Leonardo Sciascia trent’anni dopo

di Marco Gaetani

1. Non deve stupire che in un paese come il nostro, in cui gran parte della cosiddetta vita culturale consiste ormai in un immondezzaio mediatico di ricorrenze, anniversari, celebrazioni – quelle serie e doverose frammiste, quindi equiparate, alle più effimere e sciocche – quasi nessuno, che risulti, abbia pensato di ricordare degnamente, a trent’anni dalla morte, Leonardo Sciascia.

Lo scrittore siciliano continua a rappresentare, e anzi sempre di più rappresenta con il passare del tempo, un corpo estraneo nella memoria culturale e civile della nazione – o in quello che ancora ne resta. Anche dentro i confini della sovente meschina intellettualità italiana, si può dire che il sospetto e l’antipatia molto spesso da Sciascia suscitati in vita siano cresciuti dopo la sua morte[1]. Un corrosivo trentennale oblio lavora ai fianchi la sua figura e la sua opera. Non si parla ora tanto dello scrittore, le cui qualità pure non di rado vengono sminuite da “specialisti” sempre più corporativi e autoreferenziali; ci si riferisce soprattutto alla testimonianza di un intellettuale pubblico scomodo e non metabolizzabile, che un paese intensamente servile e diffusamente corrotto, al presente più che mai incanaglito e cialtrone, ha rimosso con coerenza e zelo speciali.

Certamente Sciascia incarnò, con la sua militanza civile e con la particolare forma assunta dal suo impegno, un modello di intellettuale letterato prettamente moderno (novecentesco), destinato pertanto ad apparire oggi obsoleto. I modi stessi – di puntiglio e ostinazione intrinsecamente “alfabetici” – con cui egli esercitava la sua funzione di critica all’interno della società nazionale, a chi voglia rievocarli nel presente non possono che sembrare irreversibilmente datati. E si fa presto a concludere che Sciascia non ha avuto eredi.

            Eppure va detto con chiarezza che il destino di Sciascia è stato significativamente determinato dal suo esser stato un intellettuale in molti modi disorganico rispetto al campo della sinistra, nel quale pure egli volle sempre riconoscersi. Non è il caso di ripercorrere qui, in particolare, la vicenda esemplare e molto istruttiva del rapporto tra Sciascia e i comunisti, per riprendere il titolo di un libro di Macaluso[2]. Né è questa la sede per enumerare le accuse che tipicamente gli vennero rivolte dal fronte ideologico cui lo scrittore siciliano sentiva di appartenere. Quella di Sciascia era una coscienza troppo libera perché chi ne era titolare potesse davvero essere chiamato compagno da personaggi di cui la personale storia politica avrebbe del resto dimostrato poi la vera pasta. Di volta in volta pubblicamente tacciato di essere un intellettuale troppo borghese (troppo individualista, troppo siciliano, troppo narcisista) e uno scrittore troppo tradizionale (troppo letterato, troppo compiaciuto, troppo borgesiano), a ben vedere gli mancò soltanto la consacrazione a fascista – epiteto che non gli si poteva rivolgere senza tradire scarsa intelligenza e abbondante cattiva fede, ma che certo qualcuno gli avrà serbato nel petto.

            Possiamo dire oggi che ciò che a suo tempo nelle prese di posizione di Sciascia parve spiazzante provocazione o urticante eresia era invece, sui destini generali, lucida profezia. Il facile vaticinio, cioè, di chi volle portare avanti con onestà una propria coerente analisi della società italiana, anche politica, osando denunciare con intollerabile candore[3] ciò che appariva a chiunque conclamato, rimanendo tuttavia impronunciabile. Romanzi come Il contesto o Todo modo, per fare solo due esempi particolarmente significativi, ancor oggi aiutano a comprendere nel profondo la sostanza morale e civile del paese.

            Sciascia ha rappresentato per almeno un quarto di secolo quell’intellettuale autenticamente radicale che il Partito comunista non poteva esprimere e che neppure nella costellazione movimentista della cosiddetta nuova sinistra – ipotecata da nera alienazione ideologica e velleità di ogni genere – poteva profilarsi. Egli fu, testa e cuore, veramente dalla parte del popolo, come solo un piccolo borghese meridionale può esserlo, quando pervenga a esserlo. Del popolo l’intellettuale Sciascia era in grado di riconoscere le miserie, la capacità di sopportare con pazienza infiniti soprusi, la genuina forza morale. Del popolo egli auspicava sinceramente l’emancipazione e la rigenerazione – nel nostro paese mai realmente avvenute: come oggi è facilissimo verificare.

2. Impossibile, per meglio delineare la tempra del polemista, non rievocare almeno la pure troppo nota diatriba con (tra gli altri) Eugenio Scalfari, a proposito dei rischi dell’antimafia. Non tanto per stabilire chi in quel frangente avesse ragione, nel merito di un dibattito che fu comunque giusto voler suscitare; quanto per realizzare chi fosse già allora il suo ostile interlocutore, oggi promosso intellettuale-monumento da tanta parte della cultura italiana e sproloquiante a tutto campo – con qualche propensione senile per la morale e la spiritualità (e finanche la poesia). Ecco: al posto degli Sciascia abbiamo oggi in Italia gli Scalfari. Invece di una parola deflagrante, una pseudo riflessione benedetta dal potere e massicciamente promossa dall’apparato mediatico-editoriale che vi fa capo. E del resto anche di un giornale come «la Repubblica» Sciascia ebbe occasione di dichiarare pubblicamente che cosa se ne dovesse, fin da allora, pensare.

            Va ricordata, a proposito di Sciascia, pure l’altra egualmente scandalosa polemica (anch’essa puntualmente mistificata e neutralizzata, soprattutto ricorrendo alla formula-passepartout dell’intellettuale piccolo-borghese del Sud, antimoderno, pessimista e individualisticamente sovversivo): quella contro la statolatria dilagante, a sinistra. Diceva Sciascia che colpa grave era, da parte di molti intellettuali sedicenti progressisti, la difesa dell’istituzione statuale (esemplarmente contro il brigatismo rosso). Perché Sciascia vide con grande anticipo e con chiarezza, denunciandolo senza timore, lo sfascio delle istituzioni democratico-repubblicane, le loro costitutive corruzione e inefficienza, il loro carattere puramente teatrale. La strenua difesa dello stato – nel frattempo divenuta d’ordinanza per una sinistra ben presto aprioristicamente legalitaria e perfettamente integrata al sistema – presupponeva una ingenua o tendenziosa idealizzazione di strutture storiche appunto ipostatizzate, dunque concretamente non esperibili. Sciascia guardava allo stato italiano com’esso era (ed è) nella sua verità effettuale, non come avrebbe potuto o dovuto essere nella immaginazione di tante anime belle (ma più spesso brutte e bruttissime). Non dimenticandone mai, dunque, le molte colpe, le infinite omissioni, le oscene ingiustizie. I crimini: giganteschi e minuti.

            Oggi, che il non plus ultra dell’audacia pare essere, per molti intellettuali “democratici”, la difesa della costituzione repubblicana, della magistratura acriticamente assunta come baluardo del diritto, dell’astratta legalità, finanche delle forze di polizia (fino a quando, d’altronde, non se ne saggi in vivo il manganello), è più che mai evidente che il posto lasciato vuoto da un intellettuale come Sciascia è rimasto desolantemente tale. Il dibattito pubblico italiano è un miserabile gioco delle parti, in cui ogni voce dissonante viene esclusa, imposturata o cooptata nella gazzarra di un unanimismo reale mascherato da pluralismo e dialettica. In una simile commedia, in questa farsa di autentica vita culturale, intellettuale e morale che è divenuta la vita pubblica nazionale, è da riconoscersi la tetra sopravvivenza di una società civile marcescente, in cui niente e nessuno si salva e niente e nessuno deve essere salvato.

            La radicalità di una testimonianza come quella di Sciascia viene ancor oggi sminuita, se non proprio derisa, da quanti credono di saperla lunga e a proposito dell’autore siciliano cianciano di volontarismo, velleitarismo, individualismo, anarchismo, liberalismo, moralismo, qualunquismo, ecc.. E sono spesso tra quelli, però, che hanno finito per vendere il popolo e sfasciare la nazione.

Con Sciascia sopravvive, in pieno Novecento, il puro ideale giacobino. Quello stesso che anima un personaggio come l’avvocato Di Blasi, protagonista di Il Consiglio d’Egitto; nel quale lucida e disperata è la coscienza che nessuna comune salvezza è possibile senza ghigliottina, che nessuna rigenerazione si dà senza Terrore.



[1] In ciò dissentiamo da Claudio Giunta, per il quale «la domanda scolastica intorno all’attualità di Sciascia» resta ancora valida «nonostante egli sia oggi forse il più trasversale, il più universalmente stimato degli intellettuali italiani del secondo Novecento, mentre dagli anni Settanta in poi era stato uno dei più discussi e maltrattati: come se, svanite le occasioni della polemica […], di lui si potessero apprezzare ora senza più scorie l’intelligenza, il senso morale, la libertà intellettuale». Cfr. http://www.claudiogiunta.it/2017/04/a-futura-memoria/ (ultimo controllo 13 giugno 2019).

[2] Emanuele Macaluso, Leonardo Sciascia e i comunisti, Milano, Feltrinelli 2010.

[3] È la cifra a-ideologica che – nota opportunamente Giunta, ibidem – qualifica l’intellettuale Sciascia rispetto a figure come quelle di Pasolini e Fortini.

1 pensiero su “Leonardo Sciascia trent’anni dopo

  1. …mi è molto piaciuto quel che ho letto dell’opera di Leonardo Sciascia, che seppe scrivere del Sud attanagliato dalla mafia in maniera unica e, penso, da pioniere. Le sue storie sapevano trasmettere un senso di raccapriccio, orrore, paura e, in qualche misura, mistero sulla connivenza degli insospettabili – Stato, alte gerarchie ecclesiastiche…- nei delitti e negli interessi dei capi mafia. Nonché la paura, che si traduceva in omertà, da parte di un’intera popolazione…C’era una forte componente di coraggio, come a rivelare un rapporto incestuoso…Oggi la narrazione sembra, per lo più, cronaca scontata

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