Il paese dei balocchi

    di Aldo Giobbio

Pubblico il testo di questa bella conferenza che Aldo Giobbio ha tenuto nell’agosto 2018  nell’ambito delle iniziative di Tonalestate (vedi nota sotto) ringraziando autore e  organizzatori  per l’autorizzazione. [E. A.]

Carlo Lorenzini (1826-1890), più noto con il nome d’arte di Carlo Collodi, ha scritto con Pinocchio, uscito a puntate tra il 1881 e il 1883, l’unico romanzo di formazione (Bildungsroman) della letteratura italiana (se si esclude, in un certo senso, la Divina Commedia). Certo, non si può definire così Cuore, di Edmondo De Amicis, che tutt’al più è un testo di educazione civica, del resto non peggiore di altri (certo migliore del Piccolo alpino di Salvator Gotta, che del resto, qualche anno dopo, cresciuto in età ma non in saggezza, nella Seconda guerra del piccolo alpino diventa fascista). Come si sa, i ragazzi che vanno nel paese dei balocchi diventano somarelli, parabola che si deve interpretare non tanto nel senso che rinunciano ad una formazione scolastica regolare ma in quello, molto più tragico, che perdono il contatto con il mondo reale. Carlo Lorenzini, che aveva combattuto nelle campagne del Risorgimento (1848 e 1859), aveva impiegato il resto della vita per riaversi dallo choc.

Come si diventa somarelli in questo senso è rappresentato molto bene anche in un brano dei  Buddenbrook[1], dove l’autore mette di fronte due fratelli, Thomas, martire del dovere, e il frivolo Christian:

“Ma sì! Ma sì! – esclamò il console, e si prese per un momento la testa fra le mani. - Fa’ quel che vuoi! Regolati come ti pare! […] Bene. Sei stanco della tua professione? – Sì, Tom – disse Christian soprappensiero, - preferirei certo continuare gli studi! Fare l’Università, sai, dev’essere molto piacevole… Ci si va quando se ne ha voglia, liberamente, e si sta lì a sentire come a teatro… - Come a teatro… Ah, al Café Chantant dovresti andare, a fare il pulcinella… […] Christian non lo contraddisse: guardava assorto davanti a sé. – E hai l’impudenza di fare un’affermazione smile, tu che non hai l’idea… non hai la più  pallida idea di quel che sia il commercio e il lavoro, tu che riempi la tua vita fabbricandoti col teatro, il bighellonaggio e le buffonate, un mondo di impressioni e di sentimenti da osservare e da coltivare, e poi da mettere spudoratamente in mostra… - Sì, Tom, disse Christian un po’ turbato, e s’accarezzò di nuovo la testa. - È proprio così; hai detto bene. Quest’è la differenza fra noi due, vedi. Anche tu vai volentieri a teatro, e a suo tempo, sia detto fra noi, hai avuto i tuoi pasticcetti amorosi, e leggevi con entusiasmo romanzi, poesie e roba simile… Ma hai sempre saputo combinare tutto ciò col lavoro ordinato e con la serietà della vita… Io invece non ci riesco, ecco. Le frivolezze, le cose futili, mi occupano interamente, e per la vita regolata non mi resta nulla… Non so se mi puoi capire…”

Si noti che Christian non è un uomo cattivo. Anzi, è una persona mite, per niente aggressiva. Anche il suo modo di vivere è dispersivo ma non particolarmente dissoluto e comunque non viola quei margini di relativa sregolatezza che la morale di allora riconosceva alla borghesia benestante. Il suo peccato è che vive in un altro mondo. Dal punto di vista di Thomas, che è una specie di vittima della famiglia che si è trovato addosso, non è frivolo chi commette di tanto in tanto qualche frivolezza  (ci mancherebbe altro!) sapendo che è una frivolezza, ma chi scambia le frivolezze per cose serie.

Naturalmente, a livello individuale, ognuno è libero di comportarsi come meglio crede, anche se a me non sembra che l’opzione asinina, ossia il distaccarsi dalla realtà, sia una scelta molto assennata. Però, a prescindere dalla mia opinione, nel tempo deve aver trovato i suoi estimatori, se già nel I secolo della nostra era il poeta Giovenale (certo un poeta con tendenze moraliste) rilevava (Satira X, v. 81) che panem et circenses  (una formula poi diventata celebre) sembrava essere il nuovo orizzonte civico e morale dei Romani. I sudditi, s’intende. Ma i governanti erano d’accordo? Sembrerebbe di sì, se quattordici secoli dopo uno di loro che non era sprovvisto né di acume né di esperienza, Lorenzo il Magnifico (scusate se è poco), precisava “Pane e feste tengon il popol quieto”[2]. Questa formula venne poi arricchita con un terzo elemento e divenne “feste, farina e forca” (le famose “tre F”). Noi italiani abbiamo l’abitudine di attribuirla ad un re delle Due Sicilie, che certo l’applicava con entusiasmo, ma, secondo il dottissimo Giuseppe Fumagalli, non ne era l’autore[3].

Questa aggiunta non è superflua, perché fra i tre elementi esiste un certo rapporto. Innanzi tutto, nell’Ancien Régime, le grandi esecuzioni – dagli autos da fé alla ghigliottina – erano anche feste popolari, per il grande concorso di popolo e per la solennità della messa in scena. Erano un tipo di spettacolo non sgradito ai presenti (salvo che alle vittime) e comunque ritenuto utile per la loro formazione spirituale. Quando Eleonora Fonseca Pimentel, una delle figure più degne  di rispetto della Rivoluzione napoletana del 1798, venne portata al patibolo, fra tutta la gente ammassata in piazza del Mercato, si trovò solo una donna del popolo (onore eterno a lei!) che si privò di una spilla per consentire alla condannata di aggiustarsi la gonna. Tra la festa e la forca si collocavano anche le parate militari, alle quali il popolo assisteva compiaciuto, pur sapendo che tutte quelle sciabole e quelle baionette erano lì per lui, ancor più che per un eventuale nemico esterno (Alphonse de Lamartine ne dà nel 1848 una descrizione quasi commovente)[4]. Queste possono anche essere coincidenze occasionali. In realtà fra le tre componenti dell’arte di governare esiste anche un rapporto più intrinseco. La festa, come fattore di distrazione, può a volte, entro certi limiti, sostituire il pane. Per esempio, nella crisi del 1929, una produzione hollywoodiana fortemente escapista rispondeva all’esigenza, parte spontanea, parte pilotata, di evadere almeno per qualche ora dalla desolante realtà. Quando io ero giovane c’era una canzone nella quale si parlava di una “ragazza del sabato sera” che lasciava “la sua casa di periferia” per la balera, definita come “grande sala luminosa piena di allegria”. Se bene amministrata, l’arte di distrarre il popolo dai problemi concreti può, a volte, persino evitare – o almeno ritardare – l’uso della forca. In sintesi, la festa si pone un po’ tra la farina e la forca. Non farà miracoli, ma un po’ può servire.

La posizione intermedia della festa tra gli altri due elementi ne rende la gestione particolarmente delicata. È quindi naturale che, dei tre, sia quello che ha subìto nel tempo maggiori trasformazioni. Dai grossolani spettacoli del Colosseo, consistenti soprattutto in combattimenti di uomini e di animali, si passa, per esempio, a pantomime a sfondo religioso nelle quali rientra anche una certa componente intellettuale, fino a che quest’ultima diventa sempre più importante e purtroppo connessa al lavaggio del cervello. Già nel 1848 – momento chiave non solo per la politica ma anche per la cultura dell’Europa – un osservatore acuto come Alexis de Tocqueville notava anche tra le persone colte (ma non direttamente impegnate nell’attività politica) una propensione ad indulgere a quello che lui chiamava esprit littéraire en politique, ossia a perdere di vista la realtà, che certo poteva essere anche banale e squallida, e a lasciarsi attirare da interpretazioni più o meno fantasiose[5]. Al 1848 risalgono anche i famosi pensieri di Ernest Renan, pubblicati mezzo secolo dopo con il titolo L’Avenir de la science, nei quali, al contrario, viene denunciata come un difetto la tendenza degli intellettuali francesi a trarre deduzioni socio-politiche dalle loro scoperte teoretiche. Molto meglio hanno fatto – dice Renan – gli intellettuali tedeschi, i quali, a suo dire, avrebbero stipulato con il potere un impegno a non scendere dalle nuvole in cambio di esservi lasciati in pace. Heine verso il 1835 aveva più o meno intuito il fenomeno, salvo che esso era da lui giudicato come un tradimento della missione del dotto. Comunque sia, se mai c’è stato un patto del genere, esso assomiglierebbe molto a quella che nel Medio Evo era stata chiamata la dottrina (e anche la pratica)  della “doppia verità”, con la quale la Chiesa riconosceva agli accademici una certa libertà di dibattito purché i loro discorsi non uscissero dalle aule universitarie.

Il paese dei balocchi assume una nuova dimensione con la cosiddetta Rivoluzione industriale. Il numero e l’assortimento dei balocchi aumentano in modo esponenziale (questo lo vedono tutti) ma soprattutto (e questo lo vedono meno) si evolve il rapporto tra il futile e il necessario. Il futile è sempre stato funzionale alla politica; ora lo diventa anche per l’economia. Naturalmente, una certa produzione di beni di lusso (come si diceva una volta) c’è sempre stata, ma la sua caratteristica era che i produttori non coincidevano quasi mai con i consumatori. In un racconto di Salvatore Di Giacomo troviamo una ragazza, disperata per non aver nulla da dare da mangiare al suo piccolo, che, quando finalmente riesce ad avere una moneta, la spende per comprarsi un ventaglino. Certo, l’uomo non vive di solo pane, specialmente quando quel pane dovrebbe nutrire qualcun altro. Di Giacomo, come dimostra in un altro suo più celebre testo (‘a Mappata), aveva idee singolari su come risolvere il problema del pauperismo. Però almeno non dice che la ragazza ha comprato il ventaglino per sostenere la domanda aggregata, rendendosi così benemerita della patria. Di una coppia che abitava vicino a noi, mia mamma diceva: “Cenano con pane e caffellatte ma vestono sempre all’ultima moda” – e mia mamma se ne intendeva, perché gestiva un negozio di abbigliamento piuttosto fine e non tanto a buon mercato. Con quelle parole esprimeva la visione popolare che si può praticare il superfluo solo quando si hanno abbastanza soldi da aver già provveduto al necessario o quando si sacrifica almeno in parte il necessario stesso. Era anche l’opinione di un grande sociologo, Thorstein Veblen, che nella sua Teoria della classe agiata (1904) osservava come il ceto impiegatizio si privasse di comodità per altro accessibili ad una classe operaia che comunque guadagnava di meno, perché spendeva molto in accessori perfettamente inutili ma dei quali non si può  dire che non gli fossero in qualche modo necessari, perché servivano per rendere evidente all’esterno la partecipazione dei possessori alla classe borghese – o almeno media – e non a quella dei lavoratori manuali.

Quando lo sviluppo dell’economia di mercato è arrivato al punto da poter far credere che, almeno in un certo numero di paesi, i bisogni primari fossero ormai soddisfatti, l’aumento dei consumi cosiddetti voluttuari si è prestato bene a propagandare sotto il profilo ideologico la bontà di quel modello: “Vedete? Se possono spendere tanto in cose futili è perché di quelle necessarie ne hanno già fin sopra i capelli!”. In realtà non era così. Intanto, la distribuzione non era equa, e in altre parti del mondo mancava ancora il necessario, anzi l’indispensabile. Personalmente mi ricordo, all’inizio degli anni ’70, il fastidio dei cittadini di Berlino Est, quando la DDR aveva grossi problemi di approvvigionamento energetico, per la fastosa e superflua illuminazione di Berlino Ovest, evidentemente utilizzata a scopo propagandistico. Questa è già una spiegazione parziale, anche se non del tutto secondaria, di una certa sproporzione tra l’utile e il futile. Ce n’è però un’altra, molto più intrinseca all’economia di mercato. Il sacrificio del necessario a favore del futile era presente anche nell’economia dello spreco sotto una forma non immediatamente percepita dai consumatori, anche nei paesi più ricchi, ed era il deperimento dell’ambiente e, più in generale, la dilapidazione delle risorse non rinnovabili. Alcuni autori (in particolare K.William Kapp e Bertrand de Jouvenel) avevano sollevato il problema fin dagli anni ’50 ma lo scandalo scoppiò tra il 1968 e il 1972 con la pubblicazione del libro Verso l’abisso di Aurelio Peccei[6] e poi con il famoso rapporto al Club di Roma sui Limiti dello sviluppo[7].  Da allora è passato mezzo secolo, ma gli scarsi progressi compiuti danno un’idea della complessità del problema.

Il punto nevralgico di tutta questa storia è che l’economia di mercato trova il suo limite quando l’investimento supera un certo margine di rischio o è a redditività eccessivamente differita o semplicemente richiede troppi soldi rispetto a quelli che il mercato può spontaneamente fornire in quel momento. L’economia di mercato è per sua natura un’economia di breve  o tutt’al più medio termine (questo si vede molto bene, per esempio, nella storia dei vari regolamenti bancari). Da questo si capisce come, per esempio, cercare nel privato una certa sollecitudine per la difesa del territorio o la protezione delle risorse non rinnovabili sia speranza vana. Okay. Ma perché non ci pensa lo Stato, che per sua investitura dovrebbe promuovere il bene pubblico? Per la verità un pochino lo fatto, specialmente in altri tempi. Per esempio quando lo Stato italiano (e non solo lui) cent’anni fa riscattò le ferrovie, nelle quali i privati non trovavano più la per loro giusta compatibilità tra la redditività sperata e un servizio decente. Ancor prima, la Repubblica di Venezia proteggeva abeti e larici perché i loro tronchi servivano per le palafitte sulle quali poggiavano i palazzi della laguna. Un discorso del genere valeva anche per le navi da guerra, almeno finché furono di legno.  In generale, però, mutatis mutandis, gli stessi disincentivi che allontanano i privati agiscono anche sullo Stato. Certo, quest’ultimo, a differenza dei privati, può reperire risorse attraverso l’inflazione monetaria, il debito pubblico e, se proprio non ne può fare a meno, l’imposizione fiscale. Però le tasse comportano sempre una certa dose di impopolarità e sottraggono risorse ai consumi privati. In definitiva, come ci ha saggiamente ammonito Milton Friedman, “nessun pasto è gratis”. Se poi ci si mette l’ideologia che ci ha afflitto negli ultimi decenni, secondo la quale sottrarre risorse all’iniziativa privata è una specie di alto tradimento, la frittata è fatta. Il problema è che, se il privato non fa le cose importanti perché il farlo non rientra né nella sua natura né nella sua convenienza e l’operatore pubblico non le fa perché non gliele lasciano fare, la logica conclusione è che nessuno le fa. Gli storici che hanno scritto che, alla vigilia della Rivoluzione francese, la Francia era uno Stato povero in un Paese ricco, in sostanza non volevano dire altro. Quello che accadde poi lo abbiamo letto sui libri. Quando si sceglie di perdere la testa, non è poi tanto strano che la ghigliottina offra i suoi servizi. (a.g.)         

 

[1] Thomas Mann, I Buddenbrook. Decadenza di una famiglia, trad. it. di Anita Rho, Einaudi 1971, pp. 294-295.

[2] Giuseppe Giusti, Proverbi toscani, a cura di Gino Capponi, Firenze, Successori Le Monnier, 1884, p. 153.

[3] Giuseppe Fumagalli, Chi l’ha detto? X edizione riveduta, Milano, Ulrico Hoepli, 1989, ristampa 1998, p. 18, sub Panem et circenses n. 54, p. 17.

[4] Alphonse de Lamartine, Histoire de la Rèvolution de 1848, Bruxelles, Société Typographique Belge, 1849, t. II, pp. 305-307.

[5] Alexis de Tocqueville, Souvenirs, a cura di Luc Monnier, t. XII delle Œuvres complètes (edizione definitiva sotto la direzione di J.-P. Mayer), Gallimard, 1964, p. 88.

[6] Il saggio di Peccei uscì dapprima a Londra con il titolo The Chasm Ahead  nel 1969; l’edizione italiana, traduzione di Silvia Boba, uscì l’anno dopo da Etas Kompass. Il Club di Roma era stato fondato da Peccei e altri nel 1968.

[7] Dennis L. Meadows et alii, The Limits to Growth. A Report for the Club of Rome’s Project on the Predicament of Mankind, Universe Books, New York, 1972.

 

 

 

Nota


Aldo Giobbio partecipa e collabora dal 2004, ogni estate, sulle Alpi italiane tra Lombardia e Trentino, a quella che si può definire un’università: universitas di esperienze culturali, di persone di ogni continente, di opere di condivisione e iniziative educative.

Il primo appuntamento venne rivolto dal professor Giovanni Riva, nel 1999, innanzitutto a giovani studenti e ricercatori provenienti da Americhe, Asia ed Europa che aveva riunito in una vacanza estiva.

Quei giovani gli chiesero di aiutarli a riflettere sulle parole che, nel bene e nel male, fanno la storia di questo nostro tempo.

Ne è nato il TONALESTATE. Giorni di ascolto e incontro di uomini e culture.

Si iniziò “l’Odissea nell’umano” che ha portato al Tonalestate esponenti del pensiero, delle religioni, della scienza e dell’economia insieme a testimoni di popoli, artisti e musicisti da ogni angolo della Terra. Si è percorsa l’attualità ricercando i segni della domanda dell’uomo, delle difficoltà sociali e delle sfide culturali e politiche proprie del nostro tempo. Si è riflettuto di pace, di politica, di denaro, di lavoro, di rivolte epocali, del male, di multiculturalità, di evoluzione, fraternità, genocidi, vite dedicate, di comunicazione e linguaggi, di storia e di tentazione di onnipotenza fino a giungere, in questo 2018, a titolare “Pagliaccio”. (www.tonalestate.org).

Il Tonalestate non ha intenti definitori su un tema; piuttosto è un invito a conoscere la realtà attraverso l’incontro e il dialogo con testimoni, per non ritirarci dalla nostra umanità, ma cercare di resistere almeno culturalmente al progredire di una mentalità che irride l’umano o lo incanta di promesse fasulle e lo avvolge di paure ambigue e strumentali.

E’ la ricerca, il confronto e il coinvolgimento con realtà e persone che vivono come servizio alla giusta convivenza e giusto progresso umano. Sono giorni di incontri liberi e propositivi di un futuro buono, offerti sempre più a turisti, famiglie, professionisti, educatori, uomini di buona intenzione e volontà.

 

Un pensiero su “Il paese dei balocchi

  1. …”Farina, festa, forca”, penso che oggi si risparmi anche sulla “farina”, perchè non più necessaria, basta la “festa” per imbandire la “forca”, cioè la perdita del senso della realtà, che ci neutralizza, lasciando spazio ai manipolatori di coscienze. Sembra che il potere si ripeta nella storia, anzi peggiora nei suoi metodi, vista la tecnologia impiegata . L’ironia è che “Quanto ci divertiamo!”. Grazie a Aldo Giobbio per il bel testo, i riferimenti storici e le riflessioni in un clima di festa, di vacanza, non dispersivo…In fondo se “loro” fanno leva sul nostro desiderio di felicità, bisogna anche saperli raggirare

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