Elezioni europee. Nessuna vera pietra nello stagno

a cura di Ennio Abate


Qui sotto la mia opinione sulle europee e uno scambio di pareri con alcuni “amici fessbucchiani”. [E. A.]

Istintivamente non andrei neppure a votare o annullerei la scheda. Perché entrambe le prospettive più realistiche (tenuta degli europeisti, affermazione clamorosa dei sovranisti) o conserverebbero lo status quo o lo peggiorerebbero. Ma uno potrebbe sempre pensare che gli attuali europeisti sono il meno peggio rispetto ai leghisti e lepenisti etc. e dargli il voto.

Quelli, qui su FB, più informati di me dicono, comunque, che non cambierà quasi niente:

Lanfranco Caminiti
10 maggio alle ore 09:16 • 
secondo gli ultimi sondaggi, il centro-destra viaggia intorno al 46 percento (con salvini al 32, berlusconi oltre il 9 e la meloni intorno al 5). il centro-sinistra invece è sul 27 percento (con il pd al 20, più europa sul 4 e la sinistra sul 3 – ammesso che questa possa essere poi una coalizione). venti punti percentuali di differenza. che sono, più o meno, la fetta dei 5S. certo, le percentuali non sono seggi, ma con questo quadro nessuno avrebbe la maggioranza (neanche un improbabile governo csx e 5S). l’unica alleanza possibile con margini di governo sarebbe, di nuovo, lega-5S. con un diverso equilibrio. le europee perciò – a parte il quadro d’insieme – avranno il solo effetto di dare continuità a questo governo. cosa che va benissimo a entrambi, ma soprattutto a salvini

Votare, non votare, annullare la scheda? Non me ne farei un problema di coscienza. Si tratta – mi pare – di fare un’ “elemosina elettorale” o di rifiutarsi…Mi sbaglio?

APPENDICE

Cesare Di Gesaro
Caminiti, parla di dati elettorali fatti sui sondaggi per le Europee e li cala nella situazione italiana. Ma i piani non sono interscambiabili, come ho cercato di spiegare sopra. Ribadisco, il Parlamento Europeo confermerà una maggioranza neoliberista formata da Popolari, Socialdemocratici e Liberali.
Ci sarà una crescita dei nazionalisti e sovranisti (tra cui a livello nazionale, con i loro distinguo, ci sono Lega e M5S) ma resteranno minoranza.
C’è poi un’opposizione di sinistra che in Italia era rappresentata da L’Altra Europa e ora da La Sinistra. È un’opposizione composta da due gruppi, quello dei verdi e quello rosso-verde (GUE/NGL), l’unica opposizione che mette in discussione i trattati neoliberisti a partire da quello di Maastricht.

Lanfranco Caminiti Cesare Di Gesaro 
è vero, quei dati erano per le europee (sono leggermente modificati adesso) ma non si discostano poi molto dai sondaggi per le politiche. e quello che si poteva leggere era che ci troviamo in una situazione (politica italiana) che, benché si faccia un gran strepitare di resa dei conti dopo le europee tra gli alleati di governo, non mi pare che possa accadere. dopodiche – tutto dice che i sovranisti avanzeranno (e si distribuiranno anche nei gruppi, perché i polacchi, che sono assolutamente pro-nato, non andranno mai con chi occhieggia a putin, e poi non sappiamo se orbàn sarà fuori o ancora dentro il ppe) ma non vinceranno. tireremo perciò un sospiro di sollievo perché il ppe e l’spd continueranno questo tran tran che, certo, il terrore delle politiche nazionali che si avvicinano in ciascun paese li tratterranno, eccome, da un percorso coraggioso. questo è –

Ennio Abate
“C’è poi un’opposizione di sinistra che in Italia era rappresentata da L’Altra Europa e ora da La Sinistra. È un’opposizione composta da due gruppi, quello dei verdi e quello rosso-verde (GUE/NGL), l’unica opposizione che mette in discussione i trattati neoliberisti a partire da quello di Maastricht.”(Di Gesaro)

A parte che opporsi o mettere in discussione a parole il neoliberismo è un dato oggi quasi simbolico e che spesso viene smentito o neutralizzato da vecchie pratiche burocratiche occultate e sopportate anche dai migliori “oppositori” (vedi risse perpetue, ecc…) manca un progetto che scaldi intelligenze e cuori.
E ce ne vorrà perché venga fuori dopo i disastri del socialismo né si sa da dove spunterà e se spunterà… Poi chi vuole accontentarsi e fingere il godimento, faccia pure…

Cesare Di Gesaro 
Quindi, in Europa, è importante dare forza all’opposizione di sinistra che si batte contro le politiche neoliberiste del Ppe, S&D e Alde. Il pericolo sovranista e nazionalista, in Europa, è un falso problema.

Cesare Di Gesaro
Ennio, e quindi?

Ennio Abate Cesare Di Gesaro 
Quindi… diffido delle attuali, residuali opposizioni di sinistra che quasi sempre si rianimano solo sotto elezioni e, senza disprezzare nessuno, scelgo i tentativi di analisi della realtà, di ripensamento della storia da cui credo di venire e di organizzazione di lotte su problemi concreti, che forse ci faranno intravvedere un possibile progetto di non mera amministrazione dei cocci.

12 pensieri su “Elezioni europee. Nessuna vera pietra nello stagno

  1. FAR VIRARE ANCHE SOLO DI POCHI CENTIMETRI LA RUOTA DEL MONDO.
    Ginevra Bompiani ha scelto di candidarsi per “La Sinistra”. Mi ha colpito oggi l’appello che ha pubblicato sul Manifesto. Sostiene di aver colto l’occasione di fare una scelta ‘collettiva’ perché ritiene che «malgrado il sobbollimento crescente degli animi e le paure diffuse, la vera paura non ci abbia ancora toccati. Ed è questa: noi non stiamo entrando nel Fascismo come dicono i pessimisti, ma in qualcosa di molto peggio. Se leggete uno per uno gli atti di Salvini, le sue leggi, i suoi show, le sue felpe, le sue posizioni, credo che converrete con me che il futuro che si prospetta in Italia toccherà tutti noi, travolgerà le nostre vite, le nostre scelte, i nostri amici. Tutto quello che sta succedendo mi sembra che nasca da un odio, una rozzezza, una presunzione, una crudeltà che vanno addirittura oltre il fascismo che conosciamo. Questa è l’Italia, ma è anche buona parte dell’Europa…»
    E che possiamo fare noi?, si domanda, la scrittrice. «Non lo so, dipenderà da noi. Io vi chiedo di mettere tutta la vostra forza, a cominciare da quella intellettuale, della parola e dello scritto a cercare di far virare anche solo di pochi centimetri la ruota del mondo…». Si contribuisce a questo viraggio in mille modi. Compreso quello che Ennio quotidianamente fa su questo blog. Si contribuisce anche aiutando “La Sinistra” a superare il quorum del 4%. Votarla non penso che sia come farle un’elemosina. Significa soltanto aiutare una parte (di un movimento che deve farsi più generale) a diventare più grande, più forte e combattiva.
    «Io mi batto per un’Europa – scrive Ginevra Bompiani – che riduca tutte le differenze (fra uomo e donna, fra ricco e povero, fra umano e animale…) e sostenga tutte le diversità (di genere , di colore, di religione…». Non è molto. Ma aiuta a spostare di qualche centimetro la ruota del mondo.

  2. Virerà la ruota del mondo anche di pochi millimetri se “La sinistra” otterrà qualche deputato alla UE?
    Beh, amici e amiche, da vecchi dobbiamo tornare a credere ai miracoli?
    Se, invece, dobbiamo insistere a ragionare, a ipotizzare – l’ho fatto io pure [http://www.poliscritture.it/2019/05/20/neofascismi-un-appunto/?fbclid=IwAR1u40LFtfwUhwj8GARA4oriQjRgRSZlFlYE6GZaUtfOnQEv9FmpzSb-8qw ] – che « non stiamo entrando nel Fascismo come dicono i pessimisti, ma in qualcosa di molto peggio» dobbiamo ripeterci che al massimo le elezioni misurano (e spesso male o in modi distorti) gli umori sociali; e che del «sobbollimento crescente degli animi» e delle «paure diffuse» né Ginevra Bompiani, né la raccogliticcia schiera di candidati de “La sinistra” spuntata all’ultimo minuto né il PD dimostrano di capirci qualcosa. Non sarà elemosina votarli, ma non vedo nessun grande movimento alle spalle di questa lista né capisco questo insistente vizio di progettare un edificio sempre dal tetto (politica) e non dalle fondamenta (sociale).

  3. …la ruota del mondo può andare avanti come, purtroppo, può andare indietro e allora, chissà perchè, prende una gran velocità e se non si interviene in tempo provoca catastrofi…Oggi siamo messi così male che sembra già molto ascoltare una buona dichiarazione di intenti, che riveli la giusta capacità di riflessione, di progettazione, certo poi per vederla passare ai fatti ce ne vuole… Non tanto per la mancanza di buona volontà quanto per gli ostacoli ovvero per le situazioni in atto che di per sé favoriscono i malintenzionati e non viceversa. Secondo me, per far ruotare nel senso giusto la ruota, anche se di pochi centimetri, oggi non possiamo contare su una sola forza, ma occorre metterne insieme tante: movimenti, associazioni, il sindacato unitario forse, o almeno vedere come si muove… se poi si vuol scommettere anche su un partito di sinistra si può provare, senza tuttavia credere che possa costituire, come oggi, l’unica guida…

  4. Per scrupolo mi sono andato a rileggere questi due appelli a votare per “La Sinistra”:

    https://ilmanifesto.it/perche-il-26-maggio-votiamo-la-sinistra/?fbclid=IwAR1ME1R7Hu2LiYFA00G0wVUmhtOXMkowAWtkOr3rPp3GBpM5TZCV6J7Rozw

    https://www.facebook.com/associazionepuntorosso/posts/1294855387334875?__xts__%5B0%5D=68.ARCNsiH_bXh5FFGc2HGVamcKz4qOSaJRygPW4OD5x8_VsSbNcayoi1Mzg-Y_Ap_tM4O5UEiMCMN7eZA2VplW7bT36_JFWun8AoGXn0n5oBpINZrg-QR0oFfbbbA519i3BN4UG_dGLg4YbO7NCrJdRwtxIz2eaK7Q8iN4OEpotZGB_zf-fGwcZpwo-ESIjGpyZ_x7CmMmHTGtICOFeFmnu2FDUKf5bjCM7SNWLK0c9e8AUJ4E52fDQD53Jhbgpe34yhCSz42ceXVHpdFMyYfRvjFBb6_mipVGIx3UBB2qzu-H4ldPPFFY3CjPjTtDFXKV44jDBi0r6ThJ8CfV57JEse45JA&__tn__=K-R

    Nulla da fare. Non mi convincono gli argomenti.
    Se il progetto dell’unità europea «è stato ed è stravolto» ed « oggi seriamente minacciato dall’avanzata delle destre nazionaliste, xenofobe, razziste e sessiste.», se «recuperare la sovranità nazionale in questa situazione è illusorio» (il manifesto), se «ad aprire la strada a Lega e 5Stelle è stata una politica più che ventennale del PD» (Punto rosso), questi appelli hanno il difetto di non ragionare su come si possa arrivare a «sconfiggere il neoliberismo di Maastricht così come il nazionalismo xenofobo e razzista delle destre» e con cosa potrebbero/dovrebbero essere sostituiti.

    Non vedo perciò nessun inizio in una operazione politica comunque paraelettorale come tante precedenti. Non si inizia ricomponendosi frettolosamente e ambiguamente sotto elezioni.

    «La lista “la Sinistra” non è un partito ma una coalizione unitaria» (il manifesto), di cui dovrebbero andar «fieri, quelli che non dimenticano che è alla sinistra che dobbiamo quanto di meglio si è conquistato nella nostra storia»(il manifesto)?
    Ma si possono forse dimenticare gli impedimenti frapposti proprio dalla Sinistra alla crescita dei movimenti nel’ ’68-’69 e per tutti gli anni ’70?

    «“La Sinistra” […] non è solo una lista elettorale: è il primo momento di un processo di riunificazione sostanziale»(Punto rosso)?
    Solo perché si sono collegate ora «Sinistra Italiana e Rifondazione Comunista, e assieme a loro una quantità di organismi minori »? Ma su cosa se non per le elezioni?

    E dunque? Di fronte a questi appelli sono per un sereno e distaccato *né aderire né sabotare* e ribadisco la mia posizione di diffidenza critica. Mi auguro comunque che la lista “La Sinistra” raggiunga il quorum, ma non col mio voto.

  5. Segnalazione

    ATTENDENDO LA SCONFITTA
    26 MAGGIO 2019 ANGELO D’ORSI
    https://angelodorsi.wordpress.com/2019/05/26/attendendo-la-sconfitta/?fbclid=IwAR3te1SjWYKd6rZN6ympvha23eZ42da_D2BIZxAlJUJQw9KGIzvXgn8FRlg

    Attendo senza troppa ansia l’esito elettorale per le Europee. Non ho alcun entusiasmo europeistico, e giudico in modo assai negativo l’attuale assetto dell’Unione Europea, e in particolare il suo Parlamento, dominato dal “centrodestra”, che ha rivelato un volto di auntetica destra, su tutti i piani, rappresentante un Continente incapace di smarcarsi dall’egemonia degli USA, di cui è rimasto tributario, specialmente in fatto di politica estera.
    Ho votato dunque senza entusiasmo, ma ho votato perché ritengo che sia un ottimo progetto (o un bel sogno?), l’unità europea, che non ha a che fare necessariamente con l’Unione, che è concetto diverso e di basso profilo. Sono a favore dell’unità dei popoli d’Europa, pur conservando le specificità di ciascuno di essi: una unità che valorizzi la “Koiné” culturale del Vecchio Continente, e insieme sappia integrarla con le nuove energie provenienti da altri continenti e Paesi. Ho in mente una Europa che non sia la “Fortresse Europe”, ma che si apra, si confronti, si lasci contaminare, nella certezza che questo non possa che fare del bene alla sua economia, alla sua società, e alla stessa sua cultura.Ho votato con la tranquilla, e mesta certezza che la sinistra italiana non sarà rappresentata nel Parlamento UE.
    Un risultato triste ma facilmente prevedibile: ho firmato per il sostegno alla lista La Sinistra, come un gesto rituale, una testimonianza, consapevole della inutilità del gesto stesso.
    […]
    Post scriptum – Non ho votato per le regionali piemontesi, mettendo per iscritto e consegnando al presidente del Seggio la formula canonica: “Dichiaro di non ritirare la scheda elettorale perché nessuna delle liste mi rappresenta”.

  6. Segnalazione

    DISEMANCIPAZIONE
    di Claudio Vercelli
    https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10218132389411193&set=a.1039337393648&type=3&theater

    Stralcio:

    L’elemento comune, in questa campagna elettorale (che, si può stare certi, proseguirà nei mesi a venire), è il vuoto. Di contenuti, di prese di posizione (a parte quelle identitarie), di sostanza. Un vuoto compensato da atteggiamenti prescrittivi ed esortativi (le “promesse” revocabili, che non costituiscono in alcun modo un debito verso l’elettore), dove il modulo espressivo del paternalismo amicale di Salvini si muove a suo agio. Un quarto ordine di considerazione – invero già assodato ma che tocca di dovere ripetere come una sorta di mantra – è l’eclissi della “sinistra” quand’essa assume la postura esclusivamente liberale. Sull’individualismo (nell’età della crisi delle democrazie sociali) a meglio muoversi è la destra, tanto più quando è illiberale. Non si tratta di un paradosso. L’individualismo cinico, debole e sostanzialmente conformista, non è la manifestazione dell’emancipazione individuale bensì l’espressione del bisogno di “sicurezza”, di “protezione”. Non rivendica diritti e non articola neanche bisogni ma cerca attenzioni e domanda favori. Il fascismo, agli esordi della moderna società di massa, lo aveva inteso. A modo suo, va da sé. L’impegno della “sinistra” in età industriale, storicamente, è stato quello di fare sì che le collettività superassero questa condizione di subalternità. Si trattava di passare da un astratto “individuo”, titolare di diritti formali, a un insieme di individui “situati”, tali poiché intesi nelle loro reciproche relazioni, quindi anche nelle asimmetrie di potere, opportunità e possibilità che la vita concreta aveva loro consegnato. L’intermediazione e la rappresentanza da parte di organismi collettivi (a partire dagli stessi partiti) hanno costituito i vettori di un tale processo. Con tutti i limiti del caso. Tali organismi collettivi non sono nati per spontanea germinazione e non hanno agito per ragioni volontaristiche ma sulla scorta di un mandato di identificazione e tutela di interessi collettivi. Un mandato che era il prodotto di una specifica coalizione sociale, composta di soggetti tra di loro anche molto diversi ma che trovavano comuni punti di mediazione. Lo sgretolamento di quest’ultima, in ragione dei mutamenti strutturali dei rapporti sociali (di produzione e scambio) sta producendo come effetto la disemancipazione. Ossia, la ricerca – nel politico – del principe che protegge. Sotto la cui signoria porsi. Il voto ne è lo specchio. Prendersela con gli elettori, allora, perché non avrebbero votato nel “modo giusto” (“ignoranti”, “reazionari” o cos’altro), equivale a guardare il dito che indica la luna. Dopo di che, ogni giudizio è legittimo. A patto, per l’appunto, che non parta da dei pregiudizi. Le società stanno cambiando e con esse mutano anche coloro che ne sono parte. La prima cosa da evitare è di trasformare il proprio sentimento di malumore, o comunque di perplessità, in risentimento contro gli “altri”. Poiché un tale modo di fare è esattamente il calco su cui una certa destra, carismatica e plebiscitaria, costruisce (e ritesse) le sue fortune

  7. SEGNALAZIONE

    Dopo le elezioni
    Scritto da Romano Luperini – 01 Giugno 2019

    https://www.laletteraturaenoi.it/index.php/il-presente-e-noi/971-dopo-le-elezioni-2.html?fbclid=IwAR2VctieNVXp2gDHv32P-RUlfijZsGdWgfSWk4dZ08oigagNjKcyuJX6JHo

    E un giorno, un giorno o due dopo il 18 aprile,
    lo vidi errare da una piazza all’altra
    dall’uno all’altro caffè di Milano
    inseguito dalla radio.
    “Porca” – vociferando – “porca”. Lo guardava
    stupefatta la gente.
    Lo diceva all’Italia. Di schianto, come a una donna
    che ignara o no a morte ci ha ferito,

    Mi è tornata in mente questa poesia di Sereni che rappresenta Umberto Saba dopo la sconfitta delle sinistre del 18 aprile 1948. Oggi, settant’anni dopo, lo stesso sentimento, la stessa rabbia. La stessa tristezza di fronte a questa schiacciante vittoria della Lega, dopo il rosari e i vangeli sventolati nei comizi, dopo i provvedimenti volutamente crudeli verso gli emigrati, dopo le parole razziste e l’ostentata protezione delle forze fasciste, dopo l’esibita rinuncia a festeggiare il 25 aprile, dopo l’ignoranza, la grossolanità, l’impudenza esibite come vessilli e fomite di successo.

    “Porca Italia”, diceva Saba. Democristiana e clerico-fascista dopo il 18 aprile, poi berlusconiana per un ventennio, ora salviniana. Fatte salve le forme della democrazia, la stessa sostanziale brutalità, la stessa esibizione di individualismi prepotenti e autoritari, la stessa sostanziale inciviltà.

    Bisogna registrare una continuità che non si smentisce. Ricordo una sera a Milano all’inizio degli anni settanta, dalle finestre gridavano a un gruppo di poliziotti che si accaniva su due studenti caduti a terra, “ammazzateli, ammazzateli tutti!”, ricordo il sangue sui muri dopo il massacro alla caserma Diaz a Genova, e Serantini e Ceccanti sparati a Pisa.

    Sempre questa Italia di destra, subdolamente fascista, che ora si riafferma e si rafforza. Nel nostro paese la parte intollerante, violenta, sopraffattrice ha la maggioranza da sempre, e a quanto pare la conserverà ancora a lungo. Nonostante la Chiesa di Francesco, nonostante un volontariato eroico, nonostante l’istruzione impartita dalla scuola pubblica (d’altronde sempre più scientificamente degradata dalle forze al potere), nonostante i mille episodi di solidarietà, alla fine a prevalere sono sempre loro: quelli che riescono a dare voce a un popolo privo di cultura (l’Italia ha in Europa il primato della non-lettura e il numero più basso di laureati), deluso da una sinistra ormai padronale, disperato, arrabbiato, invelenito dalle ingiustizie ma incapace di individuarne i responsabili.

    Ora bisogna aspettarsi il peggio e attrezzarsi per fronteggiarlo.

  8. ROMANO LUPERINI SU DOPO LE ELEZIONI EUROPEE (https://www.laletteraturaenoi.it/index.php/il-presente-e-noi/971-dopo-le-elezioni-2.html?fbclid=IwAR0ajGQUrfPF3CRPvyj8Net9rRaegYwjhNS1gg2m-LBF9j7IoWHMVNdf3VY ) + MIO COMMENTO

    Ma da quanti decenni non facciamo che commentare «la sconfitta delle sinistre» o i suoi ripetuti «18 aprile 1948». Forse dagli anni ’70. Quanti avvertimenti di Cassandre, che la davano per finita e «ormai padronale» già verso la fine del Novecento (all’incirca) sono rimasti inascoltati o e gli inviti all’*esodo* addirittura sbeffeggiati? Forse ci si sveglia troppo tardi – e per un po’ solo dopo le elezioni – dal sonno della ragione (di sinistra). E, con tutto il rispetto, che ce ne facciamo di un Sereni/Saba che vociferava «porca» all’Italia? Almeno un Fortini ci invitava a «uscire di pianto in ragione». Secondo me, la letteratura non basta contro Salvini e «questa Italia di destra, subdolamente fascista, che ora si riafferma e si rafforza». Come non sono bastati e non basteranno «la Chiesa di Francesco» (finché durerà questo papa), il «volontariato eroico» (ma politicamente liquido), la stessa «scuola pubblica» già messa in ginocchio e da tempo (grosso modo sempre dagli anni ’70) in stato di confusione. Ci vuole qualcosa di più. E non c’è più da «aspettarsi il peggio». È già arrivato – ripeto – da tempo. Anche nella scuola. Le resistenze culturali e politiche già in atto nelle scuole hanno bisogno di collegarsi alle resistenze che spuntano fuori dalle scuole, nelle città (Palermo, Napoli, Bologna, ma anche Milano). Bisogna che gli insegnanti democratici, oltre a «continuare a parlare di didattica, del rapporto fra democrazia e interpretazione, di comunità ermeneutica», trovino il coraggio e la volontà politica di collegarsi a quello che si muove fuori dalla scuola. E ad alimentarsi dalle *fonti* (non faccio nomi, ma ci sono) capaci di un’analisi dei nuovi poteri che si sono costituiti o si vanno costituendo a livello mondiale.

  9. SEGNALAZIONE

    DALLE RESISTENZE AL CONTROPOTERE
    di Antonio Negri e Sandro Mezzadra
    http://www.euronomade.info/?p=12098

    Stralci:

    1.
    Lo spostamento a destra del quadro politico italiano è nettissimo e inquietante. Non consola né rassicura registrare – come pure occorre fare – che questo spostamento a destra appare coerente con la congiuntura globale appena richiamata, segnata da una vera e propria controrivoluzione autoritaria, dall’abbandono dei caratteri “promissori” del neoliberalismo e da una sua coniugazione con nazionalismo e sovranismo. In Italia lo spostamento è profondo, non si limita al piano elettorale ma investe e trasforma il senso comune. L’uso selettivo da parte di Salvini di retoriche e simbologie del fascismo storico non annuncia certo un lineare ritorno al passato. Parla tuttavia di un clima generale e legittima tra l’altro l’attivismo di gruppi fascisti come Casa Pound e Forza Nuova, le cui iniziative contro rom e migranti nelle periferie romane rappresentano un bonus elettorale prontamente incassato dalla Lega. E perfino Fratelli d’Italia, alla perenne ricerca di candidati che possano vantare il cognome Mussolini, aumenta complessivamente i suoi voti.

    2.
    Ma la giustizia (non certo per la prima volta in questi trent’anni!) è stata spogliata dei suoi referenti materiali, è stata spostata su un terreno meramente formale e ridotta in modo misero e unilaterale alla battaglia contro la corruzione. I 5 Stelle hanno interpretato e spinto questo passaggio, che gli ha procurato successi che oggi appaiono effimeri (per quanto rimanga significativo il loro insediamento elettorale al Sud, circostanza su cui occorrerà approfondire la discussione): Salvini ha efficacemente spostato il giustizialismo sul terreno di una domanda di ordine, di autorità e di obbedienza.

    3.
    Di fronte all’incalzare dell’iniziativa leghista, la “sinistra” appare frastornata. Il PD recupera qualcosa e festeggia il sorpasso dei 5 Stelle, senza rendersi conto che nelle attuali condizioni di polarizzazione la sua strategia ossessivamente centrista, la sua ricerca della rappresentanza di una classe media sempre più erosa tanto dal punto di vista delle sue basi economiche quanto da quello della sua identità sociale e culturale non consente di uscire dalla marginalità. E che dire delle forze alla sinistra del PD? Resta quasi misterioso come non sia stato possibile costruire attorno a un’alleanza “rosso-verde” un soggetto politico realmente nuovo, capace di suscitare passioni ed entusiasmo e di agganciarsi all’onda verde nord-europea. Piccole burocrazie hanno impedito che avvenisse, a dimostrazione del fatto che i “partiti” di cui si considerano proprietarie non sono mai stati attraversati da ondate di democrazia di base, l’unica condizione per rinnovarli e per strapparli all’irrilevanza.

    4.
    Che fare, dunque, per porre una domanda non nuova? Occorre in primo luogo prendere atto del fatto che oggi siamo minoranza. E tuttavia siamo una minoranza straordinariamente ricca di competenze e saperi, variegata e diffusa, capace di agire e di costruire intanto un tessuto articolato di resistenze.
    Collocate all’interno di una proliferazione di iniziative contro la Lega di Salvini (i “lenzuoli” e manifestazioni come quella di Firenze), queste mobilitazioni dimostrano la possibilità di riqualificare l’antifascismo all’altezza delle sfide del presente.

    5.
    è stato tangibile il salto di paradigma che negli ultimi due anni ha determinato il movimento transfemminista “NonUnaDiMeno”, la continuità della cui iniziativa (formidabile tanto l’8 marzo quanto a Verona contro il Congresso delle famiglie) va ben oltre la “resistenza” per assumere tratti direttamente costituenti. Attorno alla “questione sociale”, ovvero contro l’immiserimento di massa determinato da un decennio di crisi si moltiplicano quotidianamente le lotte (da vertenze sindacali a occupazioni di case), mentre i processi di auto-organizzazione dei rider alludono a un salto di qualità nell’organizzazione del lavoro precario. I “Fridays for future” hanno portato finalmente anche in Italia la lotta contro il cambiamento climatico, determinando la politicizzazione delle giovani e giovanissime generazioni. La migrazione continua infine a essere terreno duramente conflittuale, sia per quel che riguarda le pratiche dei e delle migranti sia per quel che riguarda iniziative come quella di “Mediterranea”, che è stata capace di aggregare attorno a sé un ampio tessuto di associazionismo laico e cattolico nonché il sostegno della stessa Chiesa (mentre non si era mai visto un Cardinale che riallacciasse la corrente tagliata in un’occupazione abitativa).

    6.
    Queste resistenze si aggregano in modo particolare all’interno delle città, a conferma del fatto che il municipalismo indica oggi, in termini affatto materiali, un campo di lotta fondamentale. Le iniziative dei Comuni di Palermo e Napoli sulla migrazione, in aperta contrapposizione al governo, sono da questo punto di vista fondamentali e prefigurano una pratica di disobbedienza che rompa gli assetti istituzionali e veda appunto protagoniste le città.

    7.
    Un agire minoritario, dicevamo, ma orientato alla ricomposizione di una molteplicità di lotte che non sempre comunicano tra loro – mantenendone la dimensione plurale ma unendole contro un comune avversario. Si tratta di sviluppare quegli elementi di “democrazia di base” che vivono all’interno di queste lotte, inventando la forma politica che consenta di formulare e approfondire elementi di programma: salario sociale, libertà di movimento, welfare del comune, lotta contro il cambiamento climatico. La difesa e la liberazione della terra sono ormai costitutive della lotta di classe. Si tratta dunque di consolidare ed estendere le forme di associazione, solidarietà e sindacalismo sociale che costituiscono strumenti necessari per lottare in modo efficace attorno a questi elementi di programma. Siamo al punto nel quale potremmo costruire, ed essere riconosciuti, come il movimento di queste resistenze che contrasti, dal basso, l’agenda dell’azione di governo, sviluppando forme organizzative di consenso democratico di base. Contropotere significa infatti costruire, difendere, sviluppare e vincere su obiettivi che siano insieme costruttivi

    1. Qualcuno se la sente di approfondire il senso concreto del programma proposto da Negri? Ad esempio: che significa Libertà di movimento?

      «salario sociale, libertà di movimento, welfare del comune, lotta contro il cambiamento climatico.»

  10. Ecco sui vari punti alcuni testi utili a chi volesse approfondire e discutere. Avverto che li ho raccolti con una velocissima ricerca su Google. [E. A.]

    A. SALARIO SOCIALE

    1.
    Per il salario sociale, la scala mobile e le 32 ore
    Sabato 07 Dicembre 2013 10:58
    https://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=1595:per-il-salario-sociale-la-scala-mobile-e-le-32-ore&catid=28:allordine-del-giorno-i-commenti-a-caldo&Itemid=39
    di Francesco Locantore
    Stralcio:

    L’Istat ha diffuso lo scorso 29 novembre i dati aggiornati sulla disoccupazione in Italia. Ad ottobre 2013 i disoccupati sono 3 milioni e 189 mila, 287 mila in più rispetto allo stesso mese del 2012. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 12,5%, la disoccupazione giovanile è al 41,2%. Circa 1.900.000 persone sfiduciate hanno rinunciato a cercare un lavoro. Per completare il quadro dell’emergenza sociale si aggiungano i dati diffusi a luglio sulla povertà: nel 2012 le persone che vivono con un reddito al di sotto della soglia di povertà relativa sono 9 milioni e mezzo, circa il 16% della popolazione, quasi cinque milioni sono sotto la soglia di povertà assoluta. Sono al di sotto della soglia di povertà relativa quasi un operaio occupato su cinque e il 35,6% dei disoccupati in cerca di lavoro. Anche in questo caso i dati sono in netto peggioramento rispetto all’anno precedente, ed è quasi certo che peggioreranno ulteriormente nel 2013.
    In questo contesto si è riacceso negli ultimi tempi il dibattito intorno ad un salario minimo fissato per legge e ad un reddito universale come misure per contrastare la povertà. Il governo Letta ha inserito nella legge di stabilità un “reddito minimo di inserimento” per i più poveri in dodici aree metropolitane. Lo stanziamento per questo provvedimento è ridicolo (circa 40 milioni di euro all’anno), neanche sufficiente a configurare un sussidio di povertà minimamente decente. In realtà è solo un cambiamento di nome per la social card berlusconiana, tant’è che quei fondi sono destinati allo stesso capitolo di spesa.
    Le proposte in campo sul reddito di cittadinanza (o reddito garantito, reddito universale ecc.) non si differenziano dalla filosofia del provvedimento del governo, cioè quella di un sussidio di povertà. Già nel 2011 il PD aveva depositato una proposta di legge in questo senso, che prevedeva l’erogazione di un sussidio di circa 600 euro mensili alle persone con redditi sotto la soglia di povertà.
    Più recentemente SEL, il PRC e altri soggetti hanno raccolto le firme per una proposta di legge di iniziativa popolare che prevede lo stesso sussidio di 600 euro mensili, oltre ad una serie di altre prestazioni sociali gratuite per le persone con redditi al di sotto di 8.000 €/anno, delegando il governo alla introduzione di un salario minimo intercategoriale, unico punto in cui questa proposta si distingue sostanzialmente dalle altre.
    La stessa impostazione è contenuta nella proposta del Movimento 5 Stelle depositata in parlamento a metà novembre. Un sussidio di 600 euro mensili per le persone con reddito al di sotto della soglia di povertà relativa (circa 7.200 euro all’anno). L’erogazione del sussidio è condizionata, come per tutte le altre proposte citate, all’accettazione di proposte del centro per l’impiego, oltre alla partecipazione coatta a progetti di volontariato sociale promossi dai Comuni di residenza. Fa discutere in questa proposta la condizione ulteriore stabilita per i migranti residenti in Italia da almeno due anni, di aver lavorato almeno 1000 ore nel biennio precedente alla richiesta.
    Più radicale è l’impostazione di chi propone il reddito incondizionato di base (alcune aree dei centri sociali). Questa proposta prevede l’erogazione di un reddito indipendentemente dalla condizione di povertà, di disoccupazione, di cittadinanza, insomma senza condizioni. Questo reddito si cumulerebbe quindi ai redditi da lavoro (dipendente o autonomo) e alla pensione, consentendo in questo modo una esistenza dignitosa. La proposta fu avanzata nel 1992 dall’economista belga Philippe Van Parijs, che la considerava una liberazione dal bisogno e dal ricatto di dover accettare di lavorare per vivere. Considerata in questi termini, la proposta è evidentemente utopistica, nel senso che non fa i conti con le caratteristiche fondamentali della società in cui viviamo, in cui il lavoro è ancora il fondamento per la produzione delle merci, nonché della loro valorizzazione. Non è pensabile oggi fare una proposta di liberazione del (e dal) lavoro salariato, senza aggredire i rapporti sociali di produzione tra lavoratori e capitalisti.
    E’ così che il reddito incondizionato si trasforma da una visione utopica di una società futura in cui non ci sarà bisogno di lavorare, in una più modesta richiesta di un sussidio di povertà e/o di disoccupazione. Per quanto possa sembrare radicale, la proposta di reddito di base non è una proposta incompatibile con le politiche economiche neoliberiste. Dimostrazione ne è il fatto che la proposta di basic income (reddito di base) fu avanzata proprio da Milton Friedman, fondatore della Scuola di Chicago, sotto forma di una tassa negativa sul reddito. Se il sussidio si tiene al di sotto del reddito necessario alla sussistenza media di una persona in una determinata società, questo potrebbe non disincentivare ad accettare di lavorare, anzi se tale reddito fosse cumulabile con quello da lavoro, potrebbe produrre una dinamica al ribasso dei salari.
    Potrebbero tuttavia queste proposte avere una qualche efficacia nella lotta contro la povertà assoluta e relativa e contro la disoccupazione? Crediamo proprio di no. Il livello dei salari nel capitalismo oscilla intorno al valore dei mezzi di sussistenza dei lavoratori, come hanno spiegato bene Marx e gli economisti classici, cioè al valore socialmente necessario alla riproduzione della forza-lavoro. Si tratta quindi di un valore non assoluto, ma determinato storicamente di volta in volta dal rapporto di forza tra le classi. Stabilire per legge un salario nominale minimo o garantire a tutte/i un reddito monetario di base, il ché è quasi la stessa cosa, di per sé non farebbe che creare una illusione monetaria, per cui si finirebbe per trovarsi con un pugno di mosche in mano una volta che i prezzi delle merci si adeguassero alla nuova situazione ristabilendo il salario reale e la quota salariale sul valore prodotto ad un livello corrispondente ai reali rapporti di forza tra le classi sociali. Sarebbe dunque necessario un meccanismo di rivalutazione automatica dei salari minimi (diretti e indiretti, comprendendo quindi le pensioni e i sussidi di disoccupazione) al livello dei prezzi delle merci che compongono il paniere di consumo dei lavoratori. Questo tuttavia ancora non sarebbe sufficiente a garantire che la forbice tra la quota dei salari e quella dei profitti non si allarghi ulteriormente, precipitando i lavoratori in una condizione di povertà relativa. Per invertire questa tendenza alla diminuzione del salario in termini relativi sarebbe necessario erodere il plusvalore di cui si appropriano i capitalisti, finanziando i provvedimenti per il salario sociale con una forte tassazione dei redditi da capitale, con l’introduzione di una patrimoniale pesante e con la imposizione progressiva dei redditi, che ad oggi in Italia è solo su carta. Infine attraverso la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, per redistribuire il lavoro eliminando l’esercito di riserva dei disoccupati (la cui massa condiziona al ribasso la dinamica salariale) e per erodere quella parte di giornata lavorativa di cui i capitalisti si appropriano gratuitamente, da cui hanno origine i profitti.
    La proposta che avanziamo dunque deve fare i conti con il fatto che il valore è prodotto dal lavoro umano (checché ne pensino con Negri coloro che ritengono la legge del valore superata dalle proprie fantasie teoriche di ipercapitalismo cognitivo) e che esso si ripartisce tra chi lavora e chi si appropria del lavoro altrui. Il salario è un fatto sociale di per sé, essendo l’espressione monetaria della relazione di sfruttamento tra i capitalisti e i lavoratori, ed essendo collegato in una relazione inversa con i profitti dei capitalisti, tanto maggiore la loro quota nel valore aggiunto, tanto minore quella destinata ai salari.
    Riprendiamo la proposta avanzata da una legge di iniziativa popolare depositata in Parlamento, lanciata da Sinistra Critica nel 2009, e suffragata da oltre 70.000 firme. Questo disegno di legge è ancora utilizzabile per la discussione in Parlamento da qualsiasi parlamentare o gruppo che voglia farlo (atto Senato n. 2, assegnato il 23 maggio scorso alla XI commissione permanente: lavoro e previdenza sociale). Tuttavia la sua discussione non è mai cominciata. Alla luce dell’inflazione intervenuta gli importi definiti in quella proposta vanno ridefiniti. Chiediamo innanzitutto che sia fissato per legge un salario minimo intercategoriale di 1.500€ al mese, e ad esso siano riparametrati tutti i contratti collettivi di lavoro; che sia istituito un salario sociale di 1.200€ per i disoccupati, per gli studenti e per le pensioni minime. Chiediamo che questi importi siano rivalutati annualmente in base all’indice dei prezzi Istat per le famiglie di operai e impiegati (reintroduzione della scala mobile). Chiediamo infine che il lavoro venga redistribuito diminuendo l’orario di lavoro a parità di salario a 32 ore settimanali non derogabili, perché si possa lavorare meno per lavorare tutte/i. Queste battaglie, insieme a quelle per la difesa e il rilancio dei servizi pubblici a garanzia dei diritti sociali fondamentali, l’istruzione, la sanità, i trasporti, la casa, e per le nazionalizzazioni delle banche e delle grandi imprese, a partire dalla Fiat e dall’Ilva possono e devono essere condotte unitariamente da tutti i settori della classe lavoratrice, occupati e disoccupati, stabili e precari, nativi e migranti.
    Se questa proposta può sembrare utopistica, rispondiamo che la vera utopia è aspettarsi di convincere la borghesia a liberare i lavoratori dal ricatto del lavoro, su cui si fonda il loro stesso ordine sociale ed economico. L’unità della classe nel perseguire i propri obiettivi in maniera indipendente è la sola via d’uscita alle condizioni di sfruttamento e di povertà generale in cui essa stessa versa.
    Francesco Locantore

    2.
    Reddito oltre il lavoro. Il report del dibattito
    di Rossella Puca

    20 / 6 / 2018

    https://www.globalproject.info/it/produzioni/reddito-oltre-il-lavoro-il-report-del-dibattito/21517

    Stralcio:
    Roberto Ciccarelli viene a specificare la proposta politica del reddito universale che, in quanto tale, deve essere riconosciuto sia per italiani che stranieri, affinché non vi sia una differenziazione tra immigrati e autoctoni (intesi quali cittadini), amplificata a latere ancor più da una propaganda razzista.
    Il reddito universalmente inteso è intersezionale: mette insieme ciò che viene diviso con la contrapposizione tra bianchi e neri, etero e omo, italiani e rom, non contrapponendosi nemmeno al giusto reddito da lavoro. In questa visione il facchino è accanto allo studente, il bracciante insieme al rider, l’occupato vicino il disoccupato.
    Il reddito di base è fuori da ogni mero individualismo, non contrapponendo i diritti in base alle identità sessuali o alle condizioni lavorative, fuori dalla concezione del penultimo contro l’ultimo e dallo stratagemma propriamente identificato nella guerra tra poveri.
    Il reddito deve essere ovviamente considerato all’interno del discorso della fiscalità che questo governo focalizza nella misura della flax tax: tale è una forma di spostamento di ricchezza inteso nella sua dimensione neoliberista, dal basso verso l’alto, in cui vi è un aumento trasversale delle diseguaglianze economiche, dovendosi alternativamente prospettare una politica radicale di spostamento dall’alto verso il basso, in un discorso volto alla ri-politicizzazione di un’Europa austera ed infelice.

    B. LIBERTA’ DI MOVIMENTO

    1.
    Conflitto sociale e codice penale

    https://www.globalproject.info/it/in_movimento/conflitto-sociale-e-codice-penale/18835

    Stralcio:

    Questo attacco nei confronti del conflitto sociale spicca, rispetto anche alla memoria storica dei movimenti, cogliendo la particolare specificità dell’epoca in cui viviamo dove il diritto e la norma nascono spesso lontano dai territori dove le leggi poi sono applicate, come è in effetti nell’Europa dell’austerity neoliberista. Sorgenti normative lontane ma come dire “effetti vicini”, molti degli interventi della giornata hanno sottolineato la ormai consuetudinaria sproporzione delle recenti condanne rispetto alla reale pericolosità e gravità dei fatti contestati, come l’anomalo utilizzo punitivo delle misure cautelari prima dell’inizio dei processi. La tendenza che spicca nel lavoro della magistratura è come l’attacco giudiziario sia funzionale alla gestione del contesto sociale, vero e proprio deterrente per qualsiasi velleità conflittuale.

    2.
    https://www.globalproject.info/it/in_movimento/i-nostri-e-i-loro-confini-per-la-liberta-di-movimento-universale/20012

    Stralcio:

    Noi, giovani cittadini europei, siamo stati abituati a non chiedere alcun permesso. Ci hanno insegnato, dalle prime lezioni di educazione civica nelle scuole e dai primi viaggi che abbiamo fatto, che l’Europa è il continente della libertà di circolazione. Certo, interessa molto di più che un libro, un pezzo di un’auto, un cellulare arrivino in Italia senza avere tasse e controlli doganali. Ma anche le persone con un passaporto europeo possono muoversi e stabilirsi dove vogliono senza limiti. Perché l’Europa si è fondata sulla pace e sulla fratellanza dei suoi Stati membri. Così ci hanno venduto, da quando è entrato in vigore Schengen, la nostra possibilità di muoverci.
    Non siamo fratelli di coloro che vengono dall’esterno dell’Europa – che, tradotto, vuol dire non essere in pace con loro. La possibilità di muoverci è garantita nella misura in cui chi vuole entrare nel Vecchio Continente dalle coste libiche, tunisine, marocchine, eccetera, oppure dalla Siria, trova una via sbarrata. Che siano navi di Frontex o muri con filo spinato, poco cambia. Questo il senso della fortezza Europea. Per anni questo doppio aspetto dei confini interni ed esterni, nonostante le giuste denunce dei movimenti e delle associazioni, ha tenuto banco. Fintanto che possiamo muoverci liberamente, che l’Europa sia pure impenetrabile dall’esterno.
    Qui esplode il paradosso del cartello di benvenuto austriaco. Non solo la chiusura delle porte dell’accoglienza da parte dell’Austria ha determinato il blocco della Balkan Route, provocando l’ammassamento in condizioni disumane dei migranti a Idomeni e dando una sponda all’infame accordo Ue-Turchia; non solo ha annunciato di intensificare i controlli e di essere pronta a respingere i migranti che arriveranno dal Brennero, prevedendo il flusso che probabilmente ripartirà dalla Libia o dall’Albania. Il 3 aprile l’Austria ha deciso di militarizzare e sbarrare una frontiera interna impedendo di fatto l’esercizio della liberta di movimento di cittadini e cittadine europei. Ha sospeso Schengen, tracciando nuovamente a terra la demarcazione tra Stati nazione che dal ’99 è stata cancellata in tutta Europa. Lo spray urticante ed i manganelli hanno funzionato da dogana violenta sui corpi dei manifestanti decisi ad attraversare l’Austria. Il confine materialmente non si vedrà per adesso, non sarà tangibile, eppure si manifesta proprio quando qualcuno, collettivamente, decide di passarlo.

    3.
    Luigi Ferrajoli
    LA QUESTIONE MIGRANTI: ITALIA INCIVILE, EUROPA INCIVILE

    http://www.sbptorino.org/images/ferraioli.pdf

    Stralcio:
    È su questo terreno che rischia oggi di crollare l’identità civile e democratica dell’Italia e dell’Europa. Dell’Italia, anzitutto, che in passato si era distinta, grazie all’operazione Mare Nostrum, per il salvataggio di decine di migliaia di naufraghi e che oggi sta diventando la capofila dei paesi del gruppo di Visegrad e sta costruendo – con le sue assurde minacce, come il non pagamento dei contributi dovuti all’Unione Europea e all’Onu, il cui solo effetto è il suo totale isolamento – una penosa immagine di paese fuori legge. Ma la perdita di identità sta minacciando, insieme alla crisi dell’unità, anche l’Unione Europea, i cui paesi membri sono tutti variamente impegnati nella limitazione della libertà di accesso e di circolazione delle persone, in accuse e recriminazioni reciproche e in una guerra crudele contro i migranti. L’Unione Europea era nata contro i razzismi e contro i nazionalismi, contro i genocidi, contro i campi di concentramento, contro le oppressioni e le discriminazioni razziali. Questa identità sta oggi crollando insieme alla memoria dei “mai più” proclamati settant’anni fa contro gli orrori del passato. Le destre protestano contro quelle che chiamano una lesione delle nostre identità culturali da parte delle “invasioni” contaminanti dei migranti. In realtà esse identificano tale identità con la loro identità reazionaria: con la lorofalsa cristianità, con la lorointolleranza per i diversi, in breve con il loro più o meno consapevole razzismo. Laddove, al contrario, sono proprio le politiche di chiusura che stanno deformando e deturpando l’immagine dell’Italia e dell’Europa disegnata dalle nostre costituzioni e dalla Carta dei diritti dell’Unione Europea. L’Europa non sarà più – non è più – l’Europa civile della solidarietà, delle garanzie dell’uguaglianza, dei diritti umani e della dignità delle persone, bensì l’Europa dei muri, dei fili spinati, delle disuguaglianze per nascita e, di nuovo, dei conflitti e dell’intolleranza razziale. Sta infatti vivendo una profonda contraddizione: la contraddizione delle pratiche di esclusione dei migranti quali non-persone non soltanto con i valori di uguaglianza e libertà iscritti in tutte le sue carte costituzionali e nella stessa Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, ma anche con la sua più antica tradizione culturale. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che il diritto di emigrare fu teorizzato dalla filosofia politica occidentale alle origini dell’età moderna. Ben prima del diritto alla vita formulato nel Seicento da Thomas Hobbes, il diritto di emigrare fu configurato dal teologo spagnolo Francisco de Vitoria, nelle sue Relectiones de Indis svolte nel 1539 all’Università di Salamanca, come un diritto naturale universale. Sul piano teorico questa tesi si inseriva in una edificante concezione cosmopolitica dei rapporti tra i popoli informata a una sorta di fratellanza universale. Sul piano pratico essa era chiaramente finalizzata alla legittimazione della conquista spagnola del Nuovo mondo: anche con la guerra, in forza del principio vim vi repellere licet, ove all’esercizio del diritto di emigrare fosse stata opposta illegittima resistenza. E la medesima funzione fu svolta da questo diritto nei quattro secoli successivi, nei quali servì a legittimare la colonizzazione del pianeta da parte delle potenze europee e le loro politiche di rapina e di sfruttamento.

    C. WELFARE DEL COMUNE

    Stralci:

    a. Il primo dato da cui partire è evidentemente lo spaventoso processo di impoverimento della popolazione che oramai tutte le rilevazioni statistiche registrano. A ben vedere questo processo di pauperizzazione ci dice fondamentalmente tre cose. La prima è che la compressione dei livelli di vita non riguarda più esclusivamente categorie sociali segnate dalla marginalità, al contrario questo riguarda trasversalmente composizioni sociali diverse difficilmente associabili all’idea di esclusione sociale: la componente operaia, quella giovanile e studentesca e lo stesso ceto medio che si trova a vivere un vero e proprio processo di declassamento. La seconda è che la povertà, in questo nuovo scenario, non è più pensabile come un effetto perverso della dinamica economica, non è più il frutto “eccezionale” e residuale dello sviluppo capitalistico, ma un prodotto “normale” e necessario della finanziarizzazione. La terza è che dietro la ridefinzione della categoria di povertà troviamo il consolidarsi di una logica di polarizzazione sociale che tende a trasferire in modo continuo ed incessante la ricchezza socialmente prodotta dai salari e dallo Stato Sociale ai profitti e alle rendite. Questa dinamica di polarizzazione, che oggi raggiunge i suoi massimi livelli, ci spinge a considerare la povertà come l’effetto di un sistema distributivo fondato sul saccheggio e sul furto delle risorse prodotte dalla cooperazione produttiva.

    b. È questo il terreno sul quale ridislocare la proposta di un reddito garantito incondizionato e di un nuovo welfare. A questo riguardo occorre fare due precisazioni. La rivendicazione di un reddito garantito non deve essere pensata come una fuga dalle contraddizioni interne alla prestazione lavorativa. Al contrario questa acquisisce tutta la sua radicale portata politica proprio in quanto è in grado di presentarsi come condizione a partire dalla quale è possibile riaprire la lotta dentro e oltre il lavoro formalmente erogato. Senza reddito non c’è possibilità di resistere al ricatto della povertà, e senza questa resistenza non è pensabile alcuna trasformazione delle forme della cooperazione produttiva. La seconda precisazione riguarda il fatto che la lotta per il reddito garantito deve essere pensata come l’altra faccia del processo di ricomposizione sociale, come vettore di collegamento fra composizioni sociali eterogenee che vivono e hanno vissuto nel tempo la propria differenza in termini contrappositivi e corporativi. La sfida che abbiamo davanti è quella di ripensare un programma politico delle lotte in grado di tessere alleanze sociali, in grado cioè di affermare un piano comune tra lavoro dipendente e lavoro indipendente di nuova generazione, tra soggettività operaia, precaria, studentesca e migrante.

    D. LOTTA CONTRO IL CAMBIAMENTO CLIMATICO

    Obiettivo 13: Promuovere azioni, a tutti i livelli, per combattere il cambiamento climatico

    https://www.unric.org/it/agenda-2030/30796-obiettivo-13-promuovere-azioni-a-tutti-i-livelli-per-combattere-il-cambiamento-climatico

    Stralcio:

    Il cambiamento climatico interessa i paesi di tutti i continenti. Esso sta sconvolgendo le economie nazionali, con costi alti per persone, comunità e paesi oggi, e che saranno ancora più gravi un domani.
    Le persone stanno sperimentando gli impatti significativi del cambiamento climatico, quali ad esempio il mutamento delle condizioni meteorologiche, l’innalzamento del livello del mare e altri fenomeni meteorologici ancora più estremi. Le emissioni di gas a effetto serra, derivanti dalle attività umane, sono la forza trainante del cambiamento climatico e continuano ad aumentare. Attualmente sono al loro livello più alto nella storia. Se non si prendono provvedimenti, si prevede che la temperatura media della superficie terrestre aumenterà nel corso del XXI secolo e probabilmente aumenterà di 3°C in questo secolo – alcune aree del pianeta sono destinate a un riscaldamento climatico ancora maggiore. Le persone più povere e vulnerabili sono le più esposte.
    Attualmente ci sono soluzioni accessibili e flessibili per permettere ai paesi di diventare economie più pulite e resistenti. Il ritmo del cambiamento sta accelerando dato che sempre più persone utilizzano energie rinnovabili e mettono in pratica tutta una serie di misure che riducono le emissioni e aumentano gli sforzi di adattamento.
    Tuttavia il cambiamento climatico è una sfida globale che non rispetta i confini nazionali. Le emissioni sono ovunque e riguardano tutti. È una questione che richiede soluzioni coordinate a livello internazionale e cooperazione al fine di aiutare i Paesi in via di sviluppo a muoversi verso un’economia a bassa emissione di carbonio. Per far fronte ai cambiamenti climatici, i paesi hanno firmato nel mese di aprile un accordo mondiale sul cambiamento climatico (Accordo di Parigi sul Clima).

  11. SEGNALAZIONE

    Ennio Abate ha condiviso un link nel gruppo: POLISCRITTURE su Facebook.
    1 giugno alle ore 22:49

    ROMANO LUPERINI SU DOPO LE ELEZIONI EUROPEE (https://www.laletteraturaenoi.it/index.php/il-presente-e-noi/971-dopo-le-elezioni-2.html?fbclid=IwAR2u_H2nRxuLeWEx5nJ-TzxD9ESeWfwcqXeWBNNUUBMshmo1a0bavLKJrKA) + MIO COMMENTO

    Ma da quanti decenni non facciamo che commentare «la sconfitta delle sinistre» o i suoi ripetuti «18 aprile 1948». Forse dagli anni ’70. Quanti avvertimenti di Cassandre, che la davano per finita e «ormai padronale» già verso la fine del Novecento (all’incirca) sono rimasti inascoltati o e gli inviti all’*esodo* addirittura sbeffeggiati? Forse ci si sveglia troppo tardi – e per un po’ solo dopo le elezioni – dal sonno della ragione (di sinistra). E, con tutto il rispetto, che ce ne facciamo di un Sereni/Saba che vociferava «porca» all’Italia? Almeno un Fortini ci invitava a «uscire di pianto in ragione». Secondo me, la letteratura non basta contro Salvini e «questa Italia di destra, subdolamente fascista, che ora si riafferma e si rafforza». Come non sono bastati e non basteranno «la Chiesa di Francesco» (finché durerà questo papa), il «volontariato eroico» (ma politicamente liquido), la stessa «scuola pubblica» già messa in ginocchio e da tempo (grosso modo sempre dagli anni ’70) in stato di confusione. Ci vuole qualcosa di più. E non c’è più da «aspettarsi il peggio». È già arrivato – ripeto – da tempo. Anche nella scuola. Le resistenze culturali e politiche già in atto nelle scuole hanno bisogno di collegarsi alle resistenze che spuntano fuori dalle scuole, nelle città (Palermo, Napoli, Bologna, ma anche Milano). Bisogna che gli insegnanti democratici, oltre a «continuare a parlare di didattica, del rapporto fra democrazia e interpretazione, di comunità ermeneutica», trovino il coraggio e la volontà politica di collegarsi a quello che si muove fuori dalla scuola. E ad alimentarsi dalle *fonti* (non faccio nomi, ma ci sono) capaci di un’analisi dei nuovi poteri che si sono costituiti o si vanno costituendo a livello mondiale.

    DA “LA LETTERATURA E NOI” A E. A.

    1.
    RE: Dopo le elezioni — Luperini 2019-06-02 19:35

    Nel commento qui sopra l’autore mi rimprovera su tutto, e di tutto mi accusa, dalla citazione di Sereni su Saba all’invito agli insegnanti all’autodifesa (gli sembra troppo poco che avvenga solo nelle scuole) sino alla mia dichiarazione che il peggio deve ancora accadere (secondo lui è già accaduto; singolare illusione ottimista in uno che si presenta come inesorabile e disincantato sostenitore di idee estreme giustificate dalla catastrofe in cui saremmo già caduti).
    Io mi limito a porre una domanda. Nella sostanza i punti di accordo fra me e il commentatore mi sembrano più numerosi e sostanziali di quelli, da lui tanto esibiti, di disaccordo. Io e lui stiamo, evidentemente, dalla stessa parte. Ovviamente sono d’accordo anche io, per esempio, che sarebbe ottima cosa che gli insegnanti si organizzassero anche fuori della scuola con gruppi esterni di altri lavoratori. Il problema è se questo passo è già realizzabile; ma è disaccordo, direi, tattico e, tutto sommato, per ora marginale Che poi il peggio sia già avvenuto (mentre per me deve ancora accadere e siamo appena agli inizi) oppure no, non mi sembra dissenso essenziale (almeno che non si giochi a chi la spara più grossa). Staremo a vedere, ma, a mio avviso, i preavvisi (a partire dalle prossime telecamere nelle classi) di un ulteriore peggioramento ci sono tutti.
    La domanda è questa. Perché il commentatore si accanisce a sottolineare gli aspetti del disaccordo? Il suo proposito è contribuire alla lotta contro questo governo e contro questo sistema oppure quello di mostrare che è più bravo e più “scafato” di me?
    Io penso che l’individualismo e il narcisismo, oggi così diffusi, siano malattie che rischiano (insieme, beninteso, ad altre ragioni materiali e ideali) di far affondare la già vacillante barca della sinistra. Sinché andremo alla ricerca del dissenso a ogni costo e alla sottolineatura puntigliosa di ogni minimo motivo di differenziazione, temo che le cose continueranno a peggiorare. Quando cominceremo a parlare in nome di un “noi”, e non a nome di un io egolatrico, forse cominceremo anche a fare qualche passo avanti.

    2.
    IN NOME DEL *NOI* — Tabea Nineo EA 2019-06-06 22:03

    Sinceramente non vedo cosa ci sia di estremistico, individualistico o narcistico nel mio precedente commento. È da decenni che io pure cerco di parlare in nome di un *noi* (o almeno di un io/noi). Né credo di aver rimproverato o accusato Luperini di alcunché. Tanto più che segnalo e condivido spesso le sue posizioni nella bacheca su FB o sul sito di Poliscritture da me curati. Punti d’accordo «numerosi e sostanziali» tra noi ci sono. Altrimenti neppure avrei lasciato un commento sotto il suo articolo. Ci sono, però, anche differenze o forse diversità d’accento. E non solo tra me e lui, ma tra i tanti che s’interrogano allarmati sul disastro della Sinistra e sui modi di resistere oggi alla valanga salviniana. Più che addolcirle o occultarle, ho tentato di accennarvi (magari troppo velocemente). Ma per ragionarci assieme, se possibile, proprio perché non mi considero né «più bravo» né più «scafato» (di lui o di tanti altri).

    P.s.
    Spero che Luperini si sia accorto di rispondere ad Ennio Abate, che ben conosce. Ho dovuto ricorrere a quel «Tabea Nineo EA» perché, a causa di un inghippo tecnico già in passato segnalato ma irrisolto, su LA LETTERATURA E NOI non riesco a commentare con il mio nome e cognome.

Rispondi a Ennio Abate Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *