«Metti un tizzone del Sud nelle nebbie di Milano…»

Un ricordo di Eugenio Grandinetti

di Ennio Abate

                                        puliti miti oscuri nostri gemelli
                                ancora vanno, operosi su incerti sentieri

                                                               (L'albero)

1.

«gironzolavano essi pure, condannati e svagati,/ in assenza di regole e autorità,/ fra i muri di cartapesta lavorati – riferirono –/ da coltellini e mani furenti d’adolescenti/ tanto che, in seconda Emme, durante la lezione, / senza estorcere più ipocriti permessi,/ gli studenti diminuivano, evadevano o svanivano/ attraverso il comodo procurato varco,/ per gironzolare appena più là, / vuoti nel vuoto, fra cessi e corridoi puliti di malavoglia/ dalle reduci schegge del gran precariato,/ che a scuola dalle fabbriche sconfitte era approdato» (Prof Samizdat)

Conobbi Eugenio Grandinetti nell’anno scolastico 1976-’77 all’Istituto Tecnico di Sesto S. Giovanni. Entrambi insegnanti di lettere, in quei mesi passati insieme colsi tre tratti fondamentali della sua personalità: la sua provenienza, come me, dal Sud (Calabria); le sue competenze eccezionali in educazione linguistica; l’essere  compagno impegnato in una CGIL Scuola da poco nata e allargata anche agli “extraparlamentari”. Avemmo colloqui fruttuosi, ma circoscritti e sommari (mi confidò, tra l’altro, che non aveva mai fatto a botte in vita sua), perché ogni giorno assillati dai problemi della disorganizzata sezione staccata di quell’Istituto a Cinisello. Che dalla sua prima sede – addirittura un ordinario appartamento al primo piano di un condominio popolare in Via Monte Grappa riadattato alla meglio e suddiviso in classi-loculi – era stata appena trasferita in un nuovo edificio a più piani in Via Lincoln, dove si coabitava con una scuola professionale e un liceo scientifico in un clima di sospetti e diffidenze. Ogni poco succedevano episodi comici o drammatici, impensabili da chi avesse in mente la scuola prima del ‘68. Nel frattempo, fuori, per le strade di Milano e dell’hinterland, scorrevano ancora, di tanto in tanto, manifestazione di operai; e, per questo o quel problema, qualche delegazione di insegnanti o studenti scendeva dalla metropolitana in Piazza Duomo per andare a protestare davanti al Provveditorato di Piazza Missori. L’anno dopo, il 1978, Eugenio ottenne il trasferimento a Milano (al Giorgi, mi pare). Non si ruppe il legame appena iniziato tra noi. Le occasioni d’incontro, però, non erano più tante né quotidiane. E soprattutto, proprio in quel’anno, il clima sociale e politico mutò di colpo. Quello che ancora chiamavamo gergalmente il movimento – un calderone nel quale, dopo l’esplosione inaspettata del ‘68-’69, malgrado la bomba a Piazza Fontana e la strategia della tensione, continuavano a ribollire i bisogni e le idee politiche di quegli anni, orientate qua in senso riformista là in senso rivoluzionario o reazionario – arrivò sfiancato e quasi da paralitico di fronte allo schok del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Chi, come Eugenio, pensava di «poter modificare l’organizzazione sociale attraverso la modificazione della scuola» o, come me, scommetteva sulla possibilità di una rivoluzione socialista/comunista differente dai modelli proposti da PCI e PSI o da quello stalinista sovietico, fu brutalmente ammutolito e spazzato via dalla scena politica a causa della militarizzazione del conflitto sociale imposta sia dai lottarmatisti che dallo Stato e dalla feroce stretta repressiva che ne seguì.

2.

«In strada, all’uscita della metropolitana (quale?), una ventenne intatta e sardonica - si spargeva bene il rossetto sulle labbra - mimava fughe e approcci e poi colpiva, ma con un cuscino, un pachiderma che ballonzolava sui trampoli. Ascolta la radio. Guarda quello che capita sotto gli occhi. Il partito della trattativa costringeva altri alla rincorsa. Stizziti alcuni. I fratellastri dispettosi ghignavano amaro. I più cinici misuravano la gittata del sasso umanistico col sorriso all’angolo della bocca».  

                                   (Prof Samizdat, narratorio inedito) 

Di tanto in tanto prendevo il metrò da Cologno Monzese, dove abito dal ‘64, e andavo da Eugenio, in Via Meda 14, a Milano. A prendere un caffè e a chiacchierare con lui e Franca, sua moglie, anche lei insegnante ma di inglese. Per qualche ora i miei resoconti sulle peripezie scolastiche dei mie due primi figli o sul respiro sempre più affannoso della mia vita di periferia (ora che non potevo più fare politica assieme ad altri, essendo appena uscito dal fallimento di Avanguardia Operaia) s’intrecciavano con le notizie che lui e Franca mi davano sugli amici frequentati a Milano: i pittori Migneco e Occhipinti; Rosa, la vedova di Birolli; Franco Loi; Ruth Leiser Fortini, di cui Franca era amica (e seppi anche che la tesi di laurea di Eugenio sulla poesia di Galeazzo di Tarsia era stata letta dallo stesso Fortini), Aldo Giobbio, Totò, Giovanna. O di quelli che avevamo in comune (Gigi Lanza, Lidia Gavinelli, Carlo Oliva, Nuccia Pelazza). Raccontandoci delle vacanze estive – Eugenio e Franca le trascorrevano di solito in Inghilterra o a Belsito, che seppi essere il suo paese d’origine – spuntavano anche i ricordi delle nostre infanzie povere o storie bizzarre di parenti e conoscenti. Qualche volta, al margine delle conversazioni, parlammo anche delle poesie che scrivevamo. Lo facevamo entrambi da isolati e lontano dai cenacoli poetici attivi nella Milano d’allora. In primo piano c’era l’esperienza assorbente dell’insegnamento. Accanto a quella e alla militanza sindacale, comunque esterna ai partiti e ai “gruppi extraparlamentari”, dai quali si era tenuto alla larga, Eugenio continuava a coltivare assiduamente le sue passioni giovanili: scienze naturali e cultura umanistica. Aveva accantonato la poesia, pur continuando a scrivere versi, come ha ricordato nella Premessa a «La gabbia della luna» (youcanprint 2015).i Oltre a queste visite saltuarie (ero sempre io che andavo da loro e mai il contrario), ci si vedeva a volte in sempre più rari incontri di insegnanti ormai ripiegatisi a trattare i “problemi della scuola” nei vecchi modi corporativi o dilaniati e reticenti nel giudizio sulla vicenda Moro. (Ne ricordo uno all’Umanitaria; e un altro alla Scuola per il Turismo del 17 maggio 1978 sul caso Granata, una insegnante vicina ad Autonomia Operaia, che si era rifiutata pubblicamente di condannare il rapimento di Moro). Per tutti gli anni Ottanta, in quei nostri tentativi occasionali e improvvisati di riflettere a caldo sulla cronaca convulsa e tragica di quegli anni, Eugenio era sicuramente poco o niente coinvolto dai discorsi “rivoluzionari”, che io invece avevo assorbito e messo in pratica nella militanza in Avanguardia Operaia dal ’68, come ho raccontato (qui). Era distaccato e guardingo sia nel giudicare gli eventi sia nel dar troppa importanza alle discussioni teoriche sulla “crisi del marxismo”, della quale io affannosamente leggevo su il manifesto. E non mostrò molta curiosità verso i nuovi rapporti – con Giancarlo Majorino, Attilio Mangano, il gruppo milanese della rivista Primo Maggio e poi con lo stesso Fortini, che avvicinai per la prima volta, nel 1983, per presentare con me a Cologno, in un clima quasi catacombale per la repressione in corso del lottarmatismo, il libro Le nude cose. Lettere dallo “speciale”di Del Giudice, insegnante anche lui all’Itis di Sesto San Giovanni e finito in carcere “per partecipazione a banda armata” – che intessevo per orientarmi in una situazione scombussolata. Certo, era stata messa fuori gioco sia l’ipotesi rivoluzionaria di Avanguardia Operaia (la mia) sia la sua prospettiva riformistica. Ma era come se Eugenio pensasse e fosse preso da altro.

3.

  Pateme ere n'omme antiche./ Camminave mmiezze all'animale e sapeve cummannà/ cu na vvoce e stivale militare.  
                                                      (Salernitudine) 

E cosa poteva essere quest’altro? Qualcosa di lontano dalla cronaca, dalla politica e dalla storia da falsa guerra civile (Fortini) di quegli anni. Era l’attenzione di Eugenio verso la natura. Che in me, con il trasferimento a Milano da Salerno, s’era invece del tutto rattrappita. O che, nei miei ricordi giovanili del Sud, si presentava soprattutto come una ferita, una malattia (Salernitudine). Essa, invece, in Eugenio era amorosa e dotta allo stesso tempo. Sia – ritengo – grazie ai suoi ritorni costanti a Belsito e sia per la conoscenza scientifica della botanica e della zoologia, che a me era mancata. Me n’ero accorto con ammirazione sempre nel 1978, quando io e la mia moglie d’allora passammo le vacanze estive a Capo Vaticano assieme ad Eugenio, a Franca e ad altri loro amici. In alcune passeggiate osservai attentamente Eugenio. Era davvero a suo agio. Era nel suo ambiente. Capace non solo di dare il nome esatto a quelle “cose”, che riempivano il paesaggio e che io, un po’ vergognandomene, riuscivo a indicare solo con nomi generici (‘erbe’, ‘piante’), ma di descrivercene caratteristiche e usi medicinali. E con la stessa sicurezza conosceva la storia di quei paesi calabresi. O, con pacate parole, ci faceva percepire la sua vicinanza anche emotiva ai miti mediterranei, che il mare o il paesaggio circostante gli evocavano. Per Eugenio il “mondo classico”, che io avevo sfiorato e poco amato nei miei anni di liceale coatto a Salerno, non era distintivo scolastico da vantare ma esperienza interiorizzata e viva, di cui senza intoppi “moderni” nutriva la sua immaginazione di poeta. In più, aggiungo adesso, quei luoghi, e in particolare quei boschi, gli ricordavano – altra continuità – il legame felice con suo padre. ii

Nei rapporti di amicizia c’è – secondo me (o almeno in me) – una strana altalena: le differenze individuali (di ogni tipo) a volte paiono sfumare, alleggerirsi; altre volte sembrano ostacoli invalicabili. Quanto hanno contato quelle tra me ed Eugenio? C’era o no tra noi un qualche antagonismo? Ci accomunava davvero il nostro venire dal Sud? O, invece, l’essere ciascuno cresciuto in un suo Sud ci distanziava? E, quando ci siamo trasferiti al Nord e abbiamo scelto militanze diverse pur nella cornice ideologica in fondo “di famiglia” della Sinistra “larga” degli anni Settanta, le diversità delle nostre esperienze giovanili come hanno influito nelle nostre militanze ( e nelle nostre esistenze)? O, viceversa, le esperienze politiche (ed esistenziali) come ci hanno indotto ad una selezione differente dei nostri ricordi d’infanzia e giovinezza al Sud? Esagerando, mi sono persino chiesto se il fatto che io abbia ripensato il mio Sud dalla periferia, da Cologno (il guanto rovesciato del Sud l’ho chiamato) e lui il suo da Milano incidesse anche nel nostro scrivere o occuparci di poesia. (È una questione aperta, che in me tocca corde profonde. Tanto che l’annotai anche in un appunto del mio diario: «8 gennaio 1988. A Eugenio dovrei chiedere: perché il tuo “paganesimo” residuale è inquieto quanto il mio altrettanto residuale “cristianesimo”? Dice che in lui è prevalso il rapporto con la natura, in me quello con la gente. Il mondo classico l’ha scoperto dopo il liceo, come forma d’idealizzazione del suo paese»).

4.

   Tenebreia
 
Ah, cumm’è triste sta notte./ O ciele è tinte e morte./  Manchen’e stelle./ A lune s’è accuvate./  Nisciune mett’a cape fore da porte. 

                                                    (Salernitudine)

Al di là delle differenze (reali o immaginarie, inerti o attive) tra me ed Eugenio, ad accomunarci di sicuro e a far prevalere in entrambi fraternità e rispetto è stata l’inquietudine. Che si è ingrommata sempre più nelle nostre vecchiaie, sfasate tra loro di dieci anni, per tante ragioni. A causa dell’andamento della storia, che non ha imboccato nessuna via migliore o risolutiva ed è divenuto per noi indecifrabile. A causa di nostre vicende esistenziali. Per malattie del corpo. Nei tempi bui che sono sopravvenuti per quanti hanno nutrito speranze di libertà e dinanzi agli orrori di un cambio d’epoca che ci ha riavvicinato a quelli vissuti dai nostri padri, io ho fatto di tutto per convincermi che sia ancora e soprattutto la storia a logorarci; e che sono – sempre e soprattutto – i rapporti sociali che contano ad essere- non per Destino, non per Natura, ma per scelte umane – mutati in peggio per la nostra parte. Ho contrastato varie volte Eugenio e rintracciato nella stessa classicità e fluidità dei suoi versi dalla loro architettura sintattica che procede sicura per espansioni robuste, sotto la stessa pacatezza o persino dolcezza delle sue immagini poetiche, elementi di solipsismo e di nichilismo. Oppure un’idea di futuro ridotta a vaga utopia di giustizia sociale. E gli ho anche imputato troppa diffidenza per l’«esperienza della modernità» (Marshall Berman). Eppure non riesco a respingere a cuor leggero l’ipotesi, a lui sicuramente più congeniale e sottofondo ora esplicito ora implicito di tutte la sue poesie (persino delle politiche o civili), che si tratti invece proprio della Natura.

(La resistenza mia è soprattutto intellettuale. Il che non è affatto cosa secondaria, per me. Anche quando, nel caso di Eugenio, si tratti di pensieri da lui espressi quasi sempre in forma poetica, che si rifiutava di discutere su un piano più strettamente filosofico o politico. Purtroppo poco avvedendosi o trascurando che il suo «disamorarsi d’essere» o la sua pur dichiarata fedeltà alla «visione utopistica di una società di uguali» rischiava di confondersi con il dominante pensiero heiddegeriano che ha fatto piazza pulita del marxismo nel mondo accademico italiano). iv

5.

 «Io frequento la varia e a me simile schiera/ dei poeti part-time, gli scriventi - pare - di massa/ che mettono su circoli riviste e siti./ Vivo in mezzo a loro, in basso: nei quartieri delle metropoli/in eremitaggi di periferia. Quasi sempre in incognita compagnia» 

                                                 (Mi chiamo Moltinpoesia)   

Grazie a Luciano Aguzzi, che tra gli amici di Eugenio è di certo il biografo più puntuale e l’archivista prezioso delle sue raccolte poetiche, so con buona certezza che proprio all’inizio degli anni Novanta si chiuse «il periodo in cui Grandinetti si era dedicato più alla militanza (scolastica e didattica e per qualche aspetto politica) che alla poesia». Che da attività, condotta negli anni ’70 e ’80 in sordina e quasi in clandestinità, ora tornava per lui prepotentemente in primo piano. E cominciò allora sia la produzione di numerose raccolte di poesia che, da lui stesso artigianalmente rilegate, si limitava a donare ad amici ed amiche sia il suo timido tentativo di far conoscere i suoi versi attraverso le riviste o qualche lettura pubblica. Fu così che ci ritrovammo di nuovo e più spesso fianco a fianco. Oltre ad alcune altre iniziative milanesi, cominciò a inviare anche a me i suoi versi ed a partecipare anche ad alcune riviste e al Laboratorio Moltinpoesia che ho promosso .iii Lo faceva, però, sempre a modo suo. Eugenio nei gruppi ha mantenuto sempre la tipica distanza di chi – l’ho già detto – pensa ad altro. Era scettico, riluttante, cauto nel pronunciarsi sui dilemmi o le difficoltà del fare in gruppo. Preferiva starsene a rimorchio. E, quando i rapporti interni si caricavano di troppo spirito competitivo o si guastavano, si appartava. Rarissime volte ha scritto articoli, preferendo invece proporre suoi testi in versi. Più tardi ancora ha cominciato a stampare le sue raccolte. «Del giugno 2001 è la prima raccolta a stampa: La liturgia del dolore. Prefazione di Paolo Giovannetti. [Milano], Lineacultura, 2001», come testimonia sempre Aguzzi. E negli ultimi anni (dal 2014, con la pubblicazione di Calabria nei miei pensieri) l’ha fatto con una intensità che a me ha fatto dolorosamente pensare ad una sua volontà autotestamentaria in lucida attesa della morte.

Negli ultimi anni, dedicandosi quasi esclusivamente alla poesia, Eugenio ha recuperato una vocazione in lui ben radicata. Eppure non posso trascurare che il recupero è avvenuto sotto il segno di una delusione totale nei confronti della storia di emancipazione legata ai nomi del comunismo e della sinistra, al cui progetto egli pur aveva dato negli anni Settanta buona parte delle sue energie. E neppure tacere sul suo profondo scetticismo verso quei tentativi (miei o di altri) di fare gruppo, di ricostruire un noi (o un io-noi, come altrove ho scritto). Non credo di sbagliarmi se dico che li trovasse ormai sterili e, comunque, poco rispondenti alle sue esigenze e alla sua ben più radicata visione “naturalistica” della vita. E, pur scrivendo poesie a carattere civile o ideologico, per dimostrare innanzitutto a se stesso che non aveva rinunciato alla «visione utopistica di una società di uguali», ritengo che lo facesse senza più convinzione o, comunque, in modo contraddittorio con una spinta nichilista profonda al suo «disamorarsi d’essere». Un confronto tra la scelta della poesia e la scelta di fare gruppo o fare rivista può parere antipatico. Eppure devo chiedermi e chiedere: erano o sono tentativi contigui e convergenti? oppure divaricati e tendenti a contrapporsi? Non ho la risposta. (Vorrei, però, che non mi si accusasse di rozzo schematismo. Non sostengo, cioè, che poesia=io=solipsismo(individualismo)=nichilismo. Né che fare rivista(o gruppo)=noi=comunismo=positività. Se non è meglio l’io solitario e poeta non è meglio neppure il noi comunitario o dei moltinpoesia. Sono, infatti, convinto che solipsismo e nichilismo possono manifestarsi (ma anche essere evitati) sia dall’io che dal noi; sia scrivendo poesia e sia costruendo un gruppo o una rivista. Non, però, per una sorta di automatismo e cioè grazie alla poesia o grazie al fare gruppo, associazione o partito. E devo ammettere che il costante ripresentarsi nei gruppi o nelle riviste che dalla fine della militanza in Avanguardia Operaia ho cercato di fondare e animare (per ben tre decenni!) di attriti latenti o espliciti, di fughe o abbandoni spesso non chiari, ha quasi dato più ragione allo scetticismo di Eugenio che alla mia tenace scommessa. Tanto da arrivare a considerare seriamente l’ipotesi che questi miei tentativi siano condannati ad un epigonismo senza sbocco o che una cultura critica, oggi, in un mondo così alla rovescia rispetto a quello che volevamo costruire, è impossibile o possa sopravvivere stentatamente ai margini. Eppure non mi sento di credere (che di fede si tratta) che è nella poesia che si può salvare il salvabile, e che il salvabile sia l’utopia. Con Fortini resto all’idea che la poesia sia un promessa di felicità, ma la promessa non basta.

6.

  Un cane  
inatteso un cane proprio un cane/ sbandando percorso/ emerge nella nebbia/fioco animale di smarrite generazioni/ rassegnato agli asfalti/ condannato a fidarsi mi segue/ mi sopravanzava/ per una impossibile caccia/ lo raggiungo/ va avanti  s'illude di fiutare/ di svolgere la sua natura/ ma non suggerisce più ira o amarezza// qui tranquillo sotto portici luridi/ spietati di spazio/ è il possesso della desolazione. 
                                                  
                                                 (Samizdat Colognom)   

Eugenio è stato per me un uomo antico del Sud che si è aggirato sperso per la metropoli moderna, da lui subìta, temuta, negata, mal sopportata, respinta. E che lo ha ignorato, negato, non riconosciuto, non riconosciuto a sufficienza. Per le vie di Milano se n’è andato sempre da solo, anche quando è stato in mezzo agli altri e in mezzo a noi, suoi amici. Ha guardato soprattutto al passato. È vissuto, nell’immaginario, in un mondo che a me è parso fondamentalmente quello classico antico (greco-romano), fissatosi nella sua mente in una sua immobilità, mitica e astorica. Anche per un suo attaccamento, profondo e indiscutibile, al materialismo degli antichi. E che, però, negli ultimi anni s’è avvicinato ai toni biblici dell’autore di «Qoelet», nel quale ritroviamo gli stessi suoi temi: assurdità e inutilità degli sforzi e delle gioie umane, della giovinezza, della fama, del lavoro, della saggezza e così viav.

«Metti un tizzone del Sud nelle nebbie di Milano e lo vedrai sfriggere» mi sono detto, preparando questo ricordo di Eugenio. E poi, ripensando alla sua salma nello studiolo della sua abitazione in Via Meda al momento dei funerali, ho dovuto aggiungere: «E smorzarsi».  Resterà la luce che ha dato a quelli che sono stati capaci di scorgerla nella sua persona e nella sua poesia? Lo spero. Solo che ora non c’è più. E cresce il rammarico per quel che insieme non si è riuscito a costruire contro l’isolamento e la paura della morte in cui finiamo per vivere tutti, subendo questa condizione da schiavi più del dovuto, più dell’imposto. Eugenio (ma quanti altri e altre?) è stato costretto e si è costretto a murarsi nella sua solitudine. Più del dovuto, più dell’imposto. E che fosse solitudine di poeta non muta la necessità di contrastarla. Perché essere poeta è solo una consolazione seducente e indecorosamente abbellita. E poi: cos’è un’amicizia senza un fare insieme? e ha senso “una vita per la poesia” oggi? Avrebbe senso in una vita che, socialmente organizzata, contrastasse di più la morte di cui, pur naturalmente, essa è intessuta. Cosa che non riusciamo a fare più né puntando sull’io/noi della poesia né puntando al noi/io del fare gruppo. Ci vuole un altro scopo, ci vuole un tizzone, anzi tanti tizzoni.

28 settembre 2019

Note

i

«Io scrivo versi da sempre, ma i versi puerili e quelli adolescenziali ed anche quelli della giovinezza, se non si sono perduti in occasione del mio trasferimento dalla Calabria a Milano, li ho distrutti e ho cercato comunque di dimenticarli perché rappresentavano un periodo molto triste della vita». Precisa pure che: «Nell’età adulta il lavoro e lo studio mi hanno tenuto molto impegnato ed inoltre l’attività politica, mediante la quale pensavo di poter modificare l’organizzazione sociale attraverso la modificazione della scuola, che era il campo dove io operavo, mi ha distolto dall’attività poetica. Scuola e società poi si sono modificate ma per altre spinte e in tutt’altra direzione da come io avrei voluto, ed allora a partire grosso modo dalla metà degli anni settanta, sono tornato a scrivere versi, senza rinunziare alla visione utopistica di una società di uguali » (La gabbia della luna, pag. 3, Youcanprint 2015 ).

ii

Infatti ha scritto: «Cos’è il bosco per me? È certo la memoria mite e amorevole di mio padre che mi portava, ancora bambino, nei boschi e si soffermava ad ammirare e a farmi ammirare ogni fiore bello, ogni albero maestoso» (Nel bosco ed oltre , Youcanprint 2015).

iii
Per precisare: Laboratorio Samizdat (1986 – 1989), Inoltre (1996- 2003), Samizdat Colognom (1999 – 2003), Il Monte Analogo (2003- 2006), Laboratorio Moltinpoesia (2006-2012 ), Poliscritture cartaceo (2004-2017) e ora soltanto on line.

iv
Emblematica in tal senso la posizione di un intellettuale e poeta ben più giovane di noi, Guido Mazzoni, che è arrivato, per altra via, a conclusioni simili a quelle disamorate di Eugenio. Ne parlai nel 2012 in una riflessione sul convegno “Dieci inverni senza Fortini”. E mi pare utile riportare la critica che ne feci già allora: « Per Mazzoni le rivoluzioni moderne iniziate col 1789 e quelle comuniste sono esaurite. La storia, che Fortini poteva ancora chiamare «nostra», è conclusa. E l’opera fortiniana – i suoi discorsi, la sua poesia, la sua saggistica – diventa perciò quasi del tutto incomprensibile. Va consegnata agli studiosi, affinché vi approntino il «corredo di note» necessario per renderla quantomeno leggibile ai posteri. In letteratura e in poesia ne deriva un’unica conclusione: i problemi, che Fortini ha macinato tutta una vita, vanno abbandonati per tornare a Montale o a Sereni, cioè proprio agli autori che Fortini «sottoponeva a critica politica». Coerentemente Mazzoni legge pure le ultime opere di Fortini (Paesaggio con serpente, Insistenze, Extrema ratio, Composita solvantur) soltanto o soprattutto come «libri di ripiegamento e sconfitta». In conclusione, una chiara e risolutiva diagnosi: fine del comunismo e pieno, necessario, riconoscimento che l’insensatezza e l’infelicità della condizione umana sono «ontologiche e irredimibili» ». (Stralcio da qui)

v

Come ho scritto nel 2014 riflettendo su «Viaggi»(qui)

11 pensieri su “«Metti un tizzone del Sud nelle nebbie di Milano…»

  1. SEGNALAZIONE

    Ho appena letto un’intervista a Salvatore Violante, poeta campano:
    http://www.cinquecolonne.it/poeti-in-campania-intervista-a-salvatore-violante.html?fbclid=IwAR18kDebHP6T6RfRECod8kIRcrJSnvXr0t0x0XoQrEp6eeqIQp8Gy4zgwdo#.XZC4hj-3Xkc.facebook
    Oltre al piacere di veder ricordato Gianmario Lucini, mi pare di cogliere alcune analogie con i problemi che ho toccato in questo ricordo di Eugenio.
    Ho lasciato questo commento:

    Ci sono alcune coincidenze con l’esperienza di Salvatore Violante ( anche per questioni anagrafiche e , in parfte, di provenienza: io sono del 1941 e di Salerno). La più bella : aver conosciuto e collaborato io pure con Gianmario Lucini, che era diventato l’editore dellla rivista cartacea di Poliscritture, oggi, anche a causa della sua morte, solo on line. E concordo in pieno col suo rimpianto: sì, «purtroppo è scomparso troppo presto!».
    Dissento, invece, con la liquidazione indistinta degli «sperimentalismi» (e con la diffidenza anch’essa indeterminata e nostalgica del digitale: come lettori di una volta abituati esclusivamente al libro cartaceo, si avrà, sì, una qualche nostalgia o il «bisogno di respirare carta e polvere», ma non possiamo negare che il virtuale ha aperto un altro mondo, dove sono possibili altre esperienze: non necessariamente migliori ma neppure peggiori di quelle permesse dall’epoca Gutemberg. Secondo me, è anche ingiusto imputare soltanto agli sperimentalismi la «deriva» o lo «stato comatoso» della poesia contemporanea. Specie se ci si dichiara «profondamente marxiano». Basta ripensare a Brecht, a Benjamin. La poesia non può tornare «un gioiello prezioso che lo studioso si regalava guadagnandosi da vivere con attività diverse». Si può imparare dai classici o da Lucrezio ma è impossibile avere quel suo sguardo sul mondo.

    P.s.
    Mi permetto di segnalare il ricordo appena scritto di Eugenio Grandinetti, poeta di origini calabresi (era di Belsito) vissuto a Milano da «uomo antico», che questo conflitto tra antico e modernità ha vissuto in modi forse vicini a quelli di Salvatore Violante.

    1. Caro compagno Ennio, ho letto velocemente (data la lunghezza e la mia urgenza di ringraziarti per l’attenzione) anche il ricordo di Eugenio Grandinetti. Effettivamente mi pare esserci tra noi tre, si tra noi tre, dei punti di convergenza.
      Siamo perfettamente d’accordo sull’inevitabilità del moderno anche quando provoca un rapporto, diciamo, dialettico. Quindi non sono nemico del libro elettronico anche se preferisco quello cartaceo. Siamo, credo, tutti e tre d’accordo sul fatto che dai classici si possa solo imparare e che il fatto stesso di stare nel mondo, in questo mondo e di questi tempi, costringa l’apprendista stregone, alunno di Lucrezio, ad avere l’occhio “moderno”. Lo stare insieme è auspicabile per in-formar-e/si da/i cittadini. Il poeta però deve stare lontano dal rumore, dal bla-bla che tutto confonde e che non permette la percezione dei risuoni e degli impasti che pure resistono nelle parole. Perchè come insegnava il Beppo, la parola ti dà quello che le chiedi. E poi, bisogna convincersi che siamo esseri parlanti, e che senza il verbo non saremmo. Per quanto riguarda poi lo sperimentalismo, io credo, che sia deleterio come metodo ad operandum. Mi sembra chiaro invece che esso si manifesti nella grande poesia come struttura scheletrica implicita, sempre supportata da una filosofia di fondo. Complimenti per la tua analisi sul modernismo antimoderno di Eugenio Grandinetti.

  2. Permettetemi, cari compagni Ennio e Salvatore, di dire la mia sulle vostre considerazioni. Con Grandinetti mi permetto di dire che anch’io ho qualcosa in comune. Detto questo, come forse sapete, io sono un poeta sperimentale da sempre, di ricerca, direi d’avanguardia, e in questa veste non posso che essere d’accordo – perdonami Salvatore – con Ennio circa lo sperimentalismo e le nuove tecnologie. Va bene anche accordarsi coi classici, da cui possiamo imparare e chiunque di noi l’ha fatto, almeno durante il percorso scolastico, ma la poesia deve strizzare l’occhio al presente, magari anche al futuro, ma non può essere un gioiello prezioso da mostrare lontano dalla realtà, dal mondo, dal presente.

    1. Che dirti caro Ennio. Io veterocomunista non credo che, l’arte in genere e la poesia in particolare sia un affare da tutti. Non è un affare da torre d’avorio ma neppure da assemblea popolare. Scrivere in versi non è obbligatorio per comunicare fra umani, ci sono mille altri modi e si resta ugualmente tali. E poi credo che cercare di convincerti che mentre fai lucide sperimentazioni la parola poetica scappa via per boschi, non abbia senso. Sono opinioni! Sono così provvisorie le opinioni! Magari, domani con lo scorrere del tutto, in questo mondo così precario, cambieremo idea entrambi! Anche se io, di tempo, ne avrò ben poco vista l’età. Complimenti ancora per il tuo lavoro!

  3. Inoltre, cari compagni, non confondete gli studi dei classici con la fuga dal reale. “Gente per strada” per citare un mio titolo oppure Enchanted Angush per citarne un altro (così mi faccio anche pubblicità) sono un impasto di vita quotidiana.

    1. Cari amici (‘compagni’ oggi non mi senti di usarlo e lo rimando a tempi migliori, se verranno…),
      la mia posizione la espressi proprio dialogando con Eugenio Grandinetti nel 2014 in un post che scrissi nel 2014 sulla sua raccolta “Viaggi” (http://www.poliscritture.it/2014/06/23/appunti-su-viaggi-di-eugenio-grandinetti/) che suscitò un vespaio. La riporto qui sotto per comodità. Ma, essendo il tema quasi immenso, non penso che possiamo dibatterne in questa occasione. E neppure immediatamente in pubblico. Lo potremmo, se ve la sentite, rimacinare lentamente prima in scambi mail privati e, successivamente, pubblicarne il succo su Poliscritture o Frequenze poetiche. Un caro saluto.

      Ennio @ Grandinetti:

      Sul concetto di modernità, invece, sarebbe meglio capire il senso del nostro disaccordo. Per me la modernità è stata, sì, ricerca di «strumenti di comunicazione nuovi» o di linguaggi giudicati più efficaci da contrapporre ad altri considerati vecchi e antiquati. Ma siccome è andata in crisi, non ha realizzato quelle aspettative o utopie di progresso ed emancipazione che prometteva, oggi – che consideriamo (sempre approssimativamente) la nostra un’epoca postmoderna – è facile cancellare o fare la caricatura di quelle (ambigue) istanze della modernità e scandalizzarci o preoccuparci per il suo risultato: un capitalismo sempre più distruttivo; e non, come molti speravano, il socialismo o il comunismo, insomma l’uscita dalla “preistoria” (secondo Marx).

      Ora, per non regredire ad una impossibile restaurazione dell’antico o ad ipotesi neoromantiche (ad es. le teorie della decrescita) e in assenza di una vera alternativa al capitalismo (non c’è, non s’intravvede), cerchiamo di capire almeno perché i moderni abbiano cercato il “nuovo” o nuovi linguaggi, ecc.; e se avevano dei buoni motivi per farlo e non accettare il mondo com’era ai loro tempi. Altrimenti qui torniamo a rivalutare persino l’ancien régime. Io risponderei semplicemente: perché del mondo, della realtà, coglievano aspetti prima poco o nulla considerati; perché al rapporto “antico” con la natura si andava sovrapponendo e sostituendo in alcune parti del mondo, con l’intervento umano ( a volte indispensabile, a volte avventuroso, a volte semplicemente distruttivo), una «seconda natura» meno “naturale” della precedente, industriale; e, di fronte ad essa e ai suoi effetti( positivi, negativi, contraddittori), si sentiva l’esigenza di adeguare le parole alle cose, di trovare nuovi ordini (anche politici), nuove parole, nuove metriche. Dopo le scoperte di Colombo un Nuovo Mondo appariva sulle carte geografiche e agli occhi degli europei che prima l’ignoravano. Con Galileo ci si accorgeva che le conoscenze degli antichi sull’universo dovevano essere riviste. Le percezioni e le deduzioni del senso comune e le ideologie che le consolidavano contrastavano con quelle attestate dal cannocchiale e dal metodo scientifico. Aumentava la distanza tra un certo tipo di cultura, quella scientifica, e quella comune e diffusa (diciamo religiosa e umanistica per semplificare).
      Ciò che della natura solo alcuni uomini erano in grado di cogliere attraverso il metodo e la produzione dei linguaggi scientifici, di certo non immediatamente alla portata del senso comune e quindi non condivisi dalla maggioranza della popolazione, aveva le sue ragioni. Altre, diverse, a prima vista del tutto inconciliabili con quelle della tradizione. Ci fu conflitto vero. O si rimaneva alla Bibbia, come pretendeva la Chiesa, o ci si apriva al “nuovo” ( e ai suoi rischi). Ed è in questa direzione che con molte contraddizioni e compromessi che ci si è avviati.

      La modernità, dunque, ha rotto una visione del mondo, ne ha intuito una diversa, possibile, ma non è riuscita a cancellare o sostituire completamente la precedente, a spiegare in modo convincente “tutto” , a placare le paure davanti all’ignoto, alla morte. Da qui la “crisi”, la persistenza o il “ritorno delle religioni”, l’ uso capitalistico ( e dunque niente affatto a beneficio di tutti) delle scienze e, nel campo di cui discutiamo (quello dei linguaggi poetici) , la coesistenza ambigua di due tradizioni riconducibili all’ingrosso e semplificanti a quella antica e a quella moderna.

      Per tenermi agli esempi poetici che tu hai fatto, non è che la poesia di Montale, che usa un linguaggio condiviso dalla «massa degli italianofoni» sia da considerare «un’inutile anticaglia da rigattiere», ma sicuramente non è più l’unica. Accanto ad essa è presente anche la «lingua incomprensibile» (per molti lettori, non per tutti) di Viviani o degli sperimentatori o delle neoavanguardie, o delle post avanguardie, ecc. Che non può, secondo me, essere semplicemente ignorata o sbeffeggiata. (Semmai criticata politicamente, ma non mi inoltro nella questione).

      Intendiamoci. Non è che gli uomini che, dopo le scoperte di Galileo, si attenevano ancora alla visione tolemaica non riuscissero a campare o a regolarsi in modo soddisfacente nella loro vita quotidiana. Hanno continuare a vivere, ma certo non hanno sperimentato quello che aveva visto Galileo e non hanno potuto porsi i problemi che dalle sue scoperte derivavano. E così, oggi, si può continuare a vivere senza sapere nulla di psicanalisi, di teoria della relatività o di quanti, di strutturalismo, di formalismo russo, ecc., ma certo la nostra visione del mondo si riduce, non considera certi problemi; e questo ha comunque delle conseguenze.
      Il fatto che certe poesie scaturite dalla relazione tra poeti e psicanalisti o scienziati « vengono lette solo da alcuni critici letterari che sono i soli che le capiscono» non vuol dire che non hanno nessun valore. Non l’hanno per chi è fuori da quei linguaggi e da quei problemi. E’ un vantaggio o uno svantaggio? Lascio in sospeso la questione. Mi pare, però, sbagliato svalutare il lavoro di quelli che se ne occupano dicendo che “fingono di capirle”. alcuni fingeranno, ma altri no. Il divario di conoscenza tra uno di noi che è un utente semipassivo del PC e un informatico è indubbio, ma non si può dire che l’informatico “finge di capire”. Io non mi sentirei di dire che la visione dell’universo di Galileo o quella della relatività di Einstein siano state una «fuga nell’inatteso». O che gli scienziati sono gli unici corresponsabili del «disinteresse per la scienza». E allora perché dovrei dire che quelli che in poesia hanno fatto un uso psicanalitico o strutturalista del linguaggio ( un Viviani, uno Zanzotto, un Sanguineti, ecc.) sarebbero stati i protagonisti di una «fuga nell’inatteso» o dovrebbero essere considerati corresponsabili del disinteresse per la poesia (che nasce da ben altri complicati processi)?
      Abbiamo le scienze in continuo fermento e il senso comune, che resta più o meno pigramente ( e per ragioni non casuali, che qui non tocco) parascientifico o antiscientifico. Abbiamo la poesia sperimentale o di ricerca che si è distanziata molto, moltissimo dal linguaggi comuni e di massa; e quella che continua la sua ricerca con linguaggi più vicini a quelli comuni o apparentemente più vicini. Perché, diciamocelo, non è che il liguaggio comune usa la metrica degli antichi o di Montale nei modi rigorosi con cui lo fanno i poeti. Quindi lo scarto tra linguaggi comuni e linguaggi poetici resta. In alcuni casi è elevatissimo, in altri meno.

    2. Salvatore, pare di aver detto dal presente , come il deprecabile postmoderno, per non prendere una posizione. Comunque rispetto tutte le forme poetiche, tutti i linguaggi, ma sono e resto un poeta d’avanguardia. Compagni come prima!

  4. UNO SPUNTO: E SE LEGGESSIMO LE POESIE DI GRANDINETTI ALLA LUCE DEL DE MARTINO DE “LA FINE DEL MONDO”?

    È solo una suggestione. Ma leggendo l’articolo di Fabio Dei sulla nuova edizione di “La fine del mondo” di Ernesto De Martino (https://ilmanifesto.it/de-martino-riti-simbolici-per-controllare-lapocalisse/?utm_term=Autofeed&utm_medium=Social&utm_source=Facebook&fbclid=IwAR1xduSDn3bbrZT6czIx_KgQ0IEBitEF38aN-LJd8_Pn9vauIeHt2j1w6SE#Echobox=1569785055 ) mi è venuta l’idea che un’interpretazione possibile e unitaria della estesa produzione poetica di Eugenio possa venire proprio esplorandola come tentativo (riuscito? fallito? che ha prodotto altro da quel che lui cercava?) di fronteggiare la «crisi radicale» del mondo a cui si sentiva legatissimo.
    Ci si potrebbe, dunque, chiedere: « il dispositivo crisi-reintegrazione alla «modernità»» di cui parlava Ernesto De Martino come ha funzionato nell’esperienza di vita e di poesia di Eugenio?

    1. Suggestione per suggestione, parlando di moderno ed antimoderno, proporrei la lettura di un saggio di Antoine Compagnon “Gli antimoderni” Neri Pozza uscito se non erro uno o due anni fa.

  5. @ Violante.

    Ci sono suggestioni e suggestioni, però! Non mi pare che si troveranno in questo saggio che proponi spunti per intendere il percorso di pensiero di Eugenio Grandinetti. Almeno in base a questa recensione del 2018 di Matteo Marchesini del libro di Compagnon che ho letto e di cui riporto stralci, mi pare che l’”antimodernismo” analizzato è molto francese e post- Rivoluzione Francese. E poi Eugenio non era “antimodernista”. Guardava sì con nostalgia al mondo antico materialista, ma (contemporaneamente e contraddittoriamente) difendeva un’utopia egualitaria di matrice illuministica e marxista che sicuramente non aveva la «venatura teologica dell’antimodernismo» di cui tratta Compagnon. [E. A.]

    SEGNALAZIONE

    Antoine Compagnon. Gli antimoderni
    Matteo Marchesini
    https://www.doppiozero.com/materiali/antoine-compagnon-gli-antimoderni

    Stralci:
    1.
    Il dandy delle Fleurs e dello Spleen, schiavo ipnotizzato e fustigatore implacabile del Presente, è una figura centrale dell’antimodernismo, sia perché ne vive la fase “classica”, sia perché offre un vero e proprio catalogo riassuntivo dei suoi ossimori. Come Flaubert, Baudelaire appartiene alla generazione che ha varcato la linea tra giovinezza e maturità dopo il ‘48, quando l’Ottocento dello slancio romantico, delle barricate e dell’eroica borghesia in ascesa si ribalta e biforca nell’Ottocento dei decadenti e dei positivisti, della prosa angusta e della mediocrità burocratica. Le magnifiche sorti impiegatizie sembrano non lasciare alternative, ispirando agli scrittori un pessimismo assoluto

    2.
    E proprio qui sta forse uno degli scacchi più dolorosi della modernità novecentesca, esemplarmente messo in risalto da quella eccezionale incarnazione dell’antimodernismo che è il poeta modernista alla Eliot. Da una parte si avverte cioè la necessità di nuovi miti e gerarchie, che sostituiscano le forme del passato in cui non si ha più fede; ma d’altra parte si comprende che l’atomizzazione socioculturale e la babelica democrazia dei linguaggi e degli stili non li lascia più sorgere. In una civiltà dove il progresso sembra un fatale calculemus, gli antimoderni denunciano la sparizione delle comunità ristrette, l’omologazione caotica, l’esproprio della libertà di scelta nelle questioni essenziali della vita, e in definitiva la distruzione di tutto quello che alla vita dà senso – il mito appunto, ossia un racconto comune, una comune credenza capace di operare tagli e di selezionare valori collettivi nel corpo brulicante del reale. Gli antimoderni constatano che nelle tecniche e nelle organizzazioni straordinariamente efficienti, logiche e aride della modernità “non c’è nulla da amare”, per dirla con Simone Weil, dato che confinano nel chiuso di una coscienza del resto sempre più perversamente standardizzata ciò che proprio perché conta non può essere contato.

    3.
    Questo spiega la venatura teologica dell’antimodernismo, e il richiamo a una dimensione spirituale sulla quale però, data la sua natura ormai ineffabile e astratta, non si può costruire un’alternativa se non tradendola, volgarizzandola demagogicamente, cioè abbassandosi al livello giornalistico del mondo contro cui ci si scaglia. 

  6. a proposito di Grandinetti
    Fra le mie tante lacune c’è anche Eugenio Grandinetti. L’ho conosciuto per come è stato descritto nel ricordo da Ennio Abate. Il mio invito a leggere Compagnon è da prendere per quello che era, una suggestione: una proposta di lettura, ma fino in fondo, di un autore francese che parla degli Antimoderni: Antoine Compagnon “Gli Antimoderni” Neri Pozza edizione 2016.
    Vorrei ricordare che nella postfazione che l’autore fa in quella edizione, a pag. 427, scrive anche :
    “– Chi sono i miei antimoderni? –
    – Sono conservatori, reazionari, tradizionalisti, accademici, neoclassici? No, e la distinzione è indispensabile. Essa può sembrare sottile, ma non ha niente di sofistico. Gli antimoderni sono moderni, ma moderni divisi, lacerati, spartiti, spesso animati dall’odio contro se stessi in quanto moderni, o quanto meno dal dubbio. Non sono moderni entusiasti o ciechi, ma moderni rassegnati. Un titolo più esatto, ma pesante e brutto, sarebbe stato L’antimodernismo dei moderni, cioè la resistenza al moderno, o al modernismo, nei moderni, o anche l’ambivalenza dei moderni, con Chateaubriand e Baudelaire come prototipi. – come prototipi e così via.”-
    Perdonatemi se non proseguo. È solo un assaggio. Il bello viene dopo…
    o viene dopo…

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