i fuochi di carnevale

Immagine di Nilo Australi

di Angelo Australi

 

Stavano percorrendo una piccola pianura delimitata da balze sostenute da una ricca vegetazione in arbusti di ginestra, erica, di lentisco e olivastro, mentre alcune piante di corbezzolo e alloro sporgevano dalle coste come bracci protesi nel vuoto. Se in alcuni punti il terreno  aumentava dando respiro ai campi coltivati, in altri la valle era così stretta che l’auto quasi lambiva le pareti fatte di creta e pietrisco. Alla base di questi canyon in miniatura ogni tanto si presentava una grotta che i contadini utilizzavano per deposito degli attrezzi con cui lavoravano la terra, e una zona recintata dove dei polli ruspavano in cerca di cibo; mentre sulle cime pianeggianti dell’altopiano si sviluppava una folta boscaglia di lecci, castagni e cipressi. Era un rettilineo di alcuni chilometri che rasentava un torrente nascosto tra gli alberi e la fitta macchia di rovi, se fosse sopraggiunto un veicolo che viaggiava in senso opposto, la strada era stretta al punto di non potersi scambiare per consentire il passaggio.

Marco aveva sperato che l’auto si lasciasse dietro quel trattore che proseguiva a passo d’uomo, invece suo padre deviò in una sterrata piena di buche, dove adesso stavano soffrendo dei terribili scossoni. Era la prima volta che i figli seguivano Oreste in quel viaggio per andare a prendere il vino da un contadino amico di famiglia, in precedenza aveva sempre preferito venire da solo, in questa occasione invece li aveva motivati a seguirlo con la promessa che avrebbero fatto una bella passeggiata in quei luoghi che erano appartenuti alla sua infanzia, dei quali conservava ancora tanti ricordi. La sera prima, durante la cena, per stimolare la loro immaginazione aveva raccontato dei particolari della sua gioventù collegati a quel mondo contadino. Già suo padre comprava il vino da quella famiglia di contadini e quell’abitudine era diventata un rito che si svolgeva ogni anno a ridosso dell’ultimo giorno di carnevale, periodo in cui si svinavano le botti. Il racconto della campagna punteggiata di fuochi che bruciavano simbolicamente l’inverno propiziando il raccolto aveva stupito i suoi figli, era compiaciuto perché riusciva a trasmettergli una sensazione magica che nonostante il passare degli anni ancora lo affascinava. Oramai quella tradizione era stata abbandonata molto prima che nascessero loro, eppure entrando nella valle lui riusciva ancora a desiderare che quei fuochi punteggiassero il buio come dei segnali in grado di comunicare con l’ignoto. I suoi genitori erano morti, anche il vecchio Necessario, l’amico di suo padre che lavorava il podere, ma nonostante tutto lui aveva mantenuto i contatti con Giustino e la sua famiglia, e quando usciva dalla città raggiungeva quelle terre facendo sempre lo stesso tragitto, constatando che il paesaggio non era variato poi molto.

Quando raggiunsero la colonica il sole si stava preparando a tramontare e, senza nascondere la delusione, Oreste consultò l’orologio per rendersi conto del tempo impiegato nel viaggio.

Marta scacciò la sonnolenza per il mal di macchina facendo un paio di sbadigli; del rigurgito di vomito non disse niente a suo padre.

Sul colle dei vigneti, alla fine di una striscia di campi dove germogliava il grano, la punta di un cipresso sembrava conficcarsi nel sole che nonostante fosse di un giallo sbiadito, con il suo riflesso abbagliava la vista. Il cipresso era gigantesco, abbandonato a se stesso, tra tutti quei filari di viti appena potate. Oreste aveva parcheggiato nell’aia, sul lastricato che stava fuori dal triangolo d’ombra formato dalla casa e dal fienile. Si appoggiò alla portiera, stropicciandosi le mani soddisfatto.

– Ehi, Giustino!!! – Urlò con forza. – … Con un po’ di ritardo, ma sono arrivato.

Sembrava che in casa non ci fosse nessuno.

Alzandosi dal bosco che si trovava alle spalle della casa, la striscia di caligine formava un’ombra gigantesca che sembrava proiettarsi verso il cielo, creando un contrasto con le opposte colline dove presto sarebbe tramontato il sole. Stando dietro al trattore avevano perso le migliori ore del pomeriggio, che a febbraio non sono molte. Non ci andava a nozze con il fatto di viaggiare a passo d’uomo, però in quella strada non c’era modo di sorpassare neanche un ciclista: troppo stretta, i rovi rasentavano l’asfalto, e sotto si apriva un balzo di alcuni metri fino al letto del torrente cosparso di rocce che sembravano groppe fossilizzate di animali preistorici.

Giustino si sarà ricordato di un impegno all’ultimo momento, pensò Oreste, se ritardavo non poteva aspettarmi. Calcolavo di arrivare massimo alle tre, mentre sono quasi le quattro. Non avrà un’agenda per gli appuntamenti, però mica si gratta la pancia tutto il giorno. Aspettiamo, … fare il viaggio per niente è da fessi.

Respirò profondamente, facendo dilatare il torace, poi si accovacciò, trattenne il fiato, e nel rialzarsi soffiò fuori tutta l’aria che contenevano i suoi polmoni.

– Ce ne andiamo?

Marta guardò verso il fratello, per capire se anche lui si stava annoiando.

– Ragazzi, quest’aria non è nemmeno parente dello schifo che respirate ogni giorno – disse Oreste ridendo.

– C’è stato un momento che mi veniva da vomitare – disse Marta. – Prima l’odore schifoso che usciva dal trattore, poi tutti quegli sbalzi della strada sterrata… Non so come ho fatto a sopportare il fastidio.

Marco si piegò per imitare suo padre e trattenendo il fiato sentì all’istante una vampata di calore circondargli la faccia.

– Bene così – lo incitò Oreste. – In questo modo l’ossigeno entra immediatamente nella circolazione del sangue. Siamo a quattrocento metri sul livello del mare, pressappoco la stessa altitudine a cui si allenano i calciatori in ritiro, per rinvigorire il fisico prima del campionato.

Marco sentì uno strano ronzio alle orecchie, come se in testa ci fosse una falla dalla quale usciva tutto il fiato trattenuto nell’esercizio respiratorio. Non riusciva a concentrarsi su un pensiero, le parole di suo padre sembravano dei brusii che si confondevano con quella specie di fischio sentito nella testa, non aveva il tempo di sviluppare un ragionamento.

Oreste attribuì questo suo straniamento al poco impegno che metteva nell’esercizio di respirazione.

– Sei proprio arrugginito nei movimenti, eppure hai solo dodici anni – gli disse ridendo. – Guarda me… Metti le mani sui ginocchi, … spingi verso il basso come se stessi facendo la popò, … e poi trattieni il fiato più a lungo possibile, come nuotando sott’acqua. E’ un esercizio che mi faceva sempre fare vostro nonno, appena raggiungevamo questa bella casa. L’aria doveva entrarti dentro la carne, diceva, allora non ti saresti mai più dimenticato di tutto quello che c’era di vivo in quel momento intorno a te: la luce, gli odori, i suoni, il movimento degli animali e degli uomini sull’aia.

Marta si allontanò scuotendo la testa, mentre Marco, tra un movimento e l’altro, si guardò intorno sconcertato: vide il cipresso solitario, i vigneti, il bosco e le ondulazioni dei campi dove quei germogli verde smeraldo del grano, raggiunti dalla luce obliqua del sole, sembravano bagnati dalla rugiada.

– Non così – ribadì Oreste. – Osserva bene come faccio. – Prima è importante riempirsi, e poi svuotarsi dell’aria fino al punto più estremo che riesci a sopportare, e questo devi comprenderlo da solo, nessuno può aiutarti.

Quando un ragazzo si affacciò sull’aia e Oreste gli chiese notizie di Giustino, senza rispondere lui si portò una radiolina all’orecchio per ascoltare la musica.

Dietro di lui sopraggiunse una donna e Oreste la salutò.

Lei si scusò di averlo fatto attendere, suo figlio, il più piccolo, stava sul punto di addormentarsi. – Non ha ancora compiuto tre anni – disse ridendo.

– Lo dici a me! – disse Oreste. – Questi due non si calmavano nemmeno di notte. La mattina mi recavo al lavoro con gli occhi gonfi di un alcolizzato.

– Il più grande, Filippo, a un anno mi dormiva sul seggiolone, ma questo distrugge la casa anche nel sonno.

– Sono venuto a prendere la damigiana di vino. E un pollo, … bello grosso, … come ha detto mia moglie.

– Giustino ora è nei campi, ma sta facendo buio, … sarà qui a momenti.

– Ha telefonato mia moglie proprio ieri all’ora di pranzo.

– Mio marito è un gran lavoratore, purtroppo ha la testa sfasata. Sembra che ascolti quello che gli dico, ma invece vive in un altro pianeta, con le sue cose da fare.

– Poco male, è sabato e non ho tutta questa fretta.

– Prima di andare nei campi mi sono raccomandata un milione di volte che alle tre c’era Oreste per il vino, ma è come parlare con il muro.

Oreste si informò del vino. La donna spiegò che la vigna aveva reso una quantità maggiore rispetto alla precedente vendemmia, solo che con l’arrivo della pioggia e l’uva non ancora matura sulle viti, il vino risultava un tantino aspro. Per farlo venire di qualità sul loro terreno serviva un miracolo, ma quest’annata era la peggiore degli ultimi dieci anni.

– Irene, sarà mai aceto?

– Questo no, però è meno corposo: non raggiungerà i tredici gradi.

– Il vino a tavola mi tiene compagnia – disse Oreste, – invece questi due si rifiutano di assaggiarlo pretto. Se insisto lo allungano con l’acqua, altrimenti pasteggiano volentieri con l’aranciata. Per rovinarsi lo stomaco non c’è niente di peggio.

– I dottori si raccomandano di non berlo quando si è troppo giovani – disse la donna.

– Ma non è salutare neanche bersi certe robacce, pasteggiando.

– Questo no.

– Chissà con quali porcherie sono fatte! Me lo fai dire: …un goccio durante i pasti non fa male.

– Come dice il proverbio, si è ciò che si mangia – disse lei ridendo.

– Ci sono cresciuto a vino. Venivo qui a prenderlo con mio padre quand’ero ragazzo, e lo assaggiavo anch’io insieme agli adulti. Allora c’era Necessario, e con Giustino ci conosciamo dall’infanzia.

– Ai tempi dei nostri genitori nessuno era in grado di porsi dei problemi di salute – disse la donna. – Si andava avanti a lavorare, sperando di non fare l’incontro con qualche malattia grave. Però a quarant’anni sembravi già un vecchio di settanta, … il fisico era logorato.

– E’ vero Irene, però non posso accettare neanche quello accade ultimamente, che sembra alla salute non faccia bene niente. Il guaio è farsi consigliare da tutti quei professori che appaiono in televisione per obbligarci a seguire una determinata dieta in ciò che mangiamo. Uno spiega la sua teoria, un altro la contraddice, un altro ancora prende da entrambi qualcosa finendo per criticarli con una nuova verità scientifica, e tutti ci espongono statistiche su statistiche per confermare la loro tesi, perché sui numeri detti alla Tv è facile mischiare le carte. Parlano per farci vedere qualcosa che forse neanche loro conoscono. Certo, tutti abbiamo il panico quando in fondo alle nostre comodità si affaccia una prospettiva come la morte, ma nessuno di loro ti dice seriamente che a volte può succedere anche ruzzolando le scale. Questo mi fa arrabbiare.

– Già, – confermò la donna ridendo, – … visto che non siamo eterni, dovremmo saper vincere gli egoismi.

– Non è il mezzo bicchiere di vino che può rovinare la vita di un ragazzo – disse Oreste.

La donna si rivolse a suo figlio, ancora impegnato a sintonizzare la radiolina su un programma di canzoni di suo gradimento.

– Mentre vado a prendere il pollo, resta a giocare nell’aia con loro. E se tuo fratello piange, mi raccomando Filippo, non fare il sordo, … che altrimenti ne buschi. E’ bene che mi sbrighi, se poi vanno a dormire sopra il gelso chi può prenderli.

– Vado incontro a Giustino, così strada facendo parliamo un po’ di noi – disse Oreste. – Da che parte si trova?

– … Per di là.

Irene afferrò di slancio un pollo che lì vicino stava beccando dello sterco secco. Lo mise a testa in giù, tastò sotto le penne che fosse bene in carne, gli tirò il collo, andò a spennarlo in uno degli stalletti dei maiali che era vuoto.

Intanto Marta si era messa ad ascoltare la musica che usciva dalla radiolina e a Filippo, che la stava fissando, venne istintivo farle un sorriso e accennare al ritmo della canzone con la mano libera. Lei inventò i passi di un ballo, aspettando che lui le parlasse.

L’aia viveva di quei suoni, ma tutti gli animali, impauriti dallo scatto della donna per afferrare il pollo, erano fuggiti a nascondersi.

                       *        *        *

Adesso un vento gelido ridicolizzava il tepore del sole che già sfiorava la collina, riflettendo i suoi raggi in un cielo diventato rosso.

Marco aveva percepito uno strano rumore metallico che a intervalli regolari esplodeva intorno all’aia. Sembrava un respiro affannoso, un grugnito, il gemito di una bestia sofferente o gravemente malata; forse arrabbiata, o forse solo  presa dal morso della fame.

– Che significa?

– Sono i nastri che trasportano la lignite alla centrale elettrica di Santa Barbara – lo informò Filippo.

Marco ascoltava incuriosito, senza riuscire ad orientarsi. Quel rumore in alcuni momenti esplodeva, diventando insopportabile, in altri sembrava attenuato da una spessa imbottitura e come un eco si ripercuoteva all’infinito, in quelle conche che formavano il paesaggio.

– Guardate verso la nuvola di fumo – precisò Filippo, indicando con la mano un punto dove Marco ancora non aveva curiosato.

Si voltò anche Marta.

Scorsero una nuvola di poca importanza alzarsi verso il cielo bianca e sottile, non molto distante in linea d’aria dal posto in cui si trovavano.

– Qui ci sono le cave, là la centrale elettrica –. Filippo disegnò un mezzo cerchio con il braccio alzato.

– Non è distante allora? – chiese Marta.

Filippo annuì: – Il rumore però è prodotto dai nastri che trasportano lignite. Tra due anni la voragine della miniera a cielo aperto prenderà i nostri campi, allora si dovrà lasciare il podere, andare a vivere altrove. Il terreno della fattoria è già stato espropriato, lavoreremo la terra fino a quando non picchetteranno le colline che dovranno sparire, mio padre dice che poi cercherà lavoro in una fabbrica.

– Vogliamo andarci? – suggerì Marco. – Non ho mai visto una miniera di lignite.

– Non è distante, ma sta facendo buio, e poi devo sorvegliare mio fratello. Avete sentito le minacce di mia madre? Una volta ha tentato di scalare il frigorifero, dopo esser salito sulla sedia si è aggrappato al margine, per tirarsi su.

– Come si chiama tuo fratello? – gli chiese Marta.

– Enrico, si chiama.

– Neanch’io ho voglia di arrivarci – disse Marta. – Questo rumore fa venire l’angoscia, … è brutto, … allega i denti. Resterò qui ad ascoltare la musica.

– Se vuoi andarci allora segui questa direzione, nemmeno in un quarto d’ora ti troverai proprio in bocca alle cave. Non puoi sbagliare, da lì partono i nastri. C’è una buca immensa, profonda; … assomiglia al cratere di un vulcano.

Filippo indicò una collina dove germogliava il grano, che rispetto ad altre lì intorno sembrava non avere un fondale, era come se finisse nel nulla. – Una volta la lignite si estraeva dai pozzi in galleria, sparsi qua e là per le colline sono ancora visibili gli ingressi, la maggior parte però è stata distrutta da quelle macchine mangia terra che hanno scavato il cratere.

Quel borbottio meccanico sembrava un suono partorito dal più remoto universo, nel rompere il silenzio della campagna dava l’impressione di provenire da più parti contemporaneamente. Incuriosito Marco decise di arrivare alla collina da dove si alzava il fumo che poi finiva con quello scarabocchio in cielo.

                                       *     *     *

La distesa di grano verde, accentuata dalle ondulazioni incostanti del terreno adesso, con i raggi del sole, luccicava come colorata di una vernice a smalto e i pochi alberi accrescevano la sua sensazione di solitudine. Un gelo pungente, ora che stava camminando in una zona d’ombra, veniva trasportato dal vento che gli fischiava nelle orecchie mischiandosi ai lontani rumori della miniera. Notò dei ghiaccioli sopra i rovi secchi di una macchia di rosa canina. Il cigolio dei nastri si era accentuato e nella direzione del vento distingueva il profumo della neve che copriva le montagne più distanti, che all’orizzonte si coloravano di rosa nei riflessi del tramonto. Quelle colline si distaccavano dal cielo grazie al contrasto netto dei colori, mentre Marco camminava come un automa in direzione del rumore. Respirava con esasperata lentezza perché sentiva il peso di camminare in solitudine, cosa a cui non era abituato, specie lontano dai luoghi consueti delle sue passeggiate. Nei punti ghiacciati la strada trai i campi era solida e compatta, altrove, se non camminava sull’erba delle prode, sarebbe sprofondato nel fango con tutta la scarpa.

A pochi metri da dove si trovava, a un tratto apparve un grosso cinghiale, era sbucato da un anfratto per attraversare incurante della sua presenza e perdersi nel pendio del campo di grano. Era stato un attimo, mentre per la sorpresa lo aveva inseguito con lo sguardo fissando il punto dove sembrava che i germogli del frumento fossero mossi bruscamente dal vento. Non era nelle sue intenzioni, tuttavia si fermò, una certa apprensione lo costrinse ad immedesimarsi in quella solitudine della campagna dove era quasi notte e gli animali selvatici sembravano materializzarsi dal nulla. Sentiva in lontananza l’abbaiare di un cane. Si voltò indietro, la casa si scorgeva ancora oltre l’altura da cui era disceso: vedeva bene il tetto, una sorta di nebbia intorno al camino, una parte delle finestre del piano abitato.

Quando perse del tutto di vista la casa, cominciò a provare un certo imbarazzo. Sputò con rabbia sul grano perché non voleva chiamarla paura, anche se non si spiegava in nessun altro modo quel sentimento di rinuncia a continuare. Si sentiva nudo. Lì, immobile, a scrutare vicino e lontano, impressionato dal rumore dei nastri da trasporto della lignite che non poteva scorgere. Senza rifletterci, cominciò a tornare indietro. Nei campi di frumento, senza sapere cosa fossero, distingueva i segni lasciati dal trattore durante la semina, linee che proseguivano senza mai incontrarsi, strisce parallele tracciate nel verde dei germogli, che finivano per perdersi oltre il crinale. Obbedì alla sua paura senza ulteriori commenti, cercando solo di capire cosa avrebbe pensato Filippo vedendolo di ritorno così presto. Neanche avendo le ali poteva andare e ritornare in così poco tempo. A dirgli la verità, forse si sarebbe sbellicato dal ridere. Sua sorella certamente, era così invidiosa!

Fatti pochi passi si fermò indeciso. Sembrava munito di antenne che lo avvertivano di ogni segnale controverso, piccolo o forte, non c’era niente di più concentrato della sua tensione nervosa, ogni fruscio lo faceva sussultare con uno scatto di lato del corpo, rischiando quasi di finire dentro il fossetto che costeggiava il sentiero, dove dell’acqua putrescente si era ghiacciata. Poteva procedere con calma, visto che nei campi avrebbe percepito in anticipo ogni pericolo, ma il pensiero di raggiungere l’aia che lo dominava, gli fece affrettare il passo.

Angelo Australi, luglio 2018

4 pensieri su “i fuochi di carnevale

  1. …il racconto di Angelo Australi trasmette una sensazione di ansia profonda, come puo’ cogliere chi non sente nulla al proprio posto: se stesso, le cose e le persone…Il tempo non si puo’ fermare, cosi’ risulta difficile comunicare le proprie belle esperienze , al padre Oreste è impossibile trasmetterle ai figli…Quello che piaceva ai vecchi ai giovani risulta indifferente…il podere, insieme ad un intero mondo di fatiche e di gioie contadine, è risucchiato dalla invadente miniera…Marco cerca invano di soddisfare una sua curiosità, vedere la miniera di lignite, deve precipitosamente ritornare sui suoi passi…i fuochi di carnevale che sapevano dialogare con l’gnoto non esistono piu’…Si fa strada la paura tra sole che tramonta e ghiaccio. Un racconto ispido, di un forte realismo

    1. Cara Annamaria Locatelli,
      nello scriverlo avevo forte il bisogno di comunicare l’interruzione di un percorso di legami e di simboli intercorso tra la mia generazione e quella dei più giovani, ai quali, rispetto alle immagini raccontate, non è facile ritrovare nella realtà la traccia di un mondo scomparso già da molto tempo, ma che è stato indispensabile alla mia formazione giovanile.
      Grazie della lettura

      angelo australi

  2. Caro Angelo Australi,
    ho spesso la sua stessa convinzione ( o timore) nei confronti dei giovani, che mi sembrano essere scivolati lontano da noi ( anche se quel noi non sempre rappresenta il meglio e non si presenta come modello), a distanze stellari e irraggiungibili…Lo vedo con i miei nipoti. Tuttavia, a volte, mi sorprendono per alcuni guizzi di intuizione, per l’adesione, sempre un po’ fuori dalle righe, ai valori di sempre. Ci si raggiunge, tra generazioni, per strade non lastricate, tortuose, ma succede. I giovani, quando non si fanno travolgere da propagande e mode di ogni tipo ( ben piu’ potenti delle canzonette ascoltate da una radiolina), riescono a trovare, non senza fatica, un cammino positivo e magari, se necessario, ritornare sui loro passi. Cosi’ voglio sperare, che trovino delle soluzioni, anche diverse dalle nostre. Del resto anche nel suo racconto il ragazzino Marco si allontana dal suo proposito di raggiungere la miniera, con il suo cratere risucchiante, e corre a perdifiato per raggiungere l’aia, con i suoi odori e presenze vitali

  3. E’ vero, sì. Conosco anch’io dei giovani che trovano in un proprio percorso dei legami con qualcosa di classico nel rapporto uomo-realtà. Ci arrivano per un bisogno individuale, appunto. Come, in forma diversa, è accaduto alla mia generazione che nel ’68 era solo adolescente.

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