Su “Scorre il giovane tempo” di Meeten Nasr

Appunti di Ennio Abate

1.

Il titolo di questa Autoantologia delle poesie scritte da Meeten tra 1982 e 2014 viene chiarito leggendo a pag. 93 la poesia Nel bosco (da una stampa giapponese). E va subito in primo piano il legame con l’ Oriente di questo «viaggiatore svagato e inconsapevole», come l’ha definito Gianpiero Neri (pag. 35). In questo suo esplorare Meeten a me pare anche goloso, eclettico e culturalmente attrezzato. Ha il respiro del cosmopolita. Per l’essere figlio di «madre sefardita»? Grazie anche ai suoi studi di «epistemologia e di storia della scienza»? Non saprei dire. Ma, nel suo andare in giro per il mondo («Tornando da Bali senza scalo inseguivamo la luce del tramonto. Trascorsi le ore della più lunga notte attraversando l’India e osservando la Terra dal finestrino», pag. 97) a me pare che l’assorbimento, che rozzamente chiamerei delle culture orientali, abbia prevalsoi sulla sua stessa formazione umanistica («ha fatto studi di filologia greco-latina»).

2.

L’esaltazione erotica – ma bisogna intendersi di quale grana particolare sia in Meeten,ii aleggia in vari modi e in moltissimi testi qui raccolti. Essa è santificata (o goduta santamente?) in rapporti di coppia, che Meeten colloca con cura entro scenari appunto orientali – indispensabili da capire, credo, se si vorrà precisarne la qualità per noi ancora un po’ troppo “esotica”:

 .............. La tua treccia  
 scura e lucente si attorciglia
 e si rizza in un arco  dietro il capo  
 come il cobra di Shiva o come un nimbo
 di oscura santità. Nel desiderio
 si avvereranno, bella, le indecenti
 immagini che assediano le notti
 accanto a te. Nel casto
 commercio delle carni e degli umori
 si avanza sul retto sentiero e il fallo eretto
 è la salda bandiera che garrisce
 fra le ambigue ripulse del tuo corpo» 

(pag.18) 

3.

In altri casi è l’accostamento tra quotidianità, pittura («come in un quadro di Morandi») e buona conversazione (tra «sorrisi e bons mots») a preparare il «viaggio verso il liscio/ tuo interno», in attesa che la voce dell’amata metta «il sigillo d’oro/ alla leggenda banale che ci accoppia» (Quella voce, pag. 24).

4.

Ricorrente – vedi Fenesta ca luceve (pag. 27) – è l’accostamento tra paesaggio, memorie personali e «il desiderio/ delle umide nozze»:

 Sì, ma la fuori la sera ottobrina
 va generando nebbie dai Navigli
 nel cui concavo letto (spazzatura
 sul fondo, verde vita sorgente dal limo)
 vorticando alle chiuse o silenziose
 filando verso Conca Fallata (dove un giorno
 visitammo una casa che mai fu il nostro nido)
 sciolgono quelle acque ticinesi una promessa
 di congiungersi al  mare e il desiderio
 delle umide nozze è pure il nostro. 

5.

E numerose sono le evocazioni, rivissute e presentate sempre con pudore e discrezione, di incontri o amori sensuali con figure femminili che, come dee casualmente incontrate, fanno da buone mediatrici per l’emergere di un sentimento assolutamente cosmico:

 Sui monti del Trentino
 fra ferrate, vertigini e rifugi
 lei che mi fa strada nella gloria
 fulminante del sole fra l’azzurro
 dei cieli tersi e il verde dei valloni
 finalmente deserti. Lontano un campanaccio
 d’invisibili armenti. Ma è tempo di mostrare
 l’uno all’altro le voglie e i più riposti
 strumenti del piacere denudando
 le nostre carni chiare. Ed io trafiggo
 allora con impeto quel prato, il sasso, la montagna,
 abbraccio le nuvole, le stelle, l’universo
 tutto.
  
 (Amores, pag. 112) 

6.

Né Meeten, però, evita o trascura i dati realistici che danno lo spunto a questi voli erotico-spirituali:

  M’ero fermato sulla curva
 di una stretta strada di montagna
 - credo - negli Appennini.
 Lei scende lasciando la portiera aperta,
 si accoccola sull’erba e piscia.
  
 (Amores, pag.109) 

7.

Sapientemente recitato e stilizzato è anche il tardo desiderio amoroso. E c’è sempre un’autoironia distaccata verso la propria inermità vitalistica, instancabile ma mai esibita: se l’ultimo dei suoi amori «si perde quale risucchio d’acqua nella roggia», all’amante basta ancora un bacio per ritrovarlo e sublimarlo: «questo amore sarà volo e canto, già essenza/ dei giorni che verranno» (Il volo, pag. 9). Con le precisazioni fatte prima, si può, dunque, parlare senza esitazioni di una poesia erotica, tutta giocata nell’accostamento di richiami letterari ai miti classici e dati moderni o realistici persino quotidiani. Con improvvisi e a volte comici cortocircuiti: la metamorfosi, ad esempio, di una donna «da cuoca col rigido grembiule» a «menade impazzita» (Amores, pag. 120). Ma Meeten sembra davvero aver creduto di poter stare per sempre «tutto qui, dentro l’azzurro/ potere di Dioniso», perpetuamente pronto ad incontrarsi con «una giovane sposa un po’ puttana/ con un neo sulle labbra e la peluria/rossa come fiamma» in qualche «bosco polveroso» (Nel Legnanese, pag. 31). O a scambiare in eterno con l’amata «ritmiche promesse e collaudati voti/ d’ordinaria libido». In attesa – ecco la sua filosofia di fondo – «che un divino contatto renda vive/ le passioni contese e le dissolva/ con l’alchimia precaria delle note/ divenute silenzio» (Le campane di San Trovaso, pag 25).

8.

Sempre nella poesia Nel bosco (da una stampa giapponese) Meeten allude alla scrittrice e poetessa Murasaki Shikibu (973 circa – 1014 circa o 1025) vissuta alla corte imperiale giapponese durante l’epoca Heian. Ritrae questa figura femminile mentre «si aggira inquieta nel bosco in una notte di luna piena e infine concepisce il progetto di scrivere il famoso romanzo Genji Monogatari (Il principe splendente)» (pag. 91). E voglio riportare la seconda strofe di questa poesia, perché rivela il lato in ombra e dolente di questo erotismo, che a me pare comunque il tema più profondamente sentito dell’intero percorso poetico di Meeten (accanto a quello della contemplazione spirituale dei luoghi, di cui dirò nell’appunto di seguito):

 Sono la prostituta sacra e quindi accetto
 sia il carrettiere grasso e indisponente,  
 sia l’inesperto giovane voglioso.
 Una volta – ricordo – mi cercò una donna
 vestita da soldato. Passo il giorno
 sul letto in dormiveglia ma di notte
 sola passeggio ai raggi della luna
 e ascolto la risacca sulla spiaggia.
 Oltre questo portale è il mio capanno
 dove ogni giorno confermo che illusorio
 è il piacere del corpo e vuoto tutto
 questo stringermi ad altri ed esser stretta.
 Ma vicina è già l’alba. Indifferente
  a ciò che insegno il nespolo fiorito
 attende il sole per offrirmi l’ombra.

(pag. 93) 

9.

Meeten parla spesso anche di tanti paesaggi, contemplati o colti a volo o meditati nei suoi viaggi (Fukugawa, pag. 51) o nelle sue passeggiate di meditazione per varie città (Paesaggio, pag. 80) o in altri suoi vagabondaggi (solitari o in compagnia). La descrizione a volte sfiora quasi lo stile da guide turistiche (Viaggi con Silvio, pag.125; Sessa Aurunca, pag. 126; Sul lago di Como, pag. 127) e oscilla tra diarismo dell’anima e contemplazione interiorizzata dei luoghi. Ma, quasi sempre, questo rischio è evitato. Perché Meeten inventa atmosfere di magia religiosa (Domus de Janas, pag. 85) o vira verso un fiabesco misterioso e stilizzato (Merlo, pag. 21) e qualche volta verso miti nordici:

 c’è la pietra
 madida e scura che mi attende
 per essere impugnata 
 […] quasi spada
 di un Sigfrido casuale e vagabondo
che inconscio si trascina fra marciti
terricci. anch'egli levigato
proiettile d'eternità...
 
 (Nodo e pietra, pag. 22)  
 
 

10.

A volte egli è anche cupamente visionario. Quando immagina che a Milano, «nel cuore di un inverno/ di notte i Navigli geleranno»; e che, nel centro della Darsena, un gigante «giacerà pietrificato» levando «il suo pugno nel gesto di minaccia» (Naviglio 2, pag. 128). Altre, ad esempio quando descrive le immagini che «Joseph Calcius 1758 pinxit», più che dalle rassicuranti figure di «Madonna/ San Rocco e Sebastiano» si lascia attrarre da quelle ancora erotiche (ma macabramente) di «due ignudi/ corpi giacenti, forse di appestati/ distesi nel sudario o solo stanchi di congiungersi nel gelo e sotto l’occhio/ impietoso degli angeli». (Nodo e pietra, pag. 22).

11.

La raccolta abbonda anche di pensieri saggiamente senili, che vogliono essere definitivi, senza più tentennamenti. A me fa sorridere l’accostamento di tramonto-passione-rossa bandiera (Envoi, pag. 5), che svela tutto il suo inafferrabile disincanto per la politica della sua/nostra giovinezza e serve a ribadire purtroppo soltanto l’ovvio in tutte le sue contraddittorie forme. Meeten, che alla storia e ai linguaggi anche poetici ad essa aderenti ha voluto sfuggire, non può più nominarlo. Al suo posto ritroviamo «i termini del viaggio», che restano e resteranno «oscuri» assieme al desiderio, che rimarrà «indecifrato» (Il commiato, pag. 101). In fondo la sua poesia è rimasta «candida musa» (Ars poetica, pag. 16), legata a un’idea di poesia come «divino mestiere», «il solo/ evento tutto umano disteso tra l’enfasi e la rima». Chi, come Meeten, s’è adagiato nella religione/poesia (orientale nel suo caso) mantiene un tono sempre tendente al sublime e al solenne ( come in Guardando una stella in Sardegna, pag. 28) che invade anche i ricordi d’infanzia (Ponte Seveso, pag. 29). E non sono casuali o secondari sia il suo richiamo e omaggio a «zio Ez [Ezra Pound] sdegnato e suggellato dal calore pisano» (Vite di poeti, pag. 38) sia il suo legame, fraterno e discepolare a un tempo, con Giampiero Neri, prefatore di questa e di altre raccolte di Meeten.

12.

Un giorno – questione, visto il clima odierno di euforico oblio del passato storico, apparentemente secondaria o addirittura irrilevante – se, al di là delle persone, si ragionerà sugli orientamenti culturali della poesia italiana agli inizi degli anni Duemila, si capirà meglio anche l’attrito che ci fu tra noi ai tempi del Monte Analogo iii (e la scelta, almeno da parte mia, di una distanza rispettosa dalla sua poetica). Ancora ciao, Meeten!




Note

i
Come sottolinea pure Luciano Aguzzi: «è per me significativo del percorso biografico di Meeten Nasr, pseudonimo scelto quando ha aderito a una comunità religiosa – filosofica indiana, abbandonando il suo nome anagrafico, Sergio Chiappori» (http://www.poliscritture.it/2019/08/26/ciao-meeten/#comment-94352 ).  

ii
Una pista da indagare è quella indicata da Aguzzi sempre nel commento già citato: «Chi si occupa di storia del Sessantotto e degli anni Settanta, e delle crisi e delusioni che ne sono seguite, troverà materiale su cui riflettere anche nella poesia e nelle altre scritture di Sergio Chiappori. E al centro di questa scrittura vi troverà temi tipici del clima culturale di quegli anni; di quella parte di “militanti” che non si sono dati alla politica ma che hanno impegnato a fondo se stessi per la “liberazione dell’Io” dalla tirannia del “Superego”. Percorrendo strade alla ricerca dell’affermazione dell’anarchia dello spirito e nella contestazione della civiltà repressiva». (http://www.poliscritture.it/2019/08/26/ciao-meeten/#comment-94352 ).

iii
Ne ho solo accennato qui: http://www.poliscritture.it/2019/08/26/ciao-meeten/ Ma tutta la vicenda di alcune riviste di poesia e non solo attorno al Duemila attende non frettolose e più rigorose riflessioni.

2 pensieri su “Su “Scorre il giovane tempo” di Meeten Nasr

  1. Concordo in gran parte con gli appunti di lettura di Ennio. Per me però resta fondamentale, nella vicenda esistenziale di Sergio Chiappori (preferisco usare il nome anagrafico e non lo pseudonimo di Meeten Nasr, perché gli anni di quest’ultimo fanno parte del più lungo arco di anni del primo), da un lato l’apprezzamento della qualità della sua poesia (meno della sua scrittura diaristica in prosa), a prescindere dall’ideologia che vi è incorporata (a prescindere nell’apprezzamento, non nella lettura e nella comprensione / interpretazione). Dall’altro la constatazione, ancora una volta, del fallimento del mito / utopia della liberazione dell’Io al di fuori della storia e delle condizioni sociali date. La ribellione “anarcoide” di Meeten non ha trovato / provato la disciplina alternativa della politica, né quella della battaglia culturale, ma il rifiuto di ogni disciplina nella scelta di vivere la vita come gioco e religione insieme, come libertà che assurge in qualche modo a una trascendenza spirituale. Che ha, poi, in verità, una sua disciplina interiore e spirituale irriducibile alle diverse forme di disciplina sociale. Quando diversi autori, negli anni Settanta e dopo, parlano di lavoro come gioco, unica condizione di libertà e di rifiuto dell’alienazione del lavoro come dovere produttivo, sono, su versanti i più diversi, in sintonia con la ricerca che, per comodità, possiamo simbolizzare con la breve esperienza del Mauro Rostagno di “Macondo”, collocata fra l’esperienza di Sociologia a Trento, fra la militanza nel Psiup e poi in Lotta Continua e la successiva adesione agli arancioni del guru Bhagwan Shree Rajneesh. Da cui poi ritorna per riprendere una militanza a suo modo di nuovo politica. Il rifiuto della marcusiana società a “una dimensione” trova in Sergio Chiappori una maggiore coerenza e una linea di comportamento più lineare e continua, con alla base la ricerca psicanalitica e la scoperta, teorica e psicologica, della libertà sessuale come fondamento del gioco e dell’elevazione a una specie di religione di questa condizione spirituale e materiale. Maggiore coerenza esistenziale, ma più sicuro fallimento, sia personale (nelle note della vecchiaia), sia collettivo (perché il mito erotico e giovanilistico lascia solo cenere alle sue spalle). Ma che importa, direbbe chi la pensa fino in fondo così: aver vissuto libero per tanti anni vale la pena di subire una vecchiaia senza consolazione.
    In sostanza il mito della libertà sessuale, non come libertinismo ma come una più profonda scelta di vita, mutuato da molti dalle letture di Wilhelm Reich e di libri di suoi seguaci che negli anni Settanta andavano di moda, doveva portare a una forma di libertarismo religioso che poi, in verità, si traduceva spesso in una “dittatura” del guru di turno. Molti ne uscirono scontenti e smarriti, pronti a perdersi nella fuga nelle droghe o a ritornare all’ordine “normale” della famiglia e della società.
    Di fatto questa spinta libertaria era autentica, ma sbagliata nelle sue premesse e nei suoi percorsi, perché non individuava la necessità che il mondo liberato si costruisse a partire dalla riforma della società e della posizione dell’individuo in essa. Chi partiva dalla politica, scegliendo il marxismo e la lotta armata, negava proprio alla partenza ogni spinta libertaria, che rimandava a un lontano domani, dopo la rivoluzione, dopo la costruzione del comunismo. E si è poi visto com’è andata.
    Le persone come Sergio Chiappori, i pochi al suo livello, trovarono comunque una disciplina interiore, anche con funzione consolatoria, nella propria cultura e nel proprio gusto d’élite. Chiappori ha indubbiamente una concezione elitaria della poesia, che gli proviene dai suoi studi, dalla sua sensibilità, dalle sue scelte estetiche, ma anche dalla necessità di valorizzare la dimensione del lavoro poetico che diventa una dimensione intima della vita scelta. La disciplina letteraria in qualche modo è anche disciplina di vita. Non sfugge però, così, al pericolo di una poesia autoreferenziale, che diventa diario della propria esistenza, ma diario ripiegato più verso l’interno che verso l’esterno dell’esistenza. Diario di momenti che solo raramente diventano “eterni” e “universali”, e in ciò, nonostante che faccia proprie alcune strutture classiche, la poesia di Meeten è tipicamente contemporanea. Vi è in essa incorporata la frattura del tempo e dell’esperienza che le detta i numerosi incipit legati a circostanze particolari e individuate, con menzione di luoghi e tempi e momenti, come se si trattasse, appunto, di rapide registrazioni di diario.
    La “morale” finale si trova nella prima poesia di «Scorre il giovane tempo», nell’«Envoi» riassuntivo di tutto il percorso. Dopo la «Fioritura / dell’estate marina» e la «chiarità» di essa, restano «oscuri / i termini del viaggio, indecifrato / il desiderio che batteva come un’onda / sulla chiglia sommersa». Si ritorna, ora al termine delle avventure e delle illusioni, «a riveder l’ulivo / sulle colline».
    Ma questa poesia del 2014 messa quasi a epigrafe di tutta l’«autoantologia» è da leggere per intero:

    ENVOI

    Siamo tornati a riveder l’ulivo
    sulle colline mentre quel battello,
    bordeggiante uccello delle coste,
    altrove trascinava. Fioritura
    dell’estate marina e viva parte
    eri di chiarità. Ma oscuri
    i termini del viaggio, indecifrato
    il desiderio che batteva come un’onda
    sulla chiglia sommersa. Fu il tramonto
    a consentirci di mostrare la passione
    come rossa bandiera che s’impiglia
    contro il vento nel filo del pavese.

    *

    E qui chiudo con due impressioni che non voglio approfondire: la prima è il richiamo a versi di Arthur Rimbaud, la seconda è che, di quella bandiera finale, resti in memoria più il suo impigliarsi contro il vento che il suo colore rosso.

  2. …ho conosciuto brevemente il poeta Sergio Chiappori durante due incontri di lettura e qui desidero trascrivere due sue poesie:
    “Il corvo” e “Lucciole”, la prima in quanto mi sembra la continuazione ( o forse l’ha preceduta) della riflessione poetica presente in “Envoi” sull’entrare nell’ombra con la caduta delle speranze o illusioni, come nella poesia di Edgar Poe; nella seconda il poeta immagina il persistere della luminosità, oltre la scomparsa della figura femminile che l’ha generata…Allora “Che cos’è la luce?”

    Il corvo

    Sfavillio di penne sull’armadio
    in camera da letto. Quante volte
    di notte sillabando alla mia immagine
    allo specchio insistente chiedevo
    se il tempo che trascorre, il martellare
    dei clacson, dei motori, quel brusio
    degli umani fra strepiti e sirene
    di ambulanze alla fine per forza
    avrebbero prevalso costringendo
    noi sulle soglie di tanta nullità,
    “Giammai!” gracchiava allora il corvo.

    Dunque addio, mio io, nuvola passeggera,
    lascia l’asilo del mio corpo, spenta voce,
    sciogliti al far dell’alba, nero abbaglio.
    ( Meeten Nasr :La memoria e l’attesa Poesia a Grumello)

    Lucciole

    La luce, che cos’è? Rispondo ricordando
    quando alla stazione del metrò di Lanza
    eri discesa dall’auto sorridendo
    tu col tuo amico e all’improvviso
    tutto era apparso vuoto, un po’ più scuro,
    grigia fuori Milano oltre i cristalli
    impolverati. Ed ecco ti allontani
    sotto l’ombra dei tigli nel viale.
    Fossi tornato in quel luogo a tarda sera
    avrei visto ancora lucciole fra i rami
    segnalare abbagliate il tuo passaggio.

    Ho conservato solo l’oro del tuo sguardo
    come antidoto alla vita che mi aggrava
    e luce ancor più luce, da te attendo.
    ( Meeten Nasr : La memoria e l’attesa Poesia a Grumello)

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