Segnalazione. Michele Nigro

 

Tanta poesia, nei secoli, può essere ripercorsa proprio passando in rassegna i diversi tentativi di sistemazione dell’esistenza, attraverso un criterio privilegiato. Ad esempio, il censimento monologante di Spoon River, il salterio di Rilke, la fonoteca di Zanzotto, le Sacre Rappresentazioni (limpide o barocche) di Testori, il cinegiornale di Pasolini, la collezione di cartoline di Ungaretti, le partiture seriali di Sanguineti: ogni poeta sceglie il suo modo di catalogare, chi l’erbario, chi il registro di classe, oppure la cartella clinica, il decalogo, il ricettario, senza contare i poeti che, da Brecht a Magrelli, hanno usato proprio la parodia di forme e generi per archiviare il secolo e il mondo. In un testo chiave, Décadent, Nigro esplicita con cita con chiarezza i limiti di un simile esercizio.
 
Lascio ad altri
l’ossessione tassonomica
l’ordine delle cose per
sentirsi in pace
e il controllo sulla morte
 
Sul rapporto con le cose e la loro posizione nel cosmo, una poesia come Archivio è paradigmatica, per capire cosa conservare e perché no, così come Le cose belle di sempre (La dispensa) ci regala un limpido elenco di quello che ci fa bene ed è da salvare, con la memoria e con la poesia. «Ogni cosa mi istruisce sulle distanze / tra la piccola storia / e l’infinito», sigla Notturno breve.
 

(dalla  prefazione di Stefano Serri)


*
 
Archivio

 
 
Conserviamo date, pezzi di spago
scatole di dolci vuote e biglietti
perché anche il dolore
esige una documentata
precisione, resistente al tempo
e all’umana distrazione.
 
Affinché ogni data diventi spina
per pungerci quando sembreremo
felici,
ogni pezzo di spago
un nodo che ci tenga
legati al passato,
una scatola
vuota della dolcezza che fu
per quando saremo pieni
di false gioie,
e biglietti di sola andata
per l’aldilà.
 
 
 
 
 
Le cose belle di sempre
(La dispensa)
 
 
E prima di partire
faccio scorta
di immagini e di vento
di stelle sorgenti
di colori e ronzii
nel silenzio dell’angolo,
riempire occhi e mente
con strade deserte
foglie morenti
frutti appesi al tempo
e la voce di lei
che mi raggiunge nell’assenza.
 
Nuvole nere incombono
sulle cose che cambiano
spinte dai primi sospiri
autunnali, non ancora
decisi nel dire addio
a quest’estate maledetta.
 
Fanno bene all’anima
il suono lontano di una campana
i monti definiti dall’ultima luce
il saluto di un amico che studia la psiche
le comuni radici a cui bisogna ritornare
il vecchio e il suo cane
in cerca degli anni perduti
sotterrati chissà dove
come ossa di storie sbiadite
le zolle marroni di terra arata
che presto accoglieranno
sementi di futuro.
 
Osservando una ghianda
nel palmo della mano
rivedo il giovane
che non divenne rinomata
tavola di quercia tarlata
dagli obblighi
ma agile desco
per frugali banchetti
su cui bere vino
e fare versi.
 
Prima di partire
in avide dispense
metto da parte
le cose belle di sempre,
per gli inverni
che non tarderanno.
 

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