Lulu Il vaso di Pandora di G. W. Pabst

Non si sposano donne del genere/ Sarebbe un suicidio

di Giulio Toffoli

Tonteggiando 3

LA SCHEDA

Titolo originale Die Büchse der Pandora
Lingua originale Tedesco
Paese di produzione Germania
Anno di produzione 1928
Durata 133’
Dati tecnici B/N – Rapporto 1,33: 1 – film muto
Genere Drammatico
Regia G. W. Pabst
Casa di produzione Nero-Film AG
Attori principali Louise Brooks: Lulu

LA TRAMA

Il film è diviso in 8 atti che scandiscono le diverse fasi della vicenda come gli anelli di una collana.

Nel primo (dai titoli di testa fino a 16’30’’ circa) ci viene presentata la giovane Lulu, una giovane dinamica e disinibita con una passione per il ballo e la voglia di farsi notare nel mondo dello spettacolo, che è riuscita a conquistare l’amore del caporedattore di un importante giornale. La loro storia è divenuta di pubblico dominio e il maturo dr. Schön si trova in una difficile situazione, infatti se da un lato è affascinato da Lulu dall’altro è convinto che la ragazza possa distruggere la sua carriera e in prospettiva portarlo alla rovina. Per questo motivo è deciso a porre fine al loro rapporto e a sposarsi con una giovane di una famiglia altolocata. Lulu però reagisce al tentativo di troncare la loro relazione con una esplicita dichiarazione: “Se vuoi liberarti di me dovrai uccidermi”.

Tramite un vecchio amico, Schigolch, Lulu viene presentata a un importante impresario che le propone una scrittura.

Nel secondo atto (da 16’30’’ a 25’50’’ circa) Lulu continua a consolidare la sua trama posando gli occhi sul figlio del dr. Schön, Alwa, un artista che sta scrivendo la musica per un opera teatrale e sulla contessa Anna Geschwitz, con cui stabilisce un intesa che tende subito a configurarsi come una profonda attrazione fisica. Il dr. Schön, nel tentativo di districarsi da questo complesso intreccio di passioni e poter soddisfare i desideri di Lulu, riuscendo contemporaneamente a condurre a buon fine il suo matrimonio, decide di sostenere il figlio invitandolo a organizzare uno spettacolo con Lulu come prima attrice, che avrebbe ricevuto il suo appoggio diventando sicuramente un grande successo. La scena si conclude con un invito da parte del padre al figlio di essere prudente nei suoi rapporti con Lulu perché: “Non si sposano donne del genere. Sarebbe un suicidio”.

Il teatro è il luogo in cui si sviluppa la vicenda nella terza parte (da 25’50’’ a 40’20’’ circa). Si stanno facendo le prove del varietà e Lulu mostra tutta la sua bravura. Ad un centro punto però arriva il dr. Schön con la promessa sposa per vedere come si sta svolgendo il lavoro e subito Lulù reagisce mostrando tutta la sua aggressiva gelosia. Vuol essere la prima sulla scena ma anche nella vita di tutti coloro che le stanno intorno. Schön nel tentativo di convincerla a riprendere il suo ruolo sulla scena prima usa le blandizie, poi cerca di convincerla con la forza. Infine si lascia ancora una volta irretire e la bacia proprio nel momento in cui la fidanzata sta entrando nel camerino. Così va in fumo il matrimonio e il dr. Schön rivolto al figlio che gli è accanto dice: “Adesso sposerò Lulu. Sarà la mia morte”.

E’ la festa per il matrimonio che costituisce il climax dell’intero film (atto quarto da 40’22’’ a 59’54’’ circa). La festa in casa del dr. Schön è anche un momento di incontro fra le autorità della città. Lulu però continua a costruire le sue trame raccogliendo intorno a sé, ammaliandoli, vecchi e nuovi amici e se è il caso anche qualche donna che non sfugge alla forza del suo fascino. E’ un momento di intrecci e di equivoci che giungono all’apice quando il dr. Schön scopre il vecchio amico di Lulu Schigolch che mette delle rose sul letto nuziale. Vede la cosa come una forma estrema di oltraggio e tira fuori da un cassetto un revolver. La festa si conclude rapidamente e il dr. Schön e la moglie restano soli, lui le offre il revolver dicendole: “Ucciditi … così non dovrò macchiarmi di un omicidio”.

Nella colluttazione successiva e proprio il dr. Schön che rimane vittima di un colpo di pistola esploso involontariamente da Lulu.

La donna viene perciò processata (atto quinto da 60’ a 69’ circa) e la difesa cerca di convincere la giuria che la morte del dr. Schön è null’altro che l’esito di sfortunate circostanze. Di fronte alla richiesta della pubblica accusa di una condanna capitale la corte decide per una pena di 5 anni di reclusione. Solo che gli amici di Lulu preoccupati che la giovane venga condannata a morte fomentano dei disordini in aula e riescono a farla fuggire.

Le due scene successive (atto sesto e settimo rispettivamente da 69’34 a 84’ e da 84 a 108’ circa) descrivono la fuga di Lulu con Schigolch e Alwa prima in Francia e poi su un battello, che è poi una bisca clandestina. Nel mentre devono sottostare ai ricatti di un losco figuro che si presenta come il marchese Casti Piani. Il marchese prima si fa pagare per non denunciarli alla polizia di frontiera e poi cerca di vendere Lulu direttamente a un trafficante egiziano.

Dopo diverse traversie Lulu e Alwa e Schigolch riescono ancora una volta a fuggire e giungono a Londra (atto ottavo da 108’30’’ alla fine). Proprio in quei mesi dell’inverno del 1888 sulla città imperversa Jack lo squartatore. Lulu e i suoi amici sono senza un soldo, vivono in una soffitta fredda e non hanno neppure di che nutrirsi. Alwa è disperato e quando vede che Lulu decide di prostituirsi, per poter alleviare le loro sofferenze, cerca di reagire ma è impotente e inizia a vagare senza meta per la città. Lulu incontra un uomo con un impermeabile, lo adesca e lo porta nella soffitta. Sembra riuscire a ammaliarlo, per un attimo è affascinato dal suo sguardo e dalla sua tenerezza, ma poi…

Intanto nella strada sotto la casa dove Lulu e i suoi amici risiedono si muove un piccolo corteo dell’Esercito della Salvezza.

PERCHE’ RIVEDERLO OGGI?

Il vaso di Pandora, liberamente ispirato all’opera di Franz Wedekind, rappresenta il primo momento della collaborazione fra Pabst e l’attrice statunitense Louise Brooks. Narrano le cronache che come protagonista fosse stata in un primo momento scelta la Marlene Dietrich, che venne però scartata a favore della più giovane e avvenente Brooks. L’attrice ricordò che quando le venne presentato il copione quasi non si rese conto di come il personaggio che doveva interpretare rappresentasse nel modo più completo la sua personalità. Proprio questa capacità di raffigurare nel modo più profondo la complessa personalità di Lulu risultò la carta vincente che fece del film un’opera mirabile.

Infatti Il vaso di Pandora non ha la complessa struttura narrativa, con una certa attenzione alle problematiche di natura sociale, del successivo Il diario di una donna perduta. In fondo si può affermare che l’intera pellicola ha al centro la figura di Lulu. Per lei vale ripetere quanto già detto analizzando Il diario di una donna perduta. Louise senza alcuna difficoltà riesce a dare vita a una figura di donna capace di sintetizzare una serie assai variegata di aspetti della femminilità, la donna fatale e insieme un modello di donna del tutto disinibita: sensuale, amorale, provocante e pericolosa ma nel contempo infantile, innocente e pura. Non vi è scena dove l’attrice non metta in mostra quella sua capacità di essere seducente, che poi era – ci dicono gli annali del cinema – una caratteristica anche della sua vita privata. Basti pensare alle scene del primo atto quando utilizza tutte le sue arti per mantenere il controllo sul debole dr. Schön, deciso a liberarsi da una relazione che era diventata un peso. Nel gioco degli sguardi nella malizia dei gesti Lulu viene disegnata dalla Brooks come un animale da preda capace di costruire con meticolosità la trappola in cui devono cadere l’uno dopo l’alto gli uomini che incontra. Nel contempo il viso gioioso e ingenuo spinge lo spettatore a credere che nel suo fare non vi sia alcun secondo fine se non il desiderio di vivere pienamente la sua esistenza godendo al massimo dei piaceri che la società può offrirle.

Lulu non è condizionata da nessuna regola morale che non sia il suo piacere e come dirà il pubblico accusatore durante il processo Lulu è davvero come Pandora che aprì il vaso in cui erano raccolti tutti i mali che affliggono gli uomini e che prima erano ben serrati in quella brocca. Ha ucciso il marito ma lo ha fatto senza un vero disegno malvagio, senza perfidia, per semplice superficialità, per quel desiderio senza limiti di avere tutto e subito. L’assenza di regole e la profonda libertà sessuale, che in qualche misura caratterizzavano una parte della società tedesca del primo dopoguerra si riflette nel film in particolare nel gioco che vede Lulu stabilire un complesso rapporto psicologico con la contessa Anna Geschwitz. Fin dal primo sguardo appare chiaro l’interesse di quest’ultima per Lulu che riesce a muoversi fra i due livelli quello dell’amicizia e quello della complicità sessuale con la massima facilità, tenendo avvinta a sé la contessa, senza in fondo concederle nulla, esattamente come fa con gli uomini che le stanno accanto.

Sia chiaro la psicologia di Lulu non è mai univocamente definita, non è lo spirito del male e ovviamente non è la rappresentazione del bene come è codificato dalle convenzioni sociali. La giovane incarna la contraddizione, il conflitto fra le forze che governano la nostra esistenza. In lei eros e thanatos, convivono in una difficile e contraddittoria esistenza, che è ben esplicitata da una scena del terzo atto quando Lulu, che è riuscita a coronare il suo sogno di diventare una star del varietà, si impunta e diventa capricciosa vedendo il dr. Schön in compagnia della promessa sposa. La scena in cui i due si confrontano, in un vero e proprio conflitto in cui vengono usate tutte le armi della psicologia, è davvero uno dei momenti alti del film. Quando Lulu riesce a strappare un bacio al dr. Schön, sotto gli occhi della fidanzata, realizza il massimo del suo successo e basta leggere il suo sguardo per comprendere che in fondo ben poco le interessa dell’uomo, in questo modo è semplicemente riuscita a confermare il proprio dominio e realizzare quanto aveva appena detto: “Ballerò … ma mai per quella donna”.

Similmente la scena del processo è notevole soprattutto per l’interpretazione, difficile definirla diversamente, della vedova che utilizza tutta la gamma dei suoi sentimenti rivolgendosi di volta in volta all’avvocato difensore, al presidente, alla giuria, al pubblico ministero mostrando a seconda dei momenti, sgomento, tristezza, sofferenza, ma anche felicità, quella felicità di vivere che non può essere spezzata da una sentenza.

Perfino nella seconda parte del film, quella in cui viene descritta la fuga, Lulu riesce a utilizzare nonostante una situazione sempre più precaria la sua capacità di mantenere il controllo sulle persone che gli sono accanto, conservando una gioiosa vitalità. Sulla nave-bisca clandestina, quando la sua situazione si è fatta davvero difficile ritrova il sostegno della contessa Anna Geschwitz e dei suoi amici Alwa e Schigolch riuscendo a districarsi da una situazione che sembrava senza via d’uscita.

A Lulu, Alwa e Schigolch non resta però che avviarsi verso un ultimo porto: Londra. La Londra del 1888 è una città dove vivere è particolarmente difficile, soprattutto se si è senza soldi e in fondo se si è una donna sola come è Lulu.

Il vaso di Pandora è un grande film con la sua scansione in 8 atti, diretto da Pabst con esperta maestria anche se mancano quegli elementi di originalità nella regia che appariranno nel film successivo.

Fra la luminosa città della Germania dove si svolge la prima parte del film e la nebbiosa Londra il film sfodera una meravigliosa gamma di colori che devono assolutamente essere apprezzati cercando di vedere la copia che meglio gli esprime. Mi si dirà: “colori?”. Sì perché fra il bianco e il nero infinita è la gamma dei grigi che i nostri sensi, adusi a una vera e propria invadenza del colore, fino a forme estreme e artificiose, non riescono spesso a leggere.

Un’ultima notazione: Lulu in questo film utilizza per la prima volta quel caschetto nero con frangetta che l’ha resa un mito imperituro della storia del cinema. Quando è sulla nave in Francia, nel settimo atto, modifica la sua acconciatura con una forma diversa e più elaborata. E’ interessante notare come questo mutamento incida intensamente sul personaggio.

In che forma? A voi la risposta …

L’INTERPRETAZIONE DI KRACAUER

Kracauer afferma: “Dati gli scopi che Pabst si proponeva era naturale che si sentisse attratto dalla diagnosi di Wedekind che rilevava il nesso tra esuberanza della vita istintuale e lo sgretolamento della società”. Poi aggiunge: “la debolezza del film era dovuta alla natura astratta del dramma di Wedekind. Era questo un intrico di assunti e i suoi personaggi, anziché avere una vita propria, servivano ad illustrare determinati principi …Il risultato di questa fatica mal riposta fu un film che, come dice Potamkin «è atmosfera senza contenuto»” (S. Kracauer, Cinema tedesco, Mondadori, 1977, pag. 185).

Il prossimo film di cui vi suggerisco la visione, la cui scheda uscirà il 14 ottobre, è:

L’ultima risata di F. W. Murnau.

Come si diceva una volta:

“Buona visione”.

3 pensieri su “Lulu Il vaso di Pandora di G. W. Pabst

  1. Forse, sotto l’assillo di tante cose, stiamo sottovalutando le proposte di Toffoli su alcune grandi opere del cinema muto tedesco. Sono rimasto molto impressionato dalla visione di questo film. Che avrebbe bisogno di un approfondimento serio. (E ci manca la Rita Simonitto che di cinema si occupava anche da un punto di vista psicanalitico).
    Tenterò ancora – e spero che altri facciano lo stesso per conto loro – di approssimarmi per gradi a questo “vaso di Pandora”.
    Non commento per ora il film di Pabst. E non vorrei spostare l’attenzione da esso. Ma vale la pena risalire a Wedekind e al clima dell’epoca in cui questi temi vennero affrontati in questo modo. Segnalo (senza alcun obbligo di lettura per nessuno) una ricerca in cui mi sono imbattuto e che dà molte notizie utili: ELENA SCIANNAMEA, LA TRAGEDIA DI LULU DAI DRAMMI DI FRANK WEDEKIND AL LIBRETTO DI ALBAN BERG
    ( https://www.rodoni.ch/OPERNHAUS/latragedia.html ) col solito stralcio:

    1.5.1 – Lulu[85]

    Il personaggio di Lulu non è semplice da descrivere; la sua essenza è sfuggevole e si sottrae a una classificazione. Lulu può incarnare tutti i modelli e le idee di donna, allo stesso tempo, però, li può anche sovvertire. Questo è il suo fascino: la sua capacità di stare sospesa tra gli opposti[86] e di non piegarsi ad alcuna griglia interpretativa. Gli studiosi hanno offerto numerose letture del personaggio e della sua tragedia[87] ma talvolta esse si sono rivelate negli anni riduttive e incomplete, oppure del tutto di parte e perciò condizionate esternamente[88].

    Nello scritto Was ich mir dabei dachte[89], Wedekind dichiara di essersi ispirato a concetti come „Selbstverständlichkeit, Ursprünglichkeit, Kindlichkeit“[90] per la creazione del personaggio di Lulu, una primitiva „Frauennatur”[91]. Ma questo „Naturwesen”, questa creatura pura e innocente, deve necessariamente affrontare la realtà di un mondo duro e cinico, in cui per sopravvivere si deve fingere di accettarne le regole, come fa Lulu in Erdgeist, o ci si ritrova ad essere i più deboli e si finisce sopraffatti da un destino che non perdona e costringe a crollare, come avviene in Pandora.

    In ogni fase della sua esistenza Lulu deve subire le intenzioni di qualche personaggio che vuole fare di lei qualcosa o qualcuno. Gli uomini non riescono ad accettarla per quello che è, anzi spesso non la conoscono per niente, e vogliono a tutti i costi impossessarsi della sua vita, come di un oggetto, per proiettare in essa idee e progetti propri, nella speranza di realizzarli tramite Lulu. Ripercorrendo i vari episodi della tragedia si possono facilmente riconoscere i ruoli che gli uomini tentano d’imporle: Goll la tratta come una bambina, una bambola, facendola danzare a suon di violino e frustate; il pittore Schwarz l’adora come un patrimonio artistico e pretende di tenerla legata a sé grazie al contratto matrimoniale; Schön la sottomette come amante e la sfrutta come ballerina; Rodrigo vuole fare di lei un’acrobata da circo e Casti Piani una prostituta.

    Significativa è anche la lunga lista di nomi e nomignoli che i personaggi maschili le attribuiscono: Eva, Nelli, Mignon, Schlange, süßes Tier, Engelskind, Teufelschönheit, e altri ancora. Il suo vero nome è un mistero per gli altri:

    SCHWARZ. Eva??

    SCHÖN. Ich nannte sie Mignon.

    SCHWARZ. Ich meinte, sie hieße Nelli?

    SCHÖN. So nannte sie Dr. Goll.

    SCHWARZ. Ich nannte sie Eva…

    SCHÖN. Wie sie eigentlich hieß, weiß ich nicht.[92]

    In Lulu coesistono gli opposti: innocenza e malvagità, purezza e corruzione. Lei è portatrice di sventura come Pandora ed Eva ma è anche Pierrot, maschera bianca, triste e innocente. Infine, è umanamente Lulu[93], iniziata alla “vita” all’età di dodici anni dal Dr. Schön, l’uomo che le ha rubato tutta la giovinezza.

    Tutti i tentativi di definire Lulu, darle un ruolo sociale o anche semplicemente un nome, sono destinati a fallire: la sua vera essenza non viene mai compresa.

    LULU. Es ist mir ja auch vollkommen gleichgültig, was man von mir denkt. Ich möchte um alles nicht besseres sein als ich bin. Mir ist wohl dabei.[94]

    La fuga è l’unica arma che ella può utilizzare per difendersi dalle prevaricazioni degli uomini, continuamente tesi a possederla. Per essere sé stessa, Lulu deve continuamente uscire dal ruolo che gli altri le vogliono imporre: deve tradire mariti e amanti, fuggire dalla polizia, aggirare sfruttatori e ruffiani. Tutto ciò non sarà però abbastanza per sottrarsi a un inesorabile destino, che si ripresenterà sul finale nelle vesti di Jack the Ripper. Giacché nella società umana le è negata ogni libertà, la vera liberazione per Lulu sarà la morte.

    P.s.
    (Tra l’altro si potrebbero riprendere alcune riflessioni sparpagliate come quella scaturita dalla mia proposta nel febbraio 2018 di un articolo di Fortini su un aforisma di Kraus (http://www.poliscritture.it/2018/02/05/appunti-politici-12kraus-fortini-il-dibattito-sulle-molestie-sessuali/)

  2. SEGNALAZIONE 2

    IL VASO DI PANDORA
    di
    Karl Kraus
    http://www.dicoseunpo.it/Lavori_Teatrali_files/Vaso_Pandora.pdf

    Stralci dal saggio di Karl Kraus Die Büchse de Pandora, trascrizione del suo discorso tenuto in occasione della rappresentazione dell’omonimo dramma di Wedekind a Vienna, nel 1905:

    1.

    In un paio di frasi del monologo la sua demoniaca scaltrezza trova un’espressione filo­sofica, che coglie la differenza dei sessi ben più nel profondo di quanto possa mai tutta la scienza dei neurologi. Esce dalla sala da gioco e si compiace enormemente che la propria morale d’ebreo sia tanto più redditizia della morale delle puttane, che un momento prima si erano radunate attorno a lui. Loro devono affittare il loro sesso, il loro «Giosafat» – lui riesce a cavarsela col suo cervello. Quelle povere femmine mettono in gioco il capitale del loro corpo; il cervello dei malvi­venti si mantiene fresco: «E non gli occorrono neanche dei bagni nell’acqua di Colonia». Così l’immoralità dell’uomo trionfa sull’amoralità della donna.

    2.

    Ma non si può credere sul serio che si possa essere talmente miopi da misconoscere, perché il materiale è ‘spiacevole’, la grandezza nel trattarlo e la necessità interna che ha imposto di sceglierlo. Per il fatto che compaiono mazze, rivoltelle e coltelli non osservare che questo delitto sessuale si compie come un fatalità emersa dalle ultime profon­dità della natura femminile; per il fatto che la contessa Geschwitz è una lesbica dimenticare che essa dimostra una sua grandezza e non sta a rappresentare un qualsiasi campione patologico, ma al contrario traversa la tragedia come un demone del piacere funesto. Certo, le infinite finezze di questa poesia bruta si schiudono per il lettore solo con una precisa conoscenza del testo: in Lulu il pre­sagio della propria fine, che getta così la sua ombra già sul primo atto, questo ondeggiare entro un cerchio magico e questo scivolare via sui destini degli uomini che sono caduti in suo potere: alla notizia della morte del piccolo Hugenberg in prigione lei chiede: «Era in prigione anche lui?», e il cadavere di Alwa la fa sem­plicemente sentire un po’ a disagio nella stanza. Poi la fulminea conoscenza dell’uomo più eccessivo, Jack, che «accarezza la testa come a un cane» alla meno femminile fra le donne e avverte immediatamente il rapporto fra la Geschwitz e Lulu e constata perciò con compassione che la Geschwitz non serve ai suoi biso­gni. «Questo mostro non ha niente da temere da me», dice, dopo averla pugnalata. Ma non l’ha assassinata per il piacere, l’ha solo messa da parte come un impiccio. Per godere di lei potrebbe al massimo cavarle fuori il cervello.
    Non si metterà mai in guardia abbastanza dal cercare l’essenza di quest’opera di poesia nella peculiarità del suo materiale.

    Del saggio di Kraus Elena Sciannamea ( indicata nel primo commento) scrive:

    2.2 – Il discorso di Kraus al Trianon Theater

    Kraus condivideva delle opere teatrali di Wedekind la “sostanza provocatoria e il gusto paradossale”[149], la messa a nudo delle ambiguità e delle depravazioni della borghesia. Wedekind sembrava essere il suo doppio[150]: vi era tra i due letterati un’affinità ideologica, un comune “spirito di crociata”[151] che si concretizzava nella “lotta contro ipocrisia e filisteismo, contro la pruderie borghese e la mercificazione della cultura e della parola”[152]. Kraus vedeva nei drammi wedekindiani il corrispondente drammaturgico della lotta per il rinnovamento dei valori che egli stesso stava conducendo con l’arma della critica audace e irriverente sulla rivista Die Fackel [153], da lui fondata nel 1899 e diretta per 37 anni, fino all’anno della sua morte (1936). In Wedekind ritrovava il proprio entusiasmo per la libertà e la “tenacia nell’affermare l’eros nella sua multiformità contro una società intenta a raffrenarlo sotto la gelida superficie delle convenzioni o a celarlo dietro la maschera restauratrice della tradizione”[154].

    E commenta:

    Il suo concetto di emancipazione assume però tratti piuttosto ambigui nella descrizione di Lulu, incarnazione perfetta della „Nichtmoral der Frau”[166]. La donna, secono Kraus, non è in grado di ricordare, non prova né inibizioni, né responsabilità morali o spirituali ma vive semplicemente per il piacere[167]. La tragedia consiste nel fatto che, in questo mondo in cui trionfa la „Unmoral des Mannes”[168], la fonte di gioia che la donna porta in dono non può che trasformarsi in un vaso di Pandora. È questa è la ragione per cui, nella seconda parte della tragedia, inizia ciò che Kraus definisce „der Zug der Peiniger”[169]: gli uomini tornano da Lulu per farle scontare con infamia i peccati che essi stessi avevano commesso contro di lei. Le torture finiscono solo con l’arrivo dell’inaudito[170]: il mostruoso „Lustmord”[171] di Jack the Ripper.

  3. …sì, un film terribile, dove si mostrano scatenate le dinamiche perverse di una società intera che sceglie come vittima designata una povera ragazza, la cui bellezza e disponibilità diventano la sua condanna. A Lulu, nata e cresciuta in cabaret e caffè, viene da subito tacitamente insegnato ad essere compiacente con tutti gli uomini, assecondandoli sempre e mostrando senza riserve la sua stessa “natura” affettuosa… non è cosciente di essere in guerra ( mi è arrivata l’associazione con Madre Coraggio di B. Brecht, un’altra vittima perdente). Chiaramente è destinata ad essere programmata da tutti come un oggetto, così Lulu finisce per “scontare con infamia i peccati che essi stessi (gli uomini manipolatori) avevano commesso contro di lei”… Ieri ho letto, quasi per caso, un articolo di Lea Melandri, comparso sul Manifesto il 1 Ottobre: “C’è una violenza anche mediatica”, che penso possa offrire delle riflessioni valide anche nel caso di Lulu… scrive: “La”colpa” che viene addossata alle donne in tutta la cultura greco romana cristiana è di indebolire lo spirito dell’uomo, il che sembra giustificare il fatto che la punizione, sotto questo aspetto “meritata”, possa essere addirittura la morte…La “maledizione femminile” può capovolgersi in missione salvifica solo se la donna accetterà di diventare “mezzo” di una “grande opera altrui”…
    Ringrazio Giulio Toffoli per la scelta e la scheda

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