Propio tutto come prima

di Francesco Di Stefano

 
Pubblico questa amara poesia di Francesco Di Stefano sulla sorte di Amatrice e non posso non cogliere il significato allegorico, riferibile all'Italia tutta, che essa prende dopo il voto alle europee. [E. A.]
 
Li nostri padri antichi l’Amatrice
doppo ogni sisma sasso su mattone
l’hanno arifatta in men che nun se dice
usanno a mano pala co piccone.
 
Noantri co cemento e scavatrice
e l’antri mezzi a disposizzione
in tre anni sto borgo è la cornice
ancora de macerie e distruzzione.
 
Intorno nun te cresce in mezzo an prato
più l’erba come d’Attila ar passaggio
e manco più dall’orti coji assaggio
 
avenno er teritorio sconquassato
e la dorcezza sfranta der paesaggio.
Er tutto come prima spergiurato
 
l’avremo quanno Pasqua viè de maggio.
 

Un pensiero su “Propio tutto come prima

  1. «Li nostri padri antichi», per loro fortuna, non avevano una pletora di leggi da rispettare, qualche decina di enti organizzati in scala gerarchica e in linee parallele di cui attendere i permessi, non avevano una immensa burocrazia che paralizza tutto e mangia ogni libertà, ogni energia, ogni risorsa. Non avevano uno Stato la cui invadenza è arrivata al più completo totalitarismo “democratico”. Non avevano partiti e uomini politici che promettono ma che non mantengono, perché non vogliono e spesso anche perché non riescono, essi stessi prigionieri del labirinto sociale che hanno contribuito a costruire e che giorno per giorno contribuiscono a conservare. I “padri antichi” erano sottoposti alla rapina periodica di Stati “antichi”, i quali, dopo averli rapinati, li lasciavano liberi per la maggior parte dell’anno, fino alla rapina successiva. Il totalitarismo “democratico” moderno è invece una rapina continua, sistematica, su scala industriale (oggi da industria 4.0 o 5.0), che riguarda ogni minimo dettaglio della vita dei cittadini trasformati in sudditi. Ne consegue che l’individuo non può più fare nulla senza autorizzazione, nemmeno i gesti più elementari della propria sopravvivenza. Dopo anni e anni (si pensi all’Aquila, prima ancora di Amatrice) molti cittadini colpiti dal terremoto sono privi non solo della autorizzazione ad arrangiarsi e a fare da sé, ma anche di quella di entrare nelle “zone rosse”, proibite, per cercare di recuperare cose proprie, magari una fotografia, un quaderno di manoscritti, una cosa qualsiasi. Lo Stato, naturalmente, afferma che fa tutto questo per il bene dei cittadini, per la loro sicurezza e via blaterando. Il “privato” è morto, il “pubblico” ha trionfato, e col suo trionfo è morta la libertà.
    Possiamo ripetere col Manzoni che il pretesto della pubblica utilità è una delle fonti maggiori di ingiustizia.

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