            « E chi vi dice che non aspettino qualche cosa di più? ».
            Non seppi più che rispondere e mi alzai. Egli mi abbracciò, mi volle ba ciare, e tenendomi strette le mani, mi disse che non ridessi, che mi raccomandava a Dio, e che domani mattina dirà la messa per me. Mi sentiva una gran passione’ nel cuore, e avrei voluto restare ancora con lui. Ma egli si mosse,
            salì il colle, si volse ancora a guardarmi di lassù, poi disparve.

            Note:
            (1) uno: fra Giovanni Pantaleo.
            (2) Quelle dei *picciotti*

  4. SEGNALAZIONE

    SCUOLA ESTIVA 2018 – INTRO: UN MONDO SOTTOSOPRA
    di SANDRO MEZZADRA E TONI NEGRI.
    http://www.euronomade.info/?p=11025

    Ritorno dei dazi e della guerra commerciale, la guerra guerreggiata che continua a segnare la quotidianità della vita delle popolazioni nel “Grande Medio Oriente”, alleanze e assi che si profilano più o meno stabilmente (tra Arabia Saudita, Israele e USA; tra Russia, Turchia e Iran), aperture e chiusure nello scenario della penisola coreana, globalismo cinese e protezionismo americano: sono solo alcune istantanee, che potrebbero essere moltiplicate a piacere, del mondo in cui viviamo. Un mondo davvero “sottosopra”, distracted per riprendere la suggestione shakespeariana. Tentare di mettere ordine, dal nostro punto di vista, è certo impresa ardua, ma ci pare che almeno due tesi possano essere avanzate – come linee guida per la lettura della tumultuosa transizione in atto nel sistema capitalistico mondiale. In primo luogo, la tendenza di fondo attorno a cui vengono svolgendosi i conflitti e i processi a cui assistiamo – a malapena celata dalla retorica dell’America first – è l’approfondimento della crisi dell’egemonia statunitense sulla dimensione globale. Trump interpreta questa tendenza in modo aggressivo, nel tentativo di ritagliare sfere di influenza e di tutelare gli interessi di frazioni specifiche del capitale sul piano interno, a partire dalla consapevolezza che gli Stati Uniti sono ormai incapaci di dettare i ritmi e le modalità dello sviluppo capitalistico globale, ponendosi come vertice del suo governo. In secondo luogo, le forme assunte dall’ordine e dal disordine globale – la riorganizzazione degli spazi politici ed economici nonché le tensioni tra essi nella globalizzazione – sono oggi la variabile cruciale per qualsiasi progetto di trasformazione radicale dell’esistente, indipendentemente dalla scala su cui questo progetto si esercita in prima battuta.

    A emergere chiaramente oggi, in quella che abbiamo definito stabilizzazione reazionaria dopo la crisi del 2008, è una tendenza al “ritorno” della nazione come fattore fondamentale nella riorganizzazione degli spazi politici: un nazionalismo sempre accompagnato da politiche neoliberali. Ne abbiamo molti esempi, anche al di là delle grottesche manifestazioni nostrane nel “prima gli italiani” di Matteo Salvini e dei nazionalismi fiorenti in molte parti d’Europa. Si pensi a Trump, a Erdogan, a Putin – ma anche a Modi e allo stesso Xi Jinping. Nella nostra discussione proponiamo di analizzare questo “ritorno” della nazione e del nazionalismo a partire dalle tensioni e dagli attriti che si determinano con un processo – che a noi pare irreversibile – di consolidamento e di fissazione della globalizzazione capitalistica. Questo processo è in qualche modo visibilmente rappresentato dall’insieme delle infrastrutture che fanno capo alla logistica globale, intesa in senso ampio – e cioè a quell’accumularsi inestricabile, fisico, di reti energetiche, comunicative, finanziarie che si intrecciano nello spazio e sulla crosta terrestre. La politica cinese, che punta da una parte su una centralizzazione del comando politico interno e dall’altra sul grande progetto di espansione logistica “One Belt One Road”, ci pare esprimere la più alta consapevolezza delle tensioni e dei conflitti appena richiamati.

    Si può forse sostenere che il “ritorno” della nazione sia da una parte una modalità di gestione di queste tensioni e di questi conflitti (con la torsione radicalmente autoritaria del neoliberalismo che ciò comporta), e che dall’altra sia in fondo estremamente fragile – e in ultima istanza del tutto dipendente dalle “leggi di movimento” di un capitale ormai del tutto fuoriuscito dagli spazi nazionali. Senza presupporre alcuna linearità, e cioè senza prospettare un più o meno automatico allineamento del mondo internazionale degli Stati alle leggi di movimento del capitale, ci sembra che qui si ponga un criterio di metodo per l’interpretazione della transizione in atto a livello globale nella crisi dell’egemonia statunitense. Si tratta cioè di mettere sempre in forte tensione le dinamiche del capitale globale e quelle degli Stati nazione (tra cui esistono evidentemente precise differenze e gerarchie), valutandone gli effetti nelle diverse congiunture che si presentano. E tenendo comunque presente che politicamente lo spazio della nazione (con le categorie che ne articolano la costituzione, dalla sovranità al popolo) appare del tutto impraticabile per un progetto di trasformazione radicale dell’esistente. Sta qui una delle ragioni fondamentali della nostra critica al “sovranismo” e al “populismo di sinistra”.

    Il tema Unione Europea si offre a questo punto come campo di sperimentazione primario per la lotta di classe. Qui infatti la tensione tra spinte nazionaliste (di stabilizzazione reazionaria) e il complesso di infrastrutture logistiche e dispositivi culturali già consolidati viene duramente radicalizzata e messa in crisi da pressioni esterne (USA e Russia) e dalle più reazionarie potenze finanziarie e corporative dei singoli Paesi. La lotta per un’Europa unita, in forma irreversibile, rappresenta perciò una linea di resistenza a livello globale, capace di offrire alla lotta di classe nuove occasioni e di strappare alle forze conservatrici la possibilità di occultare il loro progetto reazionario sotto il nome di popolo e di nazione. Questa lotta deve essere rilanciata in un contesto caratterizzato dalla crisi del processo di integrazione avviato all’indomani della seconda guerra mondiale – dall’implosione e dalla frammentazione delle sue geografie, che si accompagnano a processi di chiusura di cui vediamo gli esiti catastrofici nel Mediterraneo e nella diffusione di paura e razzismo all’interno di molte società europee. L’Europa unita di cui parliamo, del resto, non può essere quella dei tecnocrati di Bruxelles né quella di Macron e Merkel. La riapertura di una prospettiva politica europea dipende oggi dall’avvio di un nuovo ciclo di lotte, dall’aggregazione di rivendicazioni, comportamenti sociali e desideri capaci di destituire radicalmente di legittimità ed efficacia i processi in atto di rinazionalizzazione delle politiche.

    Un’analisi realistica del capitalismo contemporaneo impone di ripensare politicamente – nella nostra ricerca di una soggettività adeguata alle sfide di fronte a cui ci troviamo – la categoria di moltitudine. Lungi dall’essere mero riflesso della “frammentazione” del lavoro, la moltitudine interpreta i processi di radicale diversificazione della composizione del lavoro vivo in molte parti del mondo, rendendo conto al tempo stesso dell’allargamento e dello sconfinamento del lavoro che in primo luogo il femminismo radicale ha evidenziato. Il divenire classe della moltitudine, l’emergere di una soggettivazione di parte come forza politica capace di guidare un processo di trasformazione radicale è l’orizzonte generale in cui proponiamo di organizzare la nostra discussione. Ma questo insieme di questioni ha un’essenziale rilevanza per l’analisi dei processi e delle relazioni transnazionali – basti pensare in questo senso ai movimenti migratori e ai conflitti che attorno a essi si determinano. La nostra riflessione sulla transizione globale in atto non può dunque che essere orientata alla ricerca di dispositivi non sovrani che consentano la moltiplicazione, l’intensificazione e il consolidamento dei rapporti tra movimenti di liberazione che operano su diverse scale geografiche.

    La nostra ricerca deve qui occuparsi di soggettivare il comune nello spazio, cioè di riterritorializzare la moltitudine e di darle, nel luogo nel quale operiamo, quell’aggressività politica e quell’intelligenza strategica che sono state proprie della classe operaia. La moltitudine non è un contenitore di varie e diverse forze sociali. È un processo di lotta che mette in forma queste diverse singolarità a fronte di un nemico, il capitale, nelle figure diverse che esso assume. In una situazione in cui l’approfondimento del dominio del capitale sul pianeta si combina con processi di diversificazione delle condizioni politiche, sociali e culturali abbiamo bisogno di un linguaggio di liberazione che possa – molto semplicemente – parlare a tutte e a tutti. Abbiamo bisogno di qualcosa che possa svolgere un ruolo analogo a quello che alle sue origini svolse l’internazionalismo proletario. Come scriveva Rosa Luxemburg descrivendo le geografie acquatiche dello sciopero generale all’inizio dello scorso secolo, il ritmo del nuovo internazionalismo sarà definito da “ondate di piena” e “stretti torrenti”, da un insieme di lotte che sgorgheranno da “fresche sorgenti”, seguiranno percorsi carsici e diverse vie per confluire in una marea capace di investire la terra nel suo insieme. Non è altro che una suggestione, evidentemente: ma è una suggestione potente attorno a cui cominciare a lavorare. Già a Passignano.

    Ennio Abate

    “Abbiamo bisogno di qualcosa che possa svolgere un ruolo analogo a quello che alle sue origini svolse l’internazionalismo proletario. Come scriveva Rosa Luxemburg descrivendo le geografie acquatiche dello sciopero generale all’inizio dello scorso secolo, il ritmo del nuovo internazionalismo sarà definito da “ondate di piena” e “stretti torrenti”, da un insieme di lotte che sgorgheranno da “fresche sorgenti”, seguiranno percorsi carsici e diverse vie per confluire in una marea capace di investire la terra nel suo insieme. Non è altro che una suggestione, evidentemente: ma è una suggestione potente attorno a cui cominciare a lavorare”

    Auguroni, poi vedrò di leggere quel che viene fuori. Mi resta il dubbio su come possano – da sole, di per sé? – queste lotte “confluire in una marea capace di investire la terra nel suo insieme”. Ma non voglio gufare…

  5. MEMENTO 2

    Ennio Abate
    25 MARZO 2013 ALLE 12:28
    @ Buffagni e Cucinotta
    (http://www.leparoleelecose.it/?p=9372)

    Leggendo i vostri ultimi commenti, mi sono rifatto la domanda: quale può essere oggi in una situazione così disastrata e confusa il compito degli intellettuali. (Non mi riferisco a quelli che hanno accesso ai mass media, ma a quelli come noi che siamo “oscurati” e ci muoviamo *criticamente* tra blog e rivistine…). No, non siamo affatto “super partes” (Buffagni). Semmai sotto, ai margini… E « per opporsi al nemico, o ai nemici, che ci stanno attaccando» a me pare non basti riconoscerli, cosa di per sé già faticosa e degna di stima.
    Bisogna accertarsi che ci sia un ‘noi’ che può opporsi, vedere se è in grado già di opporsi. E, se non ci fosse (per me non c’è…), tentare di costruirne uno su salde basi. Non so in quanto tempo e come.
    Dati i tempi più che bui e tenendo in conto gli avvertimenti che si possono trovare nella storia, io eviterei sia la disperazione, sia l’atteggiamento profetico-dantesco che invochi il grande Veltro purificatore o sterminatore (sia che venga dall’alto; il Capo; sia dal basso: il “popolo” o la “moltitudine”). Né affiderei le mie residue speranze a una catastrofe che dia ai nemici quella lezione che si meritano, ma che “noi” (cautamente virgoletto sempre) non siamo in grado di dargli. Buffagni sostiene che « la soluzione più ragionevole è combattere con tutti i mezzi a disposizione». Ma quali sono veramente i mezzi in nostro possesso? La soluzione sta nel dire « dire basta»? Sta nell’« uscire dall’euro»? Ma l’obbiettivo *logicamente* o *in teoria* giusto da chi è immediatamente o in tempi più lunghi praticabile?
    Quello che egli dice a proposito della Germania («Glielo possiamo anche dire, e in effetti gli è stato detto più volte da personalità più autorevoli di me e di lei. Ha notato che abbiano cambiato metodi e strada? A me sembra che rincarino la dose.») secondo me può essere detto anche a proposito di tutti quelli che in questo momento hanno il coltello dalla parte del manico o comunque un potere spendibile (Napolitano, Bersani, Grillo, Berlusconi, ecc.). E vale ancora più nei confronti degli USA, se proprio vogliamo delineare al completo il quadro delle nostre “servitù”…
    Certo, il «gioco delle potenze è fatto così: si gioca con la potenza e con il potere, non con il dialogo razionale e la persuasione reciproca» (Buffagni). Ma io mi chiedo: “noi” siamo in grado di entrare in questo gioco? Non è che ci montiamo troppo la testa a credere di poterci entrare? E non è che, troppo affascinati da questo gioco dei potenti, e intenti a « capire in che modo si può mettere a profitto l’irrazionalità dei nemici», rinunciamo a cercare “altrove”. Anzi, squalifichiamo ogni “altrove” come irrilevante, utopistico, chimerico; e soprattutto non ci assumiamo il compito di definire quale sia oggi o domani (certo non un domani indefinito) un “noi possibile”?
    (Avevo, non a caso, citato in un commento il brano “ottocentesco” di Cesare Abba per indicare un orizzonte di ricerca del tutto svanito…).

    La stessa amara consapevolezza di quella che ho chiamato in un precedente commento «impotenza intelligente» vedo presente nelle parole di Cucinotta: «per rimettere le cose al loro posto, qui facciamo belle teorie e niente di più, non è una scelta ma una conseguenza inevitabile delle circostanze: cos’altro e di più si potrebbe fare su un blog letterario, non è che stiamo nel bosco a nasconderci dai tedeschi ed io mi distraggo dai compiti di sorveglianza».
    Anche lui, come la volpe esopiana, deve ammettere che l’ uva non è matura («manca una classe dirigente all’altezza, siamo pochi e ben confusi, e soprattutto divisi»). Ma prendersela con Viale o con ALBA o ricordare un dato di fatto incontestabile (« Grillo ha avuto tanto successo non per proprio merito ma per demerito di tutti gli altri, sia di coloro che fanno parte dell’establishment politico, sia di quell’area alternativa che comunque si considera estrema sinistra che ha fatto di tutto per rimanere divisa e per vivere la lotta politica sempre come lotta verso il tuo vicino di stanza») poco cambia e aggiunge solo sale sulle ferite…
    Se (e qui concordo in pieno, tanto che ho titolato «Capire, capire, capire» alcune riflessioni trovate sul Web che mi parevano degne di lettura) «capire rimane […] il primo e più importante passo per qualsiasi iniziativa politica », vediamo di far questo. Fino in fondo, in pochi, divisi, persino (ma non solo) su un blog letterario.
    Edoarda Masi, prima di morire, mi suggerì proprio questo atteggiamento coraggioso e fuori moda. Riporto da un appunto del mio diario del 4 febbraio 2010:
    «Mi dice che negli anni Sessanta è stato fatto l’errore di non tener separata la politica dal lavoro teorico. Le due funzioni, quella dell’intellettuale e quella del politico, vanno tenute distinte. Il teorico deve fare il teorico e il politico fare la politica. Compito dell’intellettuale è cercare e dire la verità. Il politico invece deve mediare. La politica è l’arte machiavellica del compromesso. Tra le due funzioni non c’è possibile saldatura. Mi riporta l’episodio di Machiavelli, che incaricato dalla repubblica fiorentina di mettere in ordine delle truppe, fallisce miseramente. Mi dice di quando, giovane, era nel PCI, della distinzione che allora si faceva tra ‘cosa giusta’ e ‘cosa opportuna’; che i militanti del partito rispettavano. E dei danni che ne derivarono: quelli che sapevano degli orrori staliniani li tacquero agli operai; questi, quando li vennero a sapere in ritardo e all’improvviso, furono presi dallo sgomento».

    1. 2010, 2013… potrei ricordare che solo i paracarri non cambiano idea, ma anche i paracarri hanno le loro grane, ognuno sta solo sul fil della strada/travolto da un camion che passa/ed è subito sera.
      Una serie di affermazioni apodittiche (del 2010, otto anni vuoti, da buttare?):
      “Il teorico deve fare il teorico e il politico fare la politica” tanti sono quelli che hanno fatto tutte e due, Marx con la sua barba, ne dico solo uno.
      “Compito dell’intellettuale è cercare e dire la verità” la verità del tempo che sta vivendo, affacciato alla finestra?
      “Il politico invece deve mediare” in strada, guidando nel traffico, “la politica è l’arte machiavellica del compromesso” tra sorpassi, cambi di corsia e perfino invasioni di carreggiata.
      “Tra le due funzioni non c’è possibile saldatura”: Machiavelli ha fallito perchè aveva fidato solo nella sua teoria, e quelli che tacquero agli operai gli orrori staliniani teorizzavano la riserva mentale.

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