Per Giuseppe Nava (1937-2019)

di Fabrizio Podda

Sabato 27 luglio Giuseppe Nava ci ha lasciati. Nato a Milano nel 1937, dopo gli anni della formazione a Pavia sotto il magistero di Lanfranco Caretti, per un trentennio ha insegnato Storia della Critica letteraria prima e Letteratura italiana poi all’Università di Siena. Ha dedicato molta parte dei suoi studi all’opera di Giovanni Pascoli, curando l’edizione critica di Myricae (Sansoni, Firenze 1974) e il relativo commento (Salerno, Roma 1978 e 1991); il commento dei Canti di Castelvecchio (Bur, Milano 1983) e, per Einaudi, l’edizione critica dei Poemi conviviali («Nuova raccolta di classici italiani annotati», 2008). La sua passione critica ha spaziato tra Ottocento e Novecento, da Manzoni a De Marchi, da Elsa Morante ad Anna Banti, da Elio Vittorini a Italo Calvino e Franco Fortini. Ha a lungo diretto il Centro studi Franco Fortini dell’Università di Siena e la sua rivista, «L’ospite ingrato». È stato tra i più importanti filologi della sua generazione: studioso impeccabile, critico lucidissimo, metodologicamente curioso e aperto al nuovo. Ma, soprattutto, è stato uomo di caratura intellettuale, morale, “emotiva” rarissime.

Giuseppe Nava è stato, per me, il maestro nell’età della formazione, un altro padre nell’età delle scelte, del ritorno dagli errori al vero. L’ho incontrato tante volte nelle pagine e nei risvolti della quotidianità; anche nel lungo silenzio di questi anni di infermità e dolore è stato il punto di riferimento: la forza inappuntabile dello sguardo critico, la scelta “militante” della posizione di quello sguardo, la leggerezza fanciullesca dello spirito, curioso e pronto a nuove avventure interpretative.

Lo ricordo per le vicende della ricerca, ma soprattutto per quelle personali. Senza mai giudicare, ha sempre aggiustato le traiettorie zigzaganti, indicandomi obbiettivi che non avevo ancora (né forse avrei) raggiunto.

Questo più di tutto mi mancherà di Giuseppe: il sapere che mi attendeva dove credeva sarei potuto arrivare. Con la pazienza di un padre e la fiducia di un maestro. Non di tutto questo penso di esser stato degno.

Sul finire del dicembre del 2003 gli inviai via mail una poesia scritta in quei giorni e a lui dedicata. Nella fretta di queste ore non sono riuscito a trovare la sua risposta; la poesia finì poi in apertura di cave amen, plaquette uscita l’anno successivo con una sua preziosa nota finale.

Vorrei ricordarlo così, ora che è uno di quei momenti in cui siamo tutti “in quietissimi atomi”, senza più il conforto della sua dolce intelligenza.

clinamen vigiliae (a G. N.)

se dal cielo che si apre dalla breccia

se scendesse un poco d’acqua illogica

scivolasse per i limiti dei vetri

come lingua tra le pene se riuscissimo

a serbare certi segni che scompongono

che depongono le cose degli eventi

se di mano in giglio non passasse solamente

qualche rito di effusione di calore

quest’afflato di candore che ripete

in se stesso se mordesse meno il vero

meno il duro sentore di finto vivere

che inverdisce in celluloidi e crinoline

muscolosi verosimili e noi intanto

di tanto distratto attendere persuasi

immuni tra se stando e sé

vivibondi quasi urlanti

in quietissimi atomi

3 pensieri su “Per Giuseppe Nava (1937-2019)

  1. APPUNTO 1

    Le risposte di Giuseppe Nava al questionario ” sinistra in discussione 2008″ di POLISCRITTURE :

    31.10.08 GIUSEPPE NAVA

    “Il partito rimane a tutt’oggi
    il solo strumento efficace ”

    1) Con quale stato d’animo avete accolto l’esito delle ultime elezioni politiche dell’aprile 2008?

    Con scoramento, sia per la scomparsa dal Parlamento, e quindi dai finanziamenti pubblici e dalla visibilità istituzionale, della Sinistra radicale, sia per la prevedibile politica di populismo demagogico, di libero mercato e di legge e ordine, del governo dei vincitori, anche se, a dire il vero, non immaginavo un decisionismo autoritario, come quello praticato dall ’attuale governo Berlusconi,

    2) La crisi dei partiti che si richiamavano alla tradizione socialista e comunista per voi è una crisi di questi partiti (Rifondazione, Comunisti Italiani, ecc.) o piuttosto della forma-partito, che di per sé non permette più di capire e intervenire positivamente sui cambiamenti della società attuale?

    La crisi dei partiti della Sinistra radicale, a mio avviso, è dovuta a fattori di politica internazionale (lafinanziarizzazione dell’economia e la crisi del lavoro, il populismo globale, la scomparsa d’ogni limite all’unica superpotenza rimasta) e di politica italiana (la divaricazione tra dialettica interna dei partiti e concreta realtà sociale ,il distacco dei dirigenti dai bisogni primari degli elettori). Il partito rimane a tutt’oggi il solo strumento efficace per formare e organizzare gli oppressi e sfruttati e per dirigerne la lotta contro gli sfruttatori, in un rapporto dialettico con i movimenti, verso una società “altra”.

    3) La frattura tra la sinistra “radicale” e il suo elettorato vi appare recuperabile o insanabile? E perché?

    La Sinistra radicale può ritrovare il suo elettorato solo a patto di tornare a lavorare nel sociale.

    4) Quali sono per voi le ragioni principali della crisi della sinistra?

    Oltre alla già accennata autoreferenzialità dei gruppi dirigenti, vanno considerati fattori come la crisi del lavoro, che impedisce ai giovani di crearsi un’identità e li costringe a un eterno movimento assillante e inconcludente, l’ideologia narcisistica dell”’inventarsi” da sé e la accentuata atomizzazione della società, la “modernità liquida” di cui parla Z.Bauman.’

    5) Individuate nell’attuale società forme di potenziali conflitti? Pensate che possano maturare in modi positivi anche senza l riferimento esplicito alla tradizione (o tradizioni) della sinistra? Si/No. Perché?

    Situazioni potenziali di conflitto non mancano davvero nell’attuale società, dal problema centrale del precariato alla condizione degli immigrati, che superano ormai i quattro milioni e vivono spesso in condizioni disumane, senza diritti né voce. Però, senza strumenti di analisi della società, come un marxismo critico, aggiornato sulle indagini più recenti, e senza strumenti organizzativi, che diano continuità e durata ai movimenti, i conflitti non riescono ad acquistare coscienza di sé e a trasformarsi in volontà di cambiamento.

    6 Assumendoci l’azzardo di una selezione, vi proponiamo in nota e in ordine di uscita un elenco di autori e libri. che ci sembrano determinanti per capire vari problemi del mondo contemporaneo. Ritenete valida questa nostra scelta? SI/No, Perché? Ci sono altri autori od opere che suggerireste in aggiunta o in sostituzione di quelli e quelle che abbiamo proposto?

    Ritengo valida la vostra scelta. Mi permetterei di suggerire anche “Modernità liquida” e “La fortezza sotto assedio” di Z.Bauman, entrambi dell’editore Laterza, e “Sotto il segno dell’esilio” di E.Said (Feltrinelli).

    7) A vostro avviso nella politica italiana ha ancora senso la contrapposizione destra/sinistra? Se sì, perché? Se ritenete, invece, superata la distinzione destra/sinistra, quali conseguenze derivate da tale constatazione?

    L’opposizione destra/sinistra mi appare più che mai valida, considerate le politiche liberistiche e autoritarie del governo Berlusconi. La sua negazione mi sembra invece pura ideologia, effetto e indizio insieme d’un grave degrado culturale, direi quasi antropologico, prima e più che politico, dell’Italia attuale. Lo slogan a volte gridato nei cortei studenteschi di questi giorni, per fortuna non spesso, “Né rossi né neri: solo liberi pensieri”, è frutto, nel migliore dei casi, di immaturità, quando non di confusione mentale.

    8) Ritenete che i valori della tradizione di sinistra siano validi per affrontare i problemi della mondilizzazione (guerre umanitarie, conflitti interetnici, impoverimento o sviluppo impetuoso di certe aree economiche, ecc.) e permettano di dialogare utilmente con persone appartenenti a popoli cresciuti in tradizioni culturali diverse dalla nostra (europea-occìdenta1e)? SI/No. Perché?

    Ritengo i valori storici della Sinistra – uguaglianza, fratellanza, solidarietà degli oppressi – non solo utili, ma necessari per affrontare i problemi della mondializzazione; così come ritengo che molto ci sia ancora da imparare dal lavoro formativo e organizzativo con cui il movimento operaio diede coscienza e dignità alle plebi disperse. togliendole dall’abbrutimento dell ’ubriachezza o dalla rabbia cieca per trasformarle in veri e propri soggetti politici organizzati.

    9) La paura e il bisogno di sicurezza – reali o enfatizzati – spingono anche in Italia a politiche autoritarie e incoraggiano nella vita sociale oomportamenti razzisti e atteggiamenti di rifiuto, di discriminazione e di esclusione (dei diversi, degli immigrati, dei nuovi poveri, ecc.). Come giudicate questa diffusa crescita di sentimenti “irrazionali”? Quali sono per voi gli strumenti per intenderne meglio le cause e quali le più efficaci forme (dirette o indirette) per fronteggiarli?

    Le politiche securitarie oggi dominanti sono l’effetto d’una gestione della paura sociale. alimentata ad arte dai “media”, nell’interesse delle classi privilegiate, e di quel complesso di rivalsa sociale, che negli USA è chiamato la sindrome del “bianco povero”(c’è sempre qualcuno più povero e sfortunato di te, su cui puoi rivalerti dei tuoi insuccessi e dei tuoi fallimenti). Di qui il diffondersi del razzismo in un paese come l’Italia, che per la sua composizione sostanzialmente monoculturale (al di là delle differenze regionali) si credeva immune dal morbo. In realtà gli “Italiani brava gente”, per riprendere una frase montanelliana per noi autogratificante. non erano razzisti, perché mancava la materia. Quei neri, asiatici. Maghrebini, che oggi sono sospinti e travolti nel nostro paese non certo per libera scelta, ma per l’effetto della globalizzazione. Tanto più grave appare dunque il proposito del governo Berlusconi di istituire con pretesti di educazione linguistica classi separate per immigrati, riportando nell ’Italia del Duemila quel regime di separazione razziale, per combattere il quale Martin Luther King quasi cinquant ’anni fa sacrificò lo sua vita. Gli strumenti più efficaci per contrastare il diffondersi del razzismo sono la moltiplicazione di situazioni di convivenza in un clima di dialogo e di contaminazione, come avviene per opera delle migliori forme di volontariato, la conquista della cittadinanza piena, con i relativi diritti civili e politici, da parte degli immigrati, e la lotta comune di italiani e immigrati sui grandi temi comuni della casa, della scuola e del lavoro.

    venerdì 31 ottobre 2008.

    http://www.backupoli.altervista.org/article.php3?id_article=241

  2. APPUNTO 2

    1. 
    Lettera aperta a Giuseppe Nava e ai membri del Comitato scientifico del Centro Studi F. F.

    Caro Giuseppe e cari/e amici/che,

    ho accettato volentieri, pur dopo anni di distanziamento dal Centro F.F., l’invito a far parte del Comitato che dovrà cimentarsi con il rilancio e una più ampia articolazione delle sue attività. Ma devo iniziare la mia collaborazione con una lettera piena di perplessità.
    Esse nascono dall’aver ricevuto, dopo un lungo periodo di silenzio da parte del Comitato Direttivo, una convocazione per l’8 giugno senza alcun o.d.g.
    Mi aspettavo almeno un resoconto ragionato delle posizioni emerse nell’incontro del 23 febbraio 2007 al Collegio Santa Chiara di Siena; e – perché no – un approfondimento del dibattito, magari attraverso la posta elettronica.
    Non credo, infatti, che ci possiamo incontrare faccia a faccia più di 2-3 volte all’anno. Di conseguenza, a meno di non delegare tutto a un gruppo ristretto e di ridurre gli incontri faccia a faccia a mera consultazione, almeno una parte delle questioni in sospeso o abbozzate dovrebbero, a mio parere, essere affrontate in modi trasparenti e sulla base di precisi documenti orientativi anche in altri ambiti e con altri strumenti, la cui definizione qui ora non affronto.
    Negli appunti da me presi durante la riunione del 23 febbraio ritrovo tracce di questioni spinose. Penso al rapporto rivista-sito, a quello tra Centro studi F.F. e “sezioni locali” o al rapporto tra partecipanti storici del Centro F.F. e nuovi invitati.
    Ricordo pure che gli interventi svelarono oscillazioni non trascurabili tra ipotesi di apertura e inviti più o meno giustificati alla prudenza, tanto che ne trassi sia l’impressione di un diffuso entusiasmo sia la convinzione che il confronto tra gli intellettuali lì convocati, diversi per generazione ed esperienze, è arduo e andrebbe impostato con rigore su pochi temi fondanti.
    Di fronte a questo vostro lungo silenzio, mi sento ora di chiedere un chiarimento.
    A me pare che, se si è deciso a ragion veduta di aumentare l’”equipaggio” del Centro Studi F.F. (scelta che in linea di principio mi trova d’accordo), bisogna con urgenza definire soprattutto una cornice minima comune e condivisa entro la quale fissare i compiti che i singoli o i gruppi locali che fanno riferimento al Centro sono chiamati a svolgere.
    In sostanza: cosa mi o ci viene richiesto? E chi valuterà e come la compatibilità dei contributi dei singoli con il programma generale del Centro F.F.?
    Mi chiedo dunque: ci sono o si stanno costruendo le basi per un reciproco e positivo riconoscimento e una buona cooperazione tra tutte le energie intellettuali, morali e politiche che attorno al Centro e al lascito di Fortini sono state ora convocate? Io lo spero, ma nella misura del possibile desidero avere conferme più chiare.
    Per esemplificare questa esigenza, la metto in termini apparentemente personali: ho avviato dal 2005 Poliscritture, una rivista-sito, che nella sua veste cartacea esce (e ne sono grato) come supplemento de L’ospite ingrato. Ha la sua autonomia (anche finanziaria), si muove in maniera non scolastica (credo) nei dintorni di Franco Fortini e opera in una zona di confine tra l’intellettualità universitaria e quella sparpagliata nelle metropoli e loro periferie. L’ho distribuita ai partecipanti vecchi e nuovi del Comitato scientifico e ho sollecitato diversi di loro a collaborarvi. Ma non mi è ancora chiaro se essa è vista come interlocutrice riconosciuta del Centro studi F.F. o semplice appendice tollerata. Un’incertezza simile mi pare di cogliere anche per gli altri raggruppamenti costituiti o in costruzione. Il Centro F.F. di Roma, fondato da Santarone, va considerato una “sezione” (termine oggi quanto meno discutibile) o come il nodo autonomo di una possibile rete? E lo stesso vale per il sito Web de L’ospite ingrato, che invano, dando per scontato che dovesse presto partire, ho cercato sul Web.

    Un saluto fraterno
    Ennio Abate
     
                                                                                                                                            Cologno Monzese 28 maggio 07

    2.

    —– Original Message —–
    From: giuseppe nava
    To: ennioabate@alice.it
    Sent: Wednesday, May 30, 2007 10:15 PM
    Subject: risposta

    caro Ennio Abate, la riunione del giorno 8 p.v. è stata rinviata ai primi di luglio, perché non è ancora pronto il progetto del sito on-line, e si vuole evitare una riconvoca-
    zione a breve scadenza. Inoltre al Collegio S.Chiara non ci sono attualmente camere libere, il che comporterebbe problemi di alloggio. Nella riunione di luglio, che dovrà
    segnare un deciso rilancio della rivista in termini culturali e organizzativi, darò lettura della tua lettera. Quanto alla tua rivista non è certo considerata dall'”Ospite” una appendice tollerata. Un caro saluto e a presto.

    Giuseppe Nava

    Che si sa della presentazione milanese  di Un giorno o
    l’altro?

    3.

    Caro Giuseppe,
    grazie innanzitutto di questa tua risposta che mi tranquillizza.
    Nell’inviarti/vi la mia lettera aperta avevo  qualche esitazione, temendo che, malgrado le mie intenzioni critiche, ma problematiche, costruttive e franche, potesse
    suscitare  qualche malumore. Ti confermo che lavorerò con lena al rilancio del Centro F.F.  Preferirei che la lettera potesse circolare prima della riunione di luglio, magari  precisando queste mie intenzioni: sarebbe un modo per conoscerci meglio, sapere  quali sono le attese di chi ha accettato di collaborare, con chi si ha a che fare; correggersi, se necessario. Ma non insisto e lascio a te la decisione. Ti ringrazio anche dell’attenzione per POLISCRITTURE, precisando però che ho esemplificato sul mio caso con l’occhio rivolto all’insieme dei problemi.
    Sulla presentazione alla Casa della cultura di “Un giorno o l’altro”, dopo aver interessato Gianni Turchetta, tesissimo per un mare d’impegni universitari, ho colto l’occasione della presentazione dell’ultimo libro di Luperini proprio alla Casa della cultura e ho parlato con uno dei responsabili (non so il nome). Non aveva ricevuto il libro dalla Quodlibet e so che Luperini s’è impegnato a farglielo avere. Gli ho dato anche  i miei recapiti telefonici e e-mail e, appena possibile (la data verrà fissata comunque alla ripresa di settembre, come ti avevo già anticipato), saprò qualcosa o tornerò all’assalto. Comunque era ben disposto e considerava Fortini uno degli ospiti più importanti nella storia culturale della Casa.
    Un caro saluto
    Ennio
     
     

  3. APPUNTO 3

    DA “Ripensando al convegno «Dieci anni senza Fortini (1994-2004)
    di Ennio Abate”(4 settembre. 2012)

    Il Fortini di Nava appare foscoliano e romantico. È l’immagine dello sconfitto che mai si arrende e fa i conti con le batoste storiche susseguitesi nella sua vita: quella della Resistenza, quella del ’68, fino al segnale funesto della prima guerra del Golfo (p. 16). C’è un eccesso di ottimismo in questo ritratto. E una testarda volontà di contrastare i detrattori di Fortini, quelli che lo vogliono «naturalmente apocalittico, ostinato profeta di sventura per temperamento o addirittura per eredità di razza» (p.16). Nava non controbatte nel merito le loro accuse. Esalta la levatura intellettuale di Fortinii e le sue capacità critiche.ii Così, però, rende più angosciante e crudele il confronto tra quel pensiero e la realtà odierna. Perché viene spontaneo chiedersi col senno di poi quanto quel tentativo costante di Fortini d’inseguire la realtà fosse indebolito dall’allarmante ritardo del pensiero marxista (sia pur non ortodosso) a cui egli continuava ad essere fedele. Certo questa mosca “comunista” tra gli intellettuali e specie tra i letterati italiani è ammirevole.iii Ma i due muri sotto i quali siamo finiti – con le parole dello stesso Nava: «la controffensiva neo-liberistica, il crollo del socialismo reale e la crisi del movimento comunista mondiale» – sono là più inattaccabili e incombenti. E una realtà così ostile e a volte indecifrabile, anche perché aveva già da tempo «messo in gravissima difficoltà la figura dell’intellettuale universale alla Fortini a vantaggio del «tecnico specialista» o dell’«addetto all’industria culturale» (p. 18), impedendo la continuità con la sua lezione e addensando poi ombre e dubbi su quella stessa funzione.

    (da http://www.poliscritture.it/2012/09/04/ripensando-al-convegno-dieci-anni-senza-fortini-1994-2004/)

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