Quartetto

Sculture di Lucy Gans, 1949

di Antonio Sagredo

 



                            “Parea ch’a danza e non a morte  andasse
                            ciascun de’ vostri o a splendido convito”
                                                     Giacomo leopardi 
    
                           Pudesse o instante da festa romper o ten luto
                                    Sophia de Mello Breyer Andresen


 
                                         
                        (4 finali… in macerie!)
  
    
 1
   
 Quello che in me resterà dopo il sangue
 invidia la mestizia delle macchine pazienti.
 L’ombra che mi dette un vasto oblio e il confine
 ha nelle sue mani i ricordi e la mia mente.
    
 Morte, tu mi rapini i versi e il mio furore,
 dai voce ai finti simulacri della scienza,
 perché soltanto mio è il fine che contesta e disonora
 la maschera che cela l’epitaffio e il suo rancore!
       
 fuochi fatui… memorie in fiamme… segni in cenere…
 Ha il dubbio contrito del morente il carnefice geloso
 perché stampi la sentenza il suo sguardo senza limiti.
 Il capezzale è pronto:  son io la preda!
  
                                                                                                  
 Vermicino,  26/05 - 10/06   2003
  
  
 2
  
  
 Quello che in me perderò dopo il sangue
 mi dette un vasto oblio e il confine,
 la mestizia delle macchine pazienti,
 i ricordi delle mani e la mia mente.
      
 Morte, tu nascondi alla maschera il rancore
 di un fine che contesta e disonora della scienza
 la ricerca, il suo epitaffio e il mio furore…
 e alla mia voce rapini i versi e i finti simulacri.
  
 Gelosa delle memorie in fiamme e delle fatue
 ceneri hai il dubbio del carnefice e del morente.
 Sul capezzale non hai confini se per una sentenza,
 e il tuo sguardo io sono pronto: son io la preda!
  
  
                                                                                                             
  
 Vermicino,  26/05 -10/06   2003
  
  
  
  
 
  
     
  
 Quello che in me perderò dopo il sangue
 sarà la cenere che contesta una sentenza
 e disonora il mio furore e la mia scienza,
 l’ombra invidia dell’epitaffio il vasto oblio.
  
  Morte, tu mi hai dato un rancore senza fine,
 la mestizia delle macchine pazienti,
 un confine e il dubbio di finti simulacri.
 Nelle tue mani non ha voce la mia mente.
    
 I versi miei e le mie ceneri senza limiti
 stampano i ricordi di un carnefice geloso
 che nello sguardo nasconde un vuoto capezzale.
 La memoria è approntata: son io la preda!
  
  
  
  
    
  
  
 Vermicino, 28/05 – 10/06  2003
  
  
 
  
 4
  
     
  
 Quello che in me resterà dopo il sangue
 disonora l’ombra, il vasto oblio e il vuoto.
 La mestizia delle macchine pazienti
 stampi l’epitaffio del mio furore senza fine.
    
 Morte, che la scienza dei finti simulacri
 contesti il dubbio e il confine del mio rancore!
 Che la mia voce sia invidia alla mia mente,
 una sentenza nelle mie mani una memoria.
    
 I versi e i ricordi non hanno limiti nel dubbio.
 Sono contrito e geloso di un carnefice morente
 che nel capezzale ha uno sguardo in fiamme.
 La ricerca è approntata: son io la preda!
  
   
  
  
 Vermicino, 28/05 -10/06    2003
  
  
  
 

3 pensieri su “Quartetto

  1. Comprendo un poco lo sgomento del lettore alla fine della lettura di questo “aspro” Quartetto; non è facile la lettura, ma so che dovrebbe comprendersi bene il senso del gioco e della spietatezza presenti in ogni verso: entrambi sono la rappresentazione della colpa sul palco, e viceversa… perché dovete sapere che siamo fortunati che per merito di un anagramma – tutto italiano – si può passare (attraversare) dall’innocenza alla colpevolezza rovesciando – direi giocando – tant’è che le epigrafi: del Leopardi e della grande poetessa portoghese il poeta mette a bella posta in evidenza, avvisando il lettore (un malcapitato?!) della difficoltà della lettura… il lettore è vittima di una ossessione, di un vortice, di una scala a chiocciola, e non da dove e come fermarsi… alla fine è stremato anche perché non ha compreso pienamente quanto di giostra e di carosello sono formate (composte) la vita e la morte.
    G. R.

  2. Devo ammettere di avervi trovato alcune difficoltà durante la lettura dei versi di Sagredo, ma la poesia è anche questo, forse soltanto questo a dispetto delle letture facili adatte a spiriti leggeri e superficiali: non è certo la poesia di Sagredo una poesia consolatoria che concilia il lettore e il poeta, anzi è tutto il contrario. Il poeta tiene distante il lettore perché non vuole essere infastidito o peggio inquinato dai suoi giudizi insensati, come quello che siccome è difficile la lettura e capirne il senso dei versi allora non può essere poesia… perché questa deve essere intesa da tutti: e dove è scritto che deve essere così?
    La poesia di Sagredo ha il pregio rarissimo di essere se stessa (direi aristocratica e popolare insieme) e subito individuabile nel panorama squallido della poesia non solo italiana: quanto basta per essere orgogliosi che esiste e che persisterà a lungo a dispetto della critica accademica che preferisce pochissimo la novità e accetta soltanto la poesia delle consorterie editoriali per una pubblicità spicciola e dunque vana.
    D. P.

  3. Ancora una volta, e con piacere, mi ritrovo a scrivere sul poeta Sagredo.
    Questo “Quartetto” è singolare, poiché ogni verso è come un nodo gordiano che bisogna districare, sciogliere… questa operazione però è a scapito della musicalità del verso che viene persa se si intacca minimamente la costruzione: Sagredo è poeta rigoroso, direi inflessibile, preciso ancor più di Mallarmè e Paul Valery. Scorrendo le centinaia di notazioni critiche che ho raccolto su di lui risalta subito come Sagredo viene accostato senza dubbio ai più grandi poeti e quanto alla musica la dissonanza è così sovrana che diviene essa stessa musicalità da seguire o inseguire con passione incontrollata da mettere insieme Schoenbeg e Mozart, Sostakovic e tant’altri.
    Il Quartetto è la storia di un sangue “retrattile”, come rivela una sua strofa del 2014:

    Portavo la mia immagine per la città come un retrattile vessillo.
    Il tripudio dei miei passi scavava un sentiero di note austere,
    non avevo con me una reliquia da barattare con la santità
    e nemmeno una nicchia mi era data per un conforto da accattone. ”
    —————–
    Non c’è nulla da aggiungere e al lettore o allo studioso non resta che sbattere più volte i tacchi per la disperazione di non comprendere a fondo il senso.
    Come più volte ho detto ai miei amici:” bisogna attendere l’avvento di un grande critico o di un grande poeta per poter finalmente accedere nei labirinti numinosi e luminosi di Sagredo.

    G. R.

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