Punto di domanda

 
di Arnaldo Éderle


Che razza di titolo è?
E’ che non sapevo che scrivere, ecco
che cos’è. Mi crederanno un incapace,
un tipo che non sa cosa fare, ecco
che cos’è!
E, infatti, così mi sembrava che fosse,
ero incerto e confuso, che cosa potrei
dire di più. E lo sono ancora.
Quando decisi di scrivere avevo voglia sì
di fare, ma nel mio cervello non c’era nulla
anzi meno di nulla, un vuoto indicibile.
Mi guardai intorno, ma non vidi nulla
nessun batuffolo da curare nessuno
spiffero da ascoltare nessun cinguettio
isolato, isolato dal mondo, davvero
la mia cervice sgombra da qualunque
interesse, qualunque guado qualsiasi punto
di partenza, tutto  vuoto.
 
Che fare? Stetti immobile per un paio
di minuti. Poi iniziai, l’avete visto,
con qualche considerazione che riguardava
la mia stasi. Ed eccomi qua, con questa
prima barcollante strofa. Andrà? Spero
di sì, ad ogni modo, io spingo, non si sa mai
che vada! Che bello navigare nel silenzio
un silenzio inqualificabile, oltre
il silenzio, oltre l’abbandono, oltre
la mente e poi? Oltre cos’altro? Niente
oltre niente. Come si fa a proseguire
oltre quel niente?
Sono problemi di scrittura, ma
prima di questo credo siano
problemi di cuore. Problemi
che stanno dentro il cuore dentro
il fegato dentro la milza
dentro le spalle e soprattutto dentro
la testa.
Ma che cos’è la testa il cranio?
Una palla ossea che contiene il cervello
il maledetto cerebro la forgia del pensiero
che spesso non risponde alle tue domande,
o le travisa o le camuffa in altre
domande e svicola la volontà in vicoli
sconosciuti e mal sicuri.
Ah, com’è difficile districarsi in simili
frangenti. Beh!
Sarebbe ora di attaccare un discorso
più serio, quello che appunto non ho
che cerco ancora e che presto, credo,
arriverà, non disperate!
La disperazione è una nefasta condizione
non ti aiuta in nessun modo è
una condanna una specie di veto
inabbattibile, un veto incontrastabile,
un disastro! Oh, come vorrei superarlo
questo antipatico veto come vorrei
eliminarlo dal mio vocabolario.
Ma non si può, è vietato dal nostro
patrimonio genetico, è vietato.
E intanto continuo a girarci intorno
senza un briciolo di fatti di situazioni
di persone o personaggi com’è nel mio
stile.
 Ma mi sembra sia venuto il momento
della storia dell’azione del fatto,
proviamo.
 
            Mi trovavo lì, sulla sponda del mio canale
quando vidi arrivare, quando vidi
arrivare, alla mia sinistra due miei
personaggi Antonio e Giulia accoppiati
ma senza contatti: lui con un gran mantello
nero, lei con un vestito che sembrava leggero,
ma eravamo d’autunno, era strano ma vero.
Li guardai, che coppia strana, non un suono
dalle loro bocche, nessun sibilo non una
parola. Camminavano adagio sulla riva
sinistra del canale Camuzzoni,
ogni tanto aprivano la bocca ma senza
profferire parola, o almeno io
non la sentivo.
Ogni poco un suono un’esclamazione
poi ancora il silenzio.
Io non credevo fosse una coppia
d’innamorati, ma questo non c’entra.
S’era di Novembre ormai era scuro.
Nell’aria una nebbia sottile e fastidiosa.
    Che ci facevano quelle due quasi ombre
in quella circostanza assurda?
Mi accesi una sigaretta, una delle mie
solite e attraverso il fumo, vidi
che si dirigevano verso uno dei cinque
ponti, mi pareva il terzo il più largo.
 
Antonio, uno strano personaggio che avevo
cominciato a chiamare il Predicatore
perché spesso, parlando da solo, gridava
in una lingua sconosciuta frasi complicate
e senza un senso comprensibile. Giulia,
una giovane donna carina a metà, barista
in un bar dignitoso. Entrambi frequentatori
dei miei paraggi.
Ahi, la sera porta nelle sue ombre qualche
fantasma, ma chissà forse questi due
ne rappresentavano un paio. Chissà.
Camminarono un po’ su questo lungocanale
   guardando l’acqua che scorreva di lato. I minuti
passavano lentamente, gente non ce n’era più
la sera era bruciata, faceva già freddo
la strada era inospitale come la rendeva
il canale, freddo e totalmente uguale.
La ragazza preferì allungare il passo,
“Buona sera caro Antonio
dove si va a quest’ora soli soli?”
Antonio taceva, lo sguardo in basso,
ma “Ciao” disse. La ragazza proseguì
Antonio le si accodò, sembrava
una processione minima, entrambi nel silenzio.
“Dove stai andando -si sbloccò l’uomo -
come un’Ofelia frettolosa, che corre
dal padre, forse già morto come un topo
per mano del Principe Amleto?”
 
Intanto i due seguitavano a camminare
sul marciapiede sinistro.
Poi, all’altezza del terzo ponte,
si fermarono, assorti molto assorti quasi
in un unico trance. Si fermarono a metà esatta
del ponte.
Antonio coprì le spalle di Giulia con il suo
mantello nero. Non anima viva passava
in quel momento. Non si baciarono, si
guardarono intensamente, i visi molto vicini.
Poi, rivolti alla balaustra di ferro
del ponte vi si appoggiarono.
“No –disse Antonio- tu sei quella che amò
Amleto e che lo temette quando Amleto
non fu più Amleto, ma la sua parte
    più melanconica e furibonda”.
Non si baciarono, soltanto
si guardarono intensamente, i visi
molto vicini l’uno all’altro.
Poi rivoltisi alla balaustra di ferro
del ponte vi si appoggiarono.
 
 
Si vide una specie di volo pipistrellesco
che planava sulla superficie dell’acqua
del canale. Non un suono. Subito dopo,
finché il mantello di Antonio resse, si vide
Giulia galleggiare come adagiata su
un’enorme ninfea nera.
 
Poi il fiore lentamente s’inabissò
    trascinando con sé la ragazza Giulia
seguita subito dopo dal suo romantico
assassino.
 
 

6 pensieri su “Punto di domanda

  1. Non so perché, non so perché…l’ho letta a voce alta semprepiualta.
    Che effetto! Carmelo Bene avrebbe fatto meglio di me, sicuro.
    Sempre forte Ederle.
    Forte anche a testa vuota.
    Lotta con la freddezza ….ma prevale il sentimento. Bravo

  2. …il poeta A. Ederle è il narratore, ma è anche dentro alla storia che si accinge a narrare. I protagonisti, Giulia e Antonio, procedono in una bolla silenziosa e insonorizzata verso il loro “destino”, il percorso che il tetro e gelido canale sembra additare. Nessun testimone, grande solitudine, una volontà assassina con una storia d’amore alle spalle…

  3. Inestricabile il doppio livello flusso di coscienza e messa in parole (anche se l’avvertimento del doppio soggetto è in “il maledetto cerebro la forgia del pensiero/ che spesso non risponde alle tue domande”). Il vuoto annaspare, immagini scure, successioni impotenti, articolare una riflessione sul niente di fantasia, fantasmi di ricordi anonimi (forse all’origine delle creazioni letterarie) … e intanto procede il discorso.
    Perché senza discorso la stessa attività inconscia cerebrale rischia di implodere, la caduta di potenziale, l’entropia (e la mortale “freccia del tempo”), si affloscia come un soufflé.

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