Su Gianmario Lucini, CFR e Poliscritture

di Ennio Abate

1.

Quattro anni dalla morte di Gianmario Lucini, poeta, fondatore della casa editrice CFR e per tre numeri (dal 9 all’11) editore, collaboratore ed impaginatore  di Poliscritture (in cartaceo).  L’8 novembre scorso, grazie alla sua vedova, Marina Marchiori, e a Cristina Pianta, ho avuto modo di riflettere nuovamente sulla sua figura «poliedrica, contraddittoria, caparbiamente volta agli altri ed al futuro» (così ne scrissi nel 2004). E pure sul *noi* di CFR e di Poliscritture. Occasione: la presentazione presso la Biblioteca Sicilia a Milano de «L’impoetico mafioso», un’antologia di poesie su questo tema “civile”, nata dai suoi  legami con il Sud e dalla spola in auto (sulla “mitica rossa”, come la chiamavano i suoi amici) che Gianmario, instancabile, tra la montana Piateda e l’assolata Gioiosa Jonica.

2.

Ricordando il purtroppo breve rapporto di collaborazione culturale con lui, nel rileggere davanti allo scarso pubblico – pochissimi i suoi amici tra i tanti che a Milano lo conobbero – i versi, che avevo scritto il 28 ottobre 2014 alla notizia della sua improvvisa morte,[1] ho avuto più chiaro due analogie, sulle quali ho rimuginato negli ultimi anni. La prima: sentendomi affine a Lucini nella propensione ad agire con e verso gli altri, trovo una vicinanza profonda  tra la solitudine con cui Gianmario ha condotto l’impresa della CFR e la mia nel condurre (dal 2004) l’esperienza di Poliscritture; La seconda: entrambi ci siamo illusi nel tentativo di fare dei tanti *io* un *noi*: io costruendo rivistine assieme agli *intellettuali* (di massa o periferici; gli accademici, tranne rare eccezioni, non mi hanno mai veramente accolto tra loro) anche sui temi direttamente politici  o culturali; Gianmario rivolgendo il lavoro editoriale della CFR e del suo sito, Poiein, innanzitutto e soprattutto  ai poeti per spingerli ad una umanistica “poesia civile”.

3.

La conclusione che ho tratto da questi  pensieri è dura: sia il “gruppo pro CFR”, che avevamo costituito all’indomani della morte di Gianmario con il patto di dare continuità alla casa editrice CFR da lui fondata e sia  la redazione di Poliscritture, pur ben intenzionata al rilancio del progetto dopo la sua morte, hanno subìto infelici e penosi  travagli e alla fine, al posto della cooperazione più ampia, che tutti sembravamo volere, c’è stata dispersione e solitudine. [2] E le domande successive inevitabili: a che è valso il lavoro che Gianmario ha sviluppato in 12 raccolte di poesie, in saggi critici, in interventi sui blog o per posta elettronica, nei premi che ha organizzato e nelle stesse scelte con cui andava arricchendo  il  suo catalogo, se così facilmente è stato messo da parte? E  a che vale quello di Poliscritture, se  sono rimasto solo a condurlo?

4.

Certo, può darsi che  in modi carsici la sua figura  lavora ancora nelle menti e nei cuori di chi lo conobbe e frutterà col tempo. C’è ancora Marina Marchiori che lavora per Poiein e la fondazione di un premio dedicato a Gianmario.  E così, per Poliscritture, ci sono  ancora io a racimolare nuove collaborazioni  e  a curarne la pubblicazione on line. Quindi nessuna disperazione. Un ostacolo più  resistente di quel che supponevamo però ci ha bloccati. La costruzione del *noi* non procede, non quaglia. E non si costituisce più alcun «gruppo in fusione», come pensava Sartre nel lontanissimo  ’68.   Sia che si ponga l’accento sul legame  tra poesia e ragione e politica, come ho fatto finora io.  Sia che lo si ponga  tra poesia e sentimento o passione per l’umano, come faceva Gianmario.

7.

Non so  per quanto tempo ancora lo sforzo di Gianmario sarebbe potuto andare avanti. E non mi azzardo a dire  che, se la morte non se lo fosse portato via, si sarebbe ritrovato nelle  stesse difficoltà  in cui mi sono trovato io ( o si sono trovati  – ciascuno con una sua visione e delle attese deluse –  quel centinaio e più di poeti e poetanti in contatto con Gianmario o gli ex-redattori di Poliscritture). Né  che avrebbe  riconosciuto – come ho fatto io – l’improduttività  e la ”non-comunanza” ( e non comunicazione)  del *noi di CFR* (evidenziatosi  dopo la sua morte, secondo me,  irreparabilmente…), come io ho dovuto riconoscere la sterilità del paralizzante tiro alla fune delle varie anime del *noi Poliscritture*.

8.

Dalla celletta del mio *io/noi* continuo  ad interrogarmi sull’ostacolo che ci ha bloccati. E continuo a pensare che il nome da  dargli  sia sempre quello:  Das Kapital. Come  ha scritto lucidamente  in un suo recente saggio  Jean Marie Vincent, un filosofo marxista,  i nostri  « rapporti quotidiani [sono] posti sotto il segno degli scambi monetari di merce, sotto il segno degli scambi con i capitali molteplici e con il Capitale in generale». E i «ritmi della vita vengono scanditi dai ritmi del lavoro, l’orizzonte vitale è delimitato da ciò che ci si può attendere nella concorrenza e a partire dal denaro di cui si dispone».  E anche quando riusciamo  – e possiamo benissimo pensare alle esperienze di CFR  e di Poliscritture e a chissà quante altre analoghe – a costruire «focolai di resistenza nella vita privata, soprattutto nelle relazioni familiari, nelle relazioni di amicizia, nelle relazioni affettive, che permettono di non lasciarsi spazzare via, o sommergere, dall’indifferenza e dalla freddezza dei rapporti di mercato [e] di avere un minimo di relazioni intersoggettive e di non lasciarsi ridurre allo status di morto vivente o all’ abbrutimento nella vita di tutti i giorni», «non bisogna tuttavia nascondersi che questi molteplici modi di resistere sono ambivalenti, nella misura in cui non mettono direttamente in discussione i movimenti e le forme della valorizzazione, e anche nella misura in cui essi non proibiscono – e perfino presuppongono – dei processi di identificazione con i rapporti capitalistici, e con le conseguenti gerarchie sociali e quindi con i conseguenti rapporti di potere». ( qui)

9.

So che Gianmario  (ma anche molti della ex redazione di Poliscritture) non sarebbe stato d’accordo nell’indicare nel Capitale l’ostacolo principale che ha pesato – certo non  meccanicamente e immediatamente –  sulle difficoltà del lavoro culturale di CFR o  di Poliscritture. E so pure che, se era  facile ritrovarmi  nei suoi atteggiamenti di critica alla Chiesa dei Signori, alle mafie, alla disumanità delle guerre nel ricordo dell’antico sogno evangelico della “Chiesa povera”, che   lo spingeva sia al suo impegno  a Gioiosa Jonica sia  a contrastare in poesia l’estetismo e il formalismo, restava a separarci il suo rifiuto di Marx (almeno quello del Capitale e della lotta di classe), attratto com’era stato dai discorsi   sulla «crisi della ragione» (Gargani), sulla «rinascita di Nietzsche» e dell’heideggerismo e dagli sviluppi del «pensiero debole» (Vattimo in particolare). Un filone, cioè, apertamente contrastato (assieme a pochissimi intellettuali) da Fortini. E da me.  Da qui discendeva anche un diverso modo di pensare al  rapporto tra storia e poesia, tra vita e cultura.  E su questo ci sono stati momenti di dissenso da parte mia sia con lui che con alcuni della redazione di Poliscritture (qui).

10.

Da parte mia devo aggiungere che, finché  fu vivo  e raggiungibile dal mio discorso,  dalle mie critiche e dai  miei suggerimenti, ho creduto, forse con un po’ di (indispensabile) presunzione “militante”, che Gianmario non si trovasse del tutto a suo agio nella posizione del «mistico-civile» che il suo amico Ivan Fedeli gli ha attribuito. Che  patisse, invece, una inquietudine più contraddittoria ed eticamente persino violenta, più  prossima alla mia[3]. E che dovesse pur  misurarsi con i miei autori di riferimento, come io mi misuravo criticamente coi suoi. Perciò cercai di  spingerlo  alla lettura di «Non c’è più religione» di Michele Ranchetti, per me molto più spietato nella denuncia della crisi della Chiesa e del cattolicesimo del suo Turoldo. Come pensai che ci saremmo  dovuti confrontare su Fortini, al quale si era avvicinato per conto suo ma molto dall’esterno,  intitolandogli uno dei premi  della CFR e senza conoscerne l’opera, che io invece ho approfondito dagli anni 70 in poi. Mi si obietterà: ma ti attardi ancora su questi dilemmi? La posta in gioco sarebbe ancora tra leggere la storia  da un’ottica marxista alla Fortini o da un’ottica cristiano-turoldiana? O di pensare e agire stabilendo prima se domina il Capitale o il Male o il Patriarcato?  Sì, direi che la posta in gioco è ancora questa. Ma non è il caso di parlarne adesso.

11.

[Rielaboro e aggiorno una poesia che avevo già pubblicato qui

SOGNO

a Gianmario Lucini

Neppure strappandomi dalla carne di parole, Gianmario
ho potuto  venire con te per il bosco a camminare insieme
tra rovi alberi morti massi e pozze ghiacciate.

T’immagino dopo le nebbie dopo i pioppi guardare i piccoli fiori delle alture
le bacche rosse  e a sera  i tramonti, più tardi la luna tra i pini.

Quanto hai già camminato da solo, tu! – ti dovrei dire lodandoti.
Sì. Passo dopo passo.  Nelle righe dei tuoi versi. Lungo i sentieri
delle tue montagne. Sempre lo stesso dolore. Medesimo l’amore.

Ma se tornassi ora accanto  me,  vedi –  aggiungerei – siamo noi due
soltanto: a  tacere, a tornare indietro  fino alla tua auto rossa.
Gli altri non hanno più voglia di rimettersi  di notte in viaggio
sulle autostrade buie di questa Italia dell’intollerabile.

E se all’alba  giungessimo nei porti del Sud, non formicolio
di migranti poliziotti  medici e volontari e spie e assassini.
Non potremmo più discutere con gli increduli e  gli ostili.

Che all’uomo un aiuto sia l’uomo e che sulle  tue montagne
per tutti c’è sempre un bosco che attende da sempre
l’hanno dimenticato. Restiamo noi morti a ripeterlo forte.]

 

Note

[1] «Gli furono cari i poeti ancor più della poesia./ E quante nostre piante nate storte raddrizzò/e tutte incoraggiando ospitò nel suo giardino/ perché sgrovigliassero piano virtù da miserie.// Essendo anche per lui gli uomini esseri mirabili

[2] Non serve insistere troppo, come pure sarei tentato di fare,  sulle responsabilità, ma alcuni dati minimi devo pur renderli pubblici. All’indomani della morte di Gianmario, un informale “gruppo pro CFR” (costituito da Marina Marchiori, Ennio Abate, Alberto Accorsi, Fabrizio Bianchi, Donato Di Poce, Enzo Giarmoleo e Fiammetta Giugni e Annamaria Locatelli) si pose il compito di proseguire il lavoro della CFR, mantenendo e sviluppando il taglio di “poesia civile” impresso da Gianmario. Fabrizio Bianchi, in qualità di editore, avrebbe dovuto essere il fulcro di questo passaggio ad una nuova fase della CFR. Non lo è stato.

Per la crisi di Poliscritture, ricordo che l’impegno del “gruppo romano “  della redazione (Marcella Corsi, Fabio Ciriachi, Salvatore Dell’Aquila, Andrea Di Salvo, Roberto Renna)   era andato scemando fino all’uscita dalla redazione  nel 2016 in dissenso con la scelta di non pubblicare più il cartaceo. La morte di Gianmario e il fallimento della ricerca di un nuovo editore che lo sostituisse – sembrava potesse essere ancora Fabrizio Bianchi, ma non lo è stato – hanno imposto al gruppo residuo (Ennio Abate, Luca Chiarei , Luca Ferrieri, Cristiana Fischer, Anna Maria Locatelli, Donato Salzarulo e  Giulio Toffoli) un faticoso chiarimento. Il documento unitario per rilanciare la rivista on line (“Per Poliscritture 2”: qui, qui e qui) non ha però retto alle  contrapposizioni successive. (Per me particolarmente significative quelle negative sul mio commento  a “Comunismo” di Fortini o sull’atteggiamento da avere  verso i migranti e la presidenza di Trump o sul femminismo).  Il rifiuto, infine, dei critici delle mie posizioni di assumersi essi, al mio posto, la responsabilità della direzione o del coordinamento di Poliscritture mi hanno  indotto alla separazione e alla conduzione in solitaria di Poliscritture  on line.

[3] Anche se è vero che era legato all’altro: l’utopia, un sogno non ostile ma amoroso, il gesto non imposto, l’umano non necessitato dall’esterno.  E non  voleva rinunciare né all’elegia né al distanziamento che per lui  era  anche sapienziale.  E la denuncia etica e umanistica dei suoi versi era sempre frenata ed equilibrata da un’allusione tenera e accondiscendente ad un “silenzio” ovattato che “esilia dal mondo”.

8 pensieri su “Su Gianmario Lucini, CFR e Poliscritture

  1. Ricordo di Gianmario Lucini

    Ennio, è una poesia molto bella, di cui Gianmario sarebbe stato contento. Hai colto il suo spirito dentro le sue molte attività. Con piacere rispondo alla tua sollecitazione a lasciare un commento su Gianmario.

    Gianmario è stato uno dei miei più fortunati incontri su internet tramite i siti web. Il mio blog “Erodiade. Poesia e dissidenza artistica” intercettò la Galassia “Poiein”,… e da quell’impatto iniziò la nostra amicizia.

    All’epoca insegnavo ad Oxford ed ero direttrice della collana di mia ideazione – Transference – con l’editore inglese Troubador, per il quale curavo libretti e plaquettes. La prima antologia, in forma cartacea, in cui sia mai comparso il poeta Gianmario Lucini uscì per la cura mia: “Poesia del Dissenso”. Ricordo la timidezza e la reticenza di Gianmario al mio invito.
    Avendo captato la passione dei suoi versi politici, per me, all’epoca, era inequivocabile che la poesia del dissenso, in Italia, fosse lui! E la sua passione civile mi sembrò tanto più pregevole quanto più non ne vedevo in giro tra i poeti britannici (fatte le dovute eccezioni per Seamus Heaney e gli irlandesi suo contemporanei).

    Il nostro primo incontro avvenne a Venezia per una lettura di poesie organizzata da Antonella Sartor, a cui chiesi di invitarlo. Da quella stessa sera Gianmario iniziò a comportarsi come se ci conoscessimo da sempre. Con lui, la comunicazione e la collaborazione fu continua, semplice, spontanea, anche nella differenza.

    Quando ero ancora all’estero, Gianmario mi raggiungeva in qualsiasi modo, quotidianamente, per email, su Skype, o telefonicamente.

    Tornata in Italia, non di rado Gianmario è “piovuto dal cielo”, facendo la sua irruzione genuina e sorniona nella nostra vita, bussando semplicemente alla porta. Ogni volta era di passaggio, proveniente da un qualche posto molto lontano.

    Diverse volte, una veloce, “sorridente” telefonata avvisava: “Passo di là sul mio tragitto verso una terra ancora più a Sud di Salerno”, e si fermava da noi, per pranzo o per cena, avendo guidato per ore ed ore direttamente dalla sua casa al nord sulle montagne. Cosa facesse più al sud di Salerno… era sempre un mezzo mistero o qualcosa di cui non valeva la pena parlare troppo nei dettagli. Bisognava parlare, invece, di imprese comuni e di poesia dell’impegno.

    Una volta venne per qualche giorno a Paestum con Marina. Andammo a trovarli in pineta nella loro tenda dinanzi al mare. Campeggiatore nato, Gianmario, abbronzato e a torso nudo, aveva negli occhi la salsedine e nella barbetta grigia l’odore del vento fresco della baja. Il suo aspetto franco ed essenziale, ed il tono cortese e misurato, quasi tenue, della voce, contrastavano con la veemenza delle sue idee e della sua militanza.

    Quando c’è una congiunzione mentale così forte, non si ricordano le singole date come se fossero annotate in un’agenda degli appuntamenti. Mi accade, con i miei ricordi di Gianmario, di non ricordare tanto gli episodi isolati quanto l’intero abbraccio della sua conoscenza.

    Quando lo invitai a Napoli in pieno inverno per una lettura di poesie presso una famosa libreria storica di Piazza Plebiscito, arrivò con un notevole ritardo, avendo guidato ininterrottamente. La serata era gelida, ma la lettura fu un evento speciale, con molti spettatori. Pioveva a diluvio, ma lui sembrava perfettamente a suo agio con il maltempo. Sorrideva: nemmeno un ombrello o un impermeabile, solo un maglione.

    Anche quella volta era diretto verso una città ancora più a Sud con il cofano pieno di libri.

    Ed anche in quell’occasione, la mia abitudine a fotografare tutto fu provvidenziale perché adesso conservo diversi scatti preziosi di quella serata insieme.

    Gianmario ha scritto molte recensioni sulla mia poesia, specie sul suo sito Poiein. All’epoca mi sembrava che fosse normale, data questa nostra comunicazione a flusso ininterrotto….ma oggi gliene sono particolarmente grata, rendendomi conto che, quella sua, era una incredibile generosità e disponibilità verso gli altri.

    Non voglio parlare del momento della morte di Gianmario, che egli aveva annunciato quasi se la sentisse aleggiare intorno….se non per riflettere sul fatto che anche quell’incontro ha contribuito, come lezione, a cambiare la nostra percezione delle cose e di noi stessi nel mondo.
    (Erminia Passannanti, 22/11/2018)

    NOTA
    Foto di Erminia Passannanti. Gianmario è con Viola Amarelli

    1. Grazie, Erminia.
      Questo tuo ricordo combacia con alcuni miei ( e, penso, con quelli di molti/e altri/e) a riprova della sua pacata umanità nei rapporti che intesseva.

      P.s.
      Tra poco proverò ad inserire nel tuo commento alcune delle foto a cui fai riferimento. Sul resto più avanti.

  2. SEGNALAZIONE

    * A chi volesse intendere quanto profonda sia stata – non nei rapporti personali tra me e Gianmario ma nel contesto culturale dell’ultimo trentennio del ‘900 in Itralia e nel mondo – la questione della “divergenza filosofica” tra heideggerismo e marxismo critico fortiniano suggerisco l’ascolto attento di questa conferenza su “Il ’68 e la filosofia” di Roberto Finelli nel ciclo organizzato dalla Fondazione Micheletti di Brescia:

    https://www.facebook.com/FondazioneMicheletti/videos/385548291985822/

  3. APPUNTI (1)

    In tutti gli incontri e nei colloqui e negli scambi di mail che ho avuto con Gianmario mi ha sempre ispirato fiducia. E, nel breve tempo in cui abbiamo lavorato insieme, tutto è stato costruito da entrambi lealmente, alla pari e – ne sottolineo l’importanza – in vista di un riconoscimento reciproco. In altri tempi ci saremmo chiamati ‘compagni’. Ma sapevamo entrambi che questa parola s’era consumata. E non l’abbiamo, per pudore e consapevolezza dei tempi mutati, mai pronunciata. Ci siamo scambiati, dunque, soprattutto dubbi, incertezze, fatiche, amarezze, sdegni. Ho cercato più volte di spiegare a me stesso le ragioni della naturalezza di questa nostra sintonia. Ecco le mie ipotesi. Uno. C’era in parte una sorta di affinità profonda nelle nostre inquiete esperienze (soprattutto giovanili). Due. C’è stato sempre in me una spinta profonda a stare e a fare con gli altri, forse radicata nell’inconscio e consolidatasi, nell’infanzia e nell’adolescenza, dall’essermi formato – lo stesso valeva per Gianmario – in un cattolicesimo popolare. Tre. Questo desiderio inappagato di fraternità mi ha portato facilmente ad identificare certe persone reali (Gianmario e altri che qui non nomino) con immaginarie figure fraterne e cooperanti, tanto forti da comparire in alcune mie poesie: una in cui ho parlato di «puliti miti oscuri nostri gemelli», che «ancora vanno, operosi su incerti sentieri;/e accendono luci tutto tatto nelle celle cupe della sera/dove ondula, austera, minacciosa, la biblica mela»; un’altra, dove compare un «oscuro fratello» che mi accompagna in un paesaggio ostile e pieno di rischi «tra dirupi e scogli deserti/ incombenti su strade poco visibili/ e abissi di periferia». Quattro. Entrambi avevamo partecipato attivamente al ’68-’69 e – epigoni tenaci dello spirito di rivolta di quella stagione – abbiamo cercato di non smarrirlo in questi decenni caotici e sempre più orridi, che ne hanno cancellato o stravolto il ricordo. Forse sono queste le motivazioni che ci fecero scommettere sulla possibilità di collaborare tra noi, anche quando ben presto verificammo che avevamo idee e giudizi differenti su varie questioni (dalla poesia, al rapporto tra poesia e politica o tra ragione e sentire (qui: http://www.poliscritture.it/2016/10/11/la-poesia-secondo-gianmario-lucini/).

  4. APPUNTI (2)

    Ma davvero Gianmario si illudeva? Per certi aspetti, avendo come editore un rapporto coi poeti e i poetanti d’oggi e a livello nazionale ben più vasto e accurato del mio, conosceva la concretezza quotidiana dei loro comportamenti e delle loro attese meglio di me. E toccava con mano – forse quanto me e più nei fatti che teoricamente rispetto a me – quanto quel loro “amore per la poesia” fosse appesantito da ambivalenze, vuoti crescenti di memoria, presunzioni a volte meschine, violenti egocentrismi. Non perseguiva, dunque, il suo progetto alla cieca, ma con intelligenza. Aggiustandolo e precisandolo. Anno dopo anno. Ma, come tutti quelli che devono condurre la loro battaglia nel fondo della vita sociale [1] sempre più devastata, ne sopportava i colpi. Ed erano anche interne lacerazioni. Quando ,ad esempio confessava le sue difficoltà e avvertiva che era costretto a scrivere in fretta questo o quel suo intervento, che non aveva avuto il tempo per rivedere o rifinire. Perché doveva passare al “lavoro per la pagnotta” che incombeva. E doveva mettere da parte la sua personale ricerca poetica per recensire, suggerire, editare le raccolte poetiche degli altri.

    [1]
    Brecht: Anders als die Kämpfe der Höne sine die Kämpfe der Tiefe! (Diverse dalle lotte sulle cime sono le lotte sul fondo![*]).

    [*] Dal frammento La bottega del fornaio

  5. APPUNTI (3)

    Il nostro primo incontro ad una lettura di poesie a «Quintocortile» nel giugno 2011 a Milano: intervallo, al bar per un caffè, veloce chiacchierata. Alcuni dei successivi: una serata in un bar di Pavia per un’iniziativa costruita da Tito Truglia; un’altra del Laboratorio Moltinpoesia alla Palazzina Liberty, nel gennaio-febbraio 2012, in cui io, Gianmario e Roberto Bertoldo ci confrontammo reciprocamente su tre nostri libretti di poesie appena usciti (https://moltinpoesia.blogspot.com/2012/02/ennio-abate-la-polis-che-non-ce-su.html); una riunione a Cologno Monzese con lui e la redazione di «Poliscritture».

  6. …ho avuto modo di apprezzare moltissimo l’uomo e il poeta Gianmario Lucini attraverso la lettura delle sue opere, raccolte di poesie e saggi, delle numerose Antologie a tema, e le narrazione della sua vita intensa e generosa da parte di amici poeti e della moglie stessa, Marina. In vita lo intravidi solo una volta presso la Palazzina Liberty di Milano in occasione della presentazione di una Antologia poetica CFR sul tema della violenza contro le Donne…Condivido tutti gli aspetti della personalità e del grande valore del poeta editore G. L. emersi dai commenti, come il pensiero fermo e coraggioso, la generosità senza riserve, la sensibilità umana e poetica…Vorrei solo sottolineare la sua capacità di mettere in comunicazione tra loro, attraverso le numerose antologie edite, una vera moltitudine di poeti e di scrittori, facendoli emergere dall’ombra e evidenziandone le sensibilità molteplici e comuni, ad esempio sui problemi della guerra, delle mafie, della violenza di genere, della natura maltrattata…

  7. Anche se la solitudine e l’indifferenza ci circondano, ritengo che la memoria dia un significato all’impegno, anche isolato, del poeta. Dibattere e scrivere ci rendono vivi, ci permettono di proseguire a vivere con intensità, con determinazione.
    La sera dell’8 novembre 2018, insieme alla direttrice della biblioteca Sicilia, all’avvocato Marcella Catalano, a Marina, a Ennio e agli altri poeti abbiamo condiviso momenti di riflessione che Gianmario Lucini avrebbe apprezzato.
    Cristina Pianta

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