Le enurie

Traduzione dallo spagnolo di Franco Tagliafierro

di Francisco Solano

Vengono da tutte le parti: sono le enurie, le stesse che mi visitavano quando ero in collegio. I miei compagni dormivano sotto le coperte insufficienti, e io rimanevo sveglio, intirizzito come loro, con gli occhi assorti nel buio. Vengono, come allora, dentro le correnti fredde che annunciano un inverno precoce. Non ho mai parlato delle enurie, e forse sono io l’unico a sapere della loro esistenza. La mia testimonianza è inutile: non si può dire un segreto senza bruciarlo. Perciò devo affrontarle senza che nessuno mi aiuti,

e dico il loro nome perché lo sentano i cani, che hanno un udito più accogliente. Dico che vengono le enurie, ma la loro presenza è più che altro un delirio, pure per me, che le convoco col solo pronunciare il loro nome: una fessura nell’aria che appena percepita si chiude. Alzo le mani, un gesto di sorpresa, e sebbene si sparpaglino intorno a me, rimangono vigili nel raggio di influenza della memoria. Apparivano nel collegio forse perché lì tutto era abituale, immotivato, triste, e doveva succedere qualcosa di insolito; all’improvviso sentivo un frullo d’ali negli angoli e nei corridoi, sotto i banchi, nello stridio del gesso sulla lavagna; sfiorando un corrimano, il legno frusciava lievemente e il freddo della vernice avvisava che c’era un tremito nel lato opposto. Non potevo evitare il presentimento di qualcosa di enigmatico, però durante il giorno, almeno durante il giorno, la luce mi proteggeva; scorrazzavo sotto il portico con le suole degli stivaletti che slittavano come pattini; il sole sfavillava sulle piante rampicanti, vedevo le nubi sulle case del borgo, udivo i carri dei contadini, e dalle vie saliva l’odore di legna dei camini. Le enurie non tollerano l’irrequietezza; aspettano che la febbre irrompa nel bambino per strisciare vicino al suo letto e spiare la sua fragilità, come le ore morte. Sono composte di un misto di carne che non palpita più, di tedio e di sforzi estenuati; sono una sostanza diluente capace di fuorviare l’ansia di fuggirsene in un altro paese, se possibile mal governato, dove si conservano le macerie per un futuro di nostalgia. Le enurie vivono nel segreto, come gli sciacalli della paura, però non impongono un regime di terrore, al massimo di accelerazione; diffondono un istantaneo malessere che svanisce se ci occupiamo di una questione domestica, o ci rechiamo a un appuntamento in un luogo indaffarato e anonimo: un aeroporto, un mercato di frutta, un parco con girasoli giganti e tappeti elastici. Quando feci la loro conoscenza, esibivano un inconsueto gusto per l’audacia; oggi sembrano animali narcotizzati. Per il bambino che fui, che giocava con le forme effimere della sabbia, percepire le enurie equivaleva a stare vicino a una gabbia di leoni; ora quello che sta dentro una gabbia sono io, e le enurie mi osservano con una curiosità incredibile. Si direbbe che vengano come creditori a riscuotere un debito. Non so in che cosa consista il debito, però è probabile che io sia cresciuto sotto la loro protezione, e oggi si sono riunite per celebrarne il successo. Se così fosse, non dovrei temerle, né assumere un atteggiamento difensivo; ogni difesa altro non è che la constatazione di qualche minaccia, e potrebbero approfittare della loro apparenza benevola per rimanere più tempo del previsto alle mie spalle, con l’inconveniente di dovermi familiarizzare con le loro manie, cosa che mi obbliga a essere cauto e chiaroveggente. Le mie abilità, con gli anni, pur essendo più efficaci, hanno perso spontaneità; sono meno duttili, contraddizione che subisco con il fastidio di constatare che il corpo accumula conoscenza e delusione in parti uguali, due sponde unite da un ponte prossimo a crollare: sotto ci passa un fiume di acque torbide; il giorno in cui il ponte crollerà, io cadrò assieme alle pietre, le pietre formeranno uno sbarramento, le acque colpiranno le pietre fino a sfinirsi, poi ristagneranno in un lago melmoso, il mio corpo si fonderà con la melma, e forse nascerà dai miei occhi il germoglio di una pianta acquatica. Le enurie hanno attraversato quel ponte, dalla sponda della conoscenza alla sponda della delusione; hanno logorato le pietre; i passeri non si posano sul parapetto vacillante. Saranno complici dei crolli, le enurie, o momentanee icone dell’acqua? Se sono complici, sono anche servili; sono venute con un mandato di cui sono obbedienti esecutrici, la qual cosa a loro conferisce uno statuto di innocenza, mentre relega me nella disgrazia. Se fossero un riflesso dell’acqua basterebbe chiudere gli occhi, provocare l’incandescenza agonizzante delle braci prima che si riducano in cenere, e nutrirsi poi di un sonno senza memoria. Nonostante ciò, dormire è peggio che mantenersi svegli; il sonno agevola misteriosi patti di conciliazione che consentono alle enurie di aggiungere uno scricchiolio che risuona dietro la nuca. Oggi non posso correre più, ho le gambe insaccate in una carne recidiva e sedentaria, e il bambino che fui è un fantasma sperduto nei crepuscoli. Dopo il collegio, scrollandomi di dosso la oppressione di quei muri, mi inserii nelle promesse della vita; fui il ragazzo delle consegne a domicilio per una catena di distribuzione alimentare, imparai a dorare piccole statue religiose, aprii una rilegatoria e oggi correggo testi, mi maltratto la vista con la schiena curva sulle parole altrui. Vivo sottomesso alla influenza di un futuro che non arriva mai; le promesse non sono state mantenute. Le notti illuminate dai neon con i loro banconi di zinco chiazzati di alcol, la musica asfissiante e stridula, le luci erratiche che sbattono sugli specchi, la passione furtiva e i preliminari del pianto hanno succhiato la mia energia, e l’hanno sparsa come una finta nebbia da teatro. Eppure ho ancora dei residui di resistenza; la banalità e le estasi della distruzione non mi hanno estirpato la volontà imperiosa di dire no. Le enurie sanno che se il bambino che fui è sopravvissuto, allo stesso modo l’uomo che sono ora può uscire a testa alta dalla loro consorteria. Ormai non ho nulla a che vedere con quel bambino di entusiasmo e incantamenti che giocava con i modellini, si rotolava nella sabbia, faceva collezione di figurine dei paesi del mondo, e si meravigliava con identico trasporto della pioggia e della velocità dei treni. Quel bambino si perse nella instabilità dei desideri, e collaborò alla cieca con la autorità che lo escludeva. Le enurie acuiscono il timore di aver commesso un grosso sbaglio; si appropriano dello splendore della luce rossa, vibrano nelle zone occulte come semi che non germogliano, si attaccano alle foglie calpestate che il vento raccoglie e deposita nei giardini. Vengono perché le spinge un moto retrattile di sparizione e oblio, però hanno bisogno di un teste compassionevole per non essere confuse con la ripugnanza che suscita la sporcizia. Angosciate e sull’orlo del deliquio, ancora orgogliose, farfalle invisibili, nell’aria tracciano segni astrusi. Vedo in un istante di stupefazione quella scrittura, però si cancella prima che possa decifrarla, e nel suo vuoto rimane l’intonaco tutto  crepe degli edifici. Dovrebbe affliggermi la perdita di quei messaggi, che forse sono una rivolta contro la corrosione del tempo, però nel mio sistema di convinzioni ormai non c’è posto per le lagnanze. Le enurie appartengono al territorio devastato della immaginazione; riconosco la loro afflizione di cosa viva che si sforza di uscire dall’anonimato, e non posso fare nulla per evitare la loro disfatta. Pronuncio il loro nome con il proposito di riscattarle, per collegare la memoria con i substrati immateriali. Dovrei affermare che le enurie non sono venute da una geografia che sfugge alla vista, ma che anzi sono scaturite, come un singhiozzo, da una collisione interna nella regione immaginaria che trasporto con me; vogliono tornare, però io ho sbarrato tutti gli accessi, e vanno curiosando in giro intossicate di emarginazione, senza decidersi a cercare fortuna nei rifugi debilitati della pelle. Dovrei affermare che la loro materia è un frutto imprevisto della mia memoria; tuttavia non sono sicuro che esista una relazione, e non posso assumermi la responsabilità della loro cacciata. E così, lentamente, vado introiettando la loro rumorosa presenza, con uno stato d’animo pari a quello con cui ho accettato la rottura dei vincoli con il bambino che un giorno uscì raggiante dal mare, le mani stracolme di conchiglie. So che stanno lì, sfiduciate e tremebonde, e forse resteranno lì per sempre. La realtà oggi è un palcoscenico da cui sono stati divelti gli oggetti della meraviglia, sebbene la platea sia sovraffollata da occhi indiscreti, con lo sbalordimento annichilito nelle pupille. Io sono il padrone delle enurie, un dominio di rimorsi, di malinconie, di reliquie delle visioni; un possesso misero, ma sufficiente, per non dimenticare del tutto l’uomo smarrito che oggi scrive contro il tempo, però a favore della durata. 

Francisco Solano (Burgos, Spagna, 1952) scrittore e critico letterario, collaboratore del supplemento culturale di El País, ha pubblicato, oltre il libro di poesia El sonido despoblado (1994), e oltre il libro di viaggi Bajo las nubes de México (traduz. It.: Sotto le nuvole del Messico, Feltrinelli 2002), i seguenti romanzi: La noche mineral (1995), Una cabeza de rape (premio Jaén 1997), Rastros de nadie (2006), La trama de los desórdenes (2007, racconti ispirati da Centuria di Giorgio Manganelli), Tambores de ejecución (2008), Lo que escucha la lluvia (2015), Jugaban con serpientes (2016), El día enterrado (2018).     

7 pensieri su “Le enurie

  1. “Io sono il padrone delle enurie, un dominio di rimorsi, di malinconie, di reliquie delle visioni; un possesso misero, ma sufficiente, per non dimenticare del tutto l’uomo smarrito che oggi scrive contro il tempo, però a favore della durata.”
    Fin che siamo padroni solo dei fantasmi infantili, e questi impiegano la nostra “durata”, mentre noi ciechi a un futuro sbarrato, dove cavolo si può arrivare?

    1. “Fin che siamo padroni solo dei fantasmi infantili, e questi impiegano la nostra “durata”, mentre noi ciechi a un futuro sbarrato, dove cavolo si può arrivare?” (Fischer)

      Non so bene cosa intende dire l’espressione “”questi [i fantasmi infantili] impiegano la nostra “durata”, e se l’approfondimento del testo di Francisco Solano andrà avanti, ma il tema del tempo o del proustiano “tempo perduto” con la sua possibile dialettica o contrapposizione tra infanzia e ed età adulta, tra sensazione e ragione, etc. fu sviluppato in termini interessanti (e politicamente anche rivelatori) in una serie di commenti ad un articolo di Franco Nova del 2015 (addirittura!), che ho riletto proprio ieri.
      Questo il link per chi volesse ripensare il testo di Solano * anche* alla luce di quella discussione:
      http://www.poliscritture.it/2015/10/24/considerazioni-sul-tempo-di-vita/

      1. Quanto tempo ha impiegato Solano per scrivere questo testo? Per rimettersi in sintonia con quei vissuti? Una durata, uno spazio mentale occupato dal rilavorare, in fondo, una nostalgia. Fa niente se se ne ricava (a impressione di chi legge) altro che amara nostalgia, un ossimoro sostanziale, psicologico. Insomma, energie sottratte a un presente, che potrebbe farsi pensoso del futuro, piuttosto che di fuochi fatui (al margine paludosi) del passato.
        Non è che voglia rilanciare un ardimentoso futurismo, ma di immaginazione produttiva abbiamo bisogno, eccome! Piuttosto vorrei un maggiore chiarimento, dall’autore naturalmente, sul suo “scrivere contro il tempo”, se propositivo o critico o su quale registro.

        1. “Insomma, energie sottratte a un presente, che potrebbe farsi pensoso del futuro, piuttosto che di fuochi fatui (al margine paludosi) del passato.” (Fischer)

          Io pure auspico dei chiarimenti da parte dell’autore di “Enurie”. Non credo però che il tempo “impiegato da Solano per scrivere questo testo […] rimettersi in sintonia ” con vissuti del passato (la sua infanzia) sia riducibile a un “rilavorare, in fondo, una nostalgia” o ad un inseguire i “fuochi fatui (al margine paludosi) del passato. (O, almeno, sulla base di quest’unico testo, non mi sento di dirlo).

          Abbiamo bisogno di “immaginazione produttiva”, di farci “pensosi” del futuro? Sì, ma, se non si deve ricadere in un “ardimentoso futurismo”, che rimuove il passato per delirare su un futuro di superuomini e servi, è fondamentale che in tale “immaginazione produttiva” ( e non puramente pragmatica) il passato – sia quello del singolo che della società – venga rielaborato e non venga trattato come semplice, fastidioso passato.

          Una indicazione, che eviti sia il rischio dell'”amara nostalgia” che del delirio futurista, la trovo ancora in Fortini ( non a caso presente, con l’imbarazzante – oggi – nozione di comunismo, in quella discussione del 2015 su tempo e tempo perduto, che ho ricordato nel precedente commento). Ed eccola in breve in una delle tante formulazioni ricorrenti nella sua opera:

          “E’ urgente sbarazzarsi di tutta quella secolare parte di basso storicismo, fra esortatorio e produttivistico, di famosa ascendenza capitalista, che è quasi da sempre il fondiglio delle sinistre europee […]. E farlo *in nome della assoluta sincronicità tra mondo presente e mondo passato e delle nostre esistenze in esso, sincronicità che deve essere conquistata e che comincia ad esistere intanto come rivendicazione della contemporaneità di tutti i viventi*. Bisogna uscire dalla demenza morale indotta dalla fase attuale del capitalismo, che ha toccato anche il comunismo sovietico (e italiano) [*lo scritto è del 1965]: e sapere che l’operaio cinese, il negro minatore del Sudafrica l’insorto contadino peruviano *non sono il nostro passato. Sono il nostro presente*.

          (F. Fortini, “Passato, presente, futuro”, pag. 194 in “Non solo oggi”, Editori Riuniti, Roma 1991)

          1. sul rapporto tra passato e presente, e perfino sull’origine o l’eternità del cosmo – che si innesta comunque nel nostro presente della scienza

            L’attacco è il filo della musica
            della poesia che lo sgomitola: allora
            solo respiro e raccolte
            di voci io racconto? Sarà,
            con rotture e risvolti a spirale
            che alzano il tiro e tornando
            al punto di arrivo più in alto del foglio lo spingono
            nella profondità. Trinità e storia
            tre movimenti e il quarto
            la memoria. Il tempo della vita
            creata e tanto basta
            a capire l’infinita durata di un’età
            appena cominciata
            per noi che della storia
            facciamo memoria e cosmologia.

  2. DUE APPUNTI SU “ENURIE” DI FRANCISCO SOLANO

    1.
    Enurie, che significa?
    Anche per scegliere un’immagine di accompagnamento appropriata, ho chiesto chiarimenti a Franco Tagliafierro, traduttore dallo spagnolo di questo testo dello scrittore madrileno. Vengo a sapere che: 1. esiste una Enuria Films; 2. il nome serve come riferimento per una canzone o un certo tipo di musica pop inglese; 3. Nuria, invece, è un nome proprio femminile (on line ho trovato: è un nome molto diffuso in Spagna…c’è anche una bellissima cattedrale dedicata ad una madonna che porta questo nome. E’ di origine araba, per adozione arabo-basco, e vuol dire “splendore”); 4. Anuria è invece termine medico (si intende l’assenza totale della diuresi. Manifestazione di una brusca interruzione della funzionalità renale).

    Ognuno – ha aggiunto Franco – può dare alla parola il significato che vuole in base anche ai suoi echi sonori.
    Nel testo il nome è collegato a strane figure dell’immaginazione fino ad un certo punto malevoli; e quindi collegabili alle mitiche Erinni o alle Furie (in spagnolo Furias). Manca però la dimensione tragica.

    2.
    È questo il primo testo di Solano che leggo. Non so se sia a sé stante o abbia- più probabilmente – rimandi ad altre sue opere. Trovo la sua scrittura letterariamente densa e piena di immagini visionarie “astratto/concrete”. Ad esempio, quella che presenta i concetti di conoscenza e delusione come « due sponde unite da un ponte prossimo a crollare» sul «fiume di acque torbide» della vita che tutto travolge.

    Bisognerebbe soffermarsi e scavare su ciascuna frase del testo. Ma, ad una prima lettura, due sono gli elementi a cui ricondurrei la varietà delle immagini:

    – La descrizione delle enurie che, anziché sciogliere il «segreto» della loro natura, ne rispetta l’enigmaticità. Pur offrendo numerosi dati che le riguardano: vengono da tutte le parti; vengono nelle correnti fredde invernali, ecc.; hanno caratteristiche, che sembrerebbero abbastanza comuni e farebbero pensare ad adulti (umani) alle prese coi ragazzi, perché non tollerano l’irrequietezza, sorvegliano con discrezione («aspettano che la febbre irrompa nel bambino per strisciare vicino al suo letto e spiare la sua fragilità» ), «diffondono un istantaneo malessere», hanno « un inconsueto gusto per l’audacia».

    Sono, dunque, fantasmi di persone che ebbero corpi reali? Non è detto. Altri caratteri le rendono più inafferrabili: «vivono nel segreto, come gli sciacalli della paura, però non impongono un regime di terrore, al massimo di accelerazione».
    Quanto al loro essere malevoli lo si dice, ma un po’ anche lo si smentisce: sono fastidiose come dei creditori che vengono a riscuotere un debito, hanno le loro manie da cui bisogna guardarsi, ma forse sono anche protettrici.

    – Il riepilogo fulminante di una vita [1], durante la quale le inafferrabili ma sempre presenti enurie (e quindi indispensabili) hanno accompagnato la trasformazione del corpo di un bambino, che una volta «giocava con i modellini, si rotolava nella sabbia, faceva collezione di figurine dei paesi del mondo, e si meravigliava con identico trasporto della pioggia e della velocità dei treni » e ora ha « le gambe insaccate in una carne recidiva e sedentaria» del vecchio.

    [1]
    «Dopo il collegio, scrollandomi di dosso la oppressione di quei muri, mi inserii nelle promesse della vita; fui il ragazzo delle consegne a domicilio per una catena di distribuzione alimentare, imparai a dorare piccole statue religiose, aprii una rilegatoria e oggi correggo testi, mi maltratto la vista con la schiena curva sulle parole altrui. Vivo sottomesso alla influenza di un futuro che non arriva mai; le promesse non sono state mantenute. Le notti illuminate dai neon con i loro banconi di zinco chiazzati di alcol, la musica asfissiante e stridula, le luci erratiche che sbattono sugli specchi, la passione furtiva e i preliminari del pianto hanno succhiato la mia energia, e l’hanno sparsa come una finta nebbia da teatro. Eppure ho ancora dei residui di resistenza; la banalità e le estasi della distruzione non mi hanno estirpato la volontà imperiosa di dire no.»

  3. …non penso che sia tempo perso sforzarsi di ricordare con quali stratagemmi del corpo e della mente, da bambini, si siano affrontate le paure, le angosce, senza annegarvisi, anzi trasformandele in qualche modo, personificate in spiritelli simili ai brividi del freddo, in presenze consuete, anche se non tranquillizzanti, con un loro nome, Enurie…Cio’ che si puo’ nominare, penso, perde la sua componente di terrore primitivo…Non solo, le Enurie infantili, con la loro carica vitale ancora intatta, acuiscono i sensi del bambino non solo nella direzione della paura, ma anche in quella del’entusiasmo per la scoperta, ogni scoperta:”…il bambino che un giorno usci’ raggiante dal mare, le mani stracolme di conchiglie”…Un’altra cosa sono le Enurie da adulto, quando, l’autore sembra dirci, si sono dovuti accettare tanti compromessi e sono crollati i ponti tra la conoscenza e le illusioni. L’uomo ne esce meno esposto, piu’ razionale, ma il suo spazio si restringe in una gabbia, mentre le Enurie da fuori osservano…Francisco Solano conclude: “L’uomo smarrito che oggi scrive contro il tempo, pero’ a favore della durata”…Il tempo spesso ci rinchiude in aridi schemi, occorre risalirlo e riprogettarlo facendo di nuovo entrare le Enurie, cioè il coraggio di essere ?

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