25 poesie da “Disamorarsi d’essere”

di Eugenio Grandinetti

 Eugenio Grandinetti ha pubblicato, raccolte in quattro sezioni (Equilibri di penombre, Zooteca, Storie,  Et cetera),  un altro  libro di sue poesie. Ne propongo qui, facendo una scelta del tutto personale, alcune che meglio dicono  alcuni tratti tipici della sua ricerca: uno sguardo minuzioso ma interiormente partecipe sugli animali, esseri in preda a sentimenti (fossero di paura, come nell’immagine della lucertola, o di aggressività feroce, come in quella del falco) che indirettamente sono stati o sono anche suoi; una tendenza ad immobilizzare  in una “statica interiore” non solo il movimento delle cose (si veda «Mulinelli»), ma della memoria («Degli altri è bene /si perda ogni memoria, che non resti/ cattiva maestra al mondo della storia /di cui fummo pure parte»)  e, dunque, della storia dimostratasi inesorabilmente insensata e senza più scopo («Gli eventi/ che potevano esserci non furono»; « storia/ continua, senza capitoli e senza epilogo») ; una a-modernità baudelairiana  ma  più secca e quasi scorbutica della sua visione della città metropolitana, ridotta a «muro davanti ad altri muri», a vita monotona,  a «un ripetersi», a «ingranaggio», nel quale   il singolo – guardato o non guardato dagli altri – resta bloccato in una irrimediabile incomunicabilità; un esistenzialismo  che ora,  di fronte alla sua e all’altrui vecchiaia (si veda in particolare «Senescenza», «Un vecchio» ma anche «La mela marcia»),  si è fatto spietato e nulla abbellisce.  E tuttavia  questi versi – pacati, disincantati, dal tono mai muscolare ma sempre basso e riflessivo, che parrebbero monotoni ma sono dolcissimi – «sono tarli che scavano, che lasciano / vuoti profondi». Perché alludono ad una assenza incolmabile. Come nella bellissima evocazione  delle figure del nonno e del padre ne «L’asino di Pietrantonio», tanto più imponenti e leggendarie, malgrado le  minime  «orme» ( o ombre?) che hanno potuto lasciare sulla terra e  nel suo animo.  [E. A.]

I nomi

I nomi evocano le cose, quasi
le chiamano perché ritornino
ancora avanti al nostro sguardo.
Ma se io dico “un albero”, non sento
frusciare il vento tra le fronde, splendere
verdi alla luce gemme di rugiada.
La memoria è fredda e immateriale :
non ha occhi che guardino, non ha mani
amiche che ci stringano le mani.
Se ho sete dico “fonte” ma le labbra
restano aride.
Perciò più non ti chiamo, che il tuo nome
riporta a me solo una vuota immagine
che fugge dai miei sguardi, dalle mani,
e dalle labbra che restano più aride.

 

 

La sera

Giunge la sera, rapida ed oscura
come un rimorso. Tornano
pensieri a tormentarci. E’ stato
inutile pure questo giorno
e sgradevole. Gli eventi
che potevano esserci non furono, gli occhi
incontrarono ostacoli di muri, i passi
esitarono incerti e si arrestarono
prima ancora di giungere a un rifugio.

 

 

La città

Eccola la città, davanti a noi,
fatta di case che si nascondono
l’una con l’altra, sì che agli occhi resta
solo un muro davanti ad altri muri
anonimi, che nascondono
altri uomini.
Soltanto in alto emergono dai tetti
cime di campanili e grattacieli
lontani, inutili ed estranei.

 

L’asino di Pietrantonio

I
Mio nonno partì da casa in groppa a un asino
per andare in America,
e non tornò mai più. L’asino invece
ripercorse retrogrado il cammino
di torre in torre (e intanto ognuno
lo aveva usato per portare il grano,
le patate o la legna per l’inverno)
e tornò dopo un anno. Questo almeno
è quello che raccontano. Mio nonno
è però diventato una leggenda,
e chi può dire cosa c’è di vero
in ciò che si racconta nelle favole?
Pure mio padre non parlava mai
di questo padre che non c’era stato.
Forse perché non ne sapeva molto:
l’aveva visto solo poche volte
in America, durante lunghi viaggi
dalla miseria verso una speranza
sempre delusa. Eppure conservava
in soffitta una lettera
banale – ma che forse era l’unica
che suo padre mai gli avesse scritto –
che cominciava – lo ricordo bene –
“Benedetto Peppino”
e che finiva con la benedizione.
E mio padre, quando mi scriveva,
anche lui chiudeva la sua lettera
mandandomi la santa benedizione,
ma lo faceva quasi di nascosto
scrivendo “s.b.”, perché sapeva
che l’avrei preso in giro,
eppure non poteva farne a meno
forse perché questa era la sola
memoria che gli restasse di suo padre,
che tutto il resto non gli apparteneva
ma era mito ormai: mito la storia
dell’asino di Pietrantonio,
e mito il racconto delle guarigioni
quasi miracolose.
Ma suo padre, quello vero
per lui, quale che fosse quello vero per tutti,
era rimasto solo in quella lettera.
E quello che di lui resta,le sue ossa, ora sono
confuse con le altre ossa
in un ossario di Salt Lake City,
dove è morto, investito da una macchina,
mentre tornava forse affaticato
da una ricerca d’erbe lungo i margini
del deserto, o mentre era distratto
pensando a quello che avrebbe potuto essere
e non era stato,
e alla sua vita inquieta
che s’avviava alla fine, in solitudine.

II

Nient’altro so di te se non le poche
cose che ho scritto.
Forse non ti somiglio
se non soltanto per l’inclinazione
per le erbe e per i boschi
e per un’inquietudine
continua, che mi tiene insoddisfatto.
Ma tu sentivi d’essere
solo e libero, incurante d’ogni obbligo,
e inforcavi il tuo asino
fino al prossimo porto, per andare
in America. Io sono
come un uccello nato in gabbia, che odia
le sbarre ma ha timore
di volarsene libero anche quando
la porta resti aperta. Se tu fossi stato ancora vivo
dopo la mia nascita, forse mi avresti scritto
una lettera che iniziasse
“Benedetto nipote”. Io avrei pensato
a questo nonno solitario e strano
che era partito un giorno per l’America
in groppa ad un asino,
per essere libero, per fare
l’erborista, senza obblighi
di leggi, senza vincoli
di famiglia, che non sarebbe
mai più ritornato,che io non avrei mai conosciuto.
Ma pure avrei parlato con mio padre
di suo padre, e a me sarebbe giunta
come un riflesso almeno qualche cosa
della tua vita. Invece
mi restano le favole e il proverbio
dell’asino di Pietrantonio
a parlarmi di te, però non come
di una persona vera, di qualcuno
che avesse occhi per vedere, cuore
per voler bene, e che avesse una vita
che fosse una vita vera
e non solo una favola e un alone
intorno a due lettere
-“s” e” b”- scritte in piccolo
in fondo a un vaglia,
perché si nascondessero,
o forse per nascondere il rimpianto
di un padre che non c’era stato, di un cuore
che si voleva accanto al proprio cuore
nei momenti
rari della speranza, nei giorni
tristi dello sconforto.

 

Il falco

Il falco s’è levato in alto. Vola
con ali immobili. Penetra
con gli occhi aguzzi in ogni fratta, fruga
tra i roveti che assiepano, tra i cisti
che si sfaldano. Sa discernere
dai moti dell’erba il serpe e il vento.
Non cade nell’inganno
delle ombre retrattili. Ha chiaro
quello che vuole. Vola
con giri ampi ed occupa
la terra con gli sguardi. Ma le erbe
sono ferme. Tutto
il mondo è fossile. Il falco
resta alto, vola
con ali immobili e vede
muoversi sotto di sé, sempre più lenta
e più indistinta, solo la sua ombra.

 

 

La cutrettola

Cutrettola, funambola sospesa
ad una corda immaginaria, cauta
muovi i tuoi passi in equilibrio e oscilli
la lunga coda.
E sotto non c’è il vuoto: tu cammini
per timori fittizi e scruti il suolo
dove posi timida le zampe
che non scivolino, e intanto
nascosto tra i ciottoli ti aspetta
il pericolo reale della biscia.

 

 

Cavalli di marea

Cavalli di marea si fanno audaci
nella notte. Scalpitano
con zoccoli di ciottoli agli scogli
semisommersi, corrono veloci
sulla spiaggia ed agitano
criniere ondose al vento.
Avidi di rapina a torme assaltano
barriere di dune fragili, poi dilagano
senza altri ostacoli, sommergono
certezze di scogliere ed abitudini
di spiagge.
Ma d’improvviso un suono di risacca
li richiama. Si ritirano
rapidi, lasciando
rive sconvolte e sparse di relitti.

 

Le mosche metafisiche

Ho contemplato spesso i giri tortili
delle mosche, che però non capisco.
La via più breve è sempre quella retta,
e le mosche potrebbero percorrerla
volando per l’aria, senza ostacoli.
Quale disegno occulto, allora, quale
pensiero labirintico le porta
a percorrere glomeri di voli
nell’aria, giri inutili,
senza destinazione,
per poi posarsi a caso su una mano
che infastidita le discaccia?
Anche gli angeli
dalle ali bianche di colombe o nere
di pipistrelli
hanno voli prolissi. Poi si posano
sopra i nostri pensieri
portandoci peccati e desideri
o malfermi propositi e rimorsi.
Forse non sono, però stanno fissi
nella mente ed insistono molesti
rendendoci la vita inquieta e triste.
Eppure la mano infastidita
non riesce a discacciarli,
forse perché le mosche metafisiche,
dato che non esistono, non si lasciano
impaurire da gesti di minaccia.

 

 

La lucertola

Si spaventa
al tramestio del vento
tra le foglie cadute una lucertola
timida, e corre a chiudersi
tra fenditure di muri,
a nascondere la sua paura
di vivere. Ma la biscia,
che giunge strisciando, il falco,
che si precipita dall’alto,
non si fanno preannunziare
da alcun rumore. Arrivano
e non si avverte
altro che le fauci che inghiottono,
i rostri che dilaniano.

 

 

La pianta della felicità

La pianta della felicità non l’ho trovata,
non so nemmeno se ci sia. Vivessi
mill’anni forse non la troverei.
Ho cercato le erbe aromatiche
che nascono stente tra le pietre,
i funghi che si nascondono
sotto i cespi dell’erica e del cisto.
Ma avevo una traccia, una memoria
che mi guidava.
Ma la felicità non so se nasca
sotto i cespugli o in mezzo alle radure,
nei sentieri sconnessi o nelle strade
scorrevoli d’asfalto, o se è sepolta
in noi, come il tartufo,
ed occorre scavare per trovarla.
Ma ho scavato, ho scavato ed ora resto
col cuore pieno di crateri e vuoto
d’ogni speranza di felicità.

 

 

Lettere

Si ammucchiano
lettere non recapitate che ritornano
da viaggi inutili. I postini
hanno scritto sulla busta:
“Destinatario sconosciuto”. Scriveremo
altre lettere,
senza però indicare sulla busta
il nome del mittente, perché non possano
più esserci restituite, perché continuino
a viaggiare da una stazione all’altra,
chiuse nei sacchi dalla banda rossa,
lungo percorsi ciechi, solitudini
e silenzi insondabili, per portare
da un luogo all’altro della vita
messaggi improbabili, da un mittente
anonimo ad un destinatario
sconosciuto.

 

 

L’ingranaggio

La città dove vivo è solo un muro
e una finestra stretta, da cui estranei
volti a volte mi guardano. O è una strada
affollata di macchine e rumori
e volti sconosciuti che mi passano
accanto e non mi guardano.
La città dove vivo è un ingranaggio :
una ruota che gira ed una macina
che sgretola la vita e la riduce
ad attimi uguali ed impalpabili.

 

 

Accadimenti

I giorni inusuali non sono
quelli in cui accada qualcosa d’inusuale:
gli accadimenti sono sempre i soliti,
sia che si ripetano frequenti
come orbite lunari, oppure rari
come ellissi allungate di comete.
La vita non è altro che un ripetersi
ad intervalli vari, come risvegliarsi
ogni mattina, come indugiare
a letto ogni domenica, come riscuotere
lo stipendio ogni mese, come morire
ad ogni vita, pure se a chi muore
la morte pare un evento unico.
Inusuale è invece aver sognato
una notte qualcuno
che si pensava aver dimenticato,
o inusuale è che resti in noi memoria
vivida di una vita
che non si è mai vissuta.

 

 

Senescenza

E’ solo un vestito liso che non regge
più, e si slabbra e s’apre
e lascia intravedere la pelle arida,
i muscoli flaccidi, la trama
sporgente delle costole.
Fuoriesce da un velame
sfibrata e mette a nudo
un cielo esangue, un sole
esausto. Verrà il tramonto,
lungo e interminabile
come un marasma di penombre, e il cielo
sarà più pallido e saranno
più brevi gli sguardi e le speranze,
e forse più nemmeno aspetteranno
la caduta del sole e il lento sfarsi
del giorno.

 

Un vecchio

Un vecchio giunge solo in riva al mare
e s’arresta. I suoi occhi
non hanno forza più di attraversare
distese di orizzonti, le sue braccia
non hanno più la lena di remare.
Ora può solo
sedersi sulla spiaggia ed aspettare
che l’onda porti sulla sabbia i resti
dei sogni che si persero per mare.

 

La trama della storia

Scrivere la trama astratta di una storia
continua, senza capitoli e senza epilogo,
che s’interrompa a caso, che nessuno
ne scopra il senso mai, che non si sappia
se quello che era morto era più degno
di disprezzo oppure di rimpianto.

 

Percorsi

Forse tentando inutili percorsi
si perse ed ora non sa più tornare.
Il cammino era semplice: bastava
solo sapere il posto dove andare
e tracciare con gli occhi la via retta
e seguirla coi passi.
Ma era dubbia la vista; o forse l’aria
era fosca di nebbia, ed ogni traccia
gli pareva una strada, e ogni barlume
gli pareva una meta.
S’inerpicò per ripide pendici
aspre di roccia nuda, per pericoli
di macigni malfermi, di slavine,
con gli occhi volti sempre ad una cima
nuda ed irraggiungibile.
E s’inoltrò per boschi, per timori
occulti d’ombre tremule, per voci
dissone che disorientavano.
Ed alla fine, stanco, scelse il piano
monotono delle abitudini,
per dumeti e paludi,
senza più monti da scalare, senza
più cime da raggiungere.
E l’ora,che volgeva stanca all’ultimo
limite, impigriva già i passi.
Tra le nuvole basse il sole aveva
spasimi brevi, come di rimorsi.

 

 

I morti

I morti stanno rigidi. Non hanno
più pensieri, non sentono
più desideri: passano
da una stagione all’altra senza chiedersi
il senso del tempo. Sono
cose che si consumano,
insensibili. Ma in noi
sono tarli che scavano, che lasciano
vuoti profondi e polvere
che si sperde nell’aria.

 

 

Gemme di pioggia

Adornano i rami nudi ora i diademi
della pioggia con fili
lunghi di perle tremule. S’ingemma
d’arcobaleni il cielo ad ogni luce.
Ma ogni bellezza
è illusoria e fugace. Crollano
le perle a un colpo d’aria,
si ritraggono
iridi al sopraggiungere di nuvole.

 

 

Orme

Lasciare la propria orma sopra il marmo
è volere durare, anche se il cuore
ha cessato di battere. Io vorrei
imprimere le mie orme sulla sabbia
instabile, sulla cenere
dei giorni che ho bruciato, che non resti
traccia di un viaggio erratico ed inutile,
che non cada
nessuno nel mio inganno e che non cerchi
di ripercorrerlo.
Ognuno ha la sua vita, ha la sua meta
da perseguire in solitudine. Ognuno
ha i suoi errori da compiere, le scelte
sue proprie, ché non abbia
il dubbio d’esser venuto meno alla ricerca
di strade nuove per seguire il corso
già tracciato da viaggi senza sbocco.
Se mai qualcuno troverà, è giusto
che scriva su una lapide che visse
e come visse. Degli altri è bene
si perda ogni memoria, che non resti
cattiva maestra al mondo della storia
di cui fummo pure parte, o perché inerti
la subimmo e ci mancò l’animo
di opporci, o perché ci sentimmo
di più degli altri, e ci parve fosse giusta
l’ingiustizia del mondo.

 

 

Dire

Dire o non dire,
è questo oggi il dilemma.
Cercare di capire, di capirsi,
per dire agli altri, esporsi
alla critica altrui, all’autocritica,
vedersi
diversi da come si vorrebbe essere,
mostrare agli altri il volto senza maschera
o mascherarsi invece
d’equivoci, guardarsi
in uno specchio di parole torbide
per vedersi però con gli occhi
del proprio desiderio,
conformi a ciò che si vorrebbe essere.

 

 

Mulinelli

I mulinelli d’aria non sconvolgono
che la polvere. Le pietre
restano indifferenti e ferme e non avvertono
la trivella che scava solamente dove il suolo
è molle ed incoerente, la spirale
che per circoli instabili solleva
corpi lievi,
e li lascia a mezz’aria, che poi cadano
dove il caso li guidi. Altri vortici
turbano il nostro cielo. Dovremmo
abbarbicarci al suolo e farci rocce
di certezza, per non essere
sollevati nel vuoto. Però tutto
intorno a noi è mutevole: la vita
è fatta d’attimi incoerenti, di frammenti
di pensieri che non combaciano. Unica
cosa certa è lo scorrere, il disfarsi
incessante, il mutamento,
per nuvole mobili di polvere,
di immagini provvisorie che sconvolgono
continuamente i vortici di vento.

 

 

Robinson

Portami lontano, a naufragare
su qualche isola spersa nell’oceano
e non segnata da nessuna mappa,
che nessuno mi possa mai cercare.
Forse avrò paura della solitudine,
ma più paura mi farà l’impronta
lasciata da un piede sulla sabbia.

 

 

Il senso

Non cercare
un senso alle mie parole: sono solo
suoni che pare che s’articolino,
ma a caso, come di vento che penetra per forre
ripide e si dilacera
alle pareti ruvide, alle concave
rientranze, dove un tempo
erano rocce instabili e ora resta
solo assenza e memoria.
S’io avessi voce d’uomo e se non fossi
il suono della vita che fa uso
di me, per essere, che mi lega
a un equilibrio di squilibri, a un rapido
alternarsi di cellule, a una lotta
per sopravvivere, potrei
forse avere parole per creare
altri mondi possibili, ove liberi
i pensieri si facciano parole
che non debbano esprimere rancori
o rimorsi, e i miei discorsi
non sarebbero solo grida o rantoli
come di un vento esausto.

 

La mela marcia

Il mio cuore che è vecchio ora s’è fatto
come una mela marcia, molle, e basta
lacerare la buccia che si sparga
la polpa a terra, acida e disfatta.
Non toccarmi, perciò, che non si laceri
l’involucro esterno dei doveri,
delle rispettabilità, delle apparenze,
che non resti
quello che resta della vita solo
una poltiglia molle che marcisce
tra sciami di drosofile e rimorsi.

6 pensieri su “25 poesie da “Disamorarsi d’essere”

  1. Dice bene Ennio Abate. I versi di Eugenio Grandinetti «alludono ad una assenza incolmabile. Come nella bellissima evocazione delle figure del nonno e del padre». Il padre, il nonno, una figura femminile più volte evocata ma mai messa a fuoco, forse un amore giovanile finito male. Per Grandinetti sembra che il tempo si sia fermato a un eden dell’infanzia e della gioventù perduto per sempre e mai sostituito con qualcosa d’altro altrettanto valido. Così, nella sua poesia, manca il tempo, che si riduce a ricordo del passato e non è mai progetto, o anche solo speranza, per il futuro. Quindi, la vera assenza incolmabile, in definitiva, è il futuro. Assenza che, con la vecchiaia, si è fatta più cupa e disperata, ma insieme anche più dolce, mite e rassegnata. Ma che cos’è il futuro se non la fede che la vita ha un senso oltre la vita individuale? Qualunque forma assuma il senso, il significato della vita e della storia, rappresenta in qualche modo la “salvezza”, la fede che la vita non è una presenza insensata e senza nessuna incidenza nel tempo. Che non è un mero inganno della natura. Di una natura che a sua volta non ha senso ma è spinta solo dal cieco desiderio di riprodurre se stessa.
    L’assenza del futuro rende inutili i percorsi della vita (Percorsi). Eppure «Il cammino era semplice: bastava / solo sapere il posto dove andare / e tracciare con gli occhi la via retta / e seguirla coi passi». Ma la via retta, per Grandinetti, non esiste (o comunque l’uomo non la conosce) e la vita è, come per il volo delle mosche, glomeri di linee insensate. Così la vita s’inerpica «per ripide pendici / aspre di roccia nuda» e non raggiunge mai la cima, né la felicità. Si rassegna (ma è una rassegnazione inquieta, mai davvero rassegnata) alle abitudini della quotidianità.
    Tuttavia usa la sia pure inutile parola, la sia pure impossibile comunicazione, per uscire dall’isolamento e dalla solitudine (sebbene dica che è impossibile uscirne realmente).
    E il lettore non può fare a meno di disobbedire al poeta che gli dice «Non cercare / un senso alle mie parole: sono solo / suoni che pare che s’articolino, / ma a caso». No, le parole non s’articolano a caso. C’è una tradizione, una cultura, una intelligenza, una passione, un dolore che le guida.
    E a me sembra che, nonostante tutto, ci sia anche una speranza: che non siano del tutto inutili, che riescano a comunicare qualcosa, che riescano a lasciare una traccia che dica che il loro autore non è vissuto invano, non ha vissuto una vita senza senso.
    «Lasciare la propria orma sopra il marmo / è volere durare, anche se il cuore / ha cessato di battere. Io vorrei / imprimere le mie orme sulla sabbia / instabile, sulla cenere / dei giorni che ho bruciato, che non resti / traccia di un viaggio erratico ed inutile, / che non cada / nessuno nel mio inganno e che non cerchi / di ripercorrerlo». Qui c’è la contraddizione insopprimibile, credo, e propria dell’esistenza umana, anche la più disperata e disincantata: la contraddizione fra il volere lasciare la propria orma sul marmo, perché duri, o sulla sabbia, perché si cancelli presto. Fra i due estremi: la piena fede nel futuro e la nessuna fede fino al suicidio di se stesso, si pongono tante varianti del tema proprio della poesia di Grandinetti, che è il tema di Lucrezio, di Leopardi, di Schopenhauer, di tanti altri.
    E ancora una volta, al di là delle intenzioni dell’autore, o meglio, dell’individuo in generale, se si accetta di vivere e di lavorare (la poesia che diventa scrittura e comunicazione pubblica è un lavoro), la vita e il lavoro producono comunque un senso, una comunicazione, creano una comunità, alimentano una tradizione, si proiettano in un futuro.
    Al lettore, pertanto, non resta che prendere atto di questo lavoro, valutarne la capacità di interessare gli altri, e innanzitutto di interessare se stesso e quindi la capacità di comunicare con gli altri.
    E se davvero, come credo, il buon lavoro (la buona poesia) è l’uso sapiente della tradizione (delle sue tecniche, del sapere che ci trasmette) unito alla capacità di innovarla in qualche cosa, e così di farla progredire (ma si dice che l’arte si sottrae al progresso. È vero se si immagina il progresso come un indice statistico in continuo rialzo, ma non è vero se lo si immagina come arricchimento di esperienze sociali e di esperienze interiori); se davvero è così, allora la poesia di Grandinetti ci arricchisce e, facendolo, ci aiuta a vedere il futuro, che lui lo voglia o no.
    Già in altra occasione, a proposito di Grandinetti, ho accennato all’«effetto Leopardi»: la bella poesia (ma direi tutte le belle cose), anche quando sembra indicarci la morte, ci dà emozioni e immette energie che alimentano la vita. Questa contraddizione è forse l’effetto dell’inganno della natura, per indurci a secondarla nel suo scopo, ma è forse anche l’effetto di un senso della vita e della storia che non ci è chiaro e che, proprio per questa sua oscurità, talvolta si è portati a negarlo. Eppure è lì, è qui, e s’impone. E forse non è la natura che ci inganna, ma il dono della vita che ci ispira.
    Dal punto di vista formale, la raccolta «Disamorarsi d’essere» è una delle tante ancora inedite di Grandinetti e risale a circa vent’anni fa, con qualche rimaneggiamento per la pubblicazione (già prima comunicata in forma di dattiloscritto o di file digitale a qualche conoscente, ma inedita per il pubblico). Non nuova, dunque, nel senso che non è stata scritta negli ultimi anni, ma valida testimonianza della vitalità della poesia di Eugenio (una poesia senza tempo ma non senza un suo squisito perché, una sua intima e valida poetica) e della sua energia e voglia, a 88 anni, di essere presente e di comunicare. E non c’è, qui, il senso della vita, di questo miracolo che anche se non riusciamo a spiegare possiamo comunque trovare il modo di apprezzare? Anche grazie alla presenza, al lavoro e alla poesia di Eugenio.

  2. Come sempre la poesia di Grandinetti scava nell’amaro della vita, del destino umano. Un’attesa costantemente delusa, benché trapeli dai suoi versi l’amore per la natura a cui egli non riesce ad abbandonarsi perché consapevole che anch’essa lo tradirà. Le illusioni
    che hanno nutrito per brevi periodi la sua esistenza, accendendo passioni la cui fiamma, nello spegnersi, hanno lasciato cicatrici, ma non aridità di cuore e neppure cinismo. Una poesia in cui palpita una purezza di cuore fanciullesca, grazie alla quale la melanconia e il maleur de vivre non sono riusciti a offuscare il suo sguardo.
    Bellissima la scelta dei testi.

  3. Degli altri è bene
    si perda ogni memoria, che non resti
    cattiva maestra al mondo della storia
    di cui fummo pure parte, o perché inerti
    la subimmo e ci mancò l’animo
    di opporci, o perché ci sentimmo
    di più degli altri, e ci parve fosse giusta
    l’ingiustizia del mondo.

    tutte poesie degne di molta attenzione, ma questi versi mi hanno fatto sentire ” parte in causa ” e ho provato senso di colpa per la mie personali carenze. Un autore molto interessante, che ha vissuto, ha sofferto sulla propria pelle le assenze paterne e chissà di quali altri cari. riflessioni di una persona non giovanissima di certo, la cui scrittura forse è leggermente prolissa ( in questi ultimi tempi, anch’io che non sono certo sintetico avverto la necessità di tagliare, stringere, ridurre all’essenziale i nostri malumori di anziani ) però è degna di ascolto e di riflessione, quindi grazie all’autore e a Ennio che l’ha proposto.

  4. ringrazio ennio, luciano e laura per i lusinghieri commenti che certo saranno stati influenzati anche dall’amicizia che ci lega.la critica che però mi ha fatto più piacere è quella di luigi paraboschi che non ho il piacere di conoscere e che perciò in qualche modo mi conferma che i miei versi non sono troppo lontani dall’idea che io ho di poesia come testimonianza del sentire collettivo.ero stato in dubbio se pubblicare i versi su mio nonno, perché mi pareva rappresentassero qualcosa di troppo privato. per questo motivo sono stato e sono in dubbio se pubblicare una raccolta dal titolo “periplo” alla quale sono molto legato, perché parte importante di essa è legata ad affetti personali e mi resta il dubbio che il mio modo di sentire sia troppo privato e non abbastanza universalizzato.

  5. …i versi di Eugenio Grandinetti “alludono ad una assenza incolmabile”( Ennio) conseguente, credo, alla cessata esistenza di una cara persona (ma può essere più estesamente anche di un ideale, di un valore, di una condizione di vita) che rende l’esistenza del poeta ( e di noi tutti) quasi un tradimento, una forzatura e porta a “Disamorarsi d’essere”…Per contrasto, però, l’attaccamento alla vita si rinnova continuamente, lo si legge nell’amore per la natura, per gli animali fratelli, per gli umani nel loro comune destino di solitudine e di morte…Nonostante gli abissi di scoramento e di smarrimento, “l’effetto Leopardi” arriva al lettore trasmettendo quella forza di “rosicchiarsi” il futuro, nonostante…Vorrei inoltre incoraggiare il poeta a parlare dei suoi affetti personali che sono sempre anche universali… finchè almeno non ci ipotecheranno anche quelli…

  6. qualche precisazione sul titolo della raccolta.tutto parte da un grande amore:amore per la società in cui si vive,amore per la più vasta società umana,amore per la natura in cui si è immersi,amore per la vita,ma poi constatazione delle ingiustizie sociali,del terribile determinismo cosmico e della propria totale incapacità a modificare lo stato delle cose.
    c’è una poesia in cui ho espresso chiaramente tutto questo,la poesia ANANKE contenuta nella raccolta “alla rinfusa” edita da Barbieri.è una poesia piuttosto lunga e siccome io non sono tanto abile nel taglia e cuci elettronico dovrei ricopiarla,ma adesso non ho tempo:Lo farò in uno di questi giorni

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